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Ora e sempre Resistenza?

'Fate che il nostro sacrificio non sia stato vano', bozzetto di A. Gasperi per un manifesto commemorativo della Resistenza (1945)

A differenza di altri importanti paesi europei, non abbiamo ancora valori nazionali comunemente condivisi.
Le due grandi vicende della storia nazionale, il Risorgimento e la Resistenza, hanno coinvolto solo una parte del paese e solo una parte delle forze politiche. Quelle che ne sono uscite sconfitte, ma anche settori di quelle vincitrici, tanto a metà dell’Ottocento, quanto, un secolo dopo, a metà del Novecento, hanno potuto, per ragioni diverse, frenare la portata innovativa e nazionale di quegli eventi.
Oggi del Risorgimento prevale un’immagine oleografica e denudata dei valori profondi che lo ispirarono.
La Resistenza e la lotta di liberazione corrono lo stesso rischio e, per di più, non appartengono ancora alla memoria collettiva dell’Italia repubblicana.
Mi chiedo, colleghi, me lo chiedo umilmente, in che modo quella parte d’Italia che in quei valori crede e che quei valori vuole custodire e potenziare nel loro aspetto universale di lotta alla tirannide e di emancipazione dei popoli, non come proprietà esclusiva, sia pure nobile, della sua cultura civile o della sua parte politica, mi chiedo - dicevo - cosa debba fare quest’Italia perché la lotta di liberazione dal nazifascismo diventi davvero un valore nazionale e generale, e perché si possa quindi uscire positivamente dalle lacerazioni di ieri.
Mi chiedo se l’Italia di oggi - e quindi noi tutti - non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà (Applausi). Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, potranno esservi tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni.

(Luciano Violante, discorso di insediamento del Presidente della Camera dei Deputati, 10 maggio 1996)

Difficile capire quando questo tiatro è iniziato. Certo, il discorso di Violante - di poco successivo all’incontro storico tra D’Alema e il Gabibbo (4 aprile 1996) - non è l’inizio della fine, ma è uno spartiacque.

E ora - tanto per fare un minimo esempio - il sindaco di Alghero vieta di suonare “Bella Ciao” durante la manifestazione del 25 aprile: “per evitare ulteriori divisioni, spesso manifestate con il pugno chiuso rivolto al cielo durante i cortei”.

Il lato sbagliato

Il francobollo con Fanfani (2008)

Vedendomi recapitare una busta così affrancata mi si accalcano gli interrogativi: ma al Poligrafico di Stato manca il senso del ridicolo? Ma va proprio festeggiato questo centenario? Ma ci vantiamo di tanto Padre della Patria? Ma la citazione dell’art. 1 Cost. è una presa per il culo premeditata?

E ovviamente mi sono ricordato di quella vetusta barzelletta quattrostagioni, che ricama sul tema dello sputo:

Le Poste Italiane volevano realizzare un francobollo con la faccia di [inserire il nome del politico vituperato], ma poi si sono accorti che la gente avrebbe sputato dal lato sbagliato.

A mente fredda, metto in conto che i francobolli sono solo un tassello di ideologia ufficiale; e nel caso in questione all’icona dentellata corrisponde il panegirico prodotto dalla RAI: a quanto pare, è in corso (anche) un revisionismo fanfaniano, con rimozione della gioventù fascista e razzista del nostro.

Certo “Storia politica nell’iconografia filatelica” o “Il francobollo come strumento di propaganda” sembrano argomenti per tesi di laurea d’accatto (e qualcuno ci ha già pensato: vedi la tesi di Anna da Sacco, Il francobollo tra arte e comunicazione nella Repubblica italiana, e il volume Propaganda con i denti. Il francobollo come mezzo di comunicazione nelle relazioni internazionali. Il secondo dopoguerra, Vaccari, Vignola, 1998, ricavato dalla tesi di Fabio Bonacina).

Ma da pur breve scorsa dei cataloghi possiamo trarre utili insegnamenti.

Ne hanno fatto per Nicolò Carosio, san Gerardo Majella, addirittura Giovanni Battista Cavalcaselle…

Tra i padri costituenti, oltre a Fanfani, ci sono Einaudi (1974) e Nenni (1991), c’è Pertini (1996), ma non Calamandrei né Terracini; non Parri, né Togliatti, né Valiani.

Tra gli altri nomi a caso, trovi Gramsci (1987, 1997), De Gasperi (1981, 2005), in altri anni (1955) Matteotti; c’è Moro (2003), ma ad esempio non Gobetti. Tra le curiosità, un cumulativo coi presidenti De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat e Leone, in perfettissimo stile “Mount Rushmore” (1976).

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