Post contenenti il tag ‘Virgilio’

Pauline à la gare

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare, 1877, 82 × 101 cm, Fogg Art Museum, Cambridge

Conosciamo tutti questi giochetti d’ambiguità linguistica:

I VITELLI DEI ROMANI SONO BELLI

CANE NERO MAGNA BELLA PERSICA

[Perché resti l'ambiguità, entrambe le frasi vanno scritte in maiuscolo e senza punteggiatura.]

Continua… ‘Pauline à la gare’ »

Bibamus igitur

Ritratto di Paulus Melissus Schede (1539-1602)

Torno brevemente sull’infelice Beviam mia Lesbia dell’abate Rigord. Il facile rivolgimento di vivamus in bibamus voleva rendere l’invito più simposiale che erotico, più oraziano che catulliano, forse più biblico che pagano (Rigord aveva certo in mente Is. 22, 13 comedamus et bibamus, cras enim moriemur).

La variante ha avuto una certa fortuna. Ne trovo un primo esempio tra le parodie oraziane, catulliane, properziane, virgiliane di Paulus Melissus Schede (1539-1602):

Musoenophilus

Bibamus, mea Phyllis, et canamus
Catonumque minas molestiorum
Omnes nullius heu pili putemus.
Mures se occulere et sitire discant;
Musicis, simul aestuat Canis vis,
Vox est perpetuo mero irriganda.
Da mi cymbia quinque, deinde septem;
Dein quinque altera, dein secunda septem;
Dein usque altera quinque, deinde septem;
Post, cum cymbia multa fuderimus,
Degulabimus illa, ne patescant,
Aut ne quis queat annotare censor,
Cum tantum audiat esse cymbiorum.

(Paulus Melissus Schede, Meletematum piorum libri 8. Paraeneticorum 2. Parodiarum 2. Psalmi aliquot, Frankfurt/M., Commelin, 1595, p. 384 ora in Camena. Lateinische Texte der Frühen Neuzeit)

Continua… ‘Bibamus igitur’ »

Verg. Aen. I 1-11

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam, fato profugus, Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum saevae memorem Iunonis ob iram;
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem,
inferretque deos Latio, genus unde Latinum,
Albanique patres, atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

L’armi canto e ‘l valor del grand’eroe
che pria da Troia, per destino, ai liti
d’Italia e di Lavinio errando venne;
e quanto errò, quanto sofferse, in quanti
e di terra e di mar perigli incorse,
come il traea l’insuperabil forza
del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
e con che dura e sanguinosa guerra
fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
ripose in Lazio, onde cotanto crebbe
il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
e le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
fece la Dea, ch’è pur donna e regina
degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
per tanti casi a tanti affanni? Ahi tanto
possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

(Annibal Caro [1507-1566]; la traduzione fu pubblicata postuma da Bernardo Giunti, a Venezia, nel 1581)

Canto le armi, canto l’uomo che primo da Troia
venne in Italia, profugo per volere del Fato
sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato
e per terra e per mare dalla potenza divina,
a causa dell’ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu le ragioni di tanto
doloroso penare: ricordami l’offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Di tanta ira sono capaci i Celesti?

(Cesare Vivaldi [1925-2000], da Publio Virgilio Marone, Eneide, versione poetica di Cesare Vivaldi, Bologna, 1962 [?])

Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia
venne in Italia fuggiasco per fato e alle spiagge
lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda
di forze divine, per l’ira ostinata della crudele Giunone,
molto sofferse anche in guerra, finch’ebbe fondato
la sua città, portato nel Lazio i suoi dèi, donde il sangue
Latino e i padri Albani e le mura dell’alta Roma.
Musa, tu dimmi le cause, per quale offesa divina,
per qual dolore la regina dei numi a soffrir tante pene,
a incontrar tante angosce condannò l’uomo pio.
Così grandi nell’animo dei celesti le ire!

(Rosa Calzecchi Onesti, da Virgilio, Eneide, Einaudi, Torino, 1967)

Canto le armi e l’uomo che primo dalle rive di Troia,
proscritto per decreto del fato, guadagnò l’Italia e le spiagge
lavinie; molto si lasciò sbalestrare per terra e per mare dagli dèi
prepotenti, istigati dall’indelebile astio di Giunone furente,
e molto anche in guerra aveva patito, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i suoi dèi, onde la nazione
latina, e i nostri padri Albani, e le mura di Roma la Grande.
Musa, ricordami tu le cause, per quali offese alla sua maestà,
dolendosi di che, la regina degli dèi costrinse un uomo
insigne così di pietà a correre tanti pericoli, a far fronte
a tante pene. Tanto è il rancore che anima i Celesti!

(Vittorio Sermonti [1929-], da Vittorio Sermonti, L’Eneide di Virgilio, Rizzoli, Milano, 2007)

Oybo, cagas

Teofilo Folengo (1491-1544)

Avendo tra le mani le Macaronee minori. Zanitonella. Moscheide. Epigrammi curate da Massimo Zaggia (Einaudi, Torino 1987) mi prende la foga di iniziare a citare Folengo, “l’autore lessicalmente più ricco della nostra letteratura”.

Trascelgo un passo dall’Egloga Macaronica (redazione Paganini 1517, reperibile anche in rete), quella che inizia con questa mirabile parodia virgiliana:

TOGNAZZUS:
Tu solus, Bigoline, iacens stravacatus in umbra,
castroni similis teneras cum masticat herbas,
quas fantasias animo subvolvis adessum?
Nonne soles faciem mihi promere semper alegram?

