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Tacito?

L'eruzione del Vesuvio, brano pseudotacitiano di G. Brothier

Lodovico Griffa, Il nuovo Latina Lectio. Versioni latine per il triennio, Petrini, Novara, 2007, è un prodotto scolastico collaudato e senza dubbio interessante, di cui prima o poi dovremo riparlare a proposito di “analisi contrastiva di traduzioni”.

Non è per accrescere la Foire aux cancres né per esporre al ludibrio l’onesto lavoro di Griffa. Ma oggi l’editoria scolastica pubblica e ripubblica con troppa fretta. Un esempio?

Ergo in primis auctoritatem pecuniae demito (Sall. Ep. ad Caes. I, 7)

non si può chiosare, per aiutare lo studente, “Demito: voce del verbo demittere, ma non è il presente indicativo” (vol. A, p. 455)… Sallustio sembra proprio destinato a questo genere di castronerie.

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Catull. 13

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque.
Quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Fabullo mio,
se piace a Dio,
cenerai bene
presso di me,

cena gustosa
e suntuosa
se ti compiaci
recar con te,

non senza bella
giovin donzella,
vin, sale, e tutte
le voluttà.

Tai cose, dico,
gentile amico,
ne reca, e bene
si cenerà.

Che Aracne è corsa
entro la borsa
del tuo Catullo;
ma in cambio tu,

Fabullo, avrai
quanto più mai
v’ha di giocondo,
d’amabil più.

Unguento darte
vo’, di cui parte
le Grazie a Lesbia
fero, e gli Amor.

Fiutando il vaso,
tutto esser naso
tu chiederai
dai Numi allor.

(Tommaso Puccini [1749-1811], da Poesie di Caio Valerio Catullo scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoia, Con i caratteri de’ fratelli Amoretti, Pisa, 1815, pp. 21-23)

Cenerai bene, o mio Fabullo, meco.
Se i Dei ti fan favor per pochi giorni,
se porterai bona, e gran cena teco,
non senza il sale ed il lieo liquore,
non senza il dolce e candido compagno,
non senza il riso, e il tuo giocoso umore.
Se ciò porterai dico, io t’accompagno,
ben mio, ben cenerai; che i scrigni sono
del tuo Catullo sparsi sol di ragno;
ma in contraccambio, o mio Fabullo, e in dono
riporterai de’ veri amori il pegno
e quanto è più soave, ed è più bono.
Poiché d’unguento tal ti farò pregno,
che alla Fanciulla mia dieron gli Amori,
e le Veneri ancor d’affetto in segno:
unguento tal, qual tosto come odori,
tanto, Fabullo mio, sarà l’incanto,
che i Numi pregherai, che dentro, e fuori
ti faccian naso e naso tutto quanto.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, pp. 11-12; nota al v. 5 l’ennesima censura)

Ragnatele nella borsa

Cenerai bene da me, Fabullo mio, gli Dèi te la mandino buona, se fra pochi giorni porterai con te una cena copiosa e succulenta, non senza una candida ragazza, e vino e sale e ogni sorta di risate. Sì, dico, se porterai tutta codesta roba, amico bello, cenerai bene; ché la borsa del tuo Catullo è piena di ragnatele. Avrai però un compenso di verace affetto e di quel che v’è di più soave ed elegante: un balsamo ti darò che alla mia fanciulla donaron le Veneri e i Cupidi; e appena tu l’odorerai, pregherai gli Dèi che ti rendano, o Fabullo, tutto naso.

(Ugo  Fleres [1851-1939], in Catullo, Carmi, versione di Ugo Fleres, Istituto Editoriale Italiano, La Santa [Milano] 1927)

T’offro uno splendido pranzo, tra breve,
Così t’assistano gli Dei, Fabullo,
Sol che un magnifico pranzo tu porti
Teco; né manchino, con vino e sale,
Giovane candida, dolci risate.
Se non dimentichi nulla, amor mio,
Oh pranzo splendido! Ché al tuo Catullo
La borsa gonfiano le ragnatele.
Ma anche aspèttati verace amore
E soavissimo fior d’eleganza.
Ti darò un balsamo che a la mia bella
Donâr le Veneri stesse e gli Amori;
Sì che fiutandolo, dirai, Fabullo:
“Numi, deh fatemi voi tutto naso!”

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939 [19151?], p. 17)
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “T’offro uno splendido / pranzo, tra breve”, ecc.).  Per la giustificazione di tale scelta ritmica cfr. le note a Catull. 2.

Da me pranzerai bene, mio Fabullo, tra pochi giorni (se gli dèi ti aiutano), se teco porterai un pranzo succulento ed abbondante, non senza una candida fanciulla, e vino, e sale, e tutte le risate. Se questo, ti ripeto, porterai, pranzerai bene, zerbinotto mio - del tuo Catullo infatti il borsellino di ragnateli è pieno. Ma in cambio schietti Amori troverai, sia che qualcosa esista più elegante o soave: darò l’unguento che alla mia fanciulla le Veneri donarono e i Cupidi. Come di quello sentirai l’olezzo, gli dèi tu pregherai di renderti, Fabullo, tutto naso.

(Vincenzo Errante [1890-1951], in La poesia di Catullo, Hoepli, Milano 1945)
La traduzione di Errante è in prosa, ma tutta intessuta di ritmi endecasillabici:

Da me pranzerai bene, mio Fabullo,
tra pochi giorni (se gli dèi ti aiutano),

un pranzo succulento ed abbondante,

e vino, e sale, e tutte le risate.
Se questo, ti ripeto, porterai,
pranzerai bene, zerbinotto mio
- del tuo Catullo infatti il borsellino
di ragnateli è pieno …
Ma in cambio schietti Amori troverai,
sia che qualcosa esista più elegante

darò l’unguento che alla mia fanciulla
le Veneri donarono e i Cupidi.
Come di quello sentirai l’olezzo,

di renderti, Fabullo, tutto naso.

Non escluderei che si tratti di un tentativo poetico inconcluso, poi virato in prosa.

Una sera di queste, cenerai
bene da me, Fabullo, se gli dèi
vorranno; basta solo che tu porti
una cena abbondante e vino e sale,
che tu porti una candida ragazza
e un poco di sorriso; e ti assicuro
una splendida cena; nella borsa
di Catullo ci sono i ragnateli.
In cambio ti darò dolci parole
e quanto è più soave ed elegante,
un profumo di Venere che appena
l’avrai sentito pregherai gli dèi
che ti faccian, Fabullo, tutto naso.

(Enzio Cetrangolo [1919-1986], in Le poesie di Catullo Veronese nella versione di Enzio Cetrangolo, Neri Pozza, Venezia 1946)

Porta con te oltre al favore divino
Fabullo mio la più scelta cucina
E un fiore di ragazza e vini e sali
E una gioia di vivere sfrenata
Se vuoi fare tra breve in casa mia
Una cena superba. Pòrtati
Tutto ti dico e tu farai
Una cena apiciana eccelso mio
Perché argentea di aranee
È la borsa del tuo Catullo.
Io darò in cambio affetto incorruttibile
E ti offrirò un unguento profumato
Dono di Venere e dei suoi Cupidi
Alla donna che amo. E tu gli Dei
Toccato da quel profumo implorerai
- Fate di me l’Odorato
Incarnato.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 37)

Cenerai bene, mio caro Fabullo, a casa mia tra pochi giorni,così ti siano propizii gli dèi, se ti sarai portato con te una buona nonché abbondante cena, non senza un fior di ragazza e il vino e il sale e un sacco di risate. Se, ripeto, ti sarai portate queste cose, bello mio, cenerai bene; ché il tuo Catullo ha la borsa piena di ragnatele. Ma in cambio riceverai buon viso e buona cera o magari cosa, s’è possibile, più dolce e più fine: un profumo ti darò, che alla mia donna hanno regalato le Veneri e gli Amori: quando l’annuserai, pregherai gli dèi perché ti trasformino tutto, Fabullo, in naso.

