Città vecchia

Il confronto è noto, e ora non voglio smontare i testi - solo metterli tra le mie cose.
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita d’amore,
sono tutte creature della vita e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.Umberto Saba (da Trieste e una donna, 1910-12)
La città vecchia
Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
(ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi),
una bimba canta la canzone antica della donnaccia:
“Quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia”.E se alla sua età le difetterà la competenza,
presto affinerà le capacità con l’esperienza:
dove sono andati i tempi di una volta, per Giunone,
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino:
li troverai là col tempo che fa, estate e inverno,
a stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.Loro cercan là la felicità, dentro a un bicchiere,
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere:
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone?
Forse quella che, sola, ti può dare una lezione?
Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie”,
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie?Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte;
ti alzerai disfatto, rimandando tutto al ventisette:
quando incasserai, dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio”, “bello” e “bamboccione”.Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli,
in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori,
lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese,
li condannerai a cinquemila anni più le spese;
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.Fabrizio de Andrè, 1964
[la punteggiatura è mia; i vv. 19-20, prima della censura, suonavano «Quella che di giorno chiami con disprezzo "specie di troia", / quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia»]
Se poi hai bisogno di analisi, prova con queste amatoriali:
- Silvia Giannelli e Francesca Di Felice, nella tesina (?) Sulla cattiva strada di Fabrizio de Andrè
- Giuseppe Cirigliano, nelle pagine dedicate a Fabrizio de Andrè, il favoliere anarchico
- Carla Dessy, La poesia dei cantautori, sul blog (?) Karl Kraus


