Post contenenti il tag ‘Volusiana’

Otto di centouno

Poesie di Cajo Valerio Catullo ... volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini, Pisa 1815 (frontespizio)

Ho finalmente sotto gli occhi, dalla Biblioteca Malatestiana per impagabile intercessione di Chaim, queste Poesie di Cajo Valerio Catullo veronese scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoja, Pisa, con i caratteri dei fratelli Amoretti, MDCCCXV.

Dunque non era Giacomo, ma Tommaso Puccini (1749-1811), direttore delle Gallerie fiorentine, sovrintendente alle Belle Arti e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. L’edizione, postuma, è curata dal fratello Giuseppe Puccini e dedicata a Ferdinando III di Toscana.

Continua… ‘Otto di centouno’ »

Scatologia natalizia

I catalani sono proprio strani: associano la merda al Natale.

I regali non li porta Gesù Bambino o Babbo Natale: li caga (sic) un ciocco, se bastonato e correttamente invocato. Persino nelle scuole, a Natale, il tió compare più spesso dei soliti abeti o presepi: vedi per esempio quanto raccoglie la Xarxa Telemática Educativa de Catalunya.

Continua… ‘Scatologia natalizia’ »

Quando si dice “gabinetto pubblico”

Gabry, sapendo delle mie curiosità volusiane, mi segnala questo cesso pubblico di Basilea… all’esterno un monolito dalle pareti a specchio,

Monica Bonvicini, Don't miss a sec, Basilea, 2003 (esterno)

ma all’interno una finestra sul mondo a 360°:

Monica Bonvicini, Don't miss a sec, Basilea, 2003 (interno)

Tutto vero, come documenta Urban Legends.

Ma, benché perfettamente funzionante, si tratta di un’opera d’arte di Monica Bonvicini (2003), “posing an obvious challenge to the cultural norms separating «the private» from «the public»”.

Se aggiungo che c’è anche una riflessione sul Panopticon in chiave foucaultiana, mi mandi a cagare?
Eppure, in tempi di controllo totale, è una questione d’estrema attualità…

Un’altra installazione dell’artista, anch’essa perfettamente funzionante, è visitabile a Londra,

but, even with full permission to defecate on Bonvicini’s work of art, Britons and tourists alike tend to shy away from the challenge.

Dall’alto del suo seggio

Tommaso Landolfi (1908-1979)

Citazione lunga, ma di lunghezza funzionale all’effetto:

