Post contenenti il tag ‘traduzione contrastiva’

Ancora?

Libri

Sarò noioso: insisto sulla “traduzione contrastiva”.

Ho aggiunto al catalogo Multas per gentes, cannibalizzando il certosino lavoro di Chaim (ora le versioni sono nove).

Le versioni del Carpe diem sono ora ben trentadue (ho già segnalato le fonti; e se le citazioni bibliografiche sono ancora poco uniformi, pazienza).

C’è da divertirsi.

Frattanto solletico l’appetito di Chaim:

  • Parmindo Ibichense, nome arcadico di Francesco Maria Biacca Parmigiano, Milano 1740
  • L. Subleyras, Verona 1770
  • abate Raffaele Pastore, Venezia 1797
  • A.  Peruzzi, Venezia 1846
  • D. Bocci, Torino 1874
  • L. Toldo, Imola 1883
  • C. De Titta, Lanciano 1890

Che è?

Un elenco di traduttori catulliani :D :D :D

Catull. 101

Multas per gentes et multa per aequora uectus
aduenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, aue atque uale.

Per tanti mari, e popol disuguale,
Frate, son giunto al mesto funerale;
Di morte a darti alfin l’onor dovuto,
E’ indarno favellar col cener muto.
Giacché a me t’involò l’empio destino,
tolto ahi senza pietà, fratel meschino!
Frattanto ‘l don, che al grato uffizio, e mesto
Giusta l’uso degli avi or io ti presto,
Prendil molle del pianto mio fraterno:
E addio, fratello, addio, ave in eterno.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 114)

Per molte genti e molti mari ai mesti
Tuoi funeri, o fratel, sono venuto,
A ciò che a te gli ufficj ultimi io presti,
E parli, ah invan, col tuo cenere muto:
Col cener tuo, poi che tu stesso a questi
Occhi fosti rapito, e t’ho perduto,
O misero fratel, che qui cadesti
Nel fior dei tuoi giocondi anni mietuto.
Pur questi doni, che con rito antico
Consecrato dagli avi, o fratel mio,
Spargo sul tuo sepolcro, accogli amico:
Stillan del pianto irrefrenato, ond’io,
Perpetua pace a te pregando dico:
Dolce fratello, eternamente addio.

(Mario Rapisardi, da Le poesie di Catullo tradotte da Mario Rapisardi, Napoli, L. Pierro, 1889, p. 136)

Giunsi per popoli molti e per molta distesa di mari:
vedo, fratello, che resta, ecco, una tomba di te!
Renderti sol poss’io quest’ultimo dono di morte,
sol parlare a’ la tua tacita cenere… a che?
Cenere! te, te stesso la mia sventura mi tolse,
misero fratel mio preso né resomi più!
Ora però tu, questi che, quale fu l’uso de’ li avi,
sono dei tumuli i doni ultimi e flebili, tu
prendili, ché grondanti di lagrime tante, fratello,
son di fratello, e per sempre ave, e la pace con te!

(Giovanni Pascoli, Alla tomba del fratello, in Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria, Bologna, N. Zanichelli, 1913, p. 121)

Via per genti innumere, via lunge su’ mari portato,
a quest’esequie tristi, o mio fratello, io vengo;
io vengo ad offrirti l’estremo dono di morte
e volgerò i miei detti a un cener muto indarno,
poi che a ‘l mio amore te, te strappò la fortuna,
te con forza crudele, o misero fratello!
Pur or que’ doni che a le tristi esequie ho recati,
per prisca usanza, pur or frattanto prendi;
prendi que’ doni di pianto fraterno stillanti,
ed in eterno addio, o mio fratello, addio!…

(Gabriele d’Annunzio, Ai Mani de ‘l fratello, in Di gramatica in retorica. Primo vere, Milano, Istituto nazionale per la edizione di tutte le opere di Gabriele d’Annunzio, 1930, p. 153)

Dopo aver traversato molte terre e tanti mari,
porto queste povere offerte agli dei sotterranei,
e questo estremo dono di morte per te, o fratello,
e a dire vane parole alla tua cenere muta,
perché te, proprio te, la sorte m’ha portato via,
o fratello infelice, tolto a me ingiustamente.
Ma intanto, come sono, accetta queste offerte
bagnate di molto pianto fraterno:
le porto seguendo l’antica usanza degli avi
come dolente dono agli dei sotterranei.
E ti saluto per sempre, o fratello, addio!

(Salvatore Quasimodo, da Catulli veronensis carmina tradotti da Salvatore Quasimodo, Milano, Edizioni di Uomo, 1945, p. 137)

Dopo aver traversato tante terre e tanti mari,
eccomi, con queste povere offerte agli dèi sotterranei,
estremo dono di morte per te, fratello,
e a dire vane parole alla tua cenere muta,
perché te, proprio te, la sorte m’ha portato via,
o infelice fratello, strappato a me cosí crudelmente.
Ma ora, cosí come sono, accetta queste offerte
bagnate di molto pianto fraterno:
le porto seguendo l’antica usanza degli avi,
come dolente dono agli dèi sotterranei.
E ti saluto per sempre, fratello, addio!

(Salvatore Quasimodo, da Valerio Catullo, Canti, traduzione di Salvatore Quasimodo, Milano, A. Mondadori, 1955, p. 167)

Per genti molte, per molti mari passando,
Arrivo a queste misere esequie tue,
Ch’io ti renda, o fratello, gli estremi doni di morte,
E al cener muto volga parole vane;
Poi che m’ha te divelto, m’ha te divelto la sorte
Spietatamente, misero fratel mio!
Per questi tristi officî che ora a le inferie ti rendo,
Secondo il rito de’ nostri padri antichi,
Vedi che son bagnati di molto pianto fraterno,
E sì l’accogli. Ed ave, vale, fratello mio!

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939, p. 159)

Ho attraversato popoli e mari
Fratello mio eccomi ora da te
Eseguo questi nudi riti funebri
Perché tu abbia l’offerta dei morti
E alle tue ceneri silenziose
Mormoro qualche inutile parola

Proprio te mi ha rapito
La sorte che brutalmente
Mio povero fratello ti ha ucciso
Gli onori ai morti secondo l’uso dei padri
Tristemente ti porto Prendili
Così irrorati di pianto di fratello
Ti dico addio fratello addio in eterno

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 297)

Varcando tanti mari, passando per tanti popoli
giungo fratello alla tua tomba amara,
a portarti l’ultimo dono, un’offerta di morte,
a parlare alla tua cenere che non risponde,
perché il destino mi ti ha preso, ha preso proprio te,
mio povero fratello, tu che non meritavi.
E anch’io così, come sempre usarono i padri,
reco le stesse offerte alle tue esequie,
tu accèttale, così grondanti di pianto fraterno;
e addio, fratello amato, addio per sempre.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 401)

Traverso tanti mari e tante contrade
vengo alle tue povere, fratello, esequie,
ti porto l’estremo omaggio dei morti,
inutilmente parlo al tuo silenzio,
te che il destino inesorabilmente ha carpito,
povero fratello, iniquamente a me strappato!
Ma queste esequie che i padri ci tramandano
triste omaggio ai poveri morti,
accettale, sono bagnate di pianto,
e per sempre, fratello, addio, addio.