BIGOLINUS:
Deh, Tognacce, precor, noli mihi rumpere testam:
si meus esse cupis charus compagnus ut ante,
discede atque tuum cura sequitare caminum.

L’alterco tra pastori degenera in baruffa (e il passo che scelgo è ovviamente scatologico, anzi - per la precisione - coprofagico):

BIGOLINUS:
Expecta donec pedibus tibi panza foletur.

TOGNAZZUS:
‘Giap giap’, heu, quales facis amolare corezzas!
Parco tibi, Bigoline, mihi quoque parcere debes.
Heu, mea panza dolet: ’slof slof’, ego creppo daverum.

BIGOLINUS:
Aium mangiasti, tuus en ventronus amorbat,
hunc padire tibi faciam… sed, brutte ribalde,
oybo, cagas: merdam faciam magiare; saporem
summe, ribalde, tuum, mangia: non est bona? Mangia!

TOGNAZZUS:
Oybo, nimis puzzat, glo glo, meschinus anego;
non, Bigoline, bona est, prius est biasanda, repossum
da, Bigoline, precor. Mi, mi Scaramella, socorsum
fer, quaeso: cernis quantum male tractor ab ipso.

(vv. 97 ss., poi ricalcati nella Zanitonella, redazione Toscolanense 1521, vv. 1169 ss.)

Sarcozus iste, quem videtis, hospites

Ensemble tout devient possible

L’ottimo Pastrix (Latine. Journal de bord en latin) parodia i trimetri giambici di Catullo 4 (”phaselus, ille quem videtis, hospites”) sul modello di Catalepton 10 (”Sabinus ille, quem videtis, hospites”).

Potevo non citarlo?

De Sarcozo
Sarcozus iste, quem videtis, hospites,
Ait fuisse praesidum celerrimus,
Neque ullius volantis impetum viri
Nequire praeterire, sive Moscuam
Opus foret volare, sive Cahirum
Et hoc negat minacis Indici Maris
Negare litus, insulamque Melitam
Oeamque nobilem, aridamque Libyam,
Atlanticum fretum, trucemve Fruticem.
At iste, post Sarcozus, antea fuit
Hunniscus ortus ex Aquinco filius,
« Gallorum sanguinis vestigii nihil,
Ait Sarcozus, in venis meis, nihil,
Neque in venis earum quas desidero.
Ibericam dimisi, Italicam ardeo.
Volare me juvat sicut fucus quidam
Circa alvearium, reginam persequens.
Nunquam resido, semper ardor me tenet
Amoris et cupidinis novissimae,
Juvate me, Venus Puerque penniger
Quibus dicare tempus omne malui
Quam Publicae Rei de qua curo NIHIL »

La metrica non è perfetta (”mihi etiam fatendum est in multis versibus syllabas breves aut longas in rectum locum non semper cadere”) ma… “ignoscite fatenti”…

*    *    *

[Sulla fortuna di Catullo in età augustea e postaugustea trovo un Francesco Carpanelli, Allusività tematiche e rivisitazione dei generi in età postaugustea (da Turin D@ms Review).]

Enea e Didone

Enea nell'Ade (da Focus 184, febbraio 2008)

In Italia si è sempre sentita la mancanza di seri periodici di divulgazione scientifica. Manca per intenderci un Popular Mechanics, e il tentativo anni ‘80 di tradurlo con Test fu effimero. La prima stagione di Focus ha fatto ben sperare; ma ormai anche questo mensile segue la deriva populista, scandalistica, misteriologica.

Anche questo numero di febbraio 2008 è pieno di obbrobri, da “smontare” uno ad uno; non mi ci voglio soffermare: a questo punto la difesa migliore è il silenzio.

Ma questo incontro tra Enea e Didone (siamo a p. 21 di un perdibilissimo articolo sul “Vero viaggio di Enea”) merita il confronto con la fonte.

Enea si avvicina a Didone (vv. 451-452), e piange e le rivolge la parola; ma Didone “errabat” (v. 451) e non si ferma né lo guarda in faccia:

Siste gradum teque aspectu ne subtrahe nostro.
Quem fugis?

(Verg. Aen. VI, 465-466)

Così, senza neanche scambiare uno sguardo, corre all’amato Sicheo, finalmente compagno nella morte:

Illa solo fixos oculos aversa tenebat:
nec magis incepto voltum sermone movetur,
quam si dura silex aut stet marpesia cautes.
Tandem corripuit sese atque inimica refugit
in nemus umbriferum: coniunx ibi pristinus illi
respondet curis aequatque Sychaeus amorem.

(Verg. Aen. VI, 469-474)

Forse l’estensore della didascalia sapeva quel che faceva; ma nessuno ha spiegato all’illustratore come stavano le cose, e così assistiamo a un inedito vis-à-vis tra Enea e Didone, mentre Anchise, nonostante le centinaia di versi a lui dedicati nel libro VI come profeta delle grandezze romane, diventa un comprimario.

E dire che

Ter conatus ibi collo dare bracchia circum,
ter frustra comprensa manus effugit imago

(Verg. Aen. VI, 700-701)

si prestava bene a una drammatizzazione per immagini.

Ma si sa, oggi i redattori sono come gli sceneggiatori: se la storia è troppo noiosa, aggiungono un po’ di figa.