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Orologio solare in un muro di cacatoio

Meridiana (da Carcassonne, foto di Fdecomite)

Curiosando nello Stracciafoglio non poteva sfuggirmi questa dotta noterella: Ignazio Pisani, nel proporre integrazioni a una nota antologia (Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento, a cura di Vitaniello Bonito, Sellerio, Palermo, 1996), trascrive un sonetto che, a suo dire, “certamente non dispiacerà ai cultori del genere scatologico”:

Orologio solare in un muro d’un cacatoio

Perché bene del Tempo io spenda l’ore
Inargentato stral quivi le segna,
E posto in questo posto egli m’insegna
Che il Tempo speso mal dà mal odore.

Tutto ‘l tempo ch’io passo al cacatore
Temo ognora il malan che non mi vegna,
Perché so ch’ogni cosa, abenché degna,
Al par d’una cacata, e nasce e more.

Quivi il sol mi chiarisce, e vòl ch’io veggia
Che l’Uom, che va con sì superbo aspetto,
Qual ombra ne lo sterco, erra e passeggia,

Che al Tempo corruttor tutto è soggetto,
E ch’al tirar de l’ultima correggia,
Ogni cosa mortal non vale un petto.

(da Cesare Giudici [1634-1724], La bottega de’ chiribizzi, Ramellati, Milano, 1685)

*    *    *

Il Pisani pubblica altri Orologi secenteschi (latini, tradotti da Massimo Scorsone) nel numero 6 dello Stracciafoglio.

Nella foto (di Fdecomite), un orologio solare da Carcassonne. Ricca è la collezione di immagini su Astrosurf.com.

Fidenziani, catulliani

Dettaglio da un ms. padovano di Catullo, ca. 1475 (collezione Schøyen, ms. 586)

Il percorso pasquinesco mi porta a carotaggi marginali in Camillo Scroffa, I cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di Pietro Trifone, Salerno, Roma, s.d. [1981].

Nelle liriche di Scroffa (1526/1527-1565), che inaugurano la piccola schiera di poeti “fidenziani”, si immagina che il pedante ludimagistro Pietro Fidenzio Giunteo da Montagnana canti il proprio socratico amore per un giovane allievo, Camillo.

Sulle orme dell’Hypnerotomachia Poliphili, la lingua fidenziana è ottenuta “nella volgar lingua latinizando e nella latina volgarizando” (così il curatore dell’edizione Greco dei Canti, s.d [ma 1611?]). In ciò, prima ancora che nei temi e nelle allusioni letterarie, risiede un’ancipite parodia della pedanteria e del petrarchismo.

E veniamo al dunque. Tra le rime dei fidenziani compare questo patente rifacimento catulliano:

Viviam, suaviolo mio, et con syncero
perfetto amor conglutinianci in uno,
e i rumori del popolo importuno
habbiam per stolti et repugnanti al vero;

et se il magistro rigido e severo
vi suadesse a non donarvi a alcuno,
ditegli contra audacter che quel uno
ch’egli ha vi fa approbar questo sentiero.

Può il sol merger nel mar l’ignita face
et prodir poi de le muscose grotte
con via più bella et più serena luce:

a noi, come una volta a Giove piace
extinguer questa nostra breve luce,
dormir conviene una perpetua notte.

(Iano Argiroglotto, sonetto VI, in Camillo Scroffa, op. cit., p. 56)

Ma - stupore! - il nesso sfugge al curator Trifone, che pure aveva colto dietro il “Venite hendecasyllabi, venite” di Scroffa (XIII, op. cit., p. 15) la citazione di Catull. 42, 1 (”Adeste, hendecasyllabi, quot estis”).

Il confronto con Catull. 5 è così ovvio che, fidando nel principio di autorità, avrei pensato a una svista; e al più avrei osservato che Trifone, prima linguista, poi italianista, non latinista, tende a squilibrare il baricentro dell’indagine marcando l’analisi storico-linguistica (vedi la sua Introduzione).

A scanso d’equivoci, avverto che nel proseguire quest’ingenua indagine mi sono subito imbattuto nelle Adnotatiunculae Fidentianae di Massimo Scorsone, pubblicate nell’ultimo numero dello Stracciafoglio (2007): tardiva ma acuta e caustica recensione dell’edizione “critica” trifoniana, che dimostra “bizzarramente manchevole, o pericolante sull’orlo dell’assurdità” “né saprebbe dirsi se per frettolosità o per carenza di metodo” (p. 5).

Scorsone si diverte alla mattanza di errori più o meno marchiani (chi si vuol sganasciare veda la sua nota 42 a p. 15), e nota come

nessuno tra i competenti - tra quei medesimi «addetti ai lavori» sino a oggi sempre disposti a lodare (…) l’eccellenza dell’edizione Trifone dei Cantici, «fiore all’occhiello» di una prestigiosa collana di testi e documenti di letteratura e di lingua - abbia mai dato il minimo segno di avvedersene (o di avere il coraggio di denunciare).

(M. Scorsone, Adnotatiunculae Fidentianae, cit., p. 16, n. 31)

In merito poi alle mancate segnalazioni di “richiami e riecheggiamenti dotti”, fa presente che “quantunque agevolissime a orecchiarsi non avrebbero dovuto parere meno che sostanziali all’editore dei testimoni primari di una produzione eterogenea e riflessa quale la fidenziana” (nota 48, p. 15).

E per venire al nostro caso, oltre a Catull. 5 “integralmente parafrasato” (p. 43), Scorsone osserva un altro parallelo (Catull. 11, 2 ss. nel sonetto VII di Scroffa), e il richiamo a Catullo come auctor nel sonetto XV di Scroffa (”i carmi … dottissimi”).

Apro una parentesi per contestualizzare tutta questa causticità: i tipi delle Edizioni Res, che pubblicano Lo Stracciafoglio, rassegna semestrale di italianistica, solo a margine di una preziosa attività editoriale, ce l’hanno a morte col “filologismo caricaturale, che viene talvolta ad occultare dietro pretenziosi apparati una cura dei testi approssimativa”: e le loro pubblicazioni “si segnalano, nell’esplicito rifiuto dell’edizione critica, per il rigore ecdotico ormai riconosciuto da fonti affidabili e autorevoli”. In parallelo, la relazione di Domenico Chiodo (2004) traccia un primo bilancio dello Stracciafoglio osservando che

le tradizionali riviste accademiche di italianistica confondono troppo spesso la serietà con la seriosità e non sono disponibili ad accogliere di buon grado una scrittura non sufficientemente ammantata di paludata scientificità.

Inter alia la Res cura una collezione di traduttori (Echo), a dimostrare specifico interesse per la traduzione come genere letterario e soprattutto a indagare “il fondamentale nodo del rapporto con la tradizione classica attraverso l’oggetto più diretto, ovvero la traduzione-imitazione”.

Chiusa la parentesi: non potevo trovare patroni più validi.

Torniamo dunque al nostro sonetto fidenzian-catulliano. Per citare ancora una volta Scorsone, qui Catull. 5 è, più che riecheggiato, “integralmente parafrasato”. Certo, quello fidenziano è un classicismo caricaturale, che qui vira decisamente sulla parodia. Ma non c’è dubbio che il termine giusto sia “rifacimento”, ovvero “traduzione-imitazione”.

Ora, nota Scorsone,

I poetae novi e soprattutto i novelli dovettero rappresentare nel contesto della tradizionale institutio classica e nella didassi delle scuole, almeno dalla pubblicazione della princeps catulliana (Venezia 1472) in poi, un termine di riferimento obbligato (stilisticamente a mezza via, per così dire, tra Virgilio e Apuleio) per Fidenzio e per i versificatori della prima pleiade fidenziana - come può testimoniare, fra l’altro, la frequenza lessicale di forme alterate, la gran copia di diminutivi e vezzeggiativi «certo significante sul piano linguistico-letterario, per il tipo di suffissazione o di derivazione culta [...] e per la ripresa di un modulo caratteristico della poesia amorosa latina» (cfr. Cantici, p. XXXV) -, presso i quali la stessa qualifica di «poeta neoterico» talora occorrente (…) non sarà evidentemente da intendersi soltanto alla lettera.

(M. Scorsone, op. cit., p. 14, n. 32)

Non vorrei dire un’enormità (e se sbalio corrigetemi): ma se Catullo è riferimento obbligato per la poesia neolatina (Marullo e Pontano, ad esempio), altrettanto non si direbbe per le contemporanee rime in volgare di un Sannazaro o di un Poliziano (e non a caso cito poeti-filologi di produzione bilingue). E ho l’impressione che i sopraccitati sonetti dello Scroffa siano i primi testi poetici in volgare che contengano circostanziate citazioni catulliane; e che il sonetto dell’Argiroglotto rappresenti il primo tentativo di vero e proprio “volgarizzamento” catulliano.