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Sardegna senza sconti

Copertina di Marcello Fois, 'In Sardegna non c'è il mare', Laterza 2008

Dopo la “prima” a Nuoro, dove In Sardegna non c’è il mare è stato presentato da Cristiana Collu, direttrice del MAN, dopo la soirée a Cagliari con Michela Murgia (Paolo Lusci ha dato forfait all’ultimo momento), Marcello Fois non risparmia le energie, e si lancia sino al 20 luglio in una lunga serie di incontri con i lettori di tutta la Sardegna: Oristano Tempio Alghero Sassari Orosei Cala Gonone.
Marketing? Non solo. Fois non ha la puzza sotto il naso e non ama i lettori con la puzza sotto il naso, sa che promuoversi non vuol dire per forza prostituirsi, non si vergogna del rapporto con il “mercato” perché non teme, anzi cerca il rapporto con i suoi lettori.

Ma chi è Marcello Fois? Il suo biglietto da visita - le note di copertina - procede per omissione: se dieci anni fa diceva “nato a Nuoro nel 1960, vive e lavora a Bologna”, ora basta “nato a Nuoro nel 1960″.
Altri, che dalla Sardegna non se ne sono andati, si sentono in dovere di precisare imbarazzati che “hanno studiato a Roma e Madrid”, “vivono tra Londra e Bologna”, “vivono a Cagliari tra un viaggio e l’altro”… anche se li vedi ogni sera in piazzetta Savoia o al Libarium.
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Triglie di scoglio

La copertina di Triglie di scoglio, CUEC 2002E’ un libro che ho scoperto per caso. Giulio Angioni era stato invitato a parlare di esoterismo (esoterismo?) in assemblea d’istituto; e Gesumino mi aveva chiesto di presentarlo (io?): avevamo talvolta discusso di narrativa “sarda”, gli avevo prestato Assandira e chissà perché si era messo in testa che ne capissi qualcosa.

[La verità è un'altra: con buona pace di Giuseppe Marci, non ho mai digerito la "sardità" come categoria letteraria.]

Così, messo alle strette, per non fare figuracce (non avevo letto gli ultimi suoi romanzi), mi ero documentato in fretta sull’Angioni narratore. Ed ero incappato in una pagina sugli “antropologi narranti”, e in brani da Triglie di scoglio, e finivo (già: serendipità) sulle tracce di Pietro Clemente.

E anche da quei primi brani intuivo che quel libro mi era congeniale: non solo per la sua potenza, come ho già scritto, di richiamare assonanze di memoria; ma perché lumeggiava anche le “mie” occupazioni e i “miei” movimenti, molto più di quei compagni di strada - diciamo così - che hanno voluto improvvisarsi storiografi della “Pantera”. Mi sono sentito paternamente compreso. Di più: consolato.

Clemente non nasconde il suo imbarazzo autobiografico, e cerca prima analogie epistemologiche (”negli ultimi dieci anni ho cominciato a mescolare nei saggi scrittura scientifica e memorie”, p. 8), poi ridimensiona il tutto a “frammenti di memoria”. Ma le sue scritture di memoria, lui lo sa, sono altro. Per usare un concetto che a Clemente piace, lui non si è lasciato agire dalla storia.

Il tono del “racconto di memoria” è certo il migliore per quella storia fatta di microstorie, e aiuta a non farsi incrostare di retorica (è ovvio, penso a Meneghello). Ma Clemente, pur scrivendo “per furia” (p. 8; ma è un topos) non può nascondere la tensione formale del suo racconto: tensione tra parlato e aulico, chirurgia e ironia, scrittura e metascrittura, prima persona e terza quando il sé passato è altro da sé.

Perciò catalogare Triglie di scoglio tra i “racconti di memoria” mi sembra riduttivo; persino parlare di “racconti” è riduttivo, visto che i fotogrammi si compongono in un percorso narrativo unico e compiuto, in cui le differenze di stile misurano il mutamento di prospettiva, e persino l’aneddoto minimo assume una precisa funzione simbolica.

Massì, non è un caso che il libro compaia nella collana “CUEC narrativa” (diretta da Paolo Lusci: quanta strada eh, Paolo?).