(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 155)

*    *    *

Questa scheda trae origine e ispirazione dal certosino lavoro di Chaim (vedi i seguenti post: 1 2 3).

Ancora sulla traduzione contrastiva

Quinto Orazio Flacco, stampa da André Thevet (1584)

Rifonderò quanto segue nelle pagine dedicate alla “traduzione contrastiva”… ma intanto fa piacere trovare conferma a quanto stavo meditando.

Trovo infatti in Antonia Piva, Didattica dei generi letterari: la poesia, Modulo 8 del master in Didattica della lingua latina, ScuolaIaD - Università di Roma Tor Vergata, s.d., pp. 33 ss., un capitoletto intitolato “Un’utile strategia: la traduzione contrastiva”, da cui stralcio:

Per sviluppare le competenze di traduzione intesa come comprensione, selezione, gusto, una grande efficacia didattica viene dalla cosiddetta traduzione contrastiva.
Questo metodo, particolarmente utile nel triennio, è assai remunerativo nella fruizione del testo poetico, proprio mediante l’attività di traduzione.
Con la traduzione contrastiva, si abbassa il timore da prestazione e si elevano le capacità esegetiche degli studenti, in una sorta di emulazione coi “traduttori professionisti”. Solo apparentemente più facile delle consuete prove di traduzione – l’allievo pensa sia impossibile sbagliare –, essa serve a fondere educazione linguistica ed educazione letteraria, elevando progressivamente le competenze degli allievi. Infatti, lungi dall’abbassare le capacità di traduzione “tradizionale” le aumenta, poiché lo studente interiorizza le problematiche della traduzione. È dunque una strategia eminentemente metacognitiva; può essere utilizzata anche per rilanciare la motivazione.
Va impostata con laboratori in classe, anche di gruppo; solo in un secondo momento, chiarita la scaletta operativa e le finalità, si daranno lavori domestici e, da ultimo, verifiche in classe.

  1. Si propone un testo di rilevante valore artistico, accompagnato da almeno quattro traduzioni d’autore, anche di epoche diverse, anche con proposte straniere.
  2. Si legge il testo latino e le traduzioni offerte, con una prima lettura complessiva
  3. Si segmenta il testo latino, raffrontando le diverse proposte di traduzione, per selezionare e scartare di volta in volta le loro proposte
  4. Si arriva a una prima traduzione mediata, sulla scorta, cioè, dei punti in cui le diverse traduzioni si mostrano più adeguate
  5. Da questa falsariga, si arriva a una traduzione autonoma
  6. È possibile accompagnare la traduzione con un commento che chiarisca e giustifichi le proprie soluzioni e dia una valutazione sul grado di adeguatezza e personalizzazione delle “traduzioni ufficiali”.
  7. È possibile offrire allo studente delle domande-guida per sviluppare la scheda di cui al punto 6.

Continua… ‘Ancora sulla traduzione contrastiva’ »

Tùne, quèsie, rìs

Sì, hai ragione... questo Orazio non c'entra nulla

Intraprendo dunque una raccolta di traduzioni d’autore da sottoporre ad “analisi contrastiva”, iniziando dai classici Passer, deliciae meae puellae e Tu ne quaesieris…

Propongo qui qualche riflessione sulla resa ritmica del Carpe diem.

Oggi ci si accontenta spesso di traduzioni prosastiche, utili solo come trampolino al testo originale; al più si coglie qualche tentativo di verso libero (Ramous).

Enzio Cetrangolo aveva provato con l’endecasillabo; ma dubito che il verso-base della metrica italiana possa rendere il sapore un po’ esotico dell’asclepiadeo maggiore.

Continua… ‘Tùne, quèsie, rìs’ »

Catull. 2

Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare adpetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
carum nescioquid lubet iocari
et solaciolum sui doloris,
credo ut tum gravis acquiescat ardor:
tecum ludere sicut ipsa possem
et tristis animi levare curas!

Passer carissimo
A Lesbinetta,
Con cui spessissimo
Scherza soletta,
Cui dà ricetto
Nel sen gradito,
E cui avidetto
Dà il piccol dito,
Cui destar suole
Mordace fuoco;
Quando al mio sole
Piace un tal gioco.
(Com’altri crede
Sollievo al core,
Se fiamma cede
Del suo dolore.)
Qual Ella, i’ teco
Scherzar potessi,
Né sentir l’eco
De’ spirti oppressi;
Ciò mi darebbe
Tal gioja, e tanta,
Quanta già n’ebbe
Per fama Atlanta,
Che l’aureo colse
Bel pomo in fretta,
Che il nodo sciolse
di sua Zonetta.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 2; l’ultima strofa traduce il framm. 2b)

Delizia, o passero, de l’amor mio
Che teco è solita giocare e in seno
Tenerti e al cupido becco la punta
Del dito porgere per aizzarti;
Quando a lei, fulgido mio desiderio,
Piace di prendersi sollazzo alcuno
Che refrigerio le sia del male
(Credo, un po’ quetisi l’ardor suo greve);
Oh anch’io, spassandomi teco, vorrei
Lenir de l’animo le tristi cure!

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939, p. 3.
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “Delizia o passero / de l’amor mio”, ecc.).  Così Mazzoni (op. cit., p. 178) giustifica la scelta ritmica: “Il metro dell’originale è il falecio [...]. Reso seguendo la successione delle arsi e delle tesi (sillabe accentate o non accentate ritmicamente in italiano) [...] sarebbe [...] un nostro endecasillabo che abbia gli accenti sulla terza, sesta, ottava e decima sillaba. Il traduttore, temendo che chi legge potesse esser tratto dall’abitudine dell’orecchio a dar soverchia importanza all’accento sulla sesta, ed a togliere così al verso quel carattere di graziosa agilità che ha nell’originale, ha preferito l’endecasillabo formato di due quinarii, sdrucciolo il primo e piano il secondo; il quale appunto da Catullo ebbe il nome fra noi perché suona come i più de’ falecii letti da chi trascuri gli accenti ritmici e si attenga a quelli grammaticali.”

Passero, gioia de la mia fanciulla,
che suol con te giocare, in sen tenerti
e con la punta del dito aizzare
la tua voglia, i tuoi morsi aspri incitare
quando a lei, luce dell’anima mia,
piace fra dolci trastulli trovare
qualche conforto, credo, a la sua pena,
perché s’acqueti, allor, l’ansia sua greve,
oh, potessi, con te giocando, anch’io
del cuor mio triste allevïar gli affanni!

(Luigi Frasca [1911-], da Catullo, Carmi scelti e tradotti col testo a fronte da Luigi Frasca, La Chimera, Vittoria, 1951)

Passero, svago della mia ragazza -
gioca con te, ti tiene sempre in grembo
e quando hai fame ti dà l’unghia e tu
mordicchi provocato - quando lei,
questa mia nostalgia della luce,
cerca il gioco - perché? - un ristoro
da una sua pena (è la mia fede) pace
da un fuoco greve - potessi
giocare insieme a te così, placare
questa torbida angoscia del mio cuore.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 75)

Vorrei potere anch’io
Passero amore dell’amor mio
Divertirmi con te come fa lei
E sviare le tristezze del mio cuore!
Il desiderio mio la luce mia
Con te gioca, ti tiene in seno
Ti vuole sulla punta del ditino
Ti eccita a dargli forti beccate
E nell’incanto di questo suo gioco
Calma il dolore, trova frescura
In mezzo al fuoco che la tortura.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 11)

Passero, delizia della mia piccola,
con te giocando, tenendoti in seno,
lei ti porge la punta del dito e tu t’avventi
mentre t’istiga il beccuccio a mordicchiarla,
quando lei, splendido mio desiderio,
tenera inventa qualche allegrezza
che la distolga dal suo star male
- ma credo sia solo voglia.
Con te come lei potessi sciogliere
giocando il groppo amaro che ho nel cuore!

(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 24)

Hor. Carm. I 11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

A Leuconoe
Che non cerchi di sapere le cose future

Non cercar di sapere
Qual fine a me, qual fine a te prescritto
Han di vita gli Dei, Leuconoe mia;
Vietato è; né di Sfere
Astri spiar co’ numeri d’Eggitto,
Per soffrir me’ ciò ch’avvenir poria;
O se ’l Tonante dia
A te più verni, o l’ultimo sia questo,
Ch’or turba il mar Tirreno, e ’l rende infesto.

Se tu saper ben vuoi,
Lieo corona, ed a lo spazio breve
La lunga speme d’agguagliar procura:
Mentre parliamo noi
Sen’ va l’invido Tempo al Sol qual neve,
Ch’a poco a poco struggesi, e non dura;
Menar del giorno cura
In gaudio l’ore, e da’ (tranne ’l presente)
Quanto men puoi tu fede al dì vegnente.

(Francesco Antonio Cappone, Accademico Ozioso, Venezia, 1675)
2 strofe di 9 versi (settenari e endecasillabi piani, rimati)

A Leuconoe
Non doversi indagar l’avvenire

Leuconoe, ah! non cercar con ansia cura
(Ciò che saper ad uom mortal non lice)
Se ti prepari il Ciel sorte felice,
O ti serbino i Fati a ria sventura.

Né, sian per ciò tutti i tuoi studj intesi
Ad esplorar la matematic’arte:
Né t’affannar su faticose carte
I numeri a trovar babilonesi.

Che se forse in ciò far tu ti prometti
Meglio soffrir ciò che avverrà; t’inganni.
Più acerbi son, se li prevedi, i danni:
E meno offende il mal, se men l’aspetti.

Se sia de gli anni tuoi l’ultimo verno
Questo che or sul Tirren spuma e tempesta,
O se molti a passarne ancor ti resta,
Cura è di chi del Ciel siede al governo.

Tu poi, se punto hai senno, e godi e ridi,
Pur che sia l’alma di Virtù munita:
E poi che il fil sì breve è della vita,
De le lunghe speranze il fil recidi.

Ecco, mentre parliam, molti son corsi
Spazj di nostra età, che ha l’ali al piede.
Spendi bene il dì d’oggi, e non dar fede
Punto al diman, di cui l’arrivo è in forsi.

(Loreto Mattei, Bologna, 1682)
6 quartine di endecasillabi piani, rimati.

A Leuconoe
Omittenda est futurorum cura
Deesi lasciare il pensiero delle cose future

Qual fine a me, qual fine a te prescritto
Abbian Leuconoe, i Dei,
Investigar non dei, perch’è delitto:
E di tentar gli oscuri
Punti d’Astronomia fia, che non curi.

Così ciò ch’esser dee di riso, o duolo,
Meglio soffrir potrai,
O se più verni avrai, o questo solo,
Che debilita il seno
Or negli scogli opposti, al mar Tirreno.

Saggia sii pur: estraggi il vin, troncando,
Lunga speme di vita:
L’invida età è sparita: ecco in parlando,
Godi del dì presente,
E non ti dei fidar del dì vegnente.

(Dottor Francesco Borgianelli da Monte Lupone, fra gli Arcadi Itarco, Venezia, 1762, III edizione)
3 strofe di 5 versi, endecasillabi e settenari piani, rimati

A Leuconoe

Per indagar qual fin ci serbi il fato
Non tentar de’ Caldei l’arte fallace,
Leuconoe, e qual sia dato
Tale pigliamlo in pace.
Di molti verni il ciel t’aggiunga, o questo
L’ultimo sia, che contra i nudi scogli
Stancar la gonfia vedi onda Tirrena;
Entro a confin modesto,
Se saggia sei, le tue speranze affrena,
E di Bacco i be’ doni a curar togli.
Già al par colla parola
Invido il tempo vola;
Godi il giorno presente, e mal sicuro
Non fidarti al venturo.

(Stefano Pallavicini, Venezia, 1782)
Endecasillabi e settenari piani, rimati

A Leuconoe

Tu ricercar non dei
Quel che sarà di noi,
Lo speri in van, nol puoi,
Leuconoe mia, scoprir:

Tu i numeri Caldei
Più non tentar: ma senti
Come i futuri eventi
Meglio potrai soffrir.

Sian più, sia questo l’ultimo
Verno che in mare or freme,
tronca la lunga speme,
Prepara il buon liquor.

Mentre parliamo involasi
L’invida età. Tu prendere
Dei questo dì, né attendere
Credula il nuovo albor.

(Giuseppe Ottavio Nobili Savelli, Foligno, 1801; I ed. 1784)
4 quartine di settenari sdruccioli, piani e tronchi, rimati

A Leuconoe

Non cercar, ché saperlo è negato,
Qual confin ci prescrisser gli Dei,
né le cifre tentar de’ Caldei,
Onde meglio, previsto il tuo fato,
o Leuconoe, poterlo affrontar.

O a te Giove conceda molt’anni,
O nel verno che or fiacca il Tirreno,
Degli scogli spignendolo in seno,
A sgombrar di repente ti danni,
Hai del tempo ognor saggia ad usar.

Feltra il vin, poi di berlo consenti,
Rammentando che andar non può unita
Lunga speme con rapida vita.
Fugge il tempo parlando: a momenti
Cògli il dì, né al diman ti fidar.

