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Petr. Sat. 41, 10 - 42, 7

Un fotogramma da Fellini Satyricon (1969): a destra, Dama-Seleuco

Dama itaque primus cum pataracina poposcisset: “Dies”, inquit, “nihil est. Dum versas te, nox fit. Itaque nihil est melius quam de cubiculo recta in triclinium ire. Et mundum frigus habuimus. Vix me balneus calfecit. Tamen calda potio vestiarius est. Staminatas duxi, et plane matus sum. Vinus mihi in cerebrum abiit”.
Excepit Seleucus fabulae partem et: “Ego”, inquit, “non cotidie lavor; baliscus enim fullo est: aqua dentes habet, et cor nostrum cotidie liquescit. Sed cum mulsi pultarium obduxi, frigori laecasin dico. Nec sane lavare potui; fui enim hodie in funus. Homo bellus, tam bonus Chrysanthus animam ebulliit. Modo, modo me appellavit. Videor mihi cum illo loqui. Heu, eheu! Utres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae. Et quid si non abstinax fuisset! Quinque dies aquam in os suum non coniecit, non micam panis. Tamen abiit ad plures. Medici illum perdiderunt, immo magis malus fatus; medicus enim nihil aliud est quam animi consolatio. Tamen bene elatus est, vitali lecto, stragulis bonis. Planctus est optime - manu misit aliquot - etiam si maligne illum ploravit uxor. Quid si non illam optime accepisset? Sed mulier quae mulier milvinum genus. Neminem nihil boni facere oportet; aeque est enim ac si in puteum conicias. Sed antiquus amor cancer est”.

Dama, dopo aver chiesto dei boccali, disse: “Il giorno non dura un accidenti. Mentre ti giri si fa notte. Per cui non c’è nulla di meglio che passare dal letto alla tavola. Però, faceva un bel freddo! Ci è voluto un bagno per scaldarmi. Una bevanda calda vale un vestito. Ne ho prese tante che sono ubriaco. Il vino mi è andato alla testa”.
Seleuco intervenne nella conversazione dicendo: “Non ho l’abitudine di lavarmi tutti i giorni, perché il bagno sgrassa e l’acqua è come se avesse dei denti coi quali ogni giorno porta via un po’ del nostro corpo. Invece, se mi bevo un vaso di vino col miele, mando il freddo a farsi fottere. D’altra parte oggi non avrei potuto lavarmi, perché sono andato a un funerale. Crisanto, quell’uomo di valore, tanto buono com’era, ha sputato l’anima. Poco prima di morire mi aveva chiamato a sé. Ahimè, mi sembra di parlare ancora con lui. Siamo degli otri gonfiati che se ne vanno a spasso! Si vale meno delle mosche! Non siamo che bolle d’aria!
“E dire che si è curato! Per cinque giorni non ha preso una goccia d’acqua né un pezzetto di pane. Eppure se n’è andato tra i più. L’hanno ammazzato i medici, o meglio il suo destino avverso, perché il medico non ha potuto fare altro che confortarlo. Però si può dire che è stato messo via bene, su un bel letto mortuario e con delle ottime coperte. Gli schiavi, e in particolare alcuni che aveva liberato, lo hanno pianto molto: la moglie un po’ meno. E pensare che non le aveva mai lasciato mancare nulla. È inutile, una vera donna è sempre della razza degli avvoltoi. Far loro del bene è come gettarsi nel pozzo. L’amore col tempo diventa un cancro”.

(Piero Chiara, da Petronio Arbitro, Satiricon nella versione di Piero Chiara, Mondadori, Milano, 1969, pp. 35-36)

Primo di tutti un certo Dama, che dopo aver richiesto una grande coppa: “Il giorno”, proclamò, “dura un istante; non fai in tempo a voltarti, che già è sera. Perciò la cosa migliore è passare direttamente dal letto in sala da pranzo. Fra l’altro qui fa un freddo cane. Non sono riuscito a scaldarmi nemmeno col bagno e forse soltanto un bicchiere di vino caldo, può fare l’effetto d’una coperta. Purtroppo ne ho già bevuto una damigiana e sono ubriaco. Infatti sento che mi sta dando alla testa”.
Anche Seleuco volle prendere la parola. “Per quello che mi riguarda”, disse, “sto bene attento a non fare il bagno tutti i giorni. A stare in acqua ho l’impressione d’essere un lavandaio. E poi l’acqua finisce per avere dei denti che un poco alla volta rodono il cuore. Invece quando ho tracannato un bigoncio di vino dolce, me ne frego persino del freddo. Stamane poi non ho avuto nemmeno il tempo di lavarmi, perché sono andato a un funerale. È morto Crisanto, uno degli uomini più corretti e buoni che abbia mai conosciuto. E pensare che pochi istanti prima mi aveva mandato a chiamare, sicché avevo l’impressione di averlo ancora davanti. Ahimé! Siamo delle vesciche piene d’aria, e viviamo meno di una mosca. Anzi le mosche possono vantare almeno una notevole resistenza, mentre noi somigliamo ad una bolla di sapone. Figuriamoci se non fosse vissuto sobriamente. Per cinque giorni non aveva toccato né cibo né acqua, eppure è morto lo stesso. Ad ucciderlo sono stati i medici o, meglio ancora, la sfortuna. Infatti ritengo che il medico serva unicamente a tener su di morale. Comunque ha avuto un gran funerale. L’hanno disteso sul suo letto, addobbato con coperte finissime. È stato pianto da tutti perché aveva pensato a liberare molti schiavi. Solo la moglie era rimasta indifferente, versando lacrime finte. Eppure la vita non le aveva fatto mancare nulla. Ma le donne sono tutte uguali: una razza di vampiri. Guai ad essere affettuosi. È come buttare della roba in un pozzo. Credete a me, l’amore a lungo andare diventa una piaga”.

(G. A. Cibotto, da Petronio Arbitro, Satyricon, a cura di G. A. Cibotto, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 69-71, che così commenta la sua traduzione: “Ho cercato il più possibile di rimanere fedele al testo, seguendone l’inesauribile varietà dei registri, concedendomi appena qualche libertà, dove il non cedere alla tentazione di un’espressione italianamente più felice, avrebbe per me rappresentato una sicura sofferenza. Ma si tratta di cose di poco conto, non certo di arbitrii, che con un testo così straordinario, sarebbero del resto incomprensibili”)

Dama, per primo, chiesti dei bei bicchieroni, proclama: “Il giorno si riduce a niente. Non fai in tempo a voltarti, che è già notte. Quindi nulla è meglio che passare direttamente dal letto alla sala da pranzo. Tra l’altro abbiamo avuto un freddo dell’accidente. C’è voluta tutta che mi sia riscaldato col bagno. Ma un buon bicchiere caldo ti copre più di un vestito. Io me ne sono scolato una sfilza e sono proprio sbronzo. Il vino mi è andato al cervello”.
S’inserì nella conversazione Seleuco, e: “Io”, disse, “non mi lavo tutti i giorni; il bagno ti corrode: l’acqua ha i denti e il nostro cuore giorno per giorno si disfa. Ma quando mi sono scolato una bella tazzona di vino mielato, mando il freddo a quel paese. Oggi, del resto, non potevo lavarmi: sono stato a un funerale. Quella gran brava persona di Crisanto ha tirato le cuoia. Mi aveva chiamato appena ieri. Mi sembra ancora di parlare con lui. Ahiahi, siamo proprio delle vesciche gonfie che camminano! Contiamo meno di una mosca. Quella almeno un po’ di resistenza ce l’ha, noi siamo come bolle di sapone. Figuriamoci se non fosse stato uno che si controllava! Per cinque giorni non ha messo in bocca né una goccia d’acqua né una briciola di pane. Eppure è passato lo stesso nel numero dei più. Sono stati i medici ad ammazzarlo, no, anzi, la mala sorte, perché il medico serve solo a tirar su il morale. Comunque ha avuto un bel funerale, sul suo catafalco, coi suoi bei drappi. Il compianto è stato a regola d’arte - aveva affrancato un bel numero di schiavi -, anche se la moglie non si è certo consumata per le lacrime. E cosa sarebbe successo, se non l’avesse trattata così bene? Ma una donna che sia una donna appartiene alla razza degli avvoltoi. Bisognerebbe che nessuno le facesse del bene, tanto è come buttarlo in un pozzo. Ma un amore di vecchia data è come un cancro”.

(Mariangela Scarsi, da Gaio Petronio, Satyricon, a cura di Mariangela Scarsi, Giunti, Firenze, 1996, p. 53)

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Nell’immagine, un fotogramma da Fellini - Satyricon (1969), libero adattamento del romanzo di Petronio (la sceneggiatura di Fellini e Bernardino Zapponi si giovò della consulenza di Luca Canali come “advisor for Latin language”).

Fellini, in linea con la disarticolazione della trama (”quasi a ridarci, archeologicamente, il gusto del frammento”, come scrisse Gian Luigi Rondi), combina in una sola macchietta dall’inflessione burina (a destra nel fotogramma) i discorsi di Dama e Seleuco:

“La giornata se ne va come niente, mentre ti volti, hai visto?, la notte… allora non c’è niente di meglio che passare dal letto alla tavola. Abbiamo avuto un gran freddo: il bagno mi ha scaldato a stento. Ahi, meno che mosche siamo, meno che mosche… loro una certa resistenza ce l’hanno; ma noi, niente più che delle bolle, siamo…”

Ladre di bambini

Lola Ponce (Esmeralda) e Giò Di Tonno (Quasimodo) in 'Notre-Dame de Paris' di R. Cocciante - L. Plamondon

Parlo troppo spesso di luoghi comuni, di stereotipi? Un motivo c’è.

“Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”: è il Teorema di Thomas, puntualmente chiamato in causa da Antonio Vigilante. Visto l’attuale frangente mediatico, visto che gli stereotipi assunti come reali da TV e giornali producono realtà, direi che la mia attenzione è più che giustificata.

Vedi per esempio la leggenda metropolitana della zingara “ladra di bambini”.

Già prima non era facile spiegare che si tratta, appunto, di una leggenda: c’era sempre quello che l’aveva sentita con le sue orecchie da persona di assoluta fiducia (“mio cuggino, mio cuggino…”). Ma quando Chi l’ha visto? prende per buone e diffonde le farneticazioni su pseudorapimenti zingareschi (vedi il caso Tuvoni, vedi il caso Pappalardi), la leggenda diventa realtà e la ggente inizia a denunciare “veri” tentativi di rapimento.

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Cave canem

Cave canem (mosaico dalla Casa del poeta tragico, Pompei)

Ceterum ego dum omnia stupeo, paene resupinatus crura mea fregi. Ad sinistram enim intrantibus non longe ab ostiarii cella canis ingens, catena vinctus, in pariete erat pictus superque quadrata littera scriptum “CAVE CANEM”.

(Petronio, Satyricon, 29, 1)

Mosaici di questo tipo sono relativamente frequenti a Pompei, con o senza l’iscrizione; è vero che Petronio descrive un affresco, ma il confronto è fin troppo ovvio.