(Giovanni Battista Pighi [1898-1978], in Il libro di Gaio Valerio Catullo ed i frammenti dei “poeti nuovi”, UTET, Torino 1974)

Che cena, Fabullo mio, da me,
tra pochi giorni se gli Dei vorranno,
e se porti una cena buona e ricca
non senza una bellissima ragazza
vino spirito e risa in quantità.
Con questo contributo, bello mio.
dico, che cena. Sì, perché la borsa
di Catullo contiene ragnatele.
Ricambierò con sentimento vero
e con una finezza deliziosa,
cioè un profumo, che alla mia ragazza
hanno donato Amore e Bramosia,
che se lo fiuti pregherai gli Dei
di farti diventare tutto naso.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 107)

Otto di centouno

Poesie di Cajo Valerio Catullo ... volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini, Pisa 1815 (frontespizio)

Ho finalmente sotto gli occhi, dalla Biblioteca Malatestiana per impagabile intercessione di Chaim, queste Poesie di Cajo Valerio Catullo veronese scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoja, Pisa, con i caratteri dei fratelli Amoretti, MDCCCXV.

Dunque non era Giacomo, ma Tommaso Puccini (1749-1811), direttore delle Gallerie fiorentine, sovrintendente alle Belle Arti e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. L’edizione, postuma, è curata dal fratello Giuseppe Puccini e dedicata a Ferdinando III di Toscana.

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Sette di centouno

Giuseppe Pietro Mazzola, Giuseppe Parini, 1793, pastello su carta

Questa mi era proprio sfuggita, e va a rimpolpare il Progetto Centouno fermo da più di un anno:

Per molte genti e molti mar condotto,
o mio germano, finalmente io sono
a quest’esequie miserande addotto,
per far l’ultimo a te funebre dono.

E poiché te medesmo a me non buono
destino ahi tolse, e ‘l tuo bel stame ha rotto
indegnamente, oimè, vo’ dir qui prono
su la tacita polve un vano motto.

Questi doni però tu accogli intanto,
che ne’ funebri sacrificii offrio
de’ maggiori il costume antico e santo.

Questi accogli pur tu; ch’assai del mio
sono grondanti ancor fraterno pianto;
e addio per sempre, o mio germano, addio.

(Catullo, carme 101, traduzione di Giuseppe Parini [1729-1799], da Opere di Giuseppe Parini pubblicate e illustrate da Francesco Reina, Stamperia del Genio Tipografico, Milano, 1802, vol. III, p. 189)

La traduzione era già comparsa come componimento XXXVI in Alcune poesie di Ripano Eupilino (1752); ma la ristampa del 1802 fu sotto gli occhi di Foscolo che si accingeva a Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo e ne diede un giudizio poco lusinghiero (”tentata in un sonetto dal Parini non con l’usata felicità”).

Στέργε τὰ νῦν

La navicula Bacchi di Egon Gottwein è una vera miniera (non l’ho scoperta io: vedi per esempio Luciano Favini, “Internet per i lirici greci”, in Papers of Perugia Convention 06.26.2006. Greek and Latin in the Digital Era, pp. 5-6). Tra le altre preziosità, trascelgo questa traduzione che ben riproduce l’asclepiadeo quinto di Hor. Carm. I 11:

Frag nicht, Leuconoe, - wissen ist Fluch - was Götter mir, was dir
ausersehen an Zeit. Frage auch nicht Babylons weisen Rat,
vielbedeutende Zahl. Besser ist’s doch dulden, was kommen mag!
Ob dir Jupiter gibt Winter noch mehr oder als letzten, der
Jetzt mit trotzendem Fels, schützender Wehr, bricht des Tyrrhenums Sturm:
Sei du weise und klug, kläre den Wein, kürze die Sehnsucht ein,
auf ein sinnvolles Maß. Flüchtige Zeit neidet uns weiter noch
Worte. Sieh, welch ein Tag! Wähne doch nicht morgigen Tages Last!

(traduzione di un altrimenti ignoto Bernhard Zapp, cit. da Egon Gottwein in navicula Bacchi)

Ma il vero gioiello è questa pseudo-retroversione in greco:

Μὴ σὺ δίζεο (μὴ γὰρ θέμις ᾖ), σοὶ τίν’, ἐμοί τινα
Αἶσα νῆσε μόρον, Λευκονόη, μὴ Βαβυλωνίων
πειρῶ δ’ ἀστρολόγων· ὅττι κεν ᾖ, λωΐτερον παθεῖν,
χειμῶνας πλέονας δῶσι θεοί, ἠὲ πανύστατον,
ὅς τε νῦν κλονέει πρὸς σκοπελοῖς ὀκριόεσσ’ ἅλα
Τυρρηνῶν· φρονέουσ’ οἰνοχόει· μηδὲ βραχεῖ βίῳ
μακρά γ’ ἔλπε’· ἐν ᾧ γαρύομεν, πρὸ φθονερὸς φύγῃ
αἰών· στέργε τὰ νῦν, τοῖς ὀπίσω μὴ πισύνη ποτέ.

(traduzione anonima, da Franz Joseph Göller [a cura di], Metaphraseis. Sammlung von Übersetzungen ins Griechische, Bachem, Köln, 1825, p. 59)

È fin troppo ovvio che anche questi materiali finiranno nella collezione di “traduzioni contrastive” - sed de hoc alias viderimus.

Da mi XXXXX mille

Buone cose di pessimo gusto dal catalogo  www.talariaenterprises.com: scatola da regalo con la scritta 'Da mi basia mille'

In zona “analisi contrastiva” rimpolpo ora la pagina sul carme 5 con l’abbondante dozzina di traduzioni riportate da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42 (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare).

Inter alia, il Sega segnala due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:

Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

(Catull. 5, traduzione dell’abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)

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Petr. Sat. 41, 10 - 42, 7

Un fotogramma da Fellini Satyricon (1969): a destra, Dama-Seleuco

Dama itaque primus cum pataracina poposcisset: “Dies”, inquit, “nihil est. Dum versas te, nox fit. Itaque nihil est melius quam de cubiculo recta in triclinium ire. Et mundum frigus habuimus. Vix me balneus calfecit. Tamen calda potio vestiarius est. Staminatas duxi, et plane matus sum. Vinus mihi in cerebrum abiit”.
Excepit Seleucus fabulae partem et: “Ego”, inquit, “non cotidie lavor; baliscus enim fullo est: aqua dentes habet, et cor nostrum cotidie liquescit. Sed cum mulsi pultarium obduxi, frigori laecasin dico. Nec sane lavare potui; fui enim hodie in funus. Homo bellus, tam bonus Chrysanthus animam ebulliit. Modo, modo me appellavit. Videor mihi cum illo loqui. Heu, eheu! Utres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae. Et quid si non abstinax fuisset! Quinque dies aquam in os suum non coniecit, non micam panis. Tamen abiit ad plures. Medici illum perdiderunt, immo magis malus fatus; medicus enim nihil aliud est quam animi consolatio. Tamen bene elatus est, vitali lecto, stragulis bonis. Planctus est optime - manu misit aliquot - etiam si maligne illum ploravit uxor. Quid si non illam optime accepisset? Sed mulier quae mulier milvinum genus. Neminem nihil boni facere oportet; aeque est enim ac si in puteum conicias. Sed antiquus amor cancer est”.

