Ci sono almeno dieci testimonianze del fitonimo latino ficus marisca:
Catone, agr. 8, 1:
Ficos mariscas in loco cretoso et aperto serito; Africanas et Herculaneas, Sacontinas, hibernas, Tellanas atras pediculo longo, eas in loco crassiore aut stercorato serito.
(cito dall’edizione curata da P. Cugusi e M. T. Sblendorio Cugusi, UTET 2001; il testo di The Latin Library riporta Marsicas, ma è lectio facilior)
Varrone I 9 5
Itaque in tenui [scil. agro], ut in Pupinia, neque arbores prolixae neque vites feraces, neque stramenta videre crassa possis neque ficum mariscam et arbores plerasque ac prata retorrida muscosa.
Varrone I 6
Quaedam in montanis [scil. agris] prolixiora nascuntur ac firmiora propter frigus, ut abietes ac sappini, hic, quod tepidiora, populi ac salices: susum fertiliora, ut arbutus ac quercus, deosum, ut nuces graecae ac mariscae fici.
Seneca Maior, Suasoriae 2, 17
Eo pervenit insania ius, ut calceos quoque maiores sumeret, ficus non esset nisi mariscas, concubinam ingentis staturae haberet.
Columella V, 10, 11:
Serendae sunt autem praecipue Livianae, Africanae, Chalcidicae, sulcae, Lydiae, callistruthiae, topiae, Rhodiae, Libycae, hibernae, omnes etiam biferae et triferae flosculi.
(come notano i Cugusi a p. 51, “un elenco di varietà di fichi parallelo - non uguale - a quello catoniano”)
Columella X, v. 413-418
At gravis Arcturi sub sidere parturit arbos
Livia, Chalcidicis et caunis aemula Chiis,
purpureaeque Chelidoniae pinguesque Mariscae
et callistruthis, roseo quae semine ridet,
albaque, quae servat flavae cognomina cerae,
scissa Libyssa simul, picto quoque Lydia tergo.
Plinio, Naturalis historia XV 70
Siccandis haec sole in annuos usus aptissima cum mariscis et quas harundinum folii macula variat.
(nel contesto di un’ampia descrizione delle varietà di fichi)
Marziale VII 25 7-8
Infanti melimela dato fatuasque mariscas:
nam mihi, quae novit pungere, Chia sapit.
Marziale XI 18 15-16
Non boletus hiare, non mariscae
ridere aut violae patere possunt.
Marziale XII 96 9-10
Non eadem res est: Chiam volo, nolo mariscam:
ne dubites quae sit Chia, marisca tua est.
Attenzione: altra cosa le mariscae di Giovenale II 13 (”caeduntur tumidae medico ridente mariscae”), nel senso figurato conservato dal francese marisque.
Catone e Varrone informano che il ficus marisca è particolarmente adatto ai terreni aridi e ventosi; Seneca il Vecchio e Columella X dicono che è più grande degli altri fichi; Marziale lo considera insipido, di qualità inferiore; Plinio lo include tra i fichi adatti alla seccagione al sole. L’etimologia di marisca è oscura.
* * *
Veniamo a noi (avvertendo che, come quanto sopra viene alla buona - senza ThlL, senza Ernout-Meillet, senza Pauly-Wissowa - così qui sotto butto lì la cosa, con le fonti che mi capitano, senza troppa cura delle trascrizioni: chi vuole approfondisca).
Che io sappia, nessuna lingua romanza conserva il fitonimo (ficus) marisca in relazione a una varietà di Ficus carica L.; è anzi difficile capire a quale varietà si riferisca.
Ma questo è il commento dei Cugusi a Cat. agr. 8, 1:
ficus marisca secondo Varrone [...] è una specie di fico adatta alle terre povere, come ancora oggi (per esempio questo tipo di fico attecchisce bene nei terreni aridi della Sardegna, zona in cui si è conservato anche un fitonimo simile).
Osservazione analoga, se ben ricordo, faceva Max Leopold Wagner nel DES.
Sì, la Sardegna conserva un fitonimo simile: figu morisca.
[Per inciso, nota che il sardo sa figu conserva il genere di ficus, come anche per es. il pugliese (a fica), il francese (la figue). In sassarese poi è, poco elegantemente, la figa.]
L’unico problema è che figu morisca è il “fico d’india” (Opunthia ficus-indica Mill. 1768), che prende sì nome da Plinio (XII 11), ma è originario del Messico e si è acclimatato in Sardegna solo dopo il 1500.
[Per inciso, il ficus indica di Plinio è assai probabilmente il baniano, Ficus benghalensis L.]
Com’è possibile che il fitonimo sia “passato” a una specie così diversa?
E soprattutto, moriscu è inteso in sardo come “moresco, turco” (come in trigu moriscu, che è il granoturco, Zea Mays): il sintagma figu morisca non deriverà allora dal catalano figuera de moro (parallelo a blat de moro o moresc)?
La coincidenza con ficus marisca è solo una coincidenza?
Wagner e i Cugusi si limitano a un’allusione, un “sospetto”. Vediamo se c’è qualcosa di più.
Non sono un esperto di lessicologia, ma il passaggio del fitonimo da una specie all’altra è possibile, in assenza di nome specifico per la pianta “nuova”. E il passaggio è favorito nel nostro caso da un’associazione pressoché unica tra le due specie: il fico
è una delle poche piante da frutta che resista senza problemi ai venti salini in tutte le fasi vegetative, condizione che la accomuna al solo fico d’india: nessun altro fruttifero principale dell’ambiente italiano ha tale condizione. (Wikipedia)
Medesimo habitat, dunque; ma, aggiungo io, medesimo ruolo nell’economia contadina, come razione alimentare degli operai. Già Catone agr. 56 ricordava l’importanza del fico come cibo dei vendemmiatori:
Familiae cibaria: [...] compeditis per hiemem panis p(ondo) IIII, ubi vineam fodere coeperint panis p(ondo) V, usque adeo dum ficos esse coeperint, deinde ad p(ondo) IIII redito.
(dunque “quando cominceranno a zappare la vigna 5 libbre, finché non comincino a mangiare i fichi”)
Catone è ripreso da Plinio nat. XV 82; ma ancor più interessante è l’osservazione di Columella XII, 14:
Eorum [scil. malorum pirorumque] si est multitudo, non minimam partem cibariorum per hiemem rusticis vindicant; nam pro pulmentario cedit sicuti ficus, quae cum arida seposita est, hiemis temporibus rusticorum cibaria adiuvat.
In altre parole, nel mondo romano fichi (e mele, e pere) davano un contributo fondamentale alle razioni alimentari degli operai, che in tal modo non intaccavano la ben più preziosa vendemmia.
Orbene, in Sicilia è attestato il medesimo ruolo alimentare per il fico d’india:
In Sicilia viene utilizzato come alimento prezioso per l’inizio della giornata lavorativa del contadino, soprattutto nella stagione della vendemmia; in tutta l’Isola (da S. Cono alle pendici dell’Etna, dal nisseno fino all’agrigentino) è tradizione infatti consumare fichidindia durante la prima colazione: costume che deriva dall’antica usanza del proprietario della vigna che donava senza parsimonia questi dolci frutti ai suoi vendemmiatori per impedire che mangiassero troppa uva durante il raccolto, anche a scapito talvolta di problemi intestinali. (P. Campagna)
Immagino che il mondo contadino sardo conservi analoghe tradizioni. Vogliamo indagare?
Per tornare al quid, è possibile che in Sardegna il fitonimo ficus marisca sia passato da una specie all’altra? Una volta avvenuto il passaggio, la forma *figu marisca avrebbe dovuto subire l’influenza analogica e paretimologica di trigu moriscu, così da stabilizzarsi in figu morisca.
Ma perché avanzare ipotesi così strampalate quando figu morisca e trigu moriscu sembrano spiegarsi da soli come “fico delle Indie” e “grano delle Indie”?
Perché dal punto di vista storico-linguistico e fonetico la questione è comunque complicata.
Moriscu viene dal castigliano morisco e non dal catalano moresc. Ma in castigliano non è attestato un *higo morisco (o *higuera morisca); e trigo morisco è nome (poco attestato) non del mais, ma del grano saraceno (Fagopyrum esculentum e F. tataricum), più comunemente chiamato alforfón o trigo sarraceno. Al sardo sarebbe dunque passato un lessico catalano in salsa fonetica castigliana? Oppure un lessico castigliano (trigo morisco) con trasposizione semantica?
Credo che una risposta definitiva possa venire solo da un completo studio di documenti d’epoca e isoglosse.
* * *
Per il momento azzardo qualche suggerimento. Mi devo accontentare però di pochi strumenti:
integrati tuttavia da preziose fonti orali di varia provenienza (ringrazio specialmente Angela e Filomena).
Il lessico sardo relativo al Ficus carica L. è molto ampio, ricco di varietà e di precisazioni: figu niedda, figu cana, figu cràbina (è il caprifico), figu pizzilonga (è il latino pediculo longo), figu càriga (”fico secco” perché seccato sulla pianta, diverso dalla figu siccada; l’etimo è dal latino carica, “fichi della Caria”: su quest’uso, come per quello di persica, vedi John C. Rolfe, “The Formation of Latin Substantives from Geographical Adjectives by Ellipsis”, Transactions and Proceedings of the American Philological Association, Vol. 31, 1900, pp. 5-26).
Un lessico ampio, ricco, privo tuttavia di significative varianti locali.
Il lessico relativo all’Opunthia ficus-indica è invece quanto mai frammentato. Figu morisca è solo la variante di maggior successo, cui si accostano, più o meno isolati, figa d’India (Sassari, accanto a trigu d’India), figu india e figutzindia.
[Per inciso: quest'ultima forma, tipica dell'Oristanese, è un mistero fonetico... ma ho il sospetto che risolvere questo mistero potrebbe aiutarci.]
Ma è nel Sinis (e per inciso a Riola Sardo e Solarussa) che si trova la variante decisiva: fiungràbia.
È l’esatto corrispondente del logudorese ficus cràbina: il caprifico, una delle due forme botaniche del Ficus carica L.
È la prova indiscutibile che un “trasferimento lessicale” tra fico e fico d’india è avvenuto; nulla vieta di credere che qualcosa di simile sia accaduto anche a ficus marisca.
* * *
[L'immagine è tratta dal catalogo dell'Antiquarian Booksellers' Association of America: è un'incisione di Basil Besler (1561-1629) dall'Hortus Eystettensis, il primo grande folio botanico (Eichstatt, 1613): Folium Opuntiae cum flore & fructu; Fructus Opuntiae; Fructus Opuntiae dimidiodissectus]