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Salam, Meleagro

Gadara (Umm Qais, Giordania) - Teatro ovest, in basalto nero

Per il “percorso epigrafico-funerario” su cui inizio a raccogliere le idee ci passerà anche Meleagro di Gadara; e non solo il Meleagro che piange la morte di Eliodora (A.G. VII, 476), dato per modello di Catull. 101, ma anche il Meleagro siro di nascita (noi diremmo “palestinese”), fenicio d’adozione, greco di cultura, conteso tra Gadara Tiro e Cos, che si rivolge in tre lingue al passante:

Ἀτρέμας, ὦ ξένε, βαῖνε۬ παρ’εὐσεβέσιν γὰρ ὁ πρέσβυς
εὕδει κοιμηθεὶς ὕπνον ὀφειλόμενον
Εὐκράτεω Μελέαγρος, ὁ τὸν γλυκύδακρυν Ἔρωτα
καὶ Μούσας ἱλαραῖς συστολίσας Χάρισιν۬
ὃν θεόπαις ἤνδρωσε Τύρος Γαδάρων ἱερὰ χθών۬
Κῶς ἐρατὴ Μερόπων πρέσβυν ἐγηροτρόφει.
ἀλλ’ εἰ μὲν Σύρος ἐσσί, Σαλάμ۬ εἰ δ’οὖν σύ γε Φοῖνιξ,
Αὐδονίς۬ εἰ δ’ Ἕλλην, Χαῖρε۬ τὸ δ’ αὐτὸ φράσον.

(Meleagro, A.G. VII 419, secondo il testo di H. Beckby, Anthologia Graeca, I-IV, Heimeran, München, 1965-1968. La formula di saluto fenicio al v. 8 è discussa: altrove leggo ναίδιος)

L’epigramma, “written as if it were a tri-lingual inscription in Aramaic, Phoenician and Greek, [...] briefly summarises Meleager’s work and life as a cosmopolitan Cynic and satirist” (M. Luz); il cosmopolitismo è altrove ancora più esplicito:

εἰ δὲ Σύρος, τί τὸ θαῦμα; μίαν, ξένε, πατρίδα κόσμον
ναίομεν, ἓν θνατοὺς πάντας ἔτικτε Χάος.

(Meleagro, A.G. VII 417, vv. 5-6)

Ma il cosmopolitismo non è solo dei Cinici, quanto più in generale ellenistico - e già Socrate si diceva “cittadino del mondo”:

Socrates quidem, cum rogaretur cuiatem se esse diceret, “Mundanum” inquit; totius enim mundi se incolam et civem arbitrabatur.

(Cic., Tusc. V 37, 108)

Della cosa si è occupato Menahem Luz, Salam, Meleager!, in “Studi Italiani di Filologia Classica”, serie 3, VI, 1988, pp. 222-231.

Il Fedone secondo Sanguineti

Jacques-Louis David, La mort de Socrate (1787), Metropolitan Museum

Un altro assaggio - appena più sostanzioso dei precedenti - da queste multiformi Interviste impossibili.
Edoardo Sanguineti incontra Socrate-Paolo Bonacelli. L’intervista è acutissima - una metaintervista con finale a sorpresa - e meriterebbe di essere riportata per esteso.
Ma almeno l’incipit, per assaggiare il pastiche linguistico:

SANGUINETI: Allora, o Socrate, questa volta non mi scappi, mi sembra, che ti ritrovo qui nel carcere, nell’imminenza ormai estrema della morte, che non hai niente da fare più, a quel che vedo, se non lasciarti intervistare. Ce la facciamo, dunque, questa intervista, o non ce la facciamo?
SOCRATE: Ce la facciamo, sì, carissimo, l’intervista. Ma tu chi sei però? Sei un intervistatore?
SANGUINETI: Ecco, intervistatore, veramente, propriamente, no.
SOCRATE: Che peccato, ragazzo! Come puoi tu, infatti, farmi un’intervista, se non sei tu un intervistatore?
SANGUINETI: Tu ritieni, o Socrate, che occorra proprio essere un intervistatore, per fare un’intervista?
SOCRATE: Ma come? Non sono forse i vasai, quelli che fanno i vasi? E gli indovini, non sono quelli, mio caro, quelli che fanno le indovinazioni e gli indovinamenti? Così, amico mio, non diremo noi che un’intervista me la dovrà fare un intervistatore? O ci sono altri che fanno le intervista, oltre agli intervistatori?
SANGUINETI: In verità, sono gli intervistatori, quelli che fanno le interviste.
SOCRATE: Hai mai fatto interviste, tu?
SANGUINETI: Mai, o Socrate.
SOCRATE: Ahimè, lo vedi bene anche tu, che non sei niente un intervistatore. Ma vediamo un po’ insieme, noi due, se noi possiamo metterla in un altro modo, la cosa. Abbiamo detto, io credo, che sono i vasai, quelli che fanno i vasi. E che quelli che fanno gli indovini, quelli indovinano. È così, o hai già mutato opinione?
SANGUINETI: È così assolutamente, o Socrate.
SOCRATE: Or dunque che diremo noi, ancora? Diremo che il vasaio fa i vasi in quanto è vasaio, o che è vasaio in quanto fa i vasi?

(pp. 43-44)

E così via, con tutti gli stilemi del dialogo platonico (l’incontro è mediato da Platone, questo era ovvio).
Il modello è il Fedone - tanto che mi piace immaginare Sanguineti tra i personaggi della Mort de Socrate.

Ma al di là dei filosofemi (intendendo il termine come analogo di morfema), che sono strutturali e guidano il dialogo verso la sua paradossale conclusione, al di là dell’ironia (e il Socrate di Sanguineti è ironico in entrambi i sensi), non ti fa sorridere quel susseguirsi di pleonasmi, di incisi, di avverbi sconclusionati, di iterazioni sinonimiche improbabili (”le indovinazioni e gli indovinamenti”)?

Sanguineti ha voluto catturare il sapore del Fedone?
No: fa finta che la sua sia una cattiva traduzione dal greco (cattiva come quelle che facevamo al liceo, e continuano a fare gli editori di Platone)…