Dama, dopo aver chiesto dei boccali, disse: “Il giorno non dura un accidenti. Mentre ti giri si fa notte. Per cui non c’è nulla di meglio che passare dal letto alla tavola. Però, faceva un bel freddo! Ci è voluto un bagno per scaldarmi. Una bevanda calda vale un vestito. Ne ho prese tante che sono ubriaco. Il vino mi è andato alla testa”.
Seleuco intervenne nella conversazione dicendo: “Non ho l’abitudine di lavarmi tutti i giorni, perché il bagno sgrassa e l’acqua è come se avesse dei denti coi quali ogni giorno porta via un po’ del nostro corpo. Invece, se mi bevo un vaso di vino col miele, mando il freddo a farsi fottere. D’altra parte oggi non avrei potuto lavarmi, perché sono andato a un funerale. Crisanto, quell’uomo di valore, tanto buono com’era, ha sputato l’anima. Poco prima di morire mi aveva chiamato a sé. Ahimè, mi sembra di parlare ancora con lui. Siamo degli otri gonfiati che se ne vanno a spasso! Si vale meno delle mosche! Non siamo che bolle d’aria!
“E dire che si è curato! Per cinque giorni non ha preso una goccia d’acqua né un pezzetto di pane. Eppure se n’è andato tra i più. L’hanno ammazzato i medici, o meglio il suo destino avverso, perché il medico non ha potuto fare altro che confortarlo. Però si può dire che è stato messo via bene, su un bel letto mortuario e con delle ottime coperte. Gli schiavi, e in particolare alcuni che aveva liberato, lo hanno pianto molto: la moglie un po’ meno. E pensare che non le aveva mai lasciato mancare nulla. È inutile, una vera donna è sempre della razza degli avvoltoi. Far loro del bene è come gettarsi nel pozzo. L’amore col tempo diventa un cancro”.

(Piero Chiara, da Petronio Arbitro, Satiricon nella versione di Piero Chiara, Mondadori, Milano, 1969, pp. 35-36)

Primo di tutti un certo Dama, che dopo aver richiesto una grande coppa: “Il giorno”, proclamò, “dura un istante; non fai in tempo a voltarti, che già è sera. Perciò la cosa migliore è passare direttamente dal letto in sala da pranzo. Fra l’altro qui fa un freddo cane. Non sono riuscito a scaldarmi nemmeno col bagno e forse soltanto un bicchiere di vino caldo, può fare l’effetto d’una coperta. Purtroppo ne ho già bevuto una damigiana e sono ubriaco. Infatti sento che mi sta dando alla testa”.
Anche Seleuco volle prendere la parola. “Per quello che mi riguarda”, disse, “sto bene attento a non fare il bagno tutti i giorni. A stare in acqua ho l’impressione d’essere un lavandaio. E poi l’acqua finisce per avere dei denti che un poco alla volta rodono il cuore. Invece quando ho tracannato un bigoncio di vino dolce, me ne frego persino del freddo. Stamane poi non ho avuto nemmeno il tempo di lavarmi, perché sono andato a un funerale. È morto Crisanto, uno degli uomini più corretti e buoni che abbia mai conosciuto. E pensare che pochi istanti prima mi aveva mandato a chiamare, sicché avevo l’impressione di averlo ancora davanti. Ahimé! Siamo delle vesciche piene d’aria, e viviamo meno di una mosca. Anzi le mosche possono vantare almeno una notevole resistenza, mentre noi somigliamo ad una bolla di sapone. Figuriamoci se non fosse vissuto sobriamente. Per cinque giorni non aveva toccato né cibo né acqua, eppure è morto lo stesso. Ad ucciderlo sono stati i medici o, meglio ancora, la sfortuna. Infatti ritengo che il medico serva unicamente a tener su di morale. Comunque ha avuto un gran funerale. L’hanno disteso sul suo letto, addobbato con coperte finissime. È stato pianto da tutti perché aveva pensato a liberare molti schiavi. Solo la moglie era rimasta indifferente, versando lacrime finte. Eppure la vita non le aveva fatto mancare nulla. Ma le donne sono tutte uguali: una razza di vampiri. Guai ad essere affettuosi. È come buttare della roba in un pozzo. Credete a me, l’amore a lungo andare diventa una piaga”.

(G. A. Cibotto, da Petronio Arbitro, Satyricon, a cura di G. A. Cibotto, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 69-71, che così commenta la sua traduzione: “Ho cercato il più possibile di rimanere fedele al testo, seguendone l’inesauribile varietà dei registri, concedendomi appena qualche libertà, dove il non cedere alla tentazione di un’espressione italianamente più felice, avrebbe per me rappresentato una sicura sofferenza. Ma si tratta di cose di poco conto, non certo di arbitrii, che con un testo così straordinario, sarebbero del resto incomprensibili”)

Dama, per primo, chiesti dei bei bicchieroni, proclama: “Il giorno si riduce a niente. Non fai in tempo a voltarti, che è già notte. Quindi nulla è meglio che passare direttamente dal letto alla sala da pranzo. Tra l’altro abbiamo avuto un freddo dell’accidente. C’è voluta tutta che mi sia riscaldato col bagno. Ma un buon bicchiere caldo ti copre più di un vestito. Io me ne sono scolato una sfilza e sono proprio sbronzo. Il vino mi è andato al cervello”.
S’inserì nella conversazione Seleuco, e: “Io”, disse, “non mi lavo tutti i giorni; il bagno ti corrode: l’acqua ha i denti e il nostro cuore giorno per giorno si disfa. Ma quando mi sono scolato una bella tazzona di vino mielato, mando il freddo a quel paese. Oggi, del resto, non potevo lavarmi: sono stato a un funerale. Quella gran brava persona di Crisanto ha tirato le cuoia. Mi aveva chiamato appena ieri. Mi sembra ancora di parlare con lui. Ahiahi, siamo proprio delle vesciche gonfie che camminano! Contiamo meno di una mosca. Quella almeno un po’ di resistenza ce l’ha, noi siamo come bolle di sapone. Figuriamoci se non fosse stato uno che si controllava! Per cinque giorni non ha messo in bocca né una goccia d’acqua né una briciola di pane. Eppure è passato lo stesso nel numero dei più. Sono stati i medici ad ammazzarlo, no, anzi, la mala sorte, perché il medico serve solo a tirar su il morale. Comunque ha avuto un bel funerale, sul suo catafalco, coi suoi bei drappi. Il compianto è stato a regola d’arte - aveva affrancato un bel numero di schiavi -, anche se la moglie non si è certo consumata per le lacrime. E cosa sarebbe successo, se non l’avesse trattata così bene? Ma una donna che sia una donna appartiene alla razza degli avvoltoi. Bisognerebbe che nessuno le facesse del bene, tanto è come buttarlo in un pozzo. Ma un amore di vecchia data è come un cancro”.

(Mariangela Scarsi, da Gaio Petronio, Satyricon, a cura di Mariangela Scarsi, Giunti, Firenze, 1996, p. 53)

*    *    *

Nell’immagine, un fotogramma da Fellini - Satyricon (1969), libero adattamento del romanzo di Petronio (la sceneggiatura di Fellini e Bernardino Zapponi si giovò della consulenza di Luca Canali come “advisor for Latin language”).

Fellini, in linea con la disarticolazione della trama (”quasi a ridarci, archeologicamente, il gusto del frammento”, come scrisse Gian Luigi Rondi), combina in una sola macchietta dall’inflessione burina (a destra nel fotogramma) i discorsi di Dama e Seleuco:

“La giornata se ne va come niente, mentre ti volti, hai visto?, la notte… allora non c’è niente di meglio che passare dal letto alla tavola. Abbiamo avuto un gran freddo: il bagno mi ha scaldato a stento. Ahi, meno che mosche siamo, meno che mosche… loro una certa resistenza ce l’hanno; ma noi, niente più che delle bolle, siamo…”

Bibamus igitur

Ritratto di Paulus Melissus Schede (1539-1602)

Torno brevemente sull’infelice Beviam mia Lesbia dell’abate Rigord. Il facile rivolgimento di vivamus in bibamus voleva rendere l’invito più simposiale che erotico, più oraziano che catulliano, forse più biblico che pagano (Rigord aveva certo in mente Is. 22, 13 comedamus et bibamus, cras enim moriemur).

