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Largo a li pedanti

Frontespizio dei Carmina appesi a Pasquino nel 1521

Con le pasquinate potrei andare avanti a lungo: le scandalose rime in morte di Leone X (Pasquinate, cit., 286), quelle attualissime in vituperio del papa tedesco (una su tutte: 312), l’aretinesco Gran cosa è il K (330), i sonetti xenofobi (535 contro i napoletani, 558 contro i fiorentini)…

Sed de hoc satis. Mi fermo con queste due quartine del genere “cacata carta”:

PASQUILLUS A’ PEDANTI

Su, su, su, su, su, largo a li pedanti,
venite con soneti ch’i’ ho cacato,
acciò che resti ben lo cul stuato,
che ‘l cancaro vi venga a tutti quanti.

(Pasquinate, cit., I, 135 [da Versi posti a Pasquino 1517], pp. 107-108)

PASQUINO ALLI PALAFRENIERI

Fate far largo con ronche e bastoni,
palafrenieri, a quelli mei pedanti,
acciò, mentre io caco, tutti quanti
al cul possan segnar le commissioni.

(Pasquinate, cit., I, 160 [da Carmina apposita Pasquillo MDXXI, Rome in edib. Iacobi Mazochij MDXXI], p. 131)

Un prototipo di storia della letteratura in volgare?

Pasquino, incisione di autore ignoto (prob. XVI secolo)

La più vistosa matrice delle pasquinate è

nei sonetti, capitoli ed ecloghe del Burchiello, del Bellincioni, del Pistoia e di altri rimatori alla burchia: non solo per quello che è il metro tipico, se pur non necessariamente preponderante, della pasquinata, il sonetto caudato, ma altresì per clichés stilistici vari, tra cui ricorrente l’utilizzazione della enumeratio nominale (particolarmente efficace se applicata alla serie dei cardinali o dei loro titoli all’occorrenza dei conclavi); a non dire delle allusioni ellittiche, che a distanza di secoli rischiano non di rado di risultare ermetiche, del linguaggio crudo se pure non propriamente gergale, di movenze iniziali stereotipate o dell’adozione del contrasto dialogato (questo pure, in ultima istanza, di ascendenza dugentesca). (Giovanni Aquilecchia, Presentazione, in Pasquinate, cit., p. X)

Questo chiarisce, ad esempio, il senso del sonetto citato nel post Epifora; ma soprattutto aiuta a collocare questa rassegna di letterati databile al 1521:

Cazo! I poeti han tratto terno e sino a trovar quel ch’ha detto tanto male: non è Lampridio o Latin Iuvinale, non Anton Lelio, né Pietro Aretino; né ‘l Tibaldeo, né Cinotto divino, né ‘l Colozio, né l’Unico o ‘l Casale, né ‘l Blosio, o ‘l Molza, o ‘l Barignan cicale, il Pimpinel, Casanova o Strascino; non è il Cavallo e non il Castiglione; se ‘l dice, vuol la baia Iulian Leni, Vangelista dà e Brevi non compone; Bevazan, Vangelista Maddaleni, il Vida, il Sanga, fra Egidio, il Marone non fano mal se non giù per le reni, e li altri capi pieni, il Turco, Scilla, Trievi e Sfortunato, né l’archipoetacio laureato; Pattolo o Claudio ornato, né il feroce Notturno, mastro Andrea, né Maria Tresa, veneranda dea; ma quella anima rea del quondam cardinal sere Adriano che sta nascoso in casa di Grimano, sicché mandi pian piano il gran Colegio l’Armelin bargello a pigliar questo amico del Burchiello. (Pasquinate, cit., I, 179 [dal ms. Magliabechiano XXXVII 205, contenente 51 pasquinate scritte in occasione della morte di Leone X e del conclave per l'elezione di Adriano VI], pp. 156-158)

Anche qui servirà qualche nota esegetica: i poeti scommettono sul nome dell’autore delle pasquinate anticuriali (”terno e sino” sono combinazioni del gioco di dadi). Segue un elenco di letterati attivi presso la corte leonina (di alcuni si dice che “non fano mal se non giù per le reni”, con allusione alla loro omosessualità). Il vero autore della pasquinata, conclude ironicamente il sonetto, sarebbe Adriano Castellesi da Corneto (cardinale sino al 1517, quando fu destituito perché implicato nella congiura ordita dal cardinal Petrucci, il Castellesi fu ucciso nel 1521, probabilmente mentre tentava di ritornare a Roma). L’ex cardinale Adriano sarebbe nascosto in casa del cardinale Domenico Grimani (1461-1523), protonotario apostolico; il Collegio cardinalizio dovrebbe dunque mandare un altro cardinale, Francesco Armellini (1491-1528), a catturarlo. Su questo sonetto non manca la bibliografia:

  • V. Rossi, Pasquinate di Pietro Aretino ed anonime per il conclave e l’elezione di Adriano VI, Clausen, Palermo-Torino, 1891, pp. 121-122
  • G. A. Cesareo, Pasquino e pasquinate nella Roma di Leone X, in Miscellanea della Regia Deputazione romana di Storia Patria, Roma, 1938, pp. 258-259
  • M. Dell’Arco, Pasquino e le pasquinate, Martello, Milano, 1957, p. 69
  • Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi e pasquinate, Newton Compton, Roma, 1980, p. 81

Tanta attenzione dipende forse dalla tradizionale attribuzione a Pietro Aretino (che fu, con Anton Lelio, l’unico “sicuro” autore di pasquinate). Ma, se è certo che Aretino diede un “vigoroso intervento pasquinesco (…) in occasione del conclave seguito alla morte di Leone X”, “ove non ci si trovi in presenza di una «firma» interna, dubbio è destinato a rimanere ogni tentativo di attribuzione” (Giovanni Aquilecchia, Presentazione, cit., pp. X-XI). Sulla questione vedi ora Danilo Romei, Aretino e Pasquino, nella banca dati “Nuovo Rinascimento”. Il modello è certo quello burchiellesco del “sonetto in accumulo”, dell’enumeratio nominale. Tra le pasquinate ce ne sono numerosi altri esempi, per es. 99 (sicuramente di Anton Lelio), 103, 140, 166, 168, 169, 177, 178, 195, 202… e potremmo continuare; ma si tratta sempre di “cataloghi” di cardinali. Qui c’è qualcosa di ben diverso: come nota Romei, questa è una vera e propria rassegna nominativa di pasquinisti:

la presunta “riservatezza” degli altri pasquinisti è un mito: la loro personalità e la loro attività erano ben note, l’anonimato pasquinesco era il segreto di Pulcinella, anche perché di solito i pasquinisti erano al servizio di qualcuno ed erano costretti a esporsi, a “firmare” almeno la lode se non il vituperio. (Danilo Romei, op. cit., pp. 14-15)

Eccone un elenco in ordine d’apparizione, compensando quando posso le dimenticanze o imprecisioni in nota alle Pasquinate

:

  1. Benedetto Lampridio (m. 1540)
  2. Latino Giovenale Manetti (1486-1553)
  3. Anton Lelio (m. 1527-1528)
  4. Pietro Aretino (1492-1556)
  5. Antonio Tebaldi, detto il Tebaldeo (1463-1537)
  6. Pier Luigi Cinotto
  7. Angelo Colocci (1474-1549)
  8. Bernardo Accolti, detto l’Unico Aretino (1458-1535)
  9. Battista Casali (1473-1525)
  10. Blosio Palladio (nome umanistico di Biagio Pallai, m. 1550)
  11. Francesco Maria Molza (1489-1544)
  12. Pietro Barignano (m. 1540-1550)
  13. Vincenzo Pimpinella (1485-1534)
  14. Marco Antonio Casanova (1477-1528)
  15. Niccolò Campani, detto lo Strascino (1478-1523)
  16. Marco Cavallo (ca. 1470-1524)
  17. Baldassarre Castiglione (1478-1529)
  18. Giuliano Leni (attivo tra il 1502 e il 1526)
  19. Evangelista Tarasconi (1459-post 1532)
  20. Giovanni Brevio (m. post 1549)
  21. Agostino Bevazzano (o Beazzano, m. 1549)
  22. Evangelista Maddaleni Capodiferro, detto Fausto
  23. Marco Girolamo Vida (1485-1566)
  24. Giovan Battista Sanga (m. 1532)
  25. Egidio Canisio da Viterbo (1472-1532)
  26. Andrea Marone (1474-1527)
  27. Gianfranco Turco (m. ante 1525)
  28. Scilla: forse Severino Sillano da Spoleto
  29. Trievi: non identificato
  30. Sfortunato: non identificato
  31. L’”archipoetacio” può essere riferito, più che a Camillo Querno di Monopoli (1470 - ca. 1530), come vogliono le note al testo, al poetastro Cosimo Baraballo, abate di Gaeta
  32. Bartolomeo Pattolo
  33. Claudio “ornato”: non identificato
  34. Napoletano Notturno (m. post 1552)
  35. mastro Andrea (m. 1527)
  36. Marietta Tresa (o Tressa?) (m. forse 1522)

Il catalogo è orgogliosamente programmatico, come denuncia il riferimento finale al Burchiello (Domenico di Giovanni, 1404-1449), inteso come precursore e modello. E qui viene il bello: questa rassegna di quasi quaranta litterati (nel senso più ampio del termine) di varia provenienza, tutti attivi a Roma nell’Accademia Romana e nell’ambiente curiale sotto Leone X, somiglia alle altre enumerationes burchiellesche tanto quanto a un altro modello quattro-cinquecentesco: quello appunto della rassegna di letterati. Su questa preistoria delle “storie letterarie” non aiuta più di tanto il classico Giovanni Getto, Storia delle storie letterarie, Sansoni, Firenze, 1981: bisogna tornare a leggersi il Tiraboschi, che a queste rassegne attingeva a piene mani. Osservazioni utili fa Bodo Guthmüller, Storiografia letteraria e volgare nella prima metà del Cinquecento, “Quaderni Veneti”, 16 (1992), pp. 19-36. Al di là del noto caso ariostesco (Orlando Furioso, XLVI, 1-19), che probabilmente rappresenta la “citazione” di una moda già collaudata, gli esempi sono numerosi. In mezzo alla trattatistica in prosa - da Sicco Polenton, Scriptorum illustrium latinae linguae libri XVIII (terminato verso il 1437), a Paolo Cortesi, De hominibus doctis dialogus (1489), a Pietro Riccio (Petrus Crinitus), De poetis latinis libri V (1505), a Pierio Valeriano, De litteratorum infelicitate (post 1529), a Paolo Giovio, De viris litteris illustribus (1529?), a Lelio Gregorio Giraldi, Dialogi duo de poetis nostrorum temporum (1551) - spicca il De poetis urbanis di Francesco Arsilli (1524).

Il poemetto di Arsilli, pubblicato nei Coryciana (Romae, apud Ludovicum Vicentinum et Lautitium Perusinum, MDXXIIII) curati da Blosio Palladio (guarda guarda…) in onore del protonotaro apostolico Hans Goritz, è pressoché coevo del nostro sonetto (fu pubblicato nel 1524 ma probabilmente composto alcuni anni prima). L’elenco di letterati in esso contenuto è parallelo e parzialmente sovrapposto (comune era l’ambiente di appartenenza). Parallelo è anche il contesto di riferimento: i Coryciana nascono dalle riunioni che si tenevano in casa del Goritz il giorno di Sant’Anna, e se non ricordo male le poesie venivano appese ad una statua della santa (poi controllo…).

La rassegna di pasquinisti contrappone dunque deliberatamente una rassegna di volgari poeti in volgare ad una rassegna di dotti poeti latini (e non importa se spesso si tratta delle stesse persone): e se la storiografia letteraria umanistica, restringendo il suo panorama alla letteratura in latino, “costringeva la letteratura in volgare entro i confini della produzione artigianale e popolare” (Guthmüller, op. cit., p. 32), possiamo dire che non furono Giovio e Giraldi (come vuole Guthmüller) i primi a rendersi conto della svolta compiutasi con la definitiva vittoria del volgare come lingua di letteratura. Il primo ad avere tale coscienza fu, nel 1521, l’ignoto autore del nostro sonetto.

Tomba e latrina

Pasquino, xilografia di autore ignoto del sec. XVI, forse F. Muñoz

Epitafio de Mastro Pasquino alla morte del signor Pier Luigi, duca di Piacenza

Il duca Pier Luigi è in questo fosso;
alcun pregar per lui tempo non perda,
ma, perch’in vita li piacque la merda,
chi piacer li vuol fare, il cachi addosso.

(Pasquinate cit., II, 635 [dal ms. Ottoboniano lat. 2817], p. 744)

La vittima è Pier Luigi Farnese (1503-1547), figlio di Paolo III, duca di Parma e Piacenza.
“Li piacque la merda” allude alla sua omosessualità (vedi anche le pasquinate 456, 567, 609).
Una documentatissima biografia del Farnese in Storia gay di Giovanni Dall’Orto, di cui vedi anche le interessanti note sui doppi sensi sessuali furbeschi in Cantami o Diva… L’omosessualità nella poesia burchiellesca, bernesca e fidenziana del Rinascimento italiano.

Ve’ com’io sto per cantar troppo il vero

Ripropongo in dimensioni maggiori il Pasquino inciso da Antonio Lafréry (Roma, 1550):

Pasquino, incisione di Antonio Lafréry (Roma 1550)

Sulla base della statua compare un sonetto (caudato, come da tradizione burchiellesca); sull’angolo di Palazzo Orsini sono affissi vari cartigli con versi e motti in italiano e in latino.

Commenta Valerio Marucci:

Il sonetto e i motti che ne risultano sono stati davvero mai affissi? E quando? Come e dove li aveva raccolti - se li aveva raccolti - lo stampatore? Quei motti sono certamente tutti un documento di cultura popolare o semicolta - alcuni sono in latino: ma spetta ad altro lavoro, con altre finalità, raccoglierli e studiarli. Nel caso specifico, essi danno l’idea di essere stati approntati a corredo della stampa e come presentazione in versi della figura, non senza echi di pasquinate autentiche.

(Valerio Marucci, Premessa, in Pasquinate, cit., p. XX)

Confronta ora questa replica forse posteriore al 1570, forse attribuibile a F. Muñoz (traggo entrambe le incisioni da Pasquinate, cit.: sono le tavole fuori testo III e IV):

Pasquino, copia dell'incisione di Lafréry ma con occhi chiusi e cartigli muti (autore ignoto)

L’iconografia di questo secondo Pasquino è identica, ma gli occhi sono chiusi e i cartigli muti: un Pasquino cieco e muto, un Pasquino censurato.

Ma questa “letteratura del vituperio” rappresentò davvero una “opposizione politica” meritevole di censura? È fin troppo chiaro che dal 1509 al 1566 (quando intervenne l’opera repressiva dell’Inquisizione) l’autorità ecclesiastica concesse grandi margini di tolleranza. Non dunque una vera e propria “opposizione”, quanto una polemica dal carattere “sostanzialmente conservativo” e funzionale al sistema cortigiano:

basti pensare che in un’epoca di fondamentali sovvertimenti politici e sociali su scala europea, e che pure si fecero tragicamente avvertire su scala nazionale e municipale, sarebbe vano cercarne traccia nell’ambio del corpus pasquinesco, al di là, ancora una volta, del vituperio personalistico, sia esso diretto al re di Francia o all’imperatore.

(Giovanni Aquilecchia, Presentazione, in Pasquinate, cit., p. XIII, da cui dipendono anche i virgolettati)

Epifora

Pasquino, incisione di Antonio Lafréry, Roma 1550

Avendo tra le mani le ponderose Pasquinate romane del Cinquecento, I-II, a cura di Valerio Marucci, Antonio Marzo, Angelo Romano, Salerno, Roma, 1983 - edizione di 735 pasquinate da Alessandro VI a Paolo III (1492-1549), tratte da 16 edizioni a stampa coeve e da 22 codici, ne traggo parecchi documenti interessanti.

In questi miei interventucoli il tasso di scurrilità è ormai sommo: non turberà dunque il turpiloquio delle pasquinate.

Iniziamo dunque da questo sonetto dialogato (à la Cecco) e caudato:

- Infatti ell’andrà mal. - Che di’ tu, cazo?
- Che il re reso ha i mercanti, ha reso un cazo.
- Tanto è? Di’ tu daver? - Parole, cazo.
- Son de’ nostri? - De’ nostri, cazo, cazo.

- Che dice el papa? - Pare è a dire, o cazo.
- Che ti par: vo’ star cheto? o dillo, cazo.
- Dico che ha ragion Francia. - E perché, cazo?
- Perché ‘l pontefice è spagnol ben, cazo.

- E fa per noi? - Qui sta ‘l punto, sta ‘l cazo.
- E c’è adosso el mondo? - Oh tu se’ un cazo.
- E cc’è altro che vinca Milano? - Un cazo.

- E Genoa e Ferrara? - Oh, sta ben, cazo.
- Che ci pon fare? - Assai le ponno, un cazo.
- Tu parli a passïon. - Io parlo un cazo.

- Tu voi la baia, cazo:
l’Aquila vince, il Gallo si arà cazo:
confessa pur che ‘l re restarà un cazo.

- Deh, va, menati el cazo;
viva chi vince, se vincessi un cazo,
ch’io ho il capo a botega, non al cazo,

ché s’ogni foglia un cazo
fussi di Francia, Spagna, Roma, cazo,
a te e a me non toccarebbe un cazo!

(Pasquinate romane cit., I, 216 [dal ms. Ottoboniano lat. 2817], pp. 202-203)

Per capirci: i riferimenti vanno a fatti del 1521, quando Leone X, firmata il 29 maggio l’alleanza con Carlo V, provoca la guerra con la Francia e consente la minacciosa presenza degli spagnoli in Italia. L’alleanza prevedeva la cacciata dei francesi dall’Italia e la restituzione di Milano, Genova e Ferrara ai loro legittimi sovrani.
Al v. 2 si allude al fatto che Francesco I ha espulso i mercanti dalla Francia, forse come ritorsione nei confronti del papa.
Al v. 5 “pare è a dire” significa che quando si parla delle intenzioni politiche di Leone X “bisogna dire pare“, a causa dell’incostanza del papa.