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Settimane sante

L'incipit del 'De litteratorum infelicitate' di Pierio Valeriano nell'editio princeps (1620)

Ritemprato dal soggiorno pavese, e nello spirito del Giovedì Santo a Terracina di Landolfi (in Se non la realtà, Adelphi, Milano 2003 [già Vallecchi 1960], pp. 65-73), risorgo - dopo un po’ più dei tre giorni canonici - con queste noterelle pasquali, a dirla tutta ignobile saccheggio dai territori letterari di Monicà.

Il dialogo in due libri De litteratorum infelicitate di Pierio Valeriano (1477-1558) è ambientato a ridosso del Sacco di Roma, nei primi mesi del 1529. La cornice è assai elaborata, nonostante alcune incongruenze che denunciano uno stadio di composizione mancante della redazione finale (l’operetta fu pubblicata postuma).

Nel proemio del I libro Valeriano racconta d’esser giunto a Roma, al seguito di Alessandro e Ippolito de’ Medici, alla notizia - rivelatasi poi falsa - della morte di Clemente VII; il giorno successivo al suo arrivo cerca di incontrare Gasparo Contarini, al quale era legato da antica amicizia. Ma Contarini non è in casa, dacché si è recato alla visita delle sette chiese; siamo infatti negli ultimi giorni di Quaresima:

Cum, proximis diebus fama de Clementis Septimi pontificis maximi obitu vanis rumoribus evagata, Hippolytus et Alexander, nepotes eius, Romam expeditissimis itineribus profecti essent, lentius ego cum comitatu domestico subsecutus, postero quam in Urbem ingressus sum die, nihil antiquius duxi quam Gasparem Contarenum oratorem Venetum invisere, quem virum ingenio, doctrina et summa quadam sapientia clarissimum a primis adolescentiae annis assidue colueram.
Verum accidit ut eo ipso die, quo domum eius accesseram, ipse piae rei causa septem sacrosancta Divum pulvinaria supplicaturus inviserit; erant enim lustrici dies quos unoquoque anno quadragenos purificationi consecravit nostra pietas.

(Ioannis Pierii Valeriani Bellunensis De litteratorum infelicitate libri duo, eiusdem Bellunensia, nunc primum e Bibliotheca Lolliniana in lucem edita, Venetiis, apud Iacobum Sarzinam, MDCXX, pp. 2-3, regolarizzando l’ortografia e modernizzando la punteggiatura [su Google Libri trovi le edizioni del 1647 e del 1821])

Per indicare la Quaresima Valeriano usa la perifrasi lustrici dies eqs., perfettamente adeguata alla poetica ciceroniana della Roma di quegli anni nel “voler evitare i vocaboli specifici della religione cattolica e della sua teologia, perché non adoperati da Cicerone” (A. Gambaro, Introduzione a Desiderio Erasmo da Rotterdam, Il ciceroniano o dello stile migliore, Brescia, La Scuola, 1965, p. LXIX; cfr. anche ibidem, p. LIX, e R. Sabbadini, Storia del ciceronianismo e di altre questioni della Rinascenza, Torino, Loescher, 1885, pp. 64-65).

La scelta di Valeriano di collocare la scena del dialogo durante la Quaresima, periodo di penitenza e di purificazione, che rievoca la Passione e prelude alla Resurrezione di Cristo, conferisce alla cornice il pathos adeguato a una rassegna di letterati infelici. I postumi del Sacco, sempre sullo sfondo, e i dubbi sulla salute del papa, che verranno risolti solo alla fine del dialogo, rinforzano questo pathos.

Il II libro del De litteratorum infelicitate si apre con la notizia della morte di Andrea Navagero; il luttuoso annuncio, associato al ricordo della recente perdita di Baldassarre Castiglione, innesca la ripresa del tema con una nuova commemorazione di letterati infelici.

Il dialogo si chiude sull’annuncio dell’avvenuta guarigione di Clemente VII, cui si sovrappone una “soluzione” sul piano politico: la nomina del vescovo di Vaison come legato papale presso Carlo V, per trattare l’imminente pace.

In tale articolata cornice “ascensionale”, disposta tra due poli di opposto segno, la rassegna letteraria si connota in una sorta di Passione collettiva, che si risolve in catarsi.

Torniamo per un momento all’incipit: sembra ci sia un ricordo del De fortunae varietate urbis Romae et de ruina eiusdem descriptio di Poggio Bracciolini (iniziato nel 1431 e pubblicato nel 1448), dove si sovrappongono il compianto degli antichi fasti di Roma e la malattia di Martino V:

Nuper cum pontifex Martinus paulo antequam diem suum obiret, ab Urbe in agrum Tusculanum secessit valitudinis causa, nos autem essemus negociis curisque publicis vacui, visebamus saepe deserta Urbis…

(Poggius Bracciolini, De fortunae varietate urbis Romae & de ruina eiusdem descriptio, in Opera omnia, a cura di R. Fubini, t. I, Torino, Bottega d’Erasmo, 1964, p. 131).

E, forse anche senza il filtro di Poggio, si avverte una reminiscenza non solo in stile - del ciceronianismo di Pierio si è detto - ma anche in contenuto dall’incipit del Brutus:

Cum, e Cilicia decedens, Rhodum venissem, et eo mihi de Q. Hortensi morte esset adlatum…

(Brutus 1, 1; e la notizia della morte di Ortensio non fa che anticipare il clima di preoccupazione per le sorti dello Stato: 3, 3 omnis quae me angebat de re publica cura)

Fatta questa eccezione, però, non rintraccio altro esempio classico di “incipit luttuoso” a marcare le scelte di contenuto; e men che meno un esempio di “struttura ascensionale”.

Hai già capito a cosa sto pensando: ai tempi di Valeriano è già penetrato tra i tòpoi il modello di inquadramento patetico à la Decameron? Non conosco però esempi analoghi: qualche suggerimento?

È poi sin troppo evidente il richiamo alla struttura “quaresimal-pasquale” della Commedia (a prescindere dalla polemica se il viaggio di Dante inizi l’8 aprile, Venerdì Santo del 1300, o il 25 marzo, “secondo la tradizione che faceva coincidere in quel giorno la creazione di Adamo, la concezione e la morte del Cristo” [Sapegno] in coincidenza con l’inizio dell’anno fiorentino ab incarnatione, sempre di Settimana santa si tratta).

Che tale struttura abbia avuto qualche successo lo testimonia almeno Petrarca, che introduce nel Canzoniere analoghe corrispondenze cronologiche (il 6 aprile 1327, primo incontro con Laura, è “il giorno ch’al sol si scoloraro / per la pietà del suo Fattore i rai”).

Proporrei dunque di indagare sull’eventuale persistenza del locus communis “ambientazione quaresimale” (in climax ascendente con effetto risolutivo, e con sovrapposizione di Passione e storia umana), di derivazione dantesca pur con qualche suggestione classica.

Ecco Cecco

Peire Vidal (iniziale miniata - Paris, Bibliothèque Nationale, FR. 845)

Ecco Cecco (Angiolieri):

Maladetta sie l’or’ e ’l punt’e ’l giorno
e la semana e ’l mese e tutto l’anno,
che la mia donna mi fece uno ’nganno,
il qual m’ha tolt’al cuor ogni soggiorno,

ed hal sì ’nvolto tutto ’ntorno intorno
d’empiezza, d’ira, di noia e d’affanno,
che, per mio bene e per mi’ minor danno,
vorre’ lo ’nnanzi ’n un ardente forno.

Però che megli’è mal, che mal e peggio,
avvegna l’un e l’altro buon non sia,
per avere men pena i’ ’l male chieggio.

E questo dico per l’anima mia;
ché, se non fosse ch’i’ temo la peggio,
i’ medesimo già morto m’avrìa.

(Cecco Angiolieri, LI, in Rime, ed. cit.; ma il testo critico è ben riprodotto anche su Wikisource, e nella Letteratura Italiana Einaudi; e su IntraText liste e concordanze)

Ed ecco Cecco (Petrarca):

Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno,
e la stagione, e ‘l tempo, e l’ora, e ‘l punto,
e ‘l bel paese, e ‘l loco ov’io fui giunto
da’ duo begli occhi che legato m’hanno;

e benedetto il primo dolce affanno
ch’i'ebbi ad esser con Amor congiunto,
e l’arco, e le saette ond’io fui punto,
e le piaghe che ‘nfin al cor mi vanno.