La variante ha avuto una certa fortuna. Ne trovo un primo esempio tra le parodie oraziane, catulliane, properziane, virgiliane di Paulus Melissus Schede (1539-1602):

Musoenophilus

Bibamus, mea Phyllis, et canamus
Catonumque minas molestiorum
Omnes nullius heu pili putemus.
Mures se occulere et sitire discant;
Musicis, simul aestuat Canis vis,
Vox est perpetuo mero irriganda.
Da mi cymbia quinque, deinde septem;
Dein quinque altera, dein secunda septem;
Dein usque altera quinque, deinde septem;
Post, cum cymbia multa fuderimus,
Degulabimus illa, ne patescant,
Aut ne quis queat annotare censor,
Cum tantum audiat esse cymbiorum.

(Paulus Melissus Schede, Meletematum piorum libri 8. Paraeneticorum 2. Parodiarum 2. Psalmi aliquot, Frankfurt/M., Commelin, 1595, p. 384 ora in Camena. Lateinische Texte der Frühen Neuzeit)

Continua… ‘Bibamus igitur’ »

Note di traduzione

Butterei nel calderone dei “materiali utili” all’analisi contrastiva di traduzioni anche le metariflessioni poste dai traduttori a introduzione, giustificazione, commento del proprio operato.

Come al solito, inizio da quel che mi capita tra le mani: ecco qui, anche qui, il cartello lavori in corso.

Mario Scaffidi Abbate [1926-], Nota del curatore a Quinto Orazio Flacco, Tutte le opere, a cura di Mario Scaffidi Abbate, traduzioni di Renato Ghiotto e Mario Scaffidi Abbate, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 19-20.

Credo di dover dare un cenno particolare sulla mia versione delle Odi, sia perché si allontana da quelle correnti (che spesso passano per poetiche solo perché le righe hanno la lunghezza e l’apparenza di versi), sia perché si tratta del rimaneggiamento di traduzioni già da me quasi tutte effettuate nei miei lontani anni universitari (fra il ‘45 e il ‘47) nello stesso metro e nello stesso ritmo del testo oraziano. Esse hanno dunque dormito nei miei cassetti per più di quarant’anni (durante i quali, come i sei personaggi pirandelliani, mi hanno continuamente chiesto «ch’io le facessi entrare nel mondo dell’arte»). Tiratele fuori, le ho in parte ritoccate, quando mi è parso che quella struttura non reggesse più tanto all’orecchio di oggi, per cui spesso ho sacrificato la fedeltà del ritmo a una più agevole lettura, mai però lo schema, come fanno certi traduttori, all’insegna di una modernità che, specialmente nel caso di Orazio, a me sembra non solo fuori luogo ma addirittura offensiva.
Quanto alle riproduzioni dei metri classici in lingua italiana, sarà qui utile ricordare che tentativi del genere se ne sono fatti in passato, anzi a questo proposito si ebbero due tendenze, secondo cui tale poesia in lingua italiana fu distinta in «metrica» e «barbara». Della prima, che teneva conto piuttosto della quantità dei versi latini, si diedero i primi saggi nel 1441 con Leonardo Dati nel Certame Coronario. Si trattava di esametri e di un’ode saffica, i primi metri classici riprodotti nella nostra lingua. Esametri compose anche L. B. Alberti. Nel 1539 Claudio Tolomei fissò le leggi di questa metrica nel libro Versi et regole della nuova poesia toscana, in cui venivano forniti esempi di una dozzina di poeti, fra i quali Annibal Caro, Gerolamo Fracastoro e lo stesso Tolomei. La poesia «barbara», invece, di cui si ebbero i primi esempi sul finire del Cinquecento, volle conservare lo stesso numero di sillabe, le stesse pause e gli stessi accenti dei versi latini, senza tener conto della quantità. Sennonché, in un caso e nell’altro, si trattò quasi sempre di esercitazioni retoriche, prive di quel soffio di poesia che nessun artificio, nessuna ingegnosità può sostituire.
Tentativi più recenti di poesia «metrica», tendente a riprodurre le arsi e le tesi di quella classica (accentate le sillabe lunghe ed atone quelle brevi), furono fatti da Giuseppe Chiarini, Felice Cavallotti, Domenico Gnoli e - specialmente nella traduzione di Omero - dal Pascoli, dal Romagnoli e dal Valgimigli, non senza il proposito di ripetere anche ritmicamente l’originale. Quanto alle Odi barbare del Carducci, più che di un tentativo di ricalcare il ritmo dei versi classici, si tratta di un esempio personale e originalissimo d’innovazione metrica nell’ambito della nostra poesia.
Ora, io non piango, come il Tolomei, sulla morte dei bei metri classici, né ne auspico la rinascita, invitando i poeti moderni a volgersi indietro e a seguire il cammino che «per antique forme i poeti mena là dove Virgilio vedrem varcato ed Omero», dico però che nella traduzione di un poeta latino si deve sentire il sapore dell’antichità, si deve poterne cogliere lo stile. / Un testo classico è come un mobile antico: si può restaurarlo ma non bisogna togliergli la patina del tempo.
S’intende che, avendo scelto di realizzare, per le Odi, una traduzione che rispettasse lo stesso schema e lo stesso numero di versi dell’originale, ho dovuto concedermi alcune libertà, di lievissimo conto e che nulla tolgono al contenuto e allo spirito del testo. Così, se ho tradotto «i vecchi» invece che «i più vecchi», se ho scritto Achemène o Piritòo, invece di Achèmene o Pirìtoo, o se ho mutato un olmo in un òntano, l’ho fatto in omaggio al ritmo del verso o perché costretto ad usare un vocabolo sdrucciolo per necessità metrica. Il fatto, poi, di dover offrire al lettore la piena corrispondenza con la pagina del testo, mi ha portato anche, ma raramente, ad eliminare qualche vocabolo o a modificare l’espressione.
Quanto agli Epodi (il primo e il secondo dei quali avevo già tradotto insieme alle Odi e al Carme secolare), la loro struttura e l’età ormai matura mi hanno reso più agevole la traduzione. Con le Epistole, poi, e con l’Arte poetica, tradotte interamente ex novo, avendo preferito renderle con l’endecasillabo, posso dire di esserci andato a nozze. La scelta di quel verso, più corto dell’esametro, mi ha costretto, piacevolmente e spero con buoni risultati, ad un lavoro di sintesi considerevole. E però ho dovuto pure saltare qualche parola o versi interi, di scarso o di nessun rilievo, la qual cosa tuttavia non ha impedito che in alcuni casi, nelle epistole più estese e nell’Arte poetica, la traduzione sia risultata un po’ più lunga dell’originale, ma questo anche perché ho ritenuto di aggiungere parole o frasi non presenti nel testo, per rendere meglio un concetto o per chiarire un particolare che, noto ai lettori di allora, non lo è a quelli moderni.
Per il testo latino mi sono attenuto, pur con qualche eccezione: per le Odi, gli Epodi e il Carme secolare alla lezione di M. Lenchantin De Gubernatis, per le Epistole e l’Arte poetica a quella di E. C. Wickham.

Verg. Aen. I 1-11

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam, fato profugus, Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum saevae memorem Iunonis ob iram;
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem,
inferretque deos Latio, genus unde Latinum,
Albanique patres, atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

L’armi canto e ‘l valor del grand’eroe
che pria da Troia, per destino, ai liti
d’Italia e di Lavinio errando venne;
e quanto errò, quanto sofferse, in quanti
e di terra e di mar perigli incorse,
come il traea l’insuperabil forza
del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
e con che dura e sanguinosa guerra
fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
ripose in Lazio, onde cotanto crebbe
il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
e le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
fece la Dea, ch’è pur donna e regina
degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
per tanti casi a tanti affanni? Ahi tanto
possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

(Annibal Caro [1507-1566]; la traduzione fu pubblicata postuma da Bernardo Giunti, a Venezia, nel 1581)

Canto le armi, canto l’uomo che primo da Troia
venne in Italia, profugo per volere del Fato
sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato
e per terra e per mare dalla potenza divina,
a causa dell’ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu le ragioni di tanto
doloroso penare: ricordami l’offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Di tanta ira sono capaci i Celesti?

