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Tom’s tomb

The Church Cat (foto di Luca Vargiu, 2009)

Di ritorno da Bristol, Luca mi ha fatto dono di questa foto: è la tomba del gatto Tom (1912-1927). Ne puoi leggere su Purr ‘n’ Fur.

Il pieghevole di St Mary Redcliffe riporta anche questo sonetto:

A Sonnet to a Cat

Beneath a stone in Redcliffe’s churchyard lies
What was a strange thing in God’s House, a cat.
Which was, before its very sad demise
Often upon the organ-stool just sat
Listening to the music played soft and sweet,
Or, in the organist’s lap so still and warm.
It would not ‘turn-a-whisker’ at the treat
Of the notes changing to a ‘pedalled’ storm
Its purpose in life was to keep from view
Those furry creatures, lest they think a pew -
Especially at Harvest Time of year -
To be a place that would, to them, be dear.
Now the number of its years can be found
To all who look within this holy ground.

(Gilbert Croker)

Metasonetti

Antonio Cagnoni (1828-1896), Caricatura di Ferdinando Fontana

Chaim mi dà il la trascrivendo con puntigliosità - compresi i… quattro puntini - questo “curioso sonetto” di Ferdinando Fontana (introvabile: non è tra le Poesie e novelle in versi, Milano 1877, di Liberliber):

Il sonetto

Di nostra vita immagine è il sonetto:
Tutto sorride a noi nell’età prima
E, anch’ei, nei primi quattro versi, ha rima
E pensiero e armonia tutti di getto.

Ma nei secondi quattro, aimè, il concetto
Par che un incúbo faticoso opprima;
Sicchè convien dar mano a pialla e a lima
Per cavar fuori un uom da un giovinetto.

Nè la virilità della terzina,
Che segue tosto, ha miglior sorte ancora;
Anzi più scabra contro a noi si ostina.

Pur, se si vince, se si afferra allora
Dei vecchi dì la punta peregrina,
Fatto è il sonetto…. e giunta è l’ultim’ora!

(da Ferdinando Fontana, Poesie vecchie e nuove, 1876-1891, Milano, presso l’autore, 1892, p. 59)

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Sette di centouno

Giuseppe Pietro Mazzola, Giuseppe Parini, 1793, pastello su carta

Questa mi era proprio sfuggita, e va a rimpolpare il Progetto Centouno fermo da più di un anno:

Per molte genti e molti mar condotto,
o mio germano, finalmente io sono
a quest’esequie miserande addotto,
per far l’ultimo a te funebre dono.

E poiché te medesmo a me non buono
destino ahi tolse, e ‘l tuo bel stame ha rotto
indegnamente, oimè, vo’ dir qui prono
su la tacita polve un vano motto.

Questi doni però tu accogli intanto,
che ne’ funebri sacrificii offrio
de’ maggiori il costume antico e santo.

Questi accogli pur tu; ch’assai del mio
sono grondanti ancor fraterno pianto;
e addio per sempre, o mio germano, addio.

(Catullo, carme 101, traduzione di Giuseppe Parini [1729-1799], da Opere di Giuseppe Parini pubblicate e illustrate da Francesco Reina, Stamperia del Genio Tipografico, Milano, 1802, vol. III, p. 189)

La traduzione era già comparsa come componimento XXXVI in Alcune poesie di Ripano Eupilino (1752); ma la ristampa del 1802 fu sotto gli occhi di Foscolo che si accingeva a Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo e ne diede un giudizio poco lusinghiero (”tentata in un sonetto dal Parini non con l’usata felicità”).

Let the train take the strain

Wendy Cope (foto di Caroline Forbes)

Riemerge dalle scartoffie questa segnalazione di Donatella, che dedico a tutti i lettori ferroviari (per la poesia ferroviaria, che è altra cosa, rimando invece a Bergonzoni):

Sonnet VII

At the moment, if you’re seen reading poetry in a train, the carriage empties instantly.”
Andrew Motion in a “Guardian” interview

Indeed ’tis true. I travel here and there
On British Rail a lot. I’ve often said
That if you haven’t got the first-class fare,
You really need a book of verse instead.
Then, should you find that all the seats are taken,
Brandish your Edward Thomas, Yeats or Pound.
Your fellow-passengers, severely shaken,
Will almost all be loath to stick around.
Recent research in railway sociology
Shows it’s best to read the stuff aloud:
A few choice bits from Motion’s new anthology

And you’ll be lonelier than any cloud.
This stratagem’s a godsend to recluses
And demonstrates that poetry has its uses.