(conte Francesco Cazzola, Reggio, 1786)
3 strofe di 5 decasillabi piani e tronchi, rimati

A Leuconoe
Che non si travagli dell’avvenire, ma si goda il presente

Qual fine agli anni miei,
Qual abbia a’ tuoi prescritto
Giove, che i tempi a suo senno comparte,
Leuconoe, che pur sei
Saggia, ti sia delitto
Cercar, tentando i numeri e le carte
Di Babilonic’arte.
L’antiveder t’affretta
Il mal s’e’ viene, il porta, e non l’aspetta;

O se ancor più verni
Ei t’apparecchi, o questo
Non fie che primavera altra seconde,
Il qual di venti eterni
Rompe, al Tirreno infesto,
A le pomici opposte arene et onde;
Farti l’ore gioconde
In te sta, se ben sai,
Lo dolce vin mescendo, obblio de’ guai;

Di questa vita, ahi corta,
A non sperar troppo lontano impara.
Mentre parliamo, avara
Via fugge, e sì n’affida:
Pur l’oggi afferra, e al diman non ti fida.

(A. Cesari, Venezia, 1817, I ed. 1793)
3 strofe di settenari ed endecasillabi piani, rimati

Avverte Leuconoe, donna curiosa, che lasciata la cura vana dell’avvenire si goda i beni presenti.

Ah non cercar Leuconoe,
Poi che saria delitto,
Quale a’ nostr’anni termine
Abbian gli Dei prescritto.

Né tentare coi numeri
Le vie del fato oscure,
Onde men ti funestino
I rischi e le sventure:

O più verni o quest’ultimo,
che i procellosi desta
Nembi del Tosco pelago,
A vivere ti resta,

Sii saggia, e nappi turgidi
Bevendo a lieta cena
Di lungamente vivere
la speme incauta affrena.

Mentre parliam dileguasi
l’invida età fugace:
Afferra il dì, né credere
A l’avvenir fallace.

(L. Brami, Venezia, 1798)
5 quartine di settenari, sdruccioli e piani, rimati

A Leuconoe

Non ricercar, Leuconoe,
(Né già indagarlo dei)
Per me, per te qual termine
Prefisso abbian gli dei:

Né consultar le cabale
Caldee, per far che immoto
Affrontar possa l’animo
Un avvenir già noto.

O Giove molti, o l’ultimo
Verno ha per te disposto,
Ch’ora il mar tosco a frangersi
Spinge nel lido opposto;

Saggia il falerno e il cecubo
Bada a filtrar, e brevi,
E i lunghi voti limita
Co’ dì fugaci e brevi:

Fugge, parlando, l’invida
Età; stringi a due mani
Il giorno d’oggi, e credula
Non t’aspettar domani.

(Tommaso Gargallo [1760-1843], Palermo, 1809)
5 quartine di settenari, sdruccioli e piani, rimati

Non indagar, conoscere non lice
Quale a me, quale a te fin si prepare,
Leuconöe, da’ Numi; or lascia andare
Di Babilonia i segni!
Meglio è portar qual sia sorte più greve,
O molti verni ancor Giove t’assegni,
O per ultimo questo ti destini,
Che a’ ripugnanti scogli or fiacca il mare,
Pon’ mente e feltra i vini,
Ed ogni lunga speme
Taglia dal viver breve:
Invidïosa col dir nostro insieme
L’età sen vola; al certo oggi t’apprendi
Credula troppo se il dimane attendi.

(Augusto Caroselli, Velletri, 1864)
Endecasillabi e settenari, con rime e assonanze

A Leuconoe

Quale i numi a’ miei dì corso ed a’ tuoi dièno non chiedere,
(ché non lice saper); né perscrutar punti astronomici,
mia Leuconoe. Com’è meglio soffrir, quale che avvengane!
Giove dìane ancor verni o pur anco esto sia l’ultimo,

ch’ora infrangere fa l’onda a le sponde alte dell’Italo
mar; fa’ senno: il tuo vin cola; de’ dì breve è lo spazio,
lascia il lungo sperar. Mentre parliamo, fuggesi l’invido
tempo: cogli esto dì, niuna a ’l doman dona fiducia.

(Giuseppe Bridi, Trento, 1886)
Metrica “barbara”. Riproduce la lettura metrica dell’asclepiadeo maggiore

A Leuconoe

Tu non richiedere più a me quale, quale a te i Superi
fine assegnarono, Leuconoe; né i Babilonici
scrutar più numeri. Quant’è meglio quel che vien prendere;
più verni assegniti Giove, o solo ti dia quest’ultimo,
ch’ora le squallide rocce opposte nel mar debilita.
Sii saggia; lascïa lunga speme: l’ora precipita.
Parlo, e già invida l’età fugge. L’oggi tu provvida
afferra, e godilo; nel domani non fidar credula.

(Ugo Ferrone, Napoli, 1896)
Metrica “barbara”. 2 quartine di versi composti da quinario sdrucciolo + novenario sdrucciolo, oppure decasillabo piano + quinario sdrucciolo

A Leuconoe

Non chiediamo ai numi quando
daran fine ai nostri dì,
non andare astrologando;
meglio è attendere così.

Sia che Giove sempiterno
lunga vita ci prepari,
oppur sia l’ultimo inverno
questo ch’ora infrange i mari,

dal buon senno prendi aita,
bada i vini a depurar
e allo spazio della vita
la speranza misurar.

Fugge il tempo prestamente,
mentre noi parliamo invan;
bada a cogliere il presente
senza credere al diman.

(Diocleziano Mancini, Città di Castello, 1897)
4 quartine di ottonari, piani e tronchi, rimati

A Leuconoe

Non cercar - chi ’l può sapere? - o Leuconoe, qual fine
A noi due prepari il fato; non tentar babilonesi
Sortilegi. Oh quanto meglio, qual che sia, patir la sorte!
Sia che Giove ne conceda molti inverni, o questo solo,

Che spumeggia or tempestoso fra gli scogli del Tirreno,
Cola i vini; e, poi che breve n’è la vita, smetti, o savia,
le speranze dïuturne. Mentre parli, invidïoso
Fugge il tempo. Godi l’oggi, né fidare nel futuro.

(Carlo Tincani, Bologna, 1903)
Metrica “barbara”. 2 quartine di ottonari piani doppi

Non cercar, saper non lice, quale a me, quale a te fine
Hanno i numi, o Leuconoe, destinato, né tentare
De’ Caldei le cifre, quanto meglio è tutto quel soffrire
Che sarà! O che ci dia Giove molti inverni o sia l’estremo
Contrapposte. Orsù fa senno: vin distilla e lunga speme
Tronchi il viver breve. Mentre noi parliam, l’invidïoso
Tempo fugge: il giorno afferra, non fidar nella dimane.

