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Città vecchia

Umberto Saba (1883-1957)

Il confronto è noto, e ora non voglio smontare i testi - solo metterli tra le mie cose.

Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita d’amore,
sono tutte creature della vita e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

Umberto Saba (da Trieste e una donna, 1910-12)

La città vecchia

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
(ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi),
una bimba canta la canzone antica della donnaccia:
“Quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia”.

E se alla sua età le difetterà la competenza,
presto affinerà le capacità con l’esperienza:
dove sono andati i tempi di una volta, per Giunone,
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino:
li troverai là col tempo che fa, estate e inverno,
a stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là la felicità, dentro a un bicchiere,
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere:
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone?
Forse quella che, sola, ti può dare una lezione?
Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie”,
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie?

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte;
ti alzerai disfatto, rimandando tutto al ventisette:
quando incasserai, dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio”, “bello” e “bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli,
in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori,
lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese,
li condannerai a cinquemila anni più le spese;
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Fabrizio de Andrè, 1964

[la punteggiatura è mia; i vv. 19-20, prima della censura, suonavano «Quella che di giorno chiami con disprezzo "specie di troia", / quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia»]

Se poi hai bisogno di analisi, prova con queste amatoriali:

Bellus stronzus

Teofilo Folengo (1491-1544)

Lo so, sono monotono; però adesso questo ho per le mani, e questo béccati.

Si tratta del sottogenere di volusiana che applica un traslato scatologico all’interlocutore, cogliendo affinità generiche (”sei uno stronzo”) o specifiche (”sei un cesso”, “sei una fogna”).

Sorvolando sui prototipi (Catullo e Marziale, per es. I 83), eccone due esempi del sotto-sottogenere olfattivo:

Dovunque vai conteco porti il cesso,
oi buggeressa vecchia puzzolente,
che quale-unque persona ti sta presso
si tura il naso e fugge inmantenente.
Li dent’i·le gengìe tue ménar gresso,
ché li taseva l’alito putente;
le selle paion legna d’alcipresso
inver’ lo tuo fragor, tant’è repente.
Ch’e’ par che s’apran mille monimenta
quand’apri il ceffo: perché non ti spolpe
o ti rinchiude, sì ch’om non ti senta?
Però che tutto ‘l mondo ti paventa:
in corpo credo figlinti le volpe,
ta·lezzo n’esce fuor, sozza giomenta.

(Rustico Filippi, XXI, in Sonetti, Einaudi, Torino, 1971, anche in Biblioteca Italiana)

In Baldraccum

Te nascente dei nasum, Baldracche, tufarunt,
Iuppiter in colera sic ait: “Oybo, quid est?
Quae latrina sapit? Quae fex ammorbat Olympum?
Qua penetrat nostros parte carogna polos?”.
Respondere dei: “Ventrem Natura soravit
et qua forbiret pezza niuna fuit;
pezza niuna fuit qua nasum retro netaret:
quam bellus nostro tempore stronzus olet!”

(Teofilo Folengo, epigramma C XXV, in Macaronee minori, cit., p. 527)

Per una storia del “fugace regno degli odori”

Maschere antigas

Vedi:

Considera:

  • gli appunti olfattivi di Fosco Maraini in Case, amori, universi (I like merda è solo il primo esempio);
  • l’esperimento dell’Odorama di John Waters in Polyester.

I like merda

Carro-botte

Gli scaffali del mio libraio vanno in ordine alfabetico. Arrampicato su una scala a portafoglio - privilegio da habituée frugabondo, mentre il mio barbuto anfitrione cerca di sopportare le clienti natalizie - vado per Landolfi e trovo Maraini.

Non avevo voluto impelagarmi nel suo Tibet un po’ troppo fuori percorso, ma dopo aver letto del suo mignolo inizio ad essere curioso.

Ma un’illuminazione improvvisa: dove, se non nel suo romanzo-autobiografia Case, amori, universi, potevo trovare una spiegazione della sua metasemantica?
Non è proprio serendipità, perché siamo esattamente sul medesimo filo di pensiero.

È qui la risposta? Certo: nutrirà i prossimi episodi di fànfole.

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