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Tùne, quèsie, rìs

Sì, hai ragione... questo Orazio non c'entra nulla

Intraprendo dunque una raccolta di traduzioni d’autore da sottoporre ad “analisi contrastiva”, iniziando dai classici Passer, deliciae meae puellae e Tu ne quaesieris…

Propongo qui qualche riflessione sulla resa ritmica del Carpe diem.

Oggi ci si accontenta spesso di traduzioni prosastiche, utili solo come trampolino al testo originale; al più si coglie qualche tentativo di verso libero (Ramous).

Enzio Cetrangolo aveva provato con l’endecasillabo; ma dubito che il verso-base della metrica italiana possa rendere il sapore un po’ esotico dell’asclepiadeo maggiore.

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Il Progetto Centouno

Ara funeraria romana (II sec. d.C.)

Chaim, preso da rinnovato fervore, rinunciando infine all’unità aristotelica del suo blog, giovandosi del facile accesso ai penetrali del patrimonio bibliotecario italiano, si è deciso a farci dono dei primi rari assaggi del “Progetto Centouno”: Pascoli, D’Annunzio, Quasimodo traducono per noi

Multas per gentes et multa per aequora uectus
aduenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, aue atque uale.

Scusate il tono professorale, ma è materiale prezioso per chi voglia lavorare sull’”analisi contrastiva”.

E io? Sposto appena il tiro sulla comparatistica (sono anche queste “traduzioni”), evito l’ovvio fratello Giovanni e pur rinunciando a riprodurre il technopaignion commemoro Giorgio Caproni:

Atque in perpetuum frater

Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.
Cosa mi ha accolto?
Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio - il nero
della tua fossa.
Ho anch’io
detto le mie preghiere
di rito.
Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

per il fratello Pier Francesco, morto il 12 febbraio 1978 e sepolto in una gelida mattina di neve nel cimitero di San Siro, a Genova.

Al crepitar de’ mortaretti

Toletta d'epoca

Da quando sto sfogliando Le interviste impossibili, finalmente ripubblicate da RadioRai-Donzelli a cura di Lorenzo Pavolini - edizione necessaria, benché malamente stampata, con enormi sbuffi di colla al capitello e carta che si macchia al polpastrello, e non meglio curata: piena di refusi ingenui - mi sono ripromesso almeno tre o quattro interventi succosi.
Ma è destino che debba iniziare da uno di quegli apocrifi coprofili che a me piaccion tanto: l’epica conclusione dell’intervista a Pascoli.

ARBASINO: E la sua esperienza più tremenda, professore?

PASCOLI: Oh… un racconto doloroso! Quando a Roma fui a pranzo dal senatore Finali (e solo in vettura, due lire e più! Ho pagato il pranzo!) ero un po’ pieno della colazione: avevo girato molto. Al pranzo vi era infine cignale in agrodolce: una poltiglia di ciccia mezza con zucchero e pinoli. Sapete quanto mi piace. Pure bisogna mangiare, perché l’astenersi sarebbe sembrata una grande critica. Mangio: s’era appena finito, quando mi sento… brr, brr… un certo bollorino, un certo borbottio. Impallidisco, sorridendo. Dopo poco il bolli bolli cresce, cresce il dolore. Comincio a credere di non poter esser più padrone delle mie, del mio… Insomma divento livido sotto un sorriso. E cresce, cresce: la catastrofe è prossima: la paura l’accelera. Con una eroica indifferenza cavo fuori l’orologio: «Oh! Toh: le dieci e mezza! E io credevo fossero le nove». Mi alzo: mi fanno amorevole insistenza perché resti ancora un poco, una mezz’orina… altro che orina! Complimenti e complimenti ma mi alzo; strette di mano, promesse, auguri, saluti, elogi. La posizione verticale sembra tirarmi giù sino al… tutto l’ingombro gorgogliante. I dolori sono intollerabili: e io sorrido, sempre, sempre. Finalmente giù per le scale. Trovo una carrozza: su. Il cavallo era sfiancato, andava piano piano piano. Mezz’ora ci volle per arrivare a Santa Chiara. Io intanto pregavo fervorosamente santa Mariù, che mi aiutasse, che mi facesse arrivare sino a casa, cioè sino al ca… samento. Be’, ci arrivo: come un cervo salgo i cinque o sei rami di scale; giù cappotto e cappello, accendo il lume, via di corsa per i corridoi, avanti, maledizione: il casamento era chiuso, c’era gente. Dirvi la mia disperazione! Mi reggevo la pancia, bestemmiando l’ignoto cuculo… Vado e vengo, salgo e scendo; finalmente, poiché il cuculo non lasciava il nido, vado risoluto a sforzare l’uscio e a dirgli: levati di costì, voglio calcolare anch’io. Vado, apro la porta… nessuno! Era libero! Oh! [Come liberato] Con che gioia rumorosa e fragrante ringraziai la mia santa d’avermi fatto giungere sano e salvo! Pareva una festa di villaggio: al crepitar de’ mortaretti!