(Wendy Cope, Sonnet VII [from Strugnell's Sonnets], in Making cocoa for Kingsley Amis, Faber and Faber, London, 1986)

Orologio solare in un muro di cacatoio

Meridiana (da Carcassonne, foto di Fdecomite)

Curiosando nello Stracciafoglio non poteva sfuggirmi questa dotta noterella: Ignazio Pisani, nel proporre integrazioni a una nota antologia (Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento, a cura di Vitaniello Bonito, Sellerio, Palermo, 1996), trascrive un sonetto che, a suo dire, “certamente non dispiacerà ai cultori del genere scatologico”:

Orologio solare in un muro d’un cacatoio

Perché bene del Tempo io spenda l’ore
Inargentato stral quivi le segna,
E posto in questo posto egli m’insegna
Che il Tempo speso mal dà mal odore.

Tutto ‘l tempo ch’io passo al cacatore
Temo ognora il malan che non mi vegna,
Perché so ch’ogni cosa, abenché degna,
Al par d’una cacata, e nasce e more.

Quivi il sol mi chiarisce, e vòl ch’io veggia
Che l’Uom, che va con sì superbo aspetto,
Qual ombra ne lo sterco, erra e passeggia,

Che al Tempo corruttor tutto è soggetto,
E ch’al tirar de l’ultima correggia,
Ogni cosa mortal non vale un petto.

(da Cesare Giudici [1634-1724], La bottega de’ chiribizzi, Ramellati, Milano, 1685)

*    *    *

Il Pisani pubblica altri Orologi secenteschi (latini, tradotti da Massimo Scorsone) nel numero 6 dello Stracciafoglio.

Nella foto (di Fdecomite), un orologio solare da Carcassonne. Ricca è la collezione di immagini su Astrosurf.com.

Epifora

Pasquino, incisione di Antonio Lafréry, Roma 1550

Avendo tra le mani le ponderose Pasquinate romane del Cinquecento, I-II, a cura di Valerio Marucci, Antonio Marzo, Angelo Romano, Salerno, Roma, 1983 - edizione di 735 pasquinate da Alessandro VI a Paolo III (1492-1549), tratte da 16 edizioni a stampa coeve e da 22 codici, ne traggo parecchi documenti interessanti.

In questi miei interventucoli il tasso di scurrilità è ormai sommo: non turberà dunque il turpiloquio delle pasquinate.

Iniziamo dunque da questo sonetto dialogato (à la Cecco) e caudato:

- Infatti ell’andrà mal. - Che di’ tu, cazo?
- Che il re reso ha i mercanti, ha reso un cazo.
- Tanto è? Di’ tu daver? - Parole, cazo.
- Son de’ nostri? - De’ nostri, cazo, cazo.

- Che dice el papa? - Pare è a dire, o cazo.
- Che ti par: vo’ star cheto? o dillo, cazo.
- Dico che ha ragion Francia. - E perché, cazo?
- Perché ‘l pontefice è spagnol ben, cazo.

- E fa per noi? - Qui sta ‘l punto, sta ‘l cazo.
- E c’è adosso el mondo? - Oh tu se’ un cazo.
- E cc’è altro che vinca Milano? - Un cazo.

- E Genoa e Ferrara? - Oh, sta ben, cazo.
- Che ci pon fare? - Assai le ponno, un cazo.
- Tu parli a passïon. - Io parlo un cazo.

- Tu voi la baia, cazo:
l’Aquila vince, il Gallo si arà cazo:
confessa pur che ‘l re restarà un cazo.

- Deh, va, menati el cazo;
viva chi vince, se vincessi un cazo,
ch’io ho il capo a botega, non al cazo,

ché s’ogni foglia un cazo
fussi di Francia, Spagna, Roma, cazo,
a te e a me non toccarebbe un cazo!

(Pasquinate romane cit., I, 216 [dal ms. Ottoboniano lat. 2817], pp. 202-203)

Per capirci: i riferimenti vanno a fatti del 1521, quando Leone X, firmata il 29 maggio l’alleanza con Carlo V, provoca la guerra con la Francia e consente la minacciosa presenza degli spagnoli in Italia. L’alleanza prevedeva la cacciata dei francesi dall’Italia e la restituzione di Milano, Genova e Ferrara ai loro legittimi sovrani.
Al v. 2 si allude al fatto che Francesco I ha espulso i mercanti dalla Francia, forse come ritorsione nei confronti del papa.
Al v. 5 “pare è a dire” significa che quando si parla delle intenzioni politiche di Leone X “bisogna dire pare“, a causa dell’incostanza del papa.