(Cesare Vivaldi [1925-2000], da Publio Virgilio Marone, Eneide, versione poetica di Cesare Vivaldi, Bologna, 1962 [?])

Armi canto e l’uomo che primo dai lidi di Troia
venne in Italia fuggiasco per fato e alle spiagge
lavinie, e molto in terra e sul mare fu preda
di forze divine, per l’ira ostinata della crudele Giunone,
molto sofferse anche in guerra, finch’ebbe fondato
la sua città, portato nel Lazio i suoi dèi, donde il sangue
Latino e i padri Albani e le mura dell’alta Roma.
Musa, tu dimmi le cause, per quale offesa divina,
per qual dolore la regina dei numi a soffrir tante pene,
a incontrar tante angosce condannò l’uomo pio.
Così grandi nell’animo dei celesti le ire!

(Rosa Calzecchi Onesti, da Virgilio, Eneide, Einaudi, Torino, 1967)

Canto le armi e l’uomo che primo dalle rive di Troia,
proscritto per decreto del fato, guadagnò l’Italia e le spiagge
lavinie; molto si lasciò sbalestrare per terra e per mare dagli dèi
prepotenti, istigati dall’indelebile astio di Giunone furente,
e molto anche in guerra aveva patito, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i suoi dèi, onde la nazione
latina, e i nostri padri Albani, e le mura di Roma la Grande.
Musa, ricordami tu le cause, per quali offese alla sua maestà,
dolendosi di che, la regina degli dèi costrinse un uomo
insigne così di pietà a correre tanti pericoli, a far fronte
a tante pene. Tanto è il rancore che anima i Celesti!

(Vittorio Sermonti [1929-], da Vittorio Sermonti, L’Eneide di Virgilio, Rizzoli, Milano, 2007)

Bibamus, mea Lesbia

Poculum (Roma, circa 280 a.C.)

Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.

Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)

Continua… ‘Bibamus, mea Lesbia’ »

Catull. 5

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occmazidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviam, Lesbia, viviamo, e amiamci insieme,
E de’ vecchi più austeri
Stimiam le ciarle un zero.
Se vedi a sera il sol tuffarsi in mare,
La mattina tu ‘l vedi a far ritorno;
Una volta per noi, ch’è spento il giorno
Sonno d’eterna notte i sensi ingombra.
Dammi, Lesbia, baci mille
E poi cento appresso a quelli,
Torna quindi un’altra volta
Darne mille e cento ancora,
E allora, che a molti mila
Sarem giunti, tra di loro
Si confondano, e tra noi
Se ne perda ancora il conto;
Così non potrà alcun da invidia mosso
Cangiar maligno nostra gioia in pianto,
Sapendo che fur baci, e non già quanti.

(Parmindo Ibichense, pseudonimo in Arcadia di Francesco Maria Biacca Parmigiano, Milano, 1740)

Viviam, mia Lesbia, e amiamo,
E del senil rigore
Nulla i biasmi curiamo.
Rinasce il Sol che more;
Spenta a noi breve luce,
Notte eterna s’adduce.
Or mille baci e cento
Dammi, e mille, e poi cento,
Ed altri mille e cento.
Indi migliaia assai
Confondiam: né mai
Gl’invidi sien capaci
Di contar tanti baci.

(L. Subleyras, Verona, 1770)

Amarci, vivere,
Mia vaga Lesbia,
Sia il primo, l’unico
Nostro pensier:

E le impotenti
Grida noievoli
Lasciam che spargano
Loquaci ai venti
I vecchi altier.

Morir ben possono
I dì volvendosi,
che poi ritornano
A comparir;

Ma a noi se questa
Luce nascondesi,
Una perpetua
Notte funesta
Si dee dormir.

Via cara, donami,
Di que’ dolcissimi
Baci, che sogliono
L’alma bear;

A mille a mille
Qui su le labbia,
Qui, cara, stampane
Su le pupille,
Né ti stancar.

Poi l’ampio numero
Sì confondiamone,
Che inosservabile
Divenga ognor;

Né noccia a nui
Del vero nòvero
Inconsapevole
Il guardo altrui
Fascinator.

(A. Peruzzi, Venezia, 1846)

Godiam la vita, o Lesbia,
Godiam la vita, e amiamo,
E de’ vecchi bisbetici
Nulla il garrir curiamo.

I giorni morir possono
E riedere; a noi dopo
Un breve sol, perpetua
Notte dormire è d’uopo.

Oh mille e cento donami
Fervidi baci tuoi,
E cento e mille in seguito,
E mille e cento poi!

E quando immenso un cumulo
Di mila e mila avremo,
Per non saperlo, a studio
Le cifre arrufferemo,

E per non far che invidia
I denti suoi ci mostri,
Vedendo tanto il numero
Esser de’ baci nostri.

(D. Bocci, Torino, 1874)

Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
E de’ più rigidi vecchi i rimproveri
Meno d’un misero asse stimiamo.

Tramontar possono gli astri e redire:
Noi, quando il tenuo raggio dileguasi,
Dobbiam perpetua notte dormire.

Baciami, baciami, vuo’ che mi baci:
A cento scocchino, a mille piovano
Qui su quest’avida bocca i tuoi baci;

E poi che il numero sfugge a noi stessi,
Baciami, baciami, sì che l’invidia
Non frema al còmputo de’ nostri amplessi.

(M. Rapisardi, Milano, Palermo, Napoli, 1882)

Viviam mia Lesbia, amiamo,
Al brontolìo dei rigidi
Vecchiardi non badiamo:
Tramonta il sol, ma torna;
Se cade il dì fuggevole,
Per noi più non raggiorna.
Mille di baci tuoi
Cento eppoi mille donami
Ed altri cento poi;
E cento e cento mila;
E così giunti al numero
Di più migliaia in fila,
Tosto vogliam la traccia
Confonder; perché il cumulo
Non ci si legga in faccia.

(L. Toldo, Imola, 1883)

Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
Né degli austeri vecchi curiamo
L’acri rampogne. Tramonta il giorno,
Ma all’orïente poi fa ritorno:
Spento il dì breve di nostra vita
Noi dormiremo notte infinita.

Su mille baci dammi e poi cento,
Mill’altri e cento ne vo’ contar,
Ancora mille, non son contento,
Cent’altri ancora, segui a baciar.

Allor che molte migliaia avremo
Fatte di baci, col loro suon
Il loro numero confonderemo
Per non sapere quanti ne son,

Perché non abbiano certi malnati,
Sapendo quanti baci da te
Ho avuti e quanti io te n’ho dati,
D’invidia ad ardere contro di me.

(C. De Titta, Lanciano, 1890)

Viviamo, Lesbia mia, ed amiamoci,
e i brontolii dei vecchi austeri
valutiamoli, tutti insieme, due soldi.
Il sole può tramontare e tornare,
ma noi, quand’è tramontata la nostra
breve luce, dobbiamo dormire una sola notte, perpetua.
Dammi mille baci, e poi cento,
poi altri mille e altri cento,
poi ancora altri mille e altri cento.
Quando ne avremo fatti molte migliaia,
li confonderemo per non sapere più il loro numero,
che nessuno possa farci il malocchio, sapendo
un numero così enorme di baci.

(G. Paduano)

Viviam, mia Lesbïa, viviamo e amiamo!
E mutrie e prediche di brontoloni
Vecchi, stimiamole men d’un quattrino.
I Soli cadono, ma san tornare;
noi, da che spengesi la luce breve,
una perpetua notte dormiamo.
Oh mille baciami volte e poi cento,
Mille ancor baciami volte e poi cento,
Mille altre baciami volte e poi cento!
E giunti al numero di più migliaia,
Rimescoliamole, per non sapere
Quante mai siano, né possa un tristo
Invidïarceli tutti que’ baci.

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939 [19151?], pp. 7-9.
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “Viviam mia Lesbïa / viviamo e amiamo”, ecc.).  Per la giustificazione di tale scelta ritmica cfr. le note a Catull. 2.

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

(Salvatore Quasimodo, da Valerio Catullo, Canti, traduzione di Salvatore Quasimodo, Milano, A. Mondadori, 1955)

Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e amiamoci e non stimiamo più d’un soldo tutti i borbottìi dei vecchi troppo austeri. Il sole può tramontare e tornare: noi invece, una volta tramontata la breve vita, dobbiamo dormire una sola notte senza fine. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille e poi ancora cento, indi altri mille e poi cento. Poi quando ce ne saremo scambiati molte migliaia, ne imbroglieremo la somma, per ignorarla o perché un qualche malevolo non abbia a colpirci col malocchio, al saper esserci stati tanti baci.

(L. Pepe e N. Scivoletto, Roma, 1968)

Vita e amore a noi due Lesbia mia
E ogni acida censura di vecchi
Come un soldo bucato gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
Ma questa luce nostra fuggitiva
Una volta caduta, noi saremo
Premuti da una notte senza fine.
Dammi baci cento baci mille baci
E ancora baci cento baci mille baci!
Le miriadi dei nostri baci
Tante saranno che dovremo poi
Per non cadere nelle malìe
Di un invidioso che sappia troppo,
perderne il conto scordare tutto.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 19)

Viviamo, o Lesbia mia, viviamo e amiamoci!
Le chiacchiere dei vecchi moralisti
valutiamole meno d’un centesimo.
Possono i giorni tramontare e sorgere,
ma se tramonta questa breve luce,
un’eterna ci attende unica notte.
Baciami mille volte e ancora cento,
dammi altri mille baci ed altri cento,
dammene ancora mille e quindi cento.
Quando saranno mille e mille e mille,
confondiamoli insieme, alla rinfusa,
perché si perda il conto e non ci tocchi
l’invidia dei malvagi ed il malocchio,
quando si sappia il numero dei baci.

(Virgilio Lavore [1926-1999], da Latinità, Principato, Milano, 1974, p. 221)

Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e i piaceri dell’amore;
a tutti i rimproveri dei vecchi, moralisti anche troppo,
non diamo il valore di una lira.
Il sole sì che tramonta e risorge;
noi, quando è tramontata la luce breve della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l’ammontare dei baci.

(F. Della Corte, Milano, 1977)

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 85: endecasillabi sciolti)

Viviamo, Lesbia, facciamo all’amore,
lascia che i vecchi seriosi sbavino
tutti quei loro discorsi da un soldo.
Il sole tramonta, ma dopo torna:
noi, una volta spento il lume,
un’unica eterna notte ci addormenta.
Dammi mille baci, poi cento,
ancora mille, ed altri cento,
ancora altri mille, e dopo cento.
Infine, giunti a tante migliaia,
ne faremo un dolce guazzabuglio,
per non contarli più, o uno scalogno non possa invidiarci
sapendo quanti mai sono i baci.

(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 25)

Viviamo ed amiamoci, o mia Lesbia:
le chiacchiere dei vecchi troppo seri
stimiamole tutte due soldi.
Il sole può cadere e ritornare,
ma noi - quando la nostra breve luce
si sarà spenta una volta -
avremo una notte soltanto
da dormire infinita.
Dammi mille baci e altri cento,
ed altri mille, e dopo, ancora cento.
Quando saranno migliaia
confonderemo il conto, per non sapere,
o per evitare il malocchio
di un invidioso,
quando saprà
che sono stati tanti i nostri baci.

(F. Caviglia, Laterza, Roma-Bari, 1983)

*    *    *

Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.

Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)

L’impeto censorio costringe Rigord a stravolgere. L’operazione non è priva di finezza, visto che la connessione tra invito a bere e invito a vivere è topica. Peccato che l’effetto sia da coma etilico.

Scopro poi che Bibamus, mea Lesbia, atque amemus è variante testuale di qualche successo, come parodia (già nel Cinquecento, poi in alcuni romanzi carvalhiani).

*    *    *

Da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42, traggo molte delle traduzioni sopra riportate (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare); e due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:

Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

(abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)

Riutilizzo qui le osservazioni di Sega (pp. 44-45). La traduzione Pastore arriva fino al v. 6, per i motivi spiegati dal cauto abate nella premessa Al lettore:

Torna a luce dopo qualche altra edizione, ch’ha ella avuto altrove, questa traduzione, lavoro della prima gioventù del suo Autore: di cui non è stato l’ultimo pensiero quello dell’esaminare con attenzione questi tre Poeti [Catullo, Tibullo, Properzio], e troncarne quando di netto i poemi, quando in parte, ovunque vi leggesse oscenità, per non farne uscir così libera, e sfrenata la versione sotto gli occhi del pubblico. L’oscenità e la licenza non è mai d’aver corso. [...] Non ogni volta che si nomina donna, bellezza, amore, Imeneo, è da farsi così indiscretamente man bassa: ma ciò solo quando vi sia un sentimento osceno, o a quello analogo. Egli non ha perdonato in simili tratti a leggiadria di pensiero, e di poesia. Egli v’ha dato di penna senza esitazione: ma colla stessa fermezza ha lasciato correr quant’altro non gli pareva di tal carattere, ancorché potesse per ventura aver talvolta un doppio senso, tenendo però cura di render nella sua traduzione il sentimento migliore, e secondo onestà. Quei di buon senso, i ragionevoli, i moderati ne saranno soddisfatti: e ‘l dovrebbon esser anco i più rigidi, vedendo così risecati questi poeti, che son ridotti quasi quasi a metà”.

A partire dalla quarta edizione (Bassano, 1805), per togliere al carme quel residuo di “proibito” che, pur ridotto a meno della metà, conservava, Pastore lo intitola Frammento - A sua Moglie.

Il secondo caso di censura riportato da Sega (p. 37) riguarda direttamente il testo latino, nell’edizione castigata di L. Portelli (Roma, 1836):

Admonitu mortis ad hilariter vivendum socios cohortatur

Vivamus, socii, iocosque amemus,
Rumoresque senum seveniorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
Nobis, cum semel occidit brevis lux
Nox est perpetua una dormienda.

Così Sega, p. 44:

la si può considerare una “traduzione” sui generis, di tipo endolinguistico, perché riporta il testo latino originale con una reinterpretazione del v. 1 e una espunzione dal v. 7 in poi, che rendono molto diverso il significato del carme catulliano.

La reinterpretazione è completata dal titolo e da una nota di critica alle concezioni “non cristiane” di Catullo:

Ita loquuntur quibus animum simul cum corpore exstingui persuasum est, nullumque fore de rebus, quas in vita gesserimus, iudicem, unde et virtutum praemia et flagitiorum poenas exspectare debeamus. Nos contra qui maximo Dei beneficio Christiani sumus, tantum abest ut mortis cogitatione pro vitiorum illecebra abutamur, ut ea potissimum cupiditates coercere soliti simus: aeterna scilicet bona spectantes, quae pie atque honeste vitam agentibus ille actionum humananum arbiter pollicetur.

*    *    *

Sulla fortuna intertestuale del carme 5 ho fatto i primi carotaggi nel post Fidenziani, catulliani; traggo qualche altro suggerimento dal volumetto scolastico Divina puella. L’amore e la donna in Catullo, curato da Domitilla Leali, Signorelli, Milano, 2001, pp. 82-83.

Come se ogni bacio
fosse d’addio,
mia Cloe, baciamo amando.
Che forse già si posa
sulla nostra spalla la mano che chiama
alla barca che non viene se non vuota;
e che in un solo fascio
lega ciò che l’uno per l’altro fummo
all’altrui somma universale della vita.