Benedette le voci tante ch’io
chiamando il nome de mia donna ho sparte,
e i sospiri, e le lagrime, e ‘l desio;

e benedette sian tutte le carte
ov’io fama l’acquisto, e ‘l pensier mio,
ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.

(RVF LXI: cito da Wikisource, che riproduce il testo critico di Gianfranco Contini, Einaudi 1964; e su IntraText come sopra)

Il topos compare più volte in Cecco Angiolieri: sonetto IV, 9: quel punto maledetto sia, sonetto VIII, 7: e maledico el punto e la stagione, sonetto CX, 1-2: Maladetto e distrutto sia da Dio / lo primo punto ch’io innamorai.

Gigi Cavalli commenta che “tutta l’imprecazione è comune ai poeti del tempo”; e sarà. Leggo anche che è “formula diffusa … anche nella variante positiva”, ma si dà come unico confronto “positivo” proprio RVF LXI.

Sarò un asino, ma non trovo attestazioni stilnoviste del topos “positivo”.

Certo, c’è Iacopone:

Benedetta sia l’ora e la dia, ch’eo si credetti a tui mutti

(28, v. 60: cito dalla Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi, che assume come edizione di riferimento le Laude a cura di Franco Mancini, Laterza, Roma-Bari 1974)

ma non mi sembra fonte primaria.

Il caso petrarchesco rende chiaro che esiste una matrice su cui entrambi i sonetti si modellano, l’uno in negativo, l’altro in positivo.

Vediamo un po’.

Boh. Trovo tracce del topos solo a posteriori, in Boccaccio (Filostrato III, 83 “E benedico il tempo, l’anno e ‘l mese”; Ninfale Fiesolano, 274: “Benedetto sia l’anno e ‘l mese e ‘l giorno / E l’ora e ‘l tempo, ed ancor la stagione”), in Lorenzo Moschi:

Benedetta sia l’ora e la stagione
E l’anno e ‘l mese e ‘l dì ch’i’ fu’ legato,
Da si dolze catena incatenato
I’ fui da ‘more in eterna prigione.

Benedetta la pena e l’affrizione
eccetera

(in Guglielmo Volpi, Rime di trecentisti minori, Firenze, Sansoni, 1907, p. 233; di Lorenzo Moschi, fine Trecento, sono tramandati alcuni sonetti nel ms. Riccardiano 1103: cfr. anche Rimatori del Trecento, a cura di G. Corsi, Torino, UTET, 1969, pp. 441-448)

e ovviamente nei petrarchisti, come Juan Boscán:

Dichoso el día, dichosa la hora,
también la tierra donde nacer quiso
ésta del mundo general señora.
Dichosa edad, que tanto se mejora,
pues entre sí ya tienen paraíso
los que infierno tuvieron hasta ahora.

(sonetto LXXXVI, 9-14)

Certo, sono un asino. Prima di parlare dovrei leggermi perlomeno Nicola Scarano, Fonti provenzali e italiane della lirica petrarchesca, in “Studi di Filologia romanza”, VIII (1901), p. 251-360 (ora in Id., Francesco Petrarca, I, Scarano, Campobasso, 1971), e tutta la bibliografia citata da Roberto Antonelli, Rerum Vulgarium Fragmenta di Francesco Petrarca, in Letteratura italiana. Le opere, I, Einaudi, Torino, 1992, p. 470-471. Mi accontento per ora di un Alessio Fontana, “La filologia romanza e il problema del rapporto Petrarca-trovatori (Premesse per una ripresa del problema secondo nuove prospettive)” in AA.VV., Petrarca. Beiträge zu Werk und Wirkung, a cura di Fritz Schalk, Klostermann, Frankfurt a. Main, 1975, pp. 51-70, che posso leggere almeno in parte su Google Libri.