(Lionello Levi, Venezia, 1910)
Metrica “barbara”. 2 quartine di ottonari piani doppi

Leuconoe, non cercare, ché non lice saperlo, qual termine a me, quale a te, abbian
segnato gli dei, e non tentare i calcoli babilonesi. Quanto meglio portare in pace che
che sia per avvenire! O n’abbia concesso Giove più inverni, o sia l’ultimo questo
che adesso stanca contro le opposte scogliere il mar tirreno, sii savia, filtra i tuoi
vini, e taglia via dal breve spazio della vita la lunga speranza. Mentre parliamo, il
tempo invidioso sarà fuggito. Cogli l’oggi, il men possibile fidando al dimani.

(Giosue Carducci)

Credi, Leuconoe, non piace agli Dei che tu investighi
qual fine riserbino a’ miei dì, quale a’ tuoi: manda al diavolo,
manda gli astrologhi; e avvenga che vuole, rassegnati.
O molti attendano a te inverni, ovver questo sia l’ultimo
ch’or frange a l’ardue scogliere il Tirreno; sii saggia,
colma il tuo calice, e la lunga speranza ne’ termini
del viver limita. In quel che parliamo i dì fuggono:
tu l’oggi goditi; e gli stolti al doman s’affidino.

(Giuseppe Chiarini, Napoli, 1911)

Pensiamo a vivere

Non cercare così - che non si può - quale a me, quale a te
Sorte, o Candida, sia data da Dio; lascia di leggere
Quelle cifre Caldee. Prenditi su quel che viene, e via!
O che abbiamo più verni anche, oppur sia l’ultimo questo, che
ora il mare tirreno urta ed infrange alle scogliere, tu
spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via,
lunga non la voler tu la speranza. Ecco, parliamo e un po’
questa vita fuggì. L’oggi lo sai: non il domani, oh! No.

(Giovanni Pascoli [1855-1912], 1913)

A Leuconoe

Tu non chiedere (è proibito) quale a me, quale a te
fine il Ciel diè, Leuconoe, ed i computi caldei
non esplorar. Quant’è meglio, tutto quel che vien pigliarselo!
sia che molti altri o che questo dìaci inverno ultimo Giove,

che or travaglia sugli scogli che gli controstanno il mare
tirreno; saggia sii, il vino filtra e, breve essendo il corso,
la speranza lunga accorcia. Mentre parlasi, già il tempo
se n’è andato; agguanta l’ora senza credere al domani.

(Giorgio Parenti, Città di Castello, 1931)
2 quartine di versi liberi (alcuni ottonari piani doppi)

Tu non chiedere mai, che non si può, qual destino gli dèi
abbian pronto per me, per te, Leucònoe, né ti curar di oroscopi
babilonesi. Meglio, quel che verrà, prender così com’è.
Se molti inverni dio ci darà, o sarà questo l’ultimo
che spumeggiante scaglia il Tirreno contro le rupi a infrangersi:
metti giudizio, mescimi vino, le tue speranze regola
giorno per giorno. Mentre parliamo, l’ora è già scorsa rapida.
Cogli il tuo tempo; meno che puoi fìdati del domani.

(Ettore Barelli [1920-2005])

Non chiederti - non è dato saperlo - quale a me fine e a te
abbian gli Dei assegnata, Leuconoe, e non tentare le cabale
di Babilonia. Meglio, qualsiasi cosa accadrà, sopportarla!
Molti inverni ci abbia Giove concessi, o ultimo questo
che ora contro opposte scogliere affatica il mare Tirreno,
filtra, saggia, i vini e per un breve spazio una speranza
lunga recidi. Noi parliamo, e già è fuggita l’invidiosa
età. Afferra l’oggi, meno che puoi credendo nel domani.

(Paolo Bufalini [1915-2001: sì, è proprio lui])

Non domandare, o Leuconoe (ché saperlo non è lecito), qual termine gli dèi abbiano assegnato a me, quale a te; e non consultare le cabale babilonesi. Quanto è meglio prendere in pace tutto quello che ha da venire! Sia che Giove ci abbia concessi molti inverni, sia che l’ultimo sia questo, che ora fiacca sugli opposti scogli il mare Tirreno, tu sii saggia. Filtra il vino da bere e restringi in un àmbito breve le lunghe speranze. Mentre noi parliamo, sarà già sparita l’ora, invidiosa del nostro godere. Cògli la giornata d’oggi e confida il meno possibile in quella di domani.

(Tito Colamarino, da Quinto Orazio Flacco, Le opere, UTET, Torino, 1957)
Prosa

L’ora presente
A Leucònoe

Non chiedere, Leucònoe, ché non si può conoscerlo, qual fine
abbiano a te e a me segnata i Numi; né scrutar le assirie
càbale. Oh quanto è meglio prendersi tutto come viene, in pace,
se molti anni ci assegna Giove, se questo l’ultimo sarà,

questo che or affatica l’onda tirrènia contro le scogliere!
Fa’ senno; filtra vini e tronca le speranze troppo lunghe
per così breve vita. Mentre parliamo, il tempo invido fugge.
Gòditi il presente, e credi poco a quello che verrà.

(Guido Vitali, da Orazio Flacco, Le odi, Il carme secolare. Gli epodi, testo latino e versione poetica di Guido Vitali, Zanichelli, Bologna, 1963, p. 15)

Tu non chiedere (tanto non è dato
sapere) quale a me, quale altra a te
sorte gli dei concedano, Leucònoe;
e i giri delle stelle non tentare.
Meglio sporgersi al buio del domani
quale che sia, anche se molti inverni
ci assegna Giove o sia l’ultimo questo
che su le opposte rocce stanca il mare
Tirreno: appronta i vini, saggia, e accorcia,
poi che lo spazio è breve, il desiderio
lungo. Parliamo, e il tempo ìnvido vola:
godi il presente, e il resto appena credilo.

(Enzio Cetrangolo, 1968)
Endecasillabi sciolti

Non chiedere, o Leuconoe (è illegittimo saperlo), qual fine
abbiano a te e a e assegnato gli dèi,
e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare
quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni,
oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno
contro gli scogli, sii saggia, filtra vini, tronca
lunghe speranze per la vita breve. Parliamo, e intanto fugge l’astioso
tempo. Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi.

(Luca Canali)

Imitazione, da Orazio

tu non cercare, è illecito sapere, che fine a me, che fine a te,
Leuconoe, ci hanno dato gli dei, e non tentare
calcoli babilonici: meglio è subire quello che sarà,
se molti inverni ci ha assegnato Giove, o questo è l’ultimo,
che adesso, contro le scogliere, fiacca il mare
Tirreno: rifletti bene, versati il vino, e taglia la tua lunga
speranza in breve spazio: mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile,
il tempo: vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani:

(Edoardo Sanguineti, da Il gatto lupesco, Poesie (1982-2001), Feltrinelli, Milano, 2002, p. 316, già in Corollario (sezione Stravaganze), Feltrinelli, Milano, 1997; datata ottobre 1992)
Riprendo il commento di Flying_Hanna: traduzione elogiata come “assai fedele, scrupolosa e, vorremmo dire, filologica” nel dotto studio di Federico Condello sulle traduzioni catulliane di Sanguineti in “Strumenti critici” n.s., XX, 1 (gennaio 2005), p. 76, n. 22.

