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Guardate bene, sardi

Bruno Tognolini

Noi siamo piccoli, noi siamo sardi
Piccoli uomini che fanno lunghi sguardi
Passano i secoli, con piccoli passi
Noi siamo piccoli però non siamo bassi
Non siamo bassi perché in cuore siamo scalzi
Non ci mettiamo né tacchi né rialzi
Noi stiamo zitti
Guardiamo il mare
Secoli fitti che si vedono arrivare

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Opinio plus valet saepe quam res ipsa

Mamuthones, foto di Enrico Bianda (2006)

Le espressioni “Sardi pelliti” e “mastrucati latrunculi” si sono ormai fissate “nell’immaginario italiano colto/semicolto” (Marinella Lörinczi, “Ironia e autoironia. Discorsi epilinguistici intorno alla lingua sarda” [pdf]; e vedi della Lörinczi tutte le indagini di ideologia linguistica applicata alla lingua sarda).

Stringi stringi, tutto risale alla Pro Scauro di Cicerone; ma ben al di là di due espressioni poco gentili, Cicerone ha dato l’avvio alla costruzione di uno stereotipo inossidabile. Vediamo un po’: potremmo intitolarlo “Nascita di un luogo comune”.

Siamo nel 54 a.C., a fine agosto. Marco Emilio Scauro, di ritorno dalla Sardegna, prepara la sua candidatura al consolato; ma Publio Valerio Triario, dietro incarico dei provinciali, lo accusa de repetundis. Un tentativo di “uso politico della magistratura”? Pare di sì, vista la fretta con cui si istruisce il processo, addirittura senza inchiesta preliminare in loco e senza dettagliata escussione delle prove (i 120 testimoni d’accusa - tutti sardi - presentano una testimonianza congiunta: cfr. Sc. 20). Ma davanti al tribunale presieduto da Catone si schiera un collegio di difesa eccezionale: ben sei avvocati, tra i quali Ortensio e Cicerone (incaricato della peroratio), che ottengono senza fatica l’assoluzione.

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“Li sardhi”

Sassari, l'Emiciclo Garibaldi (con statua di Mazzini...) in una cartolina degli anni '60

Pòzzu di rèna di lu tèmp’antigu
ciambadu in Emiciclu Garibaldhi,
ma v’è Mazzini e arribini li sardhi
a tutti l’óri, e vi n’è sèmpri umbè.

(Agniru Canu [Salvator Ruju, 1878-1966], “L’Emiciclu Garibaldhi”, vv. 1-4, in Sassari véccia e nóba, Ilisso, Nuoro, 2001 [ed. orig. 1957], p. 163)

Mal unidos, già. Per chi non lo sapesse, i sassaresi hanno sempre chiamato “sardhi” gli altri sardi.

Sardegna senza sconti

Copertina di Marcello Fois, 'In Sardegna non c'è il mare', Laterza 2008

Dopo la “prima” a Nuoro, dove In Sardegna non c’è il mare è stato presentato da Cristiana Collu, direttrice del MAN, dopo la soirée a Cagliari con Michela Murgia (Paolo Lusci ha dato forfait all’ultimo momento), Marcello Fois non risparmia le energie, e si lancia sino al 20 luglio in una lunga serie di incontri con i lettori di tutta la Sardegna: Oristano Tempio Alghero Sassari Orosei Cala Gonone.
Marketing? Non solo. Fois non ha la puzza sotto il naso e non ama i lettori con la puzza sotto il naso, sa che promuoversi non vuol dire per forza prostituirsi, non si vergogna del rapporto con il “mercato” perché non teme, anzi cerca il rapporto con i suoi lettori.

Ma chi è Marcello Fois? Il suo biglietto da visita - le note di copertina - procede per omissione: se dieci anni fa diceva “nato a Nuoro nel 1960, vive e lavora a Bologna”, ora basta “nato a Nuoro nel 1960″.
Altri, che dalla Sardegna non se ne sono andati, si sentono in dovere di precisare imbarazzati che “hanno studiato a Roma e Madrid”, “vivono tra Londra e Bologna”, “vivono a Cagliari tra un viaggio e l’altro”… anche se li vedi ogni sera in piazzetta Savoia o al Libarium.
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Etnia: questione di identità (3)

Il souvenir di Sardegna più kitsch che sia riuscito a trovare in rete, in quattro e quattr'otto

In parte sollecitato dalle note identitarie dell’ultimo Marcello Fois, apro una breve parentesi “locale” nel discorso “generale”.

Quanto Fois osserva su Memoria e Passato, sul folklore come “mercato della memoria”, sulle politiche linguistiche, sull’”identità sarda” può essere letto, mi pare, come paradigma esemplare del processo (individuale e collettivo) di costruzione dell’identità.

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Ancora sulla “questione della razza”

Dalla copertina de 'La difesa della razza', 1938

In forma di appunti bibliografici, ecco qualche integrazione a quanto accennavo sul tema della “razza”.

The Race Question (1950) è solo il primo di una serie di documenti di taglio scientifico prodotti dall’UNESCO.

Sono tutti datati (e non ne esiste traduzione italiana), ma da qui bisogna partire:

  • The Race Concept. Results of an Inquiry (UNESCO 1952., pdf; in appendice contiene il testo della dichiarazione del 1950)
  • Four statements on the race question (UNESCO 1969, pdf)
    “This booklet reproduces the text of four statements on the race question prepared by groups of experts brought together by Unesco in 1950, 1951, 1964 and 1967, as part of its programme to make known the scientific facts about race and to combat racial prejudice.”
    Contiene:
    Jean Hiernaux, Biological aspects of the racial question
    Michael Banton, Social aspects of the racial question
    Statement on race
    , Paris, July 1950
    Statement on the nature of race and race differences, Paris, June 1951
    Proposals on the biological aspects of race, Moscow, August 1964
    Statement on race and racial prejudice, Paris, September 1967
  • Declaration on race and racial prejudice (ONU 1978, pdf)

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Ficus marisca

Opunthia ficus-indica, incisione del 1613

Ci sono almeno dieci testimonianze del fitonimo latino ficus marisca:

Catone, agr. 8, 1:
Ficos mariscas in loco cretoso et aperto serito; Africanas et Herculaneas, Sacontinas, hibernas, Tellanas atras pediculo longo, eas in loco crassiore aut stercorato serito.
(cito dall’edizione curata da P. Cugusi e M. T. Sblendorio Cugusi, UTET 2001; il testo di The Latin Library riporta Marsicas, ma è lectio facilior)

Varrone I 9 5
Itaque in tenui [scil. agro], ut in Pupinia, neque arbores prolixae neque vites feraces, neque stramenta videre crassa possis neque ficum mariscam et arbores plerasque ac prata retorrida muscosa.

Varrone I 6
Quaedam in montanis [scil. agris] prolixiora nascuntur ac firmiora propter frigus, ut abietes ac sappini, hic, quod tepidiora, populi ac salices: susum fertiliora, ut arbutus ac quercus, deosum, ut nuces graecae ac mariscae fici.

Seneca Maior, Suasoriae 2, 17
Eo pervenit insania ius, ut calceos quoque maiores sumeret, ficus non esset nisi mariscas, concubinam ingentis staturae haberet.

Columella V, 10, 11:
Serendae sunt autem praecipue Livianae, Africanae, Chalcidicae, sulcae, Lydiae, callistruthiae, topiae, Rhodiae, Libycae, hibernae, omnes etiam biferae et triferae flosculi.
(come notano i Cugusi a p. 51, “un elenco di varietà di fichi parallelo - non uguale - a quello catoniano”)

Columella X, v. 413-418
At gravis Arcturi sub sidere parturit arbos
Livia, Chalcidicis et caunis aemula Chiis,
purpureaeque Chelidoniae pinguesque Mariscae
et callistruthis, roseo quae semine ridet,
albaque, quae servat flavae cognomina cerae,
scissa Libyssa simul, picto quoque Lydia tergo.

Plinio, Naturalis historia XV 70
Siccandis haec sole in annuos usus aptissima cum mariscis et quas harundinum folii macula variat.
(nel contesto di un’ampia descrizione delle varietà di fichi)

Marziale VII 25 7-8
Infanti melimela dato fatuasque mariscas:
nam mihi, quae novit pungere, Chia sapit.

Marziale XI 18 15-16
Non boletus hiare, non mariscae
ridere aut violae patere possunt.

Marziale XII 96 9-10
Non eadem res est: Chiam volo, nolo mariscam:
ne dubites quae sit Chia, marisca tua est.

Attenzione: altra cosa le mariscae di Giovenale II 13 (”caeduntur tumidae medico ridente mariscae”), nel senso figurato conservato dal francese marisque.

Catone e Varrone informano che il ficus marisca è particolarmente adatto ai terreni aridi e ventosi; Seneca il Vecchio e Columella X dicono che è più grande degli altri fichi; Marziale lo considera insipido, di qualità inferiore; Plinio lo include tra i fichi adatti alla seccagione al sole. L’etimologia di marisca è oscura.

* * *

Veniamo a noi (avvertendo che, come quanto sopra viene alla buona - senza ThlL, senza Ernout-Meillet, senza Pauly-Wissowa - così qui sotto butto lì la cosa, con le fonti che mi capitano, senza troppa cura delle trascrizioni: chi vuole approfondisca).

Che io sappia, nessuna lingua romanza conserva il fitonimo (ficus) marisca in relazione a una varietà di Ficus carica L.; è anzi difficile capire a quale varietà si riferisca.

Ma questo è il commento dei Cugusi a Cat. agr. 8, 1:

ficus marisca secondo Varrone [...] è una specie di fico adatta alle terre povere, come ancora oggi (per esempio questo tipo di fico attecchisce bene nei terreni aridi della Sardegna, zona in cui si è conservato anche un fitonimo simile).

Osservazione analoga, se ben ricordo, faceva Max Leopold Wagner nel DES.

Sì, la Sardegna conserva un fitonimo simile: figu morisca.

[Per inciso, nota che il sardo sa figu conserva il genere di ficus, come anche per es. il pugliese (a fica), il francese (la figue). In sassarese poi è, poco elegantemente, la figa.]

L’unico problema è che figu morisca è il “fico d’india” (Opunthia ficus-indica Mill. 1768), che prende sì nome da Plinio (XII 11), ma è originario del Messico e si è acclimatato in Sardegna solo dopo il 1500.

[Per inciso, il ficus indica di Plinio è assai probabilmente il baniano, Ficus benghalensis L.]

Com’è possibile che il fitonimo sia “passato” a una specie così diversa?

E soprattutto, moriscu è inteso in sardo come “moresco, turco” (come in trigu moriscu, che è il granoturco, Zea Mays): il sintagma figu morisca non deriverà allora dal catalano figuera de moro (parallelo a blat de moro o moresc)?
La coincidenza con ficus marisca è solo una coincidenza?

Wagner e i Cugusi si limitano a un’allusione, un “sospetto”. Vediamo se c’è qualcosa di più.

Non sono un esperto di lessicologia, ma il passaggio del fitonimo da una specie all’altra è possibile, in assenza di nome specifico per la pianta “nuova”. E il passaggio è favorito nel nostro caso da un’associazione pressoché unica tra le due specie: il fico

è una delle poche piante da frutta che resista senza problemi ai venti salini in tutte le fasi vegetative, condizione che la accomuna al solo fico d’india: nessun altro fruttifero principale dell’ambiente italiano ha tale condizione. (Wikipedia)

Medesimo habitat, dunque; ma, aggiungo io, medesimo ruolo nell’economia contadina, come razione alimentare degli operai. Già Catone agr. 56 ricordava l’importanza del fico come cibo dei vendemmiatori:

Familiae cibaria: [...] compeditis per hiemem panis p(ondo) IIII, ubi vineam fodere coeperint panis p(ondo) V, usque adeo dum ficos esse coeperint, deinde ad p(ondo) IIII redito.
(dunque “quando cominceranno a zappare la vigna 5 libbre, finché non comincino a mangiare i fichi”)

Catone è ripreso da Plinio nat. XV 82; ma ancor più interessante è l’osservazione di Columella XII, 14:

Eorum [scil. malorum pirorumque] si est multitudo, non minimam partem cibariorum per hiemem rusticis vindicant; nam pro pulmentario cedit sicuti ficus, quae cum arida seposita est, hiemis temporibus rusticorum cibaria adiuvat.

In altre parole, nel mondo romano fichi (e mele, e pere) davano un contributo fondamentale alle razioni alimentari degli operai, che in tal modo non intaccavano la ben più preziosa vendemmia.

Orbene, in Sicilia è attestato il medesimo ruolo alimentare per il fico d’india:

In Sicilia viene utilizzato come alimento prezioso per l’inizio della giornata lavorativa del contadino, soprattutto nella stagione della vendemmia; in tutta l’Isola (da S. Cono alle pendici dell’Etna, dal nisseno fino all’agrigentino) è tradizione infatti consumare fichidindia durante la prima colazione: costume che deriva dall’antica usanza del proprietario della vigna che donava senza parsimonia questi dolci frutti ai suoi vendemmiatori per impedire che mangiassero troppa uva durante il raccolto, anche a scapito talvolta di problemi intestinali. (P. Campagna)

Immagino che il mondo contadino sardo conservi analoghe tradizioni. Vogliamo indagare?

Per tornare al quid, è possibile che in Sardegna il fitonimo ficus marisca sia passato da una specie all’altra? Una volta avvenuto il passaggio, la forma *figu marisca avrebbe dovuto subire l’influenza analogica e paretimologica di trigu moriscu, così da stabilizzarsi in figu morisca.

Ma perché avanzare ipotesi così strampalate quando figu morisca e trigu moriscu sembrano spiegarsi da soli come “fico delle Indie” e “grano delle Indie”?
Perché dal punto di vista storico-linguistico e fonetico la questione è comunque complicata.
Moriscu viene dal castigliano morisco e non dal catalano moresc. Ma in castigliano non è attestato un *higo morisco (o *higuera morisca); e trigo morisco è nome (poco attestato) non del mais, ma del grano saraceno (Fagopyrum esculentum e F. tataricum), più comunemente chiamato alforfón o trigo sarraceno. Al sardo sarebbe dunque passato un lessico catalano in salsa fonetica castigliana? Oppure un lessico castigliano (trigo morisco) con trasposizione semantica?

Credo che una risposta definitiva possa venire solo da un completo studio di documenti d’epoca e isoglosse.

* * *

Per il momento azzardo qualche suggerimento. Mi devo accontentare però di pochi strumenti:

integrati tuttavia da preziose fonti orali di varia provenienza (ringrazio specialmente Angela e Filomena).

Il lessico sardo relativo al Ficus carica L. è molto ampio, ricco di varietà e di precisazioni: figu niedda, figu cana, figu cràbina (è il caprifico), figu pizzilonga (è il latino pediculo longo), figu càriga (”fico secco” perché seccato sulla pianta, diverso dalla figu siccada; l’etimo è dal latino carica, “fichi della Caria”: su quest’uso, come per quello di persica, vedi John C. Rolfe, “The Formation of Latin Substantives from Geographical Adjectives by Ellipsis”, Transactions and Proceedings of the American Philological Association, Vol. 31, 1900, pp. 5-26).

Un lessico ampio, ricco, privo tuttavia di significative varianti locali.

Il lessico relativo all’Opunthia ficus-indica è invece quanto mai frammentato. Figu morisca è solo la variante di maggior successo, cui si accostano, più o meno isolati, figa d’India (Sassari, accanto a trigu d’India), figu india e figutzindia.

[Per inciso: quest'ultima forma, tipica dell'Oristanese, è un mistero fonetico... ma ho il sospetto che risolvere questo mistero potrebbe aiutarci.]

Ma è nel Sinis (e per inciso a Riola Sardo e Solarussa) che si trova la variante decisiva: fiungràbia.

È l’esatto corrispondente del logudorese ficus cràbina: il caprifico, una delle due forme botaniche del Ficus carica L.

È la prova indiscutibile che un “trasferimento lessicale” tra fico e fico d’india è avvenuto; nulla vieta di credere che qualcosa di simile sia accaduto anche a ficus marisca.

* * *

[L'immagine è tratta dal catalogo dell'Antiquarian Booksellers' Association of America: è un'incisione di Basil Besler (1561-1629) dall'Hortus Eystettensis, il primo grande folio botanico (Eichstatt, 1613): Folium Opuntiae cum flore & fructu; Fructus Opuntiae; Fructus Opuntiae dimidiodissectus]

Sardegna come una birra

Nastro Azzurro - Happy New Beer (500x728)

Com’è noto, Ichnusa (Ὶχνοῦσσα, vedi Pausania, X 17 1, ma anche Pseudo-Aristotele, Mirabilia 838b 20) è uno dei nomi antichi della Sardegna; e c’è poco da discutere, l’etimologia è da ἴχνος, “orma”:

Ἑλλήνων δὲ οἱ κατ’ἐμπορίαν ἐσπλέοντες Ὶχνοῦσσαν ἐκάλεσαν, ὅτι τὸ σχῆμα τῇ νήσῳ κατ’ἴχνος μάλιστά ἐστιν ἀνθρώπου (Pausania, loc. cit.)

Del resto anche Plinio, Naturalis Historia III 85 conferma che Sardiniam ipsam Timaeus Sandaliotim appellavit ab effigie soleae, Myrsilus Ichnusam a similitudine vestigii.

Ma Ichnusa è anche il nome della birra sarda per antonomasia.

Vedendo questa pubblicità “sarda” della Nastro Azzurro, “birra ufficiale del Capodanno di Cagliari 2008″ che vuole senza dubbio contendere il primato alla concorrente isolana, viene da chiedersi se lo sponsor abbia pensato alla polisemia di Ichnusa.

*    *    *

Se può servire, qui c’è anche una versione più grande dell’immagine (800 x 1164 pixel, 129 Kb). La qualità non è molto migliore: è pur sempre un paginone dell’Unione Sarda ficcato alla rozza nello scanner.

‘kjakki

Chacchi

Un regalo di Natale per chi colleziona questo genere di cose.
Ma non prendetela per facile ironia: è attestazione molto significativa del sottobosco fonetico cagliaritano: /’kjakki/ come /’kjaλλari/.

Red slip (2)

Sant'Antioco: la brocca misteriosa

Giusto come appendice al discorso, ecco il “rilievo grafico” del pezzo più misterioso della collezione.
E’ sempre red slip ma, a quanto ne so, la forma non trova confronti di alcun tipo.
Notare l’ansa sul fondo, l’ampio labbro, la svasatura interna a imbuto, il forellino ventrale, cui corrispondeva un’appendice ora mancante.
Difficile capire a che servisse questo coso.

Red slip (1)

Sant'Antioco: una brocca trilobata
Sant’Antioco, 1989. Al seguito di Gianni Tore per il “rilievo grafico” della collezione Biggio.
Una marea di “antichità puniche” già ben frequentata dagli specialisti - anzi, così appetitosa che nel 1999 la Soprintendenza archeologica di Cagliari stava per ultimarne la schedatura in vista dell’acquisto (vedi notizie sul sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, in particolare il file 65_3-tr.pdf).
Non so nel 1999 (non mi interesso più della cosa, ho venduto al Bastione la mia bibliotechina di archeologia, non mi aggiorno da tempo) ma vent’anni fa sembrava sfuggita agli “specialisti” quella montagna di ceramica red slip che per Gianni Tore (ingenuo? avventato?) antedatava senza dubbio la fondazione di Sulki almeno all’VIII secolo.
Ma Gianni Tore non pubblicava nulla, dando tempo al tempo per il “grande libro” che non fece in tempo a scrivere.
Così, un po’ anche in memoriam, trascelgo dalle fotocopie che mi son rimaste una brocca trilobata (la scala è di 5 cm).