«… Animo, ragazzi, fra cinque ore, all’alba, si decide la nostra sorte. I trepidi e gli scuorati non escano neppure di cambusa, domani dopo il cicchetto della staffa. Ma non ce ne saranno, no? (sguardi penetranti e decisi in fondo agli occhi di tutti gli astanti) Certo, si va e non si sa se si torna, ma perciò è bella la vita! E se è vero che avete fiducia in me… Io non vi ho insegnato nulla, e non è vero, come dite spesso, che vi sia superiore in qualche cosa, ma… (ricerca dell’espressione) ma siamo stati compagni in mille imprese gloriose, e il nostro destino non è (compiacenza al modo d’esprimersi degli ascoltatori) che le nostre tibie debbano servire di forchettoni a questi selvaggi. Andate ora, e cercate di dormire sognando le vostre femmine. Tu (a un gesto dell’interpellato:) sì, tu, che sei di guardia, svegliami alle quattro, ohé, anche con una secchia d’acqua se è necessario. Intesi? (gesto noncurante di saluto con due dita a partir dalla fronte) Tu, tu, tu, restate, c’è ancora da discorrere un pochino. (a tutti:) Un momento, gli ordini per domani. (sguardo intenso semicircolare: rapidi gesti a chiamare fuori alternativamente questo o quello, i capi. Barbuglìo, sguardi diritti, gesti forti e decisi a ciascuno. Evidentemente le consegne sulle posizioni da mantenere a qualsiasi costo, sul modo di regolarsi in ogni evento possibile. Le mani accennano qualche volta a un monte o a una forra senza che la testa o lo sguardo le accompagnino. Poi, a ciascuno, gesto del mento per significare: ritorna al tuo posto; quasi contemporaneamente nuovo gesto appellativo della mano di taglio. A un cinese, in cinese:) Capito? di là non deve passare nessuno! (a un italiano in un dialetto meridionale:) Niente rumore, immagina di andare a trovare la moglie di Peppe a casa sua (sorriso furbesco); e non ti mettere a fumare… (a un tedesco in tedesco:) Non si beve birra domattina!… (saluto circolare. Sono usciti. Ai due o tre dello stato maggiore in un dialetto italiano meridionale, come dopo un’improba fatica:) Mah, speriamo bene! Ce ne vuole, ma… a loro si deve dire così (un po’ stanco). Io però me la vedo brutta, domani: questa è la verità. Oh, vediamo allora quelle… (si bussa. Folla. Gridando, ma di nuovo perfettamente autoritario ed imperioso:) Che succede, che è? (ancora in dialetto. Poi:) Che, tu, ragazzo, vorresti venire con noi? (gesto della mano per far scostare la gente dal fondo del quadro di poppa. Estrae con gesto sicuro la grossa rivoltella e la bilancia facendola rapidamente saltare sulla mano) Guarda qui. (getta colla sinistra una grossa moneta. Sparo. La moneta colpita batte sulla parete di fronte e ricade sorda sul piancito) Vediamo tu, ora. E poi, ragazzo, non hai una madre, tu? (porge per la canna la rivoltella al ragazzo) Fa’ qualche cosa tu, ora. (rapido scatto di lato del ragazzo. Sparo fulmineo: la pipa è spezzata fra i denti del nostromo che si afferra intontito la mandibola. Sensazione) Bravo per Cristo! Verrai con noi, allora. (tutti escono. Cenno di saluto. Ascolta, disapprovandolo ma tentato, alcunché dal suo compagno di destra. Inarca le sopracciglia e piega la testa come a dire: chissà, forse, eppure, quasi quasi… Si finge distratto. Ricarica con uno scatto la rivoltella, se la rimette alla cintola: ancora in dialetto:) Per la Madonna, sono stanchissimo. (gesto vago, si alza)…».
Colui che pronunciava queste parole era un vecchio e glorioso capitano di lungo corso. A scanso di inesattezze, poiché non è ben chiaro se si chiamasse Smith o Dupont o Rossi o Mueller o Gonzalez o Ivanov, lo chiameremo Tale. Però, intendiamoci subito, non che egli incitasse e disponesse il suo equipaggio ad una sortita contro qualche bieca tribù delle Isole della Sonda che si fosse, mettiamo, impadronita di un imprudente compagno: le parole surriferite Tale le aveva pronunciate soltanto nell’intimo, confortevole ed amico, del gabinetto di decenza, durante il suo laborioso disimpegno quotidiano.
In questo luogo sacro alla vita interiore degli uomini ed eccitante del loro spirito, qualcuno è andato a scrivere i suoi capolavori, altri a smaltire, con una sublimazione dei più remoti sentimenti, l’amarezza d’un dispiacere amoroso; ma tutti si ripiegano su se stessi, nel ricordo e nella meditazione, e cercano incessantemente d’intendere le ragioni profonde delle cose e della loro stessa anima. Così Tale vi si abbandonava al ricordo e vi riviveva la sua vita eroica e mitica, avventurosa e noncurante.

(Tommaso Landolfi, La morte del re di Francia [1935], in Dialogo dei massimi sistemi, Adelphi, Milano, 1996, pp. 29-32)

Ña

'Great Grandma Faustina amused by a bee', foto di Maisie Crow

I concetti comuni di razza appartengono al senso comune, che notoriamente fa spesso cilecca. E se proprio vogliamo flirtare col senso comune, allora non nasconderò una certa simpatia per la classificazione razziale dei bribri del Costa Rica. Secondo loro le razze sono due: i bribri, che significa gli uomini, e sarebbero per l’appunto loro; e gli ña che sarebbero tutti gli altri; ña significa anche cacca. Certo questa classificazione rivela un forte etnocentrismo e una sgradevole arroganza: ma un etnocentrismo e un’arroganza non superiori, a voler essere precisi, a quelli di chi piazza i bribri nella razza ispanica, con Isabel Allende e l’attaccante della Juventus Marcelo Zalayeta.

(Guido Barbujani, L’invenzione delle razze, Milano, Bompiani, 2006, p. 152)

[Sul bribri, lingua della famiglia chibcha, puoi leggere una descrizione compilata da studenti dell'Universidade de Vigo, o seguire il corso in 12 lezioni dell'Universidad de Costa Rica. Su Global Recordings Network ci sono anche file audio (ma a scopo confessionale: "The Vision of GRN is that people might hear and understand God's word in their heart language - especially those who are oral communicators and those who do not have Scriptures in a form they can access").]

* * *

La foto (”Great Grandma Faustina amused by a bee”), copyright di Maisie Crow, è tratta dal reportage A look at the lives local BriBri.

Orologio solare in un muro di cacatoio

Meridiana (da Carcassonne, foto di Fdecomite)

Curiosando nello Stracciafoglio non poteva sfuggirmi questa dotta noterella: Ignazio Pisani, nel proporre integrazioni a una nota antologia (Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento, a cura di Vitaniello Bonito, Sellerio, Palermo, 1996), trascrive un sonetto che, a suo dire, “certamente non dispiacerà ai cultori del genere scatologico”:

Orologio solare in un muro d’un cacatoio

Perché bene del Tempo io spenda l’ore
Inargentato stral quivi le segna,
E posto in questo posto egli m’insegna
Che il Tempo speso mal dà mal odore.

Tutto ‘l tempo ch’io passo al cacatore
Temo ognora il malan che non mi vegna,
Perché so ch’ogni cosa, abenché degna,
Al par d’una cacata, e nasce e more.

Quivi il sol mi chiarisce, e vòl ch’io veggia
Che l’Uom, che va con sì superbo aspetto,
Qual ombra ne lo sterco, erra e passeggia,

Che al Tempo corruttor tutto è soggetto,
E ch’al tirar de l’ultima correggia,
Ogni cosa mortal non vale un petto.

(da Cesare Giudici [1634-1724], La bottega de’ chiribizzi, Ramellati, Milano, 1685)

*    *    *

Il Pisani pubblica altri Orologi secenteschi (latini, tradotti da Massimo Scorsone) nel numero 6 dello Stracciafoglio.

Nella foto (di Fdecomite), un orologio solare da Carcassonne. Ricca è la collezione di immagini su Astrosurf.com.

Largo a li pedanti

Frontespizio dei Carmina appesi a Pasquino nel 1521

Con le pasquinate potrei andare avanti a lungo: le scandalose rime in morte di Leone X (Pasquinate, cit., 286), quelle attualissime in vituperio del papa tedesco (una su tutte: 312), l’aretinesco Gran cosa è il K (330), i sonetti xenofobi (535 contro i napoletani, 558 contro i fiorentini)…

Sed de hoc satis. Mi fermo con queste due quartine del genere “cacata carta”:

PASQUILLUS A’ PEDANTI

Su, su, su, su, su, largo a li pedanti,
venite con soneti ch’i’ ho cacato,
acciò che resti ben lo cul stuato,
che ‘l cancaro vi venga a tutti quanti.

(Pasquinate, cit., I, 135 [da Versi posti a Pasquino 1517], pp. 107-108)

PASQUINO ALLI PALAFRENIERI

Fate far largo con ronche e bastoni,
palafrenieri, a quelli mei pedanti,
acciò, mentre io caco, tutti quanti
al cul possan segnar le commissioni.

(Pasquinate, cit., I, 160 [da Carmina apposita Pasquillo MDXXI, Rome in edib. Iacobi Mazochij MDXXI], p. 131)

Tomba e latrina

Pasquino, xilografia di autore ignoto del sec. XVI, forse F. Muñoz

Epitafio de Mastro Pasquino alla morte del signor Pier Luigi, duca di Piacenza

Il duca Pier Luigi è in questo fosso;
alcun pregar per lui tempo non perda,
ma, perch’in vita li piacque la merda,
chi piacer li vuol fare, il cachi addosso.