Tu non cercare, saperlo è peccato, qual fine a me, quale a te
gli dei han destinato, Leuconoe, e non tentare gli oroscopi
babilonesi. Come meglio, tutto ciò che sarà, sopportarlo!
Siano molti gli inverni assegnati da Giove, o sia l’ultimo questo
che ora strema il mare Tirreno su scogliere corrose,
sii saggia, filtra i vini, e dallo spazio tuo breve
recidi la lunga speranza. Mentre noi parliamo, sarà già fuggito
maligno il tempo. Cogli ogni giorno che viene, senza farti illusioni sul domani.

(Alfonso Traina, da Autoritratto di un poeta, collana «Horatiana» 10, Osanna, Venosa, 1993, p. 68)
Versi liberi

Tu non cercare, empio è saperlo, qual fine a me, quale a te
gli dei hanno fissato, Leuconoe, e non tentare gli oroscopi
caldei. Meglio accettare pazientemente quello che sarà!
Siano molti gli inverni assegnati da Giove, o sia l’ultimo questo
che ora sfianca il mare Tirreno sulle scogliere corrose,
sii saggia, filtra i vini, e dallo spazio tuo breve
recidi la lunga speranza. Mentre parliamo, sarà già fuggito
maligno il tempo. Cogli ogni giorno che viene,
e non farti illusioni sul domani.

(Alfonso Traina, da In cerca di parole, Patron, Bologna, 1994, p. 73)
Versi liberi (versione ritoccata della precedente)

Traduzione (Orazio I 11)

Tu non cercare – è un’empietà saperlo –
quale limite a me, quale gli dèi
abbiano a te fissato,
Leuconoe, e non frugare
le cifre degli oroscopi
di Babilonia.
Quanto
meglio, qualunque cosa avvenga, accoglierla,
sia molti inverni, sia abbia dato Giove
ultimo questo, che, schierando scogli,
sfianca i frangenti del Tirreno.
Saggia,
filtra il vino, e in uno spazio breve
pota lunghe speranze. Ecco, parliamo
e, maligno, sarà intanto fuggito il
Tempo: spiccane il giorno
e al successivo
credi il meno possibile.

Alessandro Fo, da Vecchi filmati, Manni, Lecce, 2006, p. 133)
Wordpress non mi permette un’impaginazione corretta; ma Flying_Hanna commenta: ”è in comunissimi endecasillabi e settenari coniati secondo risorse prosodiche correnti (compresa la facoltà di iato). Purtroppo, il modo in cui sono risultati pubblicati – rispetto a come te li avevo inviati: ma potrebbe essere intervenuto strada facendo qualche accidenti di formattazione – nasconde i casi in cui il verso, nell’impaginazione originale in volume, si compie ‘con scalinatura’ (“di Babilonia quanto”: settenario; “sfianca i frangenti del Tirreno, saggia” e “Tempo, spiccane il giorno e al successivo”: endecasillabi).

Non chiedere anche tu agli dei
Il mio e il tuo destino, Leuconoe:
non è lecito saperlo,
come indagare un senso
fra gli astri di Caldea.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
se Giove ci concede molti inverni
o l’ultimo sia questo
che ora infrange le onde del Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci: bevi un po’ di vino
E per il breve arco della vita
Tronca ogni lunga speranza.
Mentre parliamo, con astio
Il tempo se n’è già fuggito.
Goditi il presente
E non credere al futuro.

(Mario Ramous)

Tu, Leuconoe, non chiedere (ci è vietato saperlo)
quale sorte a me e a te abbiano dato gli dei
e non forzare nemmeno la cabala di Babilonia.
Oh, come è meglio subire dolcemente
ogni cosa che avverrà; se ancora inverni
ci riserva Giove, e questo
che spacca in ultimo le onde del Tirreno.
Sii saggia, filtra i vini, e poichè la vita
è effimera, spera poco. Parlando,
passa il tempo, prendi
il giorno, e non credere all’alba di domani.

(G. Giannotta)

Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d’oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
così cogli
la giornata, non credere al domani

(Enzo Mandruzzato, 1985)
Versi liberi

A Leuconoe

Non indagare (non si può), Leucònoe,
la nostra sorte, lascia stare i calcoli
babilonesi, accetta quel che capita,
che tu viva altri inverni o che sia l’ultimo

questo che fiacca il mare contro gli argini.
Sii saggia, pensa a bere e non illuderti.
Mentre parliamo il tempo ingordo scivola:
goditi l’oggi e del domani infischiati.

(Mario Scaffidi Abbate [1926-], da Quinto Orazio Flacco, Tutte le opere, a cura di Mario Scaffidi Abbate, traduzioni di Renato Ghiotto e Mario Scaffidi Abbate, Newton Compton, Roma, 1992, p. 51 [vedi anche la sua "Nota del curatore"]. Nella schiera di traduttori capitano anche personaggi di questo genere. Storicizzare.)
Endecasillabi sdruccioli, sciolti

Non domandare, è male, la fine mia, la tua.
Non cercar gli oroscopi. Ti basti,
quel che sarà, patire.
Altri inverni verranno o questo è l’ultimo
che ora affanna ai promontori il mare
Tirreno. Tu che sai,
versa altro vino: la vita è breve, è lunga
la speranza. Recidila. Ti parlo e
l’ora va. Ridi al giorno. Altro non c’è.

(Franco Fortini, Milano, 1993)

Tu non cercare di saperlo, è male,
che sorte a me, che sorte a te han serbato
gli dei, Leuconoe, e non tentar gli oroscopi.
Oh, com’è meglio, qualunque cosa accada,
sopportare, se inverni come questo
Giove ce ne dà molti o questo è l’ultimo,
che fiacca sugli scogli il mar Tirreno.
Saggia devi essere: versa il tuo vino,
e in breve spazio la lunga speranza
recidi. Noi parliamo qui tra noi
e già è fuggito il tempo che c’insidia.
Strappagli l’oggi,
meno che puoi fidando nel domani.

(Italo Mariotti, 1995)
Endecasillabi sciolti, con un quinario.

Non domandare la fine in noi scolpita dagli dei, mia Leuconoe, non scrutare
gli astri insensati di Babilonia - quanto è meglio di un sapere criminoso la
resa all’ignoto che sarà!
Ci regali Giove cento inverni ancora o sia questo l’estremo che ora schianta
il Tirreno contro le coste petrose, tu sii accorta, versa il vino e spegni ogni
sogno lontano, poiché breve è il nostro momento.
Ma noi parliamo, e già è divorato il tempo velenoso: assapora il giorno,
dunque, nell’arido dubbio del domani.