Del resto basta una recensione di Isabel de Riquer Permanyer a ricordarci che

La iteración temporal del instante del enamoramiento, que tanto puede ser alabado como odiado, tiene una importante tradición literaria en la literatura románica. Desde Ben aja ·l temps e·l jorns e l’ans e ·l mes / q’el dolz cors gais, que inicia la segunda estrofa de la cansó de Peire Vidal Non es savis ne gaire ben apres, 364, 30a [...] y su réplica por parte de Cecco, Maladetta sie l’or ’e ‘l punt’… a la que se adhiere Cino da Pistoia: Io maledico il dì ch’ io veddi prima, a la contrarréplica por parte nada menos que de Petrarca en el soneto LXI: Benedetto sia ’l giorno, e ‘l mese, et l’anno,/ et la stagione, et l’ ora, e ’l punto [...] a la que se vuelve a oponer el poeta catalán Pere de Queralt con versos en el interior de una estrofa: d’on eu maldich lo jorn e·l punt e l’ora/ qui·n hay a vós mon cors abandonat; en Sens pus tardar me ve de vós partir, vv. 5-6.

Dunque il prototipo (”positivo”) è provenzale: Peire Vidal:

Ben aja·l temps e·l jorns e l’ans e·l mes
Q’el dolz cors gais, plagenters, gent noiritz,
Part los meillors desiraz e grazitz,
De leis q’es tant complida de toz bes,
Me saup ferir el cor d’un dolz esgar,
Don ja no·m voil departir ni sebrar!
Qar ges non es domna, ni er, ni fo
De tan bos aibs ab tan gentil faisso.

Le prime attestazioni italiane del topos sono di Cino e Cecco, entrambe “negative”; ma Cino (come Jacopone) si limita a una ripresa generica del tema, Cecco invece lavora di rovesciamento parodistico.

Avanzo quindi tre ipotesi di lavoro:

  1. Il rovesciamento di Cecco non investe solo gli stilnovisti (vulgata), ma dimostra conoscenza diretta dei prototipi provenzali
  2. La coincidenza Petrarca-Cino è, in questo caso, marginale
  3. Petrarca attinge direttamente ai provenzali (Peire Vidal - dice Scarano - è tra i suoi preferiti dopo Bernard de Ventadorn e Arnaut Daniel), ma le coincidenze testuali con Cecco sono così significative da far credere che RVF LXI sia una vera e propria controreplica (o controparodia?)

Cecco filtro dei provenzali?

Anafora

Iniziale miniata

Il virtuosismo di 14 oimè sarà forse accademico (guittoniano? provenzale?), ma fa ‘l suo effetto.

Su quel punto del v. 9 ritorneremo (sì: Petrarca, Canzoniere, LXI); nota intanto l’attestazione al v. 7 di giudeo in senso dispregiativo.

Oimè d’Amor, che m’è duce sì reo,
oimè, che non potrebbe peggiorare;
oimè, perché m’avvene, segnor Deo?
oimè, ch’i’ amo quanto si pò amare,

oimè, colei che strugge lo cor meo!
Oimè, che non mi val mercé chiamare!
oimè, il su’ cor com’è tanto giudeo,
oimè, che udir non mi vol ricordare?

Oimè, quel punto maledetto sia,
oimè, ch’eo vidi lei cotanto bella,
oimè, ch’eo n’ho pure malinconia!

Oimè, che pare una rosa novella,
oimè, il su’ viso: dunque villania,
oimè, cotanto come corre ’n ella?

(Cecco Angiolieri, IV, in Rime, a cura di Gigi Cavalli, Rizzoli 1959; che a dire il vero segue il testo critico di Maurizio Vitale, Rimatori comico-realistici del Due e Trecento, Torino 1956; e vedilo anche in Wikisource)

Apocrifo petrarchesco

Francisci Petrarcae Rerum vulgarissimarum fragmenta

CCCLXVII

O dolce tazza sopra cui sedevo
in pace al mondo et alle mie budella,
loco che ‘l popol tutto «cesso» appella
ma non cessò già mai di dar sollievo

e rifugio, e conforto: i’ mi perdevo
nella meditazion più lieta e bella.
Dov’è or la quiete, de’ miei parti ancella?
L’aspra mia sorte meco pianger devo:

pace non ò, ché soffro di colite
e guerra ognor mi fa la stitichezza;
se non è sciolta, ahi lasso, è troppo dura.

Le mie doglie intestine et inaudite
fan conoscere, in pianto e in amarezza,
come nulla qua giù diletta e dura.