(Pasquinate cit., II, 635 [dal ms. Ottoboniano lat. 2817], p. 744)

La vittima è Pier Luigi Farnese (1503-1547), figlio di Paolo III, duca di Parma e Piacenza.
“Li piacque la merda” allude alla sua omosessualità (vedi anche le pasquinate 456, 567, 609).
Una documentatissima biografia del Farnese in Storia gay di Giovanni Dall’Orto, di cui vedi anche le interessanti note sui doppi sensi sessuali furbeschi in Cantami o Diva… L’omosessualità nella poesia burchiellesca, bernesca e fidenziana del Rinascimento italiano.

Bellus stronzus

Teofilo Folengo (1491-1544)

Lo so, sono monotono; però adesso questo ho per le mani, e questo béccati.

Si tratta del sottogenere di volusiana che applica un traslato scatologico all’interlocutore, cogliendo affinità generiche (”sei uno stronzo”) o specifiche (”sei un cesso”, “sei una fogna”).

Sorvolando sui prototipi (Catullo e Marziale, per es. I 83), eccone due esempi del sotto-sottogenere olfattivo:

Dovunque vai conteco porti il cesso,
oi buggeressa vecchia puzzolente,
che quale-unque persona ti sta presso
si tura il naso e fugge inmantenente.
Li dent’i·le gengìe tue ménar gresso,
ché li taseva l’alito putente;
le selle paion legna d’alcipresso
inver’ lo tuo fragor, tant’è repente.
Ch’e’ par che s’apran mille monimenta
quand’apri il ceffo: perché non ti spolpe
o ti rinchiude, sì ch’om non ti senta?
Però che tutto ‘l mondo ti paventa:
in corpo credo figlinti le volpe,
ta·lezzo n’esce fuor, sozza giomenta.

(Rustico Filippi, XXI, in Sonetti, Einaudi, Torino, 1971, anche in Biblioteca Italiana)

In Baldraccum

Te nascente dei nasum, Baldracche, tufarunt,
Iuppiter in colera sic ait: “Oybo, quid est?
Quae latrina sapit? Quae fex ammorbat Olympum?
Qua penetrat nostros parte carogna polos?”.
Respondere dei: “Ventrem Natura soravit
et qua forbiret pezza niuna fuit;
pezza niuna fuit qua nasum retro netaret:
quam bellus nostro tempore stronzus olet!”

(Teofilo Folengo, epigramma C XXV, in Macaronee minori, cit., p. 527)

Oybo, cagas

Teofilo Folengo (1491-1544)

Avendo tra le mani le Macaronee minori. Zanitonella. Moscheide. Epigrammi curate da Massimo Zaggia (Einaudi, Torino 1987) mi prende la foga di iniziare a citare Folengo, “l’autore lessicalmente più ricco della nostra letteratura”.

Trascelgo un passo dall’Egloga Macaronica (redazione Paganini 1517, reperibile anche in rete), quella che inizia con questa mirabile parodia virgiliana:

TOGNAZZUS:
Tu solus, Bigoline, iacens stravacatus in umbra,
castroni similis teneras cum masticat herbas,
quas fantasias animo subvolvis adessum?
Nonne soles faciem mihi promere semper alegram?

BIGOLINUS:
Deh, Tognacce, precor, noli mihi rumpere testam:
si meus esse cupis charus compagnus ut ante,
discede atque tuum cura sequitare caminum.

L’alterco tra pastori degenera in baruffa (e il passo che scelgo è ovviamente scatologico, anzi - per la precisione - coprofagico):

BIGOLINUS:
Expecta donec pedibus tibi panza foletur.

TOGNAZZUS:
‘Giap giap’, heu, quales facis amolare corezzas!
Parco tibi, Bigoline, mihi quoque parcere debes.
Heu, mea panza dolet: ’slof slof’, ego creppo daverum.

BIGOLINUS:
Aium mangiasti, tuus en ventronus amorbat,
hunc padire tibi faciam… sed, brutte ribalde,
oybo, cagas: merdam faciam magiare; saporem
summe, ribalde, tuum, mangia: non est bona? Mangia!

TOGNAZZUS:
Oybo, nimis puzzat, glo glo, meschinus anego;
non, Bigoline, bona est, prius est biasanda, repossum
da, Bigoline, precor. Mi, mi Scaramella, socorsum
fer, quaeso: cernis quantum male tractor ab ipso.