(traduzione degli studenti del Liceo Classico “Canova” di Treviso, 1996, cit. in Antonia Piva, Didattica dei generi letterari: la poesia, Modulo 8 del master in Didattica della lingua latina, ScuolaIaD - Università di Roma Tor Vergata, s.d., p. 35)

Tu non devi saper! qual ci darà termine ultimo
Giove, Leuconoè; non consultar numeri e cabale!
Certo è meglio, sarà quel che sarà, attendere docili,
sia che più noi avrem geli d’inverni e anche se è l’ultimo
quel che Giove or a noi concederà e il mare Tirrenio
sulle opposte scogliere or si accanisce per demolircelo
incessante; sarai saggia se vin filtri e brevissima
la speranza tu hai; a noi che parliam fuggesi l’invido
tempo; carpe diem; non crederai mica alle favole?

(traduzione metrico-umoristica realizzata nel 1991 dagli studenti del Liceo Classico “Virgilio” di Roma, cit. in Antonia Piva, Didattica dei generi letterari: la poesia, Modulo 8 del master in Didattica della lingua latina, ScuolaIaD - Università di Roma Tor Vergata, s.d., p. 35)

Ah! Tu nol chiedere,
(ché non è lecito
saper) qual termine
a me, a te diedero
gli dei, Leuconoe,
né i babilonii
calcol tentar

Quel, più proficuo,
che verrà prendine.
Sia che più rigidi
inverni gelidi
Giove concesseti
o sol quest’ultimo
ti voglia dar

tra le simplegadi
il mar ch’or sferzane
Tirren. Sii savïa,
il vin fa’ scorrere
e in breve volgere
la speme troncane
lunga ch’è già

mentre si chiacchiera
sarà fuggitane
già l’età ìnvida:
del dì profittane,
il men possibile
fida nel prossimo
che sorgerà

(Traduzione inedita di Angelo Gemmi, 2007, per gentile concessione dell’autore)
Quattro strofe di cinque quinari sdruccioli conclusi da un quinario tronco; l’ultimo verso della strofa rima con l’ultimo della strofa successiva.

*    *    *

Qualche osservazione su Hor. Carm. I 11 nel post Tùne, quèsie, rìs e nei relativi commenti.

Analisi contrastiva di traduzioni

Da queste parti trovano ricetto alcune robette da usare per la cosiddetta “analisi contrastiva delle traduzioni”.

Già qualche manuale o “libro di versioni” inizia ad accostarsi a questo metodo di riflessione sulla lingua: vedi per esempio Lintres e Hellenikòn Phrònema, entrambi Loescher ed entrambi di Franco Montanari, Andrea Barabino, Nicoletta Marini.

Come lavorarci?

Si prendono delle traduzioni d’autore e le si mettono a confronto: scelte lessicali, resa delle figure retoriche, sintassi e scelta dei tempi verbali, aggiunte e omissioni. Se ne ricava una riflessione anzitutto sulle distinte strategie traduttive, poi sulle lingue di partenza e d’arrivo, infine sui modelli culturali di riferimento.

Per ora:

Potranno servire anche le “Note di traduzione”, “metariflessioni poste dai traduttori a introduzione, giustificazione, commento del proprio operato”.

Le singole pagine sono oggetto di rifinitura e di progressiva aggiunta (prometto: metterò anche le citazioni bibliografiche corrette).

*    *    *

Rudy Negenborn cura a tempo perso un’antologia multilingue di traduzioni catulliane (non tutte della medesima qualità).

Qualche appunto sull’argomento in Miroslava Sladkova, L’analisi contrastiva: un primo passo per una buona traduzione, abstract della comunicazione al XII Congresso Internazionale “Tradurre e comprendere. Pluralità dei linguaggi e delle culture”, Piano di Sorrento (NA) 2005.

In assenza d’altro, qualche nota di metodo nel programma del seminario di “Traduzioni ed istituzioni letterarie” tenuto da Franco Nasi all’Università di Modena e Reggio Emilia.

*    *    *

[dal post Ancora sulla traduzione contrastiva]

Trovo poi in Antonia Piva, Didattica dei generi letterari: la poesia, Modulo 8 del master in Didattica della lingua latina, ScuolaIaD - Università di Roma Tor Vergata, s.d., pp. 33 ss., un capitoletto intitolato “Un’utile strategia: la traduzione contrastiva”, da cui stralcio:

Per sviluppare le competenze di traduzione intesa come comprensione, selezione, gusto, una grande efficacia didattica viene dalla cosiddetta traduzione contrastiva.
Questo metodo, particolarmente utile nel triennio, è assai remunerativo nella fruizione del testo poetico, proprio mediante l’attività di traduzione.
Con la traduzione contrastiva, si abbassa il timore da prestazione e si elevano le capacità esegetiche degli studenti, in una sorta di emulazione coi “traduttori professionisti”. Solo apparentemente più facile delle consuete prove di traduzione – l’allievo pensa sia impossibile sbagliare –, essa serve a fondere educazione linguistica ed educazione letteraria, elevando progressivamente le competenze degli allievi. Infatti, lungi dall’abbassare le capacità di traduzione “tradizionale” le aumenta, poiché lo studente interiorizza le problematiche della traduzione. È dunque una strategia eminentemente metacognitiva; può essere utilizzata anche per rilanciare la motivazione.
Va impostata con laboratori in classe, anche di gruppo; solo in un secondo momento, chiarita la scaletta operativa e le finalità, si daranno lavori domestici e, da ultimo, verifiche in classe.

  1. Si propone un testo di rilevante valore artistico, accompagnato da almeno quattro traduzioni d’autore, anche di epoche diverse, anche con proposte straniere.
  2. Si legge il testo latino e le traduzioni offerte, con una prima lettura complessiva
  3. Si segmenta il testo latino, raffrontando le diverse proposte di traduzione, per selezionare e scartare di volta in volta le loro proposte
  4. Si arriva a una prima traduzione mediata, sulla scorta, cioè, dei punti in cui le diverse traduzioni si mostrano più adeguate
  5. Da questa falsariga, si arriva a una traduzione autonoma
  6. È possibile accompagnare la traduzione con un commento che chiarisca e giustifichi le proprie soluzioni e dia una valutazione sul grado di adeguatezza e personalizzazione delle “traduzioni ufficiali”.
  7. È possibile offrire allo studente delle domande-guida per sviluppare la scheda di cui al punto 6.

La Piva usa come esempio proprio Hor. Carm. I 11, di cui propone diverse traduzioni (un’altra ventina, a partire dal 1675, in Giovanni Sega, Tradurre la poesia, modulo 13 del medesimo master, pp. 8 ss.; ma i due ci avevano già lavorato, e traggono i materiali da A. Piva, G. Sega, O. Di Bucci Felicetti, Est modus, II, Firenze, La Nuova Italia, 2002).

*    *    *

Il citato Giovanni Sega, Tradurre la poesia, dedica le pp. 8-34 all’analisi contrastiva di Hor. Carm. I 11, le pp. 35-48 a Catull. 5 (Vivamus mea Lesbia atque amemus). Una miniera.

*    *    *

Avendo io osato scrivere su ICCl

chissà che non si riesca a formalizzare una “didattica della traduzione contrastiva”

Massimo Manca obietta:

Mah, mi pare strano che non sia già formalizzata, perché è una pratica piuttosto diffusa

Così controllo: e bastava guardare sullo scaffale.

Non ne parla Andrea Balbo, Insegnare latino. Sentieri di ricerca per una didattica ragionevole, UTET, Torino, 2007; qualche pagina vi dedica Nicola Flocchini, Insegnare latino, La Nuova Italia, Scandicci, 1999, pp. 204-206, e nota che “una descrizione dettagliata di questa tecnica con opportune esemplificazioni su testi in prosa e in poesia [è] in N. Flocchini, Possibilità di un uso didattico della traduzione, “Aufidus”, 33 (1998), pp. 75-105″.

Pur avendolo sott’occhio da un paio d’anni, non mi ero reso conto che Antonia Piva, Il sistema latino. Ricerca didattica e formazione degli insegnanti, Armando, Roma, 2004, pp. 317-326, era l’ovvia fonte delle “dispense” che citavo.

E qui c’è materiale a sufficienza per una “procedura standard” (personalizzabile quanto si vuole):

La metodologia contrastiva va impostata con laboratori di traduzione in classe; in un secondo momento, chiarita la scaletta operativa e condivise le finalità, si possono assegnare lavori domestici e, da ultimo, prove in classe strutturate in questo modo. Ecco i diversi passaggi:

  • si propone un testo di rilevante valore artistico, accompagnato da almeno quattro traduzioni d’autore, possibilmente di epoche diverse, anche con proposte straniere;
  • lo studente - o il gruppo di studenti - legge il testo latino e le traduzioni offerte, con un primo esame complessivo;
  • si segmentano testo latino e traduzioni, confrontando con puntualità la resa delle diverse proposte di traduzione, per selezionare e scartare di volta in volta le singole lezioni;
  • si arriva a una prima traduzione mediata, sulla scorta, cioè, delle rese di volta in volta ritenute più adeguate;
  • abbandonata questa falsariga di servizio, lo studente propone la propria traduzione autonoma, omogeneizzando gli eventuali prestiti e personalizzando l’insieme;
  • è possibile accompagnare la traduzione con un commento - libero o su scaletta semistrutturata - per chiarire e giustificare la scelta di traduzione e per valutare il grado di adeguatezza e personalizzazione delle traduzioni ufficiali.

(pp. 317-318)

Segue un’interessante riflessione sulla scientificità e l’efficacia del metodo, e sulle possibili ricadute didattiche (pp. 318-319).

Molto interessanti sono anche le riflessioni sulla traduzione del testo poetico (”è proprio il linguaggio deautomatizzato della poesia e il suo elevato grado di connotatività a determinare un numero continuo di variazioni di resa”), con una proposta di “stratigrafia del testo poetico” e suggerimenti di traduzione fonemica, letterale, metrica, in prosa, in rima, in versi sciolti, interpretativa (à la Ceronetti, per intenderci).

La Piva propone un orizzonte epistemologico, considerando che

la traduzione contrastiva è (…) figlia del modello gnoseologico ermeneutico, che fa dell’interpretazione il cardine dell’approccio al testo. Non viene fornita infatti ‘la’ traduzione - quella sola, quell’unica giusta alla quale i docenti sembrano tanto affezionati - ma ‘le’ traduzioni o, meglio, alcune possibili interpretazioni. In tal modo, si avvezza l’adolescente alla consapevolezza del carattere comunque parziale e relativo di ogni interpretazione, anche la propria, e di come la ricerca dell’oggettività sia, di per sé, un concetto plurale.

(p. 320)

E non manca un po’ di bibliografia:

  • S. Japoce - E. Staraz, La traduzione contrastiva. Teoria e prassi, con saggio introduttivo di A. Portolano, CEDAM, Padova, 1995 (citato anche da Flocchini).
  • A. Lefevere, Translating Poetry: Seven Strategies and a Blueprint, Van Gorcum, Assen-Amsterdam, 1975.

Sei di centouno

Catullo su un francobollo del 1949

Il Progetto Centouno prosegue?

Per tanti mari, e popol disuguale,
Frate, son giunto al mesto funerale;
Di morte a darti alfin l’onor dovuto,
E’ indarno favellar col cener muto.
Giacché a me t’involò l’empio destino,
tolto ahi senza pietà, fratel meschino!
Frattanto ‘l don, che al grato uffizio, e mesto
Giusta l’uso degli avi or io ti presto,
Prendil molle del pianto mio fraterno:
E addio, fratello, addio, ave in eterno.

(C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 114)

Non è malvagio questo lavoro del maltese Luigi Maria Rigord (1739-1823), che pur rifà un Catullo

purgato sì, che salva resti l’onestà de’ lettori, il fior massimamente della tenera gioventù, la quale più che l’eloquenza del parlare, e gli ornamenti della lingua, è facile ad apprendere i lusinghieri dettami di licenziosa insinuante poesia. (p. vii)

Infatti l’abate ha sottomano l’aldina del 1566, ma preferisce le edizioni mendate:

Annales Volusi lutata charta

Proterve Thalle, mollior cuniculi capillo

Bononiensis Rufa Rufulum fallit

e anziché lo scandaloso Pedicabo ego vos et irrumabo

Nil audibo ego vos, nil morabor.

Il Progetto Centouno

Ara funeraria romana (II sec. d.C.)

Chaim, preso da rinnovato fervore, rinunciando infine all’unità aristotelica del suo blog, giovandosi del facile accesso ai penetrali del patrimonio bibliotecario italiano, si è deciso a farci dono dei primi rari assaggi del “Progetto Centouno”: Pascoli, D’Annunzio, Quasimodo traducono per noi

Multas per gentes et multa per aequora uectus
aduenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, aue atque uale.

Scusate il tono professorale, ma è materiale prezioso per chi voglia lavorare sull’”analisi contrastiva”.

E io? Sposto appena il tiro sulla comparatistica (sono anche queste “traduzioni”), evito l’ovvio fratello Giovanni e pur rinunciando a riprodurre il technopaignion commemoro Giorgio Caproni:

Atque in perpetuum frater

Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.
Cosa mi ha accolto?
Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio - il nero
della tua fossa.
Ho anch’io
detto le mie preghiere
di rito.
Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

per il fratello Pier Francesco, morto il 12 febbraio 1978 e sepolto in una gelida mattina di neve nel cimitero di San Siro, a Genova.