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Fànfole? (4)

La lotta contro il nulla (foto di Fosco Maraini)

Su quattro episodi della serie, questo è ormai il terzo della “stasi dialettica” in cui mi sono incanalato. Spero davvero non sia una “lotta contro il nulla”.

L’esegesi delle fànfole si nutre ora di un’illuminazione improvvisa e casuale, con la lettura di Fosco Maraini, Case, amori, universi, Mondadori, Milano 1999. Che libro! Un’enciclopedia di sguardi etnografici (ma vorrei dire antropologici), che Maraini sa applicare anche al “nostro” mondo e persino a se stesso, almeno attraverso il filtro del suo alter ego Clé… come quando, al termine dell’Odissea motociclistica che lo porterà in Sicilia da Malachite (ovvio alter ego di Topazia),

Clé lasciò la moto nel cortile, non senza darle una fuggevole affettuosa carezza (tra uomo e motori si stabiliscono in certi casi rapporti francamente totemici) (p. 234).

Per inciso, si parva licet, ecco un altro grande esempio di antropologo narrante.

Ma qui interessa il rapporto di Case, amori, universi con le fànfole: il rapporto linguistico e tematico.

L’abbrivio me lo dava gioder commentando i primi miei tentativi sugli Arconti dell’Urazio:

La tripartizione del lessico è fondamentale. Ma la distinzione non mi sembra così netta, e mi riferisco a: “E dato che la massima concentrazione di ‘lessico ignoto’ si ha nella descrizione delle modalità di gioco (”tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino / io smègo un tafferuccio, un finfardello” e poi “su bòghera le trappe, punto e gnoppe”), direi che l’appannamento del lessico ha qui proprio lo scopo di creare un rumore”.
“Tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino, io smègo un tafferuccio, un finfardello…” Lugherino richiama il lucherino, “brecco” può rimandare a “becco”, e i giochi/torture sugli uccelli sono diffusi tra i putti che giocano a Brancighello (brancicare un uccello), si sa!
Ancora: perchè “marmellino” fa parte del lessico parzialmente ignoto e “Cassacoppe” di quello ignoto? Alla prima lettura mi hai convinto, poi mi chiedo, e mi pare una questione importante in un’analisi fanfolica: è perchè tu hai l’intuizione su “marmellino” o c’è qualcosa di più? Perchè si può ravvisare in Cassacoppe un gioco di carte, magari non uno specifico, degli uomini in vinargìa, oppure in “Fantisberga” un gioco legato ai fantasmi in un antico maniero (che però sarebbe più adatto ai putti). Tra l’altro il verso “su bòghera le trappe, punto e gnoppe” si presta a un’osservazione ritmica sul cursus: mèscola le càrte / bòghera le tràppe. Poi uno fa un punto, e… gnoppe! Che ricorda (a me?) il celebre “gnacche”!
Insomma, mi chiedo quanto la distinzione tra “lessico parzialmente ignoto” e “lessico ignoto” sia soggettiva.

Fermo restando che da queste acutezze ripartirà, quando ripartirà, il discorso sugli Arconti, va subito detto che gioder ha visto bene. Case, amori, universi dà una conferma “biografica” di violenza indiscussa, quanto a “giochi/torture sugli uccelli”:

Qualche volta andava a caccia con un fuciletto che sembrava un giocattolo: conosceva canti, fischi, zirli, chiurli, chiòccoli, gorgheggi e ciangottii di tutti gli uccelli della zona. (p. 24)

Quando si giunse all’enumerazione dei peccati più gravi, saltarono fuori l’uccisione di alcuni uccellini e il ferimento d’un gatto, frutto dei tiri con l’arco e con le micidiali frecce munite di punte a chiodo, azioni di cui Clé si dimostrò fortemente pentito. (p. 44)

Uccidere piccioni o gatti era facile, ma queste cacce erano considerate volgari. Molto più difficile era colpire tordi o merli, eppure i ragazzi ci riuscirono diverse volte, portando gli uccelli come splendidi trofei in casa, in cucina. (p. 103)

“To’, Rolando, prendi un piccione vivo, ma vivo, spalancalo con un coltello, ma che il cuore gli batta ancora! E legaglielo sul petto, al malato, al Bigiani, vedrai come guarisce subito!” (p. 103)

La convergenza di temi tra Maraini narratore e Maraini poeta è di enorme importanza per comprendere le fànfole; mi limito a qualche pròdromo, colto tra le righe. “Riti, liturgie, incensi” (p. 128) e tutta la riflessione religiosa sono centrali per Maraini, si sa: Leitmotiv di Case, amori, universi e tema importante nelle fànfole. Sono spesso le allusioni lessicali a far riconoscere la comunanza di temi quando non l’esatto correlativo delle fànfole: “un vero incontro di affetti, una festa d’amore completa e significativa” (p. 141) è l’oggetto del Giorno ad urlapicchio, il “giugno, mese solstiziale e prodigioso, festa dell’anno, impero del sole” (p. 230; ma vedi anche p. 234) in cui Maraini giunge in Sicilia è lo sfondo di Solstizