Post contenenti il tag ‘Volusiana’

I like merda

Carro-botte

Gli scaffali del mio libraio vanno in ordine alfabetico. Arrampicato su una scala a portafoglio - privilegio da habituée frugabondo, mentre il mio barbuto anfitrione cerca di sopportare le clienti natalizie - vado per Landolfi e trovo Maraini.

Non avevo voluto impelagarmi nel suo Tibet un po’ troppo fuori percorso, ma dopo aver letto del suo mignolo inizio ad essere curioso.

Ma un’illuminazione improvvisa: dove, se non nel suo romanzo-autobiografia Case, amori, universi, potevo trovare una spiegazione della sua metasemantica?
Non è proprio serendipità, perché siamo esattamente sul medesimo filo di pensiero.

È qui la risposta? Certo: nutrirà i prossimi episodi di fànfole.

Continua… ‘I like merda’ »

De modo cacandi

Umberto Eco

A quell’antologia di defecazioni letterarie, da Gargantua a Leopold Bloom, che prima o poi qualcuno compilerà (intitolandola magari De modo cacandi e accontentando Rabelais che quel libro aveva solo immaginato), va aggiunta almeno la cacca di Giambattista Bodoni nella Misteriosa fiamma della Regina Loana.

Sul romanzo (e sulla cacca di Yambo, “ardito passo avanti rispetto alla descrizione dell’episodio famoso di Leopold Bloom”) le parole migliori sono quelle di Remo Ceserani sul manifesto del 25 giugno 2004 (noto en passant che anche Ceserani cade nel “gioco di memorie incrociate”).

Continua… ‘De modo cacandi’ »

Succo di cavolo: l’effetto displicebo

Brassica

Catone, si sa, ce l’aveva coi medici greci:

quandoque ista gens suas litteras dabit, omnia conrumpet, tum etiam magis, si medicos suos hoc mittet. Iurarunt inter se barbaros necare omnis medicina, sed hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit et facile dispertant. [...] Interdixi tibi de medicis.

(Libri ad Marcum filium, fr. 1 Cugusi-Sblendorio Cugusi)

Ma il figlio Marco non doveva essere tanto contento delle cure paterne. Catone avrà di certo sperimentato su di lui i rimedi a base di brassica:

Lotium conservato eius qui brassicam essitarit, id calfacito, eo hominem demittito: cito sanum facies hac cura; expertum hoc est. Item pueros pusillos si laves eo lotio, numquam debiles fient. Et quibus oculi parum clari sunt, eo lotio inunguito, plus videbunt. Si caput aut cervices dolent, eo lotio caldo lavito, desinent dolere. Et si mulier eo lotio locos fovebit, numquam menses seri fient; et fovere sic oportet: ubi in scutra fervefeceris, sub sellam supponito pertusam, eo mulier adsidat, operito, circum vestimenta eam dato.
(De agri cultura 157, 10-11)

Continua… ‘Succo di cavolo: l’effetto displicebo’ »

Il purgante definitivo

RIM, Regolatore Intestinale Murri

Gli stitici moderni dovrebbero rileggersi Catone. Nel De agri cultura (158) c’è una ricetta esplosiva:

Alvum deicere hoc modo oportet: si vis bene tibi deicere, sume tibi ollam, addito eo aquae sextarios sex et eo addito ungulam de perna - si ungulam non habebis, addito de perna frustum p(ondo) S quam minime pingue -; ubi iam coctum incipit esse, eo addito brassicae coliculos duos, betae coliculos II cum radice sua, feliculae pullum, herbae Mercurialis non multum, mitulorum l(ibras) II, piscem capitonem et scorpionem I, cochleas sex et lentis pugillum. Haec omnia decoquito usque ad sextarios III iuris, oleum ne addideris; indidem sume tibi sextarium unum tepidum, adde vini Coi cyathum I, bibe, interquiesce; deinde iterum eodem modo, deinde tertium: purgabis te bene. Et si voles insuper vinum Coum mixtum bibere, licebit bibas. Ex iis tot rebus quod scriptum est unum quod eorum vis alvum deicere potest; verum ea re tot res sunt, uti bene deicias, et suave est.

Nota bene: “di tutti gli ingredienti sopra elencati ne basta uno qualunque per liberare il ventre; ma vengono messi tutti insieme per il preciso scopo di liberarti a fondo - il che dà sollievo” (è la garbata traduzione di Cugusi-Sblendorio Cugusi, UTET 2001).

Continua… ‘Il purgante definitivo’ »

Deep shit

This is why Middle East is in deep shit

Ancora una citazione di seconda o terza mano. La fonte è, per esempio, http://sanjoob.tripod.com/id54.html.

Peor es meneallo

Don Quijote y Sancho Panza

En esto parece ser, o que el frío de la mañana que ya venía, o que Sancho hubiese cenado algunas cosas lenitivas, o que fuese una cosa natural (que es lo que más se debe creer) a él le vino en voluntad y deseo de hacer lo que otro no podía hacer por él; mas era tanto el miedo que había entrado en su corazón, que no osaba apartarse un negro de uña de su amo; pues pensar de no hacer lo que tenía gana, tampoco era posible, y así lo que hizo por bien de paz fue soltar la mano derecha, que tenía asida al arzón trasero, con lo cual bonitamente y sin rumor alguno se soltó la lazada corrediza con que los calzones se sostenían sin ayuda de otra alguna, y en quitándosela dieron luego abajo, y se le quedaron como grillos. Tras esto alzó la camisa lo mejor que pudo, y echó al aire entrambas posaderas, que no eran muy pequeñas. Hecho esto (que él pensó que era lo más que tenía que hacer para salir de aquel terible aprieto y angustia) le sobrevino otra mayor, que fue que le pareció, que no podía mudarse sin hacer estrépito y ruido, y comenzó a apretar los dientes y a encoger los hombros, recogiendo en sí el aliento todo cuanto podía; pero con todas estas diligencias fué tan desdichado, que al cabo vino a hacer un poco de ruido, bien diferente de aquel que a él le ponía tanto miedo. Oyólo Don Quijote, y dijo: ¿Qué rumor es ése, Sancho? No sé, señor, respondió él. Alguna cosa nueva debe ser, que las aventuras y desventuras nunca comienzan por poco.
Tornó otra vez a probar ventura, y sucedióle tan bien, que sin más ruido y alboroto que el pasado, se halló libre de la carga que tanta pesadumbre le había dado; mas como Don Quijote tenía el sentido del olfato tan vivo como el de los oídos, y Sancho estaba tan junto y cosido con él, que casi por línea recta subían los vapores hacia arriba, no se pudo excusar de que algunos no se llegasen a sus narices, y apenas hubieron llegado, cuando él fue al socorro apretándolas entre los dos dedos, y con tono algo gangoso, dijo: Paréceme, Sancho, que tienes mucho miedo. Sí tengo, respondió Sancho: ¿mas en que lo echa de ver vuestra merced ahora más que nunca? En que ahora más que nunca hueles, y no a ámbar, respondió Don Quijote.
Bien podrá ser, dijo Sancho; mas yo no tengo la culpa, sino vuestra merced, que me trae a deshoras y por estos no acostumbrados pasos. Retírate tres o cuatro allá, amigo, dijo Don Quijote,todo esto sin quitarse los dedos de las narices; y desde aquí adelante ten más en cuenta con tu persona, y con lo que debes a la mía, que la mucha conversación que tengo contigo ha engendrado este menosprecio. Apostaré, replicó Sancho, que piensa vuestra merced que yo he hecho de mi persona alguna cosa que no deba. Peor es meneallo, amigo Sancho, respondió Don Quijote.

(Miguel de Cervantes, El ingenioso hidalgo de Don Quijote de la Mancha, cap. XX)

Materia fecale equa e solidale

Jack Sim, fondatore del WTO (World Toilet Organization)

A conferma che il mio interesse per i volusiana non è tutto ludico, ecco un articoletto di Marinella Correggia dal manifesto del 10 novembre, p. 17 (è la rubrica terraterra):

Il mondo futuro è a misura di toilette
Un grande problema eco-socio-sanitario dell’abitare sul pianeta è il trattamento delle deiezioni umane, ora polarizzato su due “soluzioni” insostenibili: il nulla e lo spreco. Da una parte, l’assenza di sistemi igienico sanitari di base mina il benessere e la salute di ben 2,6 miliardi di persone le quali si arrangiano a fatica con vari metodi, compreso il prelievo con cesti e secchi delle deiezioni umane “fresche” dalle latrine a secco pubbliche e domestiche. In India l’ingrato compito è affidato ai “portatori di suolo notturno”, i più disgraziati fra gli intoccabili. Fra gli obiettivi Onu di sviluppo per il Millennio (Millennium Development Goals) c’è il dimezzamento di questi 2,6 miliardi, i quali hanno diritto a una toilette degna, senza rischi patogeni e senza operazioni ripugnanti.
Ma non ci si arriverà mai seguente l’altra soluzione: il complesso sciacquone-fognature universalmente diffuso in Occidente insieme alla fossa settica. Fu varato a Londra nel 1850 in risposta a un’epidemia di colera e arrivò a Calcutta già nel 1860; ma tuttora ne sono dotati solo 232 centri urbani indiani su un totale di 5.000. Come riassume in un articolo Lester Brown di Earth Policy Institute, l’insieme “sciacquone-fognatura” prende elementi nutritivi originati da suolo (tramite quel che mangiamo e trasformiamo nella fabbrica del nostro corpo) e anziché permetterne la restituzione al suolo stesso per arricchirlo, li scarica in fiumi, laghi, mari usando molta acqua. Quando poi per ragioni di costi e logistiche il tutto avviene senza depurazione, ecco un circolo viziosissimo che spreca acqua e denaro per disperdere agenti patogeni rendendo non potabili enormi quantità di acqua e dunque provocando malattie e morte (2,7 milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di igiene e 5,9 per malnutrizione e fame anche provocate da parassiti intestinali).
Oltretutto, in un futuro in cui l’acqua sarà sempre più preziosa come si può pensare di dotare di sciacquoni quei 3,6 miliardi? Secondo i calcoli del Centre for Science and Environment di New Delhi, “una famiglia indiana di cinque persone produce in un anno 250 kg di escrementi ma ha bisogno di 150.000 litri di acqua scarseggiante per lavarli via a inquinare corsi d’acqua”. Occorre trovare un sistema socialmente accettabile ed ecologicamente sostenibile. Su questo tema si è chinato anche il presidente indiano Abdul Kalam che nei giorni scorsi a New Delhi ha aperto il World Toilet Summit 2007: 400 esperti da 44 paesi che hanno concluso sulla necessità di guardare oltre la toilette all’occidentale. E la soluzione vincente è: la toilette compostante. Come a dire: da questi rifiuti inevitabili, opportunamente maturati e diventati inoffensivi dal punto di vista sanitario, ecco ricavata un’importante risorsa per l’agricoltura conosciuta da millenni (non solo in Cina ma anche negli orti intorno alla Parigi descritta da Victor Hugo ne I miserabili). Il sistema è igienico, facile da costruire con materiali locali, non inquina le acque di superficie, non è idrovoro (bastano 1,5 litri per far fluire gli escreta), produce fertilizzante. E non richiede il trasporto disgustoso e insalubre di materiale fecale fresco.
I modelli sono diversi, già in corso di applicazione soprattutto nel Sud del mondo. Ad esempio in Kenia la Vacu-tug, macchina portatile che svuota le vasche delle toilette a secco, negli slum sta abbattendo il ricorso alle buste di plastica “ripiene” gettate via. Ma la tecnologia migliore è quella dell’indiana Sulabh Sanitation Organisation (che ha promosso il Summit). Di ispirazione gandhiana e anticasta, costruisce latrine compostanti in grado di liberare migliaia di esseri umani trasportatori di altrui escrementi. E in Occidente? Diversi modelli di toilette compostanti a secco, rispetto alle quali la Svezia è pioniera, sono in grado di funzionare in appartamenti svedesi (o italiani) come in ville statunitensi come in villaggi cinesi. Il wc di un futuro equo, ecologico, e senza apartheid. Una rivoluzione.

