Uomini delle caverne

Cagliari, abitazioni nei dintorni (Necropoli di Sant’Avendrace), foto di Édouard Delessert (1854) (da Sardegna Digital Library).
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Cagliari, abitazioni nei dintorni (Necropoli di Sant’Avendrace), foto di Édouard Delessert (1854) (da Sardegna Digital Library).

Dibattuto tra la definizione del “percorso epigrafico-funerario” e le capatine tra le tombe romane di Tuvixeddu, incappo nella nutrita serie di interventi di SeuDeu. Salviamo il salvabile, con replica anche nel blog dedicato, Tuvixeddu & dintorni.
Faccio un po’ fatica a leggere bianco su nero, ma in realtà il polemico Anonimo (facilmente identificabile in G.G.) la mette giù nero su bianco. La sua posizione “pro Cualbu” può dare fastidio, può essere strumentalizzabile, ma di sicuro non è preconcetta (la dice tutta il motto “Diffido di chi ha sempre una verità in tasca”). Non ha torto, per esempio, ad affermare che
la realtà di Tuvixeddu è un’altra: è stato un ring dove si è svolto uno scontro tra poteri e dove la sacralità del luogo e le sue sopravvissute vestigia non interessavano a nessuno. Erano soltanto un paravento.
E in ogni caso SeuDeu fa un ottimo lavoro di informazione e controinformazione.
Gli rubo la foto qui sopra (dall’articolo Tuvixeddu: da dove escono i documenti). E se qualcosa posso lamentare, è proprio la mancata pubblicazione di quel ricco apparato di documenti e immagini che l’Anonimo ha sicuramente tra le mani.
Cito - con tagli brutali - Giorgio Todde:
L’8 ottobre del 1942 un aereo americano vola su Cagliari. Volano di continuo. Fanno mappe fotografiche della città, tutta divisa in settori. Il Poetto e le sue linee di battigia, il rione di Castello, la Marina, il porto e le ferrovie. La mappa serve da preparazione ai bombardamenti sanguinosi del ‘43.
Continua… ‘Una cartolina da Tuvixeddu’ »

Qualche tempo fa Repubblica ha dedicato allo scempio di Tuvixeddu un corposo “speciale”, con lancio in prima pagina. C’è persino uno stiracchiato corsivo di Marcello Fois:
La constatazione più grave e triste per qualunque sardo di buona volontà è che, dietro la questione Tuvixeddu, c’è il peccato capitale isolano: quello di non rendersi conto del patrimonio che si ha sotto gli occhi. Le comunità colonizzate da un capitalismo malinteso e da un malinteso affarismo, che ha radici nella bassissima considerazione di se stessi, spesso preferiscono il guadagno a breve termine al patrimonio a lungo termine. La necropoli punica di Tuvixeddu non è un patrimonio di Cagliari, è un patrimonio dell’umanità che la Storia ha affidato a Cagliari. Certo i padri punici hanno avuto il cattivo gusto di occupare aree appetitosamente edificabili, e questo secondo alcuni grossolani palati rende quel patrimonio di tutti poco più di una discarica. La corrente degli interessi può cercare di ridurre la bellezza e la ricchezza in bruttezza e povertà, ma non può certo negare quanto è assolutamente evidente: per molto tempo si è detto di tutelare un’area che non era affatto tutelata. Che ciò sia accaduto per malafede o, peggio, per incompetenza, poco importa al momento. Quel che conta è non arrendersi. Quel che conta è mettere in campo quell’orgoglio positivo che, troppo spesso folkloricamente, diciamo di voler affermare come sardi, come cittadini del mondo. È una storia di ordinaria superficialità, ma anche la metafora di un deficit di interesse che dipende da un deficit di autocoscienza, esattamente come capita per i discorsi sull’identità e sulla lingua. Tutti sono virtualmente orgogliosi, ma praticamente servi di logiche sostanzialmente economiche. Il paesaggio, il patrimonio archeologico, la natura, sono il nostro codice genetico, ma anche, paradossalmente, la più importante fonte di ricchezza che abbiamo a disposizione, quello che può apparire conveniente oggi diventerà la nostra rovina domani. In un mio romanzo questa sarebbe una storia di affarismo in cui pochi loschi individui tramano nell’ombra perché non venga alla luce un tesoro di tutti, facendo così in modo da preservare un tesoro per pochi. Ci sarebbero amministratori corrotti e avidi, accondiscendenti[,] sovrintendenti. Ci sarebbe un ambiente distratto e poco sensibile, ma, per quanto sia uno scrittore di gialli e gli scrittori di gialli, si sa, fanno galoppare la fantasia, non so se, nel mio ipotetico romanzo, ci sarebbe un eroe senza macchia e senza paura pronto a rischiare tutto per tutto perché trionfi la bellezza.
(Marcello Fois, “Sfoderiamo il nostro orgoglio per difendere quel tesoro”, Repubblica, 23 maggio 2008, p. 48. Fois mi piace molto da narratore, meno da giornalista: non si offenderà per lo “stiracchiato”)
Continua… ‘Qui legis hunc titulum mortalem te esse memento’ »

Ho deciso: l’anno prossimo proporrò ai miei capricciosi alunni un “percorso” epigrafico-funerario, alla ricerca dei rapporti con l’epigramma letterario (e ci passeranno Catullo e Marziale, ma anche gli epitafi - veri o falsi - di Ennio Nevio Pacuvio Plauto Virgilio).
E li porterò per cimiteri antichi e moderni, a meditare su monumenta e memoria, anche laddove - a Tuvixeddu - i palazzoni si mischiano alla necropoli abbandonata. Ma, sia in classe sia in viale Sant’Avendrace, ci soffermeremo sugli epigrammi della “Grotta della Vipera” (CIL X, 7563-7578).
Inizio a spulciare la bibliografia per orientarmi un po’, e sulla nostra “Grotta” incontro subito un’autorevolissima perla:
dedicata da Atilia Pomptilla al marito Cassio Filippo, morto prematuramente. All’interno, sulle pareti della tomba scavata nel calcare, è iscritto l’epitaffio funebre della romana allo sposo tanto amato.
(Anna Maria Colavitti - Carlo Tronchetti, Guida archeologica di Cagliari, Carlo Delfino, Sassari, 2003, p. 45)

Non abbiamo neanche una foto di Amélie. L’hanno investita davanti a noi. Ripensando a quel medico che tutto ha tentato sul tavolo operatorio (”Dai miciolina, respira…”) mi rendo conto che si sceglie di studiare medicina per tanti motivi, ma raramente per amore dell’uomo; mentre non si dà veterinario senza grande amore per gli animali.
Abbiamo passato i giorni successivi ad arrampicarci per le tombe di Tuvixeddu sulle tracce della “nostra” randagia, cercando disperatamente di salvare almeno i cuccioli che sapevamo dalle sue mammelle gonfie.
La foto è solo prima di un reportage sul disastro della necropoli. Non ci rendevamo conto di avere sotto il naso questo intrico di catacombe ormai destinate ai cacatombe.
Alla fine abbiamo trovato Lola. Anche i suoi fratellini sono sopravvissuti.