(Fernando Pessoa [1888-1935], traduzione di Antonio Tabucchi)

“Dal testo di Catullo Pessoa riprende in particolare la stretta connessione tra Amore e Vita, di fronte alla quale si colloca, per ogni uomo, il destino di Morte che inevitabilmente lo attende. Catullo aveva evocato nel c. 5 l’idea della Morte attraverso l’immagine metaforica della «sola eterna notte» che resta agli uomini «da dormire» dopo che per loro «è caduta questa breve luce» (vv. 4-6). Influenzato dalla visione cristiana della Morte, Pessoa preferisce invece rappresentarla con la concretezza piena di un Essere misterioso, la cui mano indirizza gli amanti verso un Aldilà in cui chi ora è vivo sarà destinato a legarsi «in un solo fascio» con «la somma universale della vita». L’ineluttabilità del testo catulliano, in cui l’uomo non ha alcuna possibilità di sottrarsi al suo destino, si trasforma dunque, in questi rifacimento novecentesco, nella speranza che l’Amore che ha legato fra loro gli amanti, portandoli a godere di ogni istante come se fosse l’ultimo possibile, continui ad esistere, anche se fuso nell’energia vitale che informa di sè tutto l’Universo.” (D. Leali, op. cit., pp. 82-83)

Sì, tutto con eccesso:
la luce, la vita, il mare!
[...]
Bisogna stancare i numeri.
Che contino senza posa,
si ubriachino contando,
e che non sappiano più
l’ultimo quale sarà:
che vita senza termine!
Una gran torma di zeri
investa, nel passare.
le nostre agili felicità,
e le conduca alla vetta.
Si spezzino le cifre,
senza riuscire al calcolo
né del tempo né dei baci.

(Pedro Salinas [1892-1951]; sono riportati i vv. 1-2 e 15-26 della lirica)

“Anche in questo testo Amore e Vita appaiono inscindibilmente saldati tra loro e contrapposti alla Morte. A differenza di Pessoa, che pare in qualche modo accettare il destino umano, confidando nella speranza che la morte segni solo un passaggio verso una realtà ora inconoscibile, ma non per questo inesistente, Salinas sembra invece come Catullo individuare nell’amore l’unico possibile antidoto alla morte, capace di confonderla grazie alla messe indistinta di carezze e di baci che i due amanti le oppongono come un ultimo baluardo. Nel carme catulliano (vv. 12-13) il vertiginoso e confuso numero di baci che il poeta e Lesbia si scambiano non è solo segno della loro passione, ma, secondo una superstizione antica, ha lo scopo di sottrarre a «qualche malvagio», invidioso del loro amore, la possibilità di gettare sulla coppia felice un qualsiasi maleficio. Nella lirica di Salinas il significato dell’infinitezza dei baci è forse ancor più profondo: la loro quantità senza fine arriva infatti a cancellare anche il computo del tempo, così che nell’estasi d’amore è possibile agli amanti raggiungere, anche se solo per un attimo, l’immortalità. Ed è in questa concezione totalizzante dell’esperienza amorosa che la lezione di Catullo, primo grande lirico d’amore della modernità, continua a vivere.” (D. Leali, op. cit., p. 83)

*    *    *

Un assaggio di traduzione inglese (più che una traduzione, un rifacimento), ancora una volta da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., p. 42:

To Lesbia

The while we live, to love let’s give
Each hour, my winsome dearie!
Hence, churlish rage of icy age!
Of love we’ll ne’er grow weary.

Bright Phoebus dies, again to rise;
Returns life’s brief light never;
When once ‘tis gone, we slumber on
For ever and for ever.

Then, charmer mine, with help divine!
Give me a thousand kisses;
A hundred then, then hundred ten
Then other hundred blisses.

Lip thousand o’er, sip hundreds more
With panting ardour breathing;
Fill to the brim love’s cup, its rim
With rosy blossoms wreathing.

We’ll mix them then, lest to our ken
Should come our store of blisses,
Or envious wight should know, and blight
So many honey’d kisses.

(J. Cranstoun, Edimburgo, 1867)

Papiro

Papyrus Hauniensis

A puro scopo didattico, trafugo dalla Biblioteca Augustana il Papyrus Hauniensis da confrontare col testo critico di Sapph. fr. 98 Lobel-Page (Diehl 98a-98b).

D. 98 a, b L.-P. 98
(Treu/Snell)
(a) vv. 1-12: P. Hauniens.
(b) vv. 14-22: P. Mediol., ed. Vogliano, Mediol. 1942

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
[. . ].θος· ἀ γάρ μ᾽ ἐγέννα[τ᾽ ἔφα ποτά·[σ]φᾶς ἐπ᾽ ἀλικίας μέγ[αν
[κ]όσμον αἴ τις ἔχη φόβα< ι>ς
[π]ορφύρωι κατελιξαμέν[α πλόκωι

[ἔ]μμεναι μάλα τοῦτο . [ ^ ]
[ἀ]λλ᾽ ἀ ξανθοτέρα< ι>ς ἔχη[ις]
[τ]α< ὶ>ς κόμα< ι>ς δάιδος προφ[ανεστέραις]

[σ]τεφάνοισιν ἐπαρτία[ις
[ἀ]νθέων ἐριθαλέων
[μ]ίτρα· < τ>ὰν δ᾽ἀρτίως Κλ[έϊ – ^ ^ ]

ποικίλαν ἀπὺ Σαρδίω[ν
οἶα] Μαονίας πόλεις
[ – ^^ ^ – ^ ^ – ^ ^ ]

σοὶ δ᾽ἔγω, Κλέϊ, ποικίλαν
οὐκ ἔχω· πόθεν ἔσσεται
μίτρα ν< ῦ>ν; ἀλλὰ τῶι Μ< υ>τ< ι>ληνάωι

[. . . . . . . . . . . . . . . ].[. . . . . . . . . . . . . . . ]
+παισαπειον+ ἔχην πολ[ις]
αἰ κε[.]η ποικίλας κ. . .[

ταύτας τᾶς Κλεανακτίδ[αν]
φύγας +αλις α πολις ἔχει+
μνάματ᾽[ο]ἴδε γὰρ αἶνα διέρρυε[ν]

Colgo l’occasione per ricordare che in zona “analisi contrastiva” ho aggiunto una prima bozza sul frammento 31 Lobel-Page.

Sapph. D. 2 L.-P. 31

Saffo (ca. 480 a.C., München, Antikenmuseum)

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσ‹ας› ἰμέροεν. τό μ᾽ἦ μάν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν.
ὢς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽, ὤς με φώνη-
σ᾽οὖδεν ἔτ᾽ εἴκει,

ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ᾽αὔτικα χρῶι πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,
ὀππάτεσσι δ᾽ οὖδεν ὄρημμ᾽, ἐπιρρόμ-
βεισι δ᾽ἄκουαι,

ἀ δέ μ᾽ἴδρως κακχέεται, τρόμος δέ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ὀλίγω ᾽πιδεύης
φαίνομ᾽ἔμ᾽αὔται·

ἀλλὰ πᾶν τόλματον, ἐπεὶ +καὶ πένητα

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit

dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi; nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
[vocis in ore]

lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.

Otium, Catulle, tibi molestum est;
otio exultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

(Catullo, carme 51)

Quel parmi in cielo fra gli Dei, se accanto
ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente
i dolci detti e l’amoroso canto! -
A me repente

con più tumulto il core urta nel petto:
more la voce, mentre ch’io ti miro,
sulla mia lingua: nelle fauci stretto
geme il sospiro.

Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:
un indistinto tintinnio m’ingombra
gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
torbida l’ombra.

E tutta molle d’un sudor di gelo,
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi, ed anelo
tacita, esangue.

(Ugo Foscolo)

A me beato sembra come un dio
l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode
da vicino le tue dolci parole
ed il tuo dolce

riso amoroso. E subito nel petto
sbigottisce il mio cuore: se io ti vedo
solo un istante, subito la mia
voce si spegne.

Mi si spezza la lingua, ed una fiamma
sottile mi trascorre per le membra,
ed io non vedo nulla più con gli occhi;
romban gli orecchi.

Freddo sudor m’inonda, ed un tremore
tutta mi prende, e più verde dell’erba
io sono, e non mi sembra esser lontana
dalla mia morte.