Al crepitar de’ mortaretti

Toletta d'epoca

Da quando sto sfogliando Le interviste impossibili, finalmente ripubblicate da RadioRai-Donzelli a cura di Lorenzo Pavolini - edizione necessaria, benché malamente stampata, con enormi sbuffi di colla al capitello e carta che si macchia al polpastrello, e non meglio curata: piena di refusi ingenui - mi sono ripromesso almeno tre o quattro interventi succosi.
Ma è destino che debba iniziare da uno di quegli apocrifi coprofili che a me piaccion tanto: l’epica conclusione dell’intervista a Pascoli.

ARBASINO: E la sua esperienza più tremenda, professore?

PASCOLI: Oh… un racconto doloroso! Quando a Roma fui a pranzo dal senatore Finali (e solo in vettura, due lire e più! Ho pagato il pranzo!) ero un po’ pieno della colazione: avevo girato molto. Al pranzo vi era infine cignale in agrodolce: una poltiglia di ciccia mezza con zucchero e pinoli. Sapete quanto mi piace. Pure bisogna mangiare, perché l’astenersi sarebbe sembrata una grande critica. Mangio: s’era appena finito, quando mi sento… brr, brr… un certo bollorino, un certo borbottio. Impallidisco, sorridendo. Dopo poco il bolli bolli cresce, cresce il dolore. Comincio a credere di non poter esser più padrone delle mie, del mio… Insomma divento livido sotto un sorriso. E cresce, cresce: la catastrofe è prossima: la paura l’accelera. Con una eroica indifferenza cavo fuori l’orologio: «Oh! Toh: le dieci e mezza! E io credevo fossero le nove». Mi alzo: mi fanno amorevole insistenza perché resti ancora un poco, una mezz’orina… altro che orina! Complimenti e complimenti ma mi alzo; strette di mano, promesse, auguri, saluti, elogi. La posizione verticale sembra tirarmi giù sino al… tutto l’ingombro gorgogliante. I dolori sono intollerabili: e io sorrido, sempre, sempre. Finalmente giù per le scale. Trovo una carrozza: su. Il cavallo era sfiancato, andava piano piano piano. Mezz’ora ci volle per arrivare a Santa Chiara. Io intanto pregavo fervorosamente santa Mariù, che mi aiutasse, che mi facesse arrivare sino a casa, cioè sino al ca… samento. Be’, ci arrivo: come un cervo salgo i cinque o sei rami di scale; giù cappotto e cappello, accendo il lume, via di corsa per i corridoi, avanti, maledizione: il casamento era chiuso, c’era gente. Dirvi la mia disperazione! Mi reggevo la pancia, bestemmiando l’ignoto cuculo… Vado e vengo, salgo e scendo; finalmente, poiché il cuculo non lasciava il nido, vado risoluto a sforzare l’uscio e a dirgli: levati di costì, voglio calcolare anch’io. Vado, apro la porta… nessuno! Era libero! Oh! [Come liberato] Con che gioia rumorosa e fragrante ringraziai la mia santa d’avermi fatto giungere sano e salvo! Pareva una festa di villaggio: al crepitar de’ mortaretti!

Sub specie flatus

Annoveriamo dunque tra gli incipit più memorabili il Landolfi di “Sub specie flatus” - primo quadro dal racconto In società che conclude l’omonima antologia del 1962 (ora Adelphi 2006, p. 192):

Sul più bello della sua prima estasi d’amore, una giovanissima sposa trullò.

Apocrifo petrarchesco

Francisci Petrarcae Rerum vulgarissimarum fragmenta

CCCLXVII

O dolce tazza sopra cui sedevo
in pace al mondo et alle mie budella,
loco che ‘l popol tutto «cesso» appella
ma non cessò già mai di dar sollievo

e rifugio, e conforto: i’ mi perdevo
nella meditazion più lieta e bella.
Dov’è or la quiete, de’ miei parti ancella?
L’aspra mia sorte meco pianger devo:

pace non ò, ché soffro di colite
e guerra ognor mi fa la stitichezza;
se non è sciolta, ahi lasso, è troppo dura.

Le mie doglie intestine et inaudite
fan conoscere, in pianto e in amarezza,
come nulla qua giù diletta e dura.