(vv. 97 ss., poi ricalcati nella Zanitonella, redazione Toscolanense 1521, vv. 1169 ss.)

Cibo per cani

Latrinae (Efeso)

Vabbé che nulla dies sine linea, ma oggi accontentiamoci di due epigrammi.

A) Scatologia semplice: “Il vaso di Basso”

Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro,
Basse, bibis vitro: carius ergo cacas.

(Mart. I 37)

B) Coprofagia giambica: “Cibo per cani”

Os et labra tibi lingit, Manneia, catellus:
non miror, merdas si libet esse cani.

(Mart. I 83)

Sei di centouno

Catullo su un francobollo del 1949

Il Progetto Centouno prosegue?

Per tanti mari, e popol disuguale,
Frate, son giunto al mesto funerale;
Di morte a darti alfin l’onor dovuto,
E’ indarno favellar col cener muto.
Giacché a me t’involò l’empio destino,
tolto ahi senza pietà, fratel meschino!
Frattanto ‘l don, che al grato uffizio, e mesto
Giusta l’uso degli avi or io ti presto,
Prendil molle del pianto mio fraterno:
E addio, fratello, addio, ave in eterno.

(C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 114)

Non è malvagio questo lavoro del maltese Luigi Maria Rigord (1739-1823), che pur rifà un Catullo

purgato sì, che salva resti l’onestà de’ lettori, il fior massimamente della tenera gioventù, la quale più che l’eloquenza del parlare, e gli ornamenti della lingua, è facile ad apprendere i lusinghieri dettami di licenziosa insinuante poesia. (p. vii)

Infatti l’abate ha sottomano l’aldina del 1566, ma preferisce le edizioni mendate:

Annales Volusi lutata charta

Proterve Thalle, mollior cuniculi capillo

Bononiensis Rufa Rufulum fallit

e anziché lo scandaloso Pedicabo ego vos et irrumabo

Nil audibo ego vos, nil morabor.

Per una storia del “fugace regno degli odori”

Maschere antigas

Vedi:

Considera:

  • gli appunti olfattivi di Fosco Maraini in Case, amori, universi (I like merda è solo il primo esempio);
  • l’esperimento dell’Odorama di John Waters in Polyester.

Fammi aria

Poggio Bracciolini (1380-1459)

Le Facetiae di Poggio, come impone il genere, abbondano di umorismo escretorio.

Per esempio:

Cardinalis de Comitibus, vir crassus et corpulentus, cum aliquando venatum isset, esuriens circa meridiem ad prandium descendit, sudans ad mensam (aestas enim erat) ac poscens ut ventus flabello sibi fieret, cum ministri abessent diversis rebus occupati, iussit quemdam Eberhardum Lupi, Scriptorem Apostolicum, sibi ventum facere. At ille “Nescio id vestro more” cum respondisset, “Ut scis”, ait Cardinalis “et tuo modo facito.” Tum ille: “Libens me hercule” et, suspenso dextro crure, pergrandem ventris crepitum edidit, eo pacto se ventulum facere solitum dicens. Quo excitati omnes (multi enim iam aderant) ad risum sunt maximum compulsi.

(Poggio Bracciolini, Facetiae, CXXXV. Facetum Eberhardi, Scriptoris Apostolici qui ad Cardinalis conspectum ventris crepitum dedit)

I miei gusti si fanno sempre più discutibili? Non sono il solo a coltivarli.

E stiamo parlando di cose serissime: vedi ad esempio Anatoly Liberman, “Gone with the wind: more thoughts on Medieval farting”, Scandinavian Studies 68 (1996), pp. 98-104.

Ode al vaso da notte

Vaso da notte in porcellana

A un vaso nuovo di porcellana Ginori
Ode

Andovi poi lo Vas d’elezione (Dante, Inferno, II)

Te non Pandora da l’abisso a gli uomini
recò, nefasto dono
onde il perenne ancor pianto de’ miseri
sale di Giove a ‘l trono,

ma l’arte ti plasmò tra i colli floridi
che a Doccia son ghirlanda,
e l’Arno industre che ti vide nascere
vergine a noi ti manda;

Continua… ‘Ode al vaso da notte’ »