Ma sopportare tutto si può…

(Gennaro Perrotta)

Come uno degli Dei, felice
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosa. Subito a me
il cuore in petto s’agita sgomento
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Rapido fuoco affiora alle mie membra,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

(Salvatore Quasimodo)

A me sembra che sia uguale agli dei
quell’uomo che a te di fronte
siede e da vicino dolcemente parlare
tutto ti ascolti
e ridere di un riso provocante. Questo, davvero,
dentro al petto il cuore mi sconvolge:
come, anche per poco, a te guardo
più non posso parlare,
ma la lingua è spezzata e un sottile
fuoco sotto la pelle rapido s’è diffuso
e con gli occhi nulla vedo e rimbombano le orecchie,
e anche il sudore mi si spande, e un tremito
tutta mi prende, e più verde dell’erba
io sono, e dal morire ben poco distante
sembro a me stessa.
Ma tutto può capitare che si sopporti, poiché…

(Vincenzo Di Benedetto)

Mi appare simile agli dei
l’uomo che ti siede dinanzi
e da vicino ascolta te che parli
dolcemente

e sorridi incantevole, questa visione
sconvolge il mio cuore in petto:
perché appena ti guardo più non mi riesce
di parlare,

la lingua s’inceppa, subito un fuoco sottile
corre sotto la pelle,
gli occhi non vedono più, le orecchie
rombano,

il sudore mi scorre, un tremore
mi afferra tutta, sono più verde
dell’erba, mi vedo a un passo
dall’essere morta.

Ma tutto bisogna sopportare perché …

(Ilaria Dagnini, da Saffo, Poesie, a cura di Ilaria Dagnini, Newton Compton, Roma, 1991, pp. 41-43; segue l’edizione Voigt 1971)

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Attingo la pittura vascolare con Saffo (ca. 480 a.C., München, Antikenmuseum) dalla Biblioteca Augustana.

Catull. 85

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio, et excrucior.

Odio e insieme amo Lesbia. Or come avviene?
Come io non so: ma il sento, e vivo in pene.

(Luigi Subleyras [1743-1814], da Libro di C. Valerio Catullo Veronese, tradotto in versi italiani a rincontro del testo latino da Luigi Subleyras nell’anno 1770, Roma, dai torchi di Mariano De Romanis e figli, 1812)

Amor m’arde, e m’aggela in un, ma come?
non so; ma sol che ‘l sento e che ne pero.

(Raffaele Pastore, da Catullo, Tibullo e Properzio d’espurgata lezione tradotti dall’ab. Raffaele Pastore, Stamperia Coleti, Venezia, 1797 [ma cito dall'edizione napoletana del 1853, p. 169])

Odio, ed amo: dimandi perché ‘l fo.
Farsi il sento, e men cruccio, ma nol so.

(Tommaso Puccini [1749-1811], da Poesie di Caio Valerio Catullo scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoia, Con i caratteri de’ fratelli Amoretti, Pisa, 1815, p. 203 - per l’erronea attribuzione a Giacomo Puccini vedi la discussione su it.cultura.classica)

Odio e amore

L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,
io, nol so: ben so tutta la pena che n’ho.

(Giovanni Pascoli [1855-1912], Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria, Bologna, N. Zanichelli, 1913)

Odio ed amo. - Esser può? - (tu forse dimandi). Lo ignoro;
Ma nel cuor mio lo sento, tanto che peno in croce.

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939, p. 151)

Odio e amo. Perché questo io faccia forse domandi.
Non so; lo sento e mi torturo l’anima.

(Guido Vitali, da Gli scrittori di Roma, Garzanti, Milano, 1948)

Io odio e amo. Ma come, dirai. Non lo so,
sento che avviene e che è la mia tortura.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 75; una nota [di A. Traina?] osserva che “fieri si oppone al suo attivo faciam, entrambi al centro dei rispettivi versi”)

Odio e amo.
Come sia non so dire.
Ma tu mi vedi qui crocifisso
Al mio odio ed amore.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 265)

Odio e amo. Mi chiedi come si può.
Lo sa il mio cuor crocifisso. Io non lo so.

(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 145)

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Una quindicina di traduzioni del carme 85 anche su Wikiquote.

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Accogliendo un suggerimento di Massimo Manca, riporto le pagine di Giovanna Garbarino - che cito dall’ennesima incarnazione: Giovanna Garbarino (con la collaborazione di Sergio A. Cecchin e Laura Fiocchi), Tria. Letteratura latina_Antologia di autori_Brani di versione, Paravia, Torino, 2008, pp. 237-238 - che rappresentano in generale un buon esempio di analisi contrastiva.

«Il testo catulliano nella sua scarna essenzialità non presenta alcun serio problema di carattere grammaticale; eppure è praticamente intraducibile, perché ogni tentativo lascia insoddisfatti, tale è la densità e la complessità del messaggio.
Prima di proporre una serie di traduzioni moderne, richiamiamo l’attenzione su alcune caratteristiche del testo:

  1. non c’è un sostantivo e non c’è un aggettivo; tutto l’epigramma è affidato ai verbi, cioè alla nuda descrizione di azioni o di modi di essere, senza alcuna ulteriore determinazione: si giunge alle radici stesse del vivere;
  2. fondamentale è l’opposizione faciam/fieri: da un lato la forma attiva sottolinea un tentativo di controllo dell’azione (”forse tu mi chiedi per quale ragione io faccia questo”), dall’altro il passivo manifesta la precisa sensazione del poeta di essere in balia di forze incontrollabili (”mi accorgo che questo avviene“): prende corpo in tutta la sua drammaticità l’opposizione mente/cuore, ragione/sentimento, azione voluta/azione subita;
  3. excrucior, che chiude il carme, va interpretato alla luce delle immagini e delle sensazioni che esso produceva nella mente di un latino: il verbo, come dimostra la sua presenza nei dialoghi della commedia e la sua sostanziale assenza da altri codici letterari, apparteneva al linguaggio popolare e veniva impiegato per evidenziare una condizione di sofferenza, priva tuttavia delle implicazioni che la croce assunse con il cristianesimo (sofferenza simile a quella di Cristo, dolore che redime ecc.).

Ecco alcune traduzioni “firmate” che costituiscono anche interpretazioni del testo, con cui ogni traduttore si confronta in modo diverso. Apriamo la rassegna con Salvatore Quasimodo che ha reso con la forma impersonale i nessi quare id faciam e fieri sentio:

Odio e amo. Forse mi chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

Ancora più “spersonalizzata” è la traduzione di Vincenzo Guarracino che riduce a soli tre verbi l’uso della prima persona, ricorrendo per il resto a forme impersonali:

Odio e amo. Come questo sia possibile
mi sfugge, ma lo sento ed è uno strazio.

In direzione opposta va invece Francesco Della Corte che anzi, con l’inserzione delle due particelle “mi”, accentua la personalizzazione del discorso:

Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non so, ma sento che questo mi accade: è la mia croce.

Mantiene il tono personale anche Franco Caviglia che risolve l’interrogativa indiretta in una bruciante domanda, eliminando l’avverbio fortasse:

Io odio e amo. “Come fai?” mi chiedi.
Non lo so. Ma lo sento e sono in croce.

Verso una decisa amplificazione del testo va invece Guido Mazzoni:

Odio e amo - Esser può? - (tu forse dimandi). Lo ignoro;
Ma nel cuor mio lo sento, tanto che peno in croce.

Un vero e proprio rifacimento è quello di Guido Ceronetti, che addirittura, nei due versi finali, crea un’immagine indubbiamente efficace ma assente in Catullo:

Odio e amo.
Come sia non so dire.
Ma tu mi vedi qui crocifisso
Al mio odio e al mio amore.

Concludiamo con la traduzione di Gian Battista Pighi nella quale colpisce il tentativo di essere puntigliosamente fedele al testo sino a cercare di rendere la maggior intensità del verbo requiro (rispetto al semplice quaero) con l’espressione, forse un po’ troppo prosastica, “ti interessa sapere”:

Odio e amo. Perché io faccia così, forse ti interessa sapere.
Non lo so. Ma sento che è così e sono in croce.»