Ecco Cecco

Peire Vidal (iniziale miniata - Paris, Bibliothèque Nationale, FR. 845)

Ecco Cecco (Angiolieri):

Maladetta sie l’or’ e ’l punt’e ’l giorno
e la semana e ’l mese e tutto l’anno,
che la mia donna mi fece uno ’nganno,
il qual m’ha tolt’al cuor ogni soggiorno,

ed hal sì ’nvolto tutto ’ntorno intorno
d’empiezza, d’ira, di noia e d’affanno,
che, per mio bene e per mi’ minor danno,
vorre’ lo ’nnanzi ’n un ardente forno.

Però che megli’è mal, che mal e peggio,
avvegna l’un e l’altro buon non sia,
per avere men pena i’ ’l male chieggio.

E questo dico per l’anima mia;
ché, se non fosse ch’i’ temo la peggio,
i’ medesimo già morto m’avrìa.

(Cecco Angiolieri, LI, in Rime, ed. cit.; ma il testo critico è ben riprodotto anche su Wikisource, e nella Letteratura Italiana Einaudi; e su IntraText liste e concordanze)

Ed ecco Cecco (Petrarca):

Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno,
e la stagione, e ‘l tempo, e l’ora, e ‘l punto,
e ‘l bel paese, e ‘l loco ov’io fui giunto
da’ duo begli occhi che legato m’hanno;

e benedetto il primo dolce affanno
ch’i'ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco, e le saette ond’io fui punto,
e le piaghe che ‘nfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome de mia donna ho sparte,
e i sospiri, e le lagrime, e ‘l desio;

e benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e ‘l pensier mio,
ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.

(RVF LXI: cito da Wikisource, che riproduce il testo critico di Gianfranco Contini, Einaudi 1964; e su IntraText come sopra)

Il topos compare più volte in Cecco Angiolieri: sonetto IV, 9: quel punto maledetto sia, sonetto VIII, 7: e maledico el punto e la stagione, sonetto CX, 1-2: Maladetto e distrutto sia da Dio / lo primo punto ch’io innamorai.

Gigi Cavalli commenta che “tutta l’imprecazione è comune ai poeti del tempo”; e sarà. Leggo anche che è “formula diffusa … anche nella variante positiva”, ma si dà come unico confronto “positivo” proprio RVF LXI.

Sarò un asino, ma non trovo attestazioni stilnoviste del topos “positivo”.

Certo, c’è Iacopone:

Benedetta sia l’ora e la dia, ch’eo si credetti a tui mutti

(28, v. 60: cito dalla Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi, che assume come edizione di riferimento le Laude a cura di Franco Mancini, Laterza, Roma-Bari 1974)

ma non mi sembra fonte primaria.

Il caso petrarchesco rende chiaro che esiste una matrice su cui entrambi i sonetti si modellano, l’uno in negativo, l’altro in positivo.

Vediamo un po’.

Boh. Trovo tracce del topos solo a posteriori, in Boccaccio (Filostrato III, 83 “E benedico il tempo, l’anno e ‘l mese”; Ninfale Fiesolano, 274: “Benedetto sia l’anno e ‘l mese e ‘l giorno / E l’ora e ‘l tempo, ed ancor la stagione”), in Lorenzo Moschi:

Benedetta sia l’ora e la stagione
E l’anno e ‘l mese e ‘l dì ch’i’ fu’ legato,
Da si dolze catena incatenato
I’ fui da ‘more in eterna prigione.

Benedetta la pena e l’affrizione
eccetera

(in Guglielmo Volpi, Rime di trecentisti minori, Firenze, Sansoni, 1907, p. 233; di Lorenzo Moschi, fine Trecento, sono tramandati alcuni sonetti nel ms. Riccardiano 1103: cfr. anche Rimatori del Trecento, a cura di G. Corsi, Torino, UTET, 1969, pp. 441-448)

e ovviamente nei petrarchisti, come Juan Boscán:

Dichoso el día, dichosa la hora,
también la tierra donde nacer quiso
ésta del mundo general señora.
Dichosa edad, que tanto se mejora,
pues entre sí ya tienen paraíso
los que infierno tuvieron hasta ahora.

(sonetto LXXXVI, 9-14)

Certo, sono un asino. Prima di parlare dovrei leggermi perlomeno Nicola Scarano, Fonti provenzali e italiane della lirica petrarchesca, in “Studi di Filologia romanza”, VIII (1901), p. 251-360 (ora in Id., Francesco Petrarca, I, Scarano, Campobasso, 1971), e tutta la bibliografia citata da Roberto Antonelli, Rerum Vulgarium Fragmenta di Francesco Petrarca, in Letteratura italiana. Le opere, I, Einaudi, Torino, 1992, p. 470-471. Mi accontento per ora di un Alessio Fontana, “La filologia romanza e il problema del rapporto Petrarca-trovatori (Premesse per una ripresa del problema secondo nuove prospettive)” in AA.VV., Petrarca. Beiträge zu Werk und Wirkung, a cura di Fritz Schalk, Klostermann, Frankfurt a. Main, 1975, pp. 51-70, che posso leggere almeno in parte su Google Libri.

Del resto basta una recensione di Isabel de Riquer Permanyer a ricordarci che

La iteración temporal del instante del enamoramiento, que tanto puede ser alabado como odiado, tiene una importante tradición literaria en la literatura románica. Desde Ben aja ·l temps e·l jorns e l’ans e ·l mes / q’el dolz cors gais, que inicia la segunda estrofa de la cansó de Peire Vidal Non es savis ne gaire ben apres, 364, 30a [...] y su réplica por parte de Cecco, Maladetta sie l’or ’e ‘l punt’… a la que se adhiere Cino da Pistoia: Io maledico il dì ch’ io veddi prima, a la contrarréplica por parte nada menos que de Petrarca en el soneto LXI: Benedetto sia ’l giorno, e ‘l mese, et l’anno,/ et la stagione, et l’ ora, e ’l punto [...] a la que se vuelve a oponer el poeta catalán Pere de Queralt con versos en el interior de una estrofa: d’on eu maldich lo jorn e·l punt e l’ora/ qui·n hay a vós mon cors abandonat; en Sens pus tardar me ve de vós partir, vv. 5-6.

Dunque il prototipo (”positivo”) è provenzale: Peire Vidal:

Ben aja·l temps e·l jorns e l’ans e·l mes
Q’el dolz cors gais, plagenters, gent noiritz,
Part los meillors desiraz e grazitz,
De leis q’es tant complida de toz bes,
Me saup ferir el cor d’un dolz esgar,
Don ja no·m voil departir ni sebrar!
Qar ges non es domna, ni er, ni fo
De tan bos aibs ab tan gentil faisso.

Le prime attestazioni italiane del topos sono di Cino e Cecco, entrambe “negative”; ma Cino (come Jacopone) si limita a una ripresa generica del tema, Cecco invece lavora di rovesciamento parodistico.

Avanzo quindi tre ipotesi di lavoro:

  1. Il rovesciamento di Cecco non investe solo gli stilnovisti (vulgata), ma dimostra conoscenza diretta dei prototipi provenzali
  2. La coincidenza Petrarca-Cino è, in questo caso, marginale
  3. Petrarca attinge direttamente ai provenzali (Peire Vidal - dice Scarano - è tra i suoi preferiti dopo Bernard de Ventadorn e Arnaut Daniel), ma le coincidenze testuali con Cecco sono così significative da far credere che RVF LXI sia una vera e propria controreplica (o controparodia?)

Cecco filtro dei provenzali?

Anafora

Iniziale miniata

Il virtuosismo di 14 oimè sarà forse accademico (guittoniano? provenzale?), ma fa ‘l suo effetto.

Su quel punto del v. 9 ritorneremo (sì: Petrarca, Canzoniere, LXI); nota intanto l’attestazione al v. 7 di giudeo in senso dispregiativo.

Oimè d’Amor, che m’è duce sì reo,
oimè, che non potrebbe peggiorare;
oimè, perché m’avvene, segnor Deo?
oimè, ch’i’ amo quanto si pò amare,

oimè, colei che strugge lo cor meo!
Oimè, che non mi val mercé chiamare!
oimè, il su’ cor com’è tanto giudeo,
oimè, che udir non mi vol ricordare?

Oimè, quel punto maledetto sia,
oimè, ch’eo vidi lei cotanto bella,
oimè, ch’eo n’ho pure malinconia!

Oimè, che pare una rosa novella,
oimè, il su’ viso: dunque villania,
oimè, cotanto come corre ’n ella?

(Cecco Angiolieri, IV, in Rime, a cura di Gigi Cavalli, Rizzoli 1959; che a dire il vero segue il testo critico di Maurizio Vitale, Rimatori comico-realistici del Due e Trecento, Torino 1956; e vedilo anche in Wikisource)

Apocrifo petrarchesco

Francisci Petrarcae Rerum vulgarissimarum fragmenta

CCCLXVII

O dolce tazza sopra cui sedevo
in pace al mondo et alle mie budella,
loco che ‘l popol tutto «cesso» appella
ma non cessò già mai di dar sollievo

e rifugio, e conforto: i’ mi perdevo
nella meditazion più lieta e bella.
Dov’è or la quiete, de’ miei parti ancella?
L’aspra mia sorte meco pianger devo:

pace non ò, ché soffro di colite
e guerra ognor mi fa la stitichezza;
se non è sciolta, ahi lasso, è troppo dura.

Le mie doglie intestine et inaudite
fan conoscere, in pianto e in amarezza,
come nulla qua giù diletta e dura.