* * *

Due link da cui riprendere il discorso sui “racconti di memoria”:

Forse era dura la vita

Blatte

Forse era dura la vita, ma c’era un grande slancio. In via Sulis il bagno si faceva in una grande tinozza di plastica azzurra, alcune finestre (davano su un cortile sudicio pieno di gatti in amore) non avevano maniglie. Di notte dalla vasca per lavare i panni, in graniglia, uscivano schiere di blatte, anche volanti; grandi lotte a colpi di scopa: forse questa era vera lotta di classe. Nella stanza con il lume rosso, che mio padre seguiva col binocolo da un ottavo piano, in linea d’aria vicino, scrissi due tesi di laurea per guadagnare soldi. La mia finì quando eravamo in via Dexart. La battè Ida incinta, lavorando di notte, con l’aiuto di mezzo Potere Operaio che dettava, mentre io finivo di scrivere il testo.

(Pietro Clemente, Triglie di scoglio, CUEC, Cagliari, 2002, p. 89)

Bene, si è capito che sto rileggendo le Triglie di scoglio, per non so quale impulso tirato giù dallo scaffale.
I “racconti di memoria” hanno la potenza di richiamare armonici, assonanze di memoria.

Via Sulis mi ricorda la casa-falansterio di Lucia Argiolas, che immagino non lontana dall’entourage di Clemente negli anni ‘70 (almeno per il tramite di Fabio Masala: è il “Fabio” di pp. 86-87).
Ma le assonanze sono quelle all’Università da fuori sede (benché Clemente “fuori sede” non fosse, benché vent’anni dopo).

Non so perché le storie da fuori sede sono spesso storie di bagni: la doccia gelata a febbraio nei bagni della Casa di via Trentino, a gambe larghe e in ciabatte di gomma per non prendersi i funghi, e cento metri di corridoio per tornare in camera. Non più tinozze di plastica, ma sempre stanze da bagno gelide e turni per lavarsi, e discussioni per chi ci si attardava e per Mike che consumava troppa carta igienica. Un fotogramma alla Schiele: Cosetta accovacciata tremante, mentre Pulix, in piedi fuori della vasca, le punta il getto della doccia (non avevano chiuso a chiave).

Il cortile sudicio pieno di gatti in amore… per noi l’immagine è più trash: un cavedio pieno sì di gatti in amore, ma anche di merdone maciullate; e il cadavere di un gattino che la madre divorò a puntate, dal culo e dalle interiora.

E ovviamente le schiere di Periplaneta americana.

E le notti sulla tesi di laurea: Monicà rimase sveglia settantadue ore per finirla.
Ma l’amicizia politica non era più la stessa, Davide veniva in via Olives solo a scroccare sigarette (”con i soldi che ho risparmiato, questa estate vado in Germania”).

Del resto, se lo confessa Pietro Clemente, professore ordinario di Antropologia Culturale nella Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, non vedo perché non confessarlo noi: quante lauree per conto terzi! Le tesi scritte in quegli anni “per tirare a campare” non si contano più: ogni tanto giungevano complimenti inaspettati, solo dopo abbiamo capito che non conveniva scrivere troppo bene. Dispiace ritrovare (persino tra i colleghi) quei poveretti: terrorizzati all’idea che li sputtani fanno finta di non riconoscerti.

Piccolo Caffè

Il Piccolo Caffè in una foto dei primi anni Sessanta

Ma ricordo anche momenti tranquilli. I capelli raccolti sulla nuca, un gelato del Piccolo Caffè, si andava al cinema al vecchio Odeon, piccolo e antico, dove d’estate al buio si apriva il tetto e si vedevano le stelle.

(Pietro Clemente, Triglie di scoglio, CUEC, Cagliari, 2002, p. 87)

“Ho il coltello dalla parte del manico”

Hey, teacher, leave us kids alone!

Clemente parla di ‘68 e di professori universitari, dunque decontestualizzo e - forse - sovrainterpreto.
Pazienza. Questa è la massima:

Sovente i professori interiorizzano una sorta di potere assoluto ed è molto salutare che qualcuno glielo faccia mettere in discussione.

(Pietro Clemente, Triglie di scoglio, CUEC, Cagliari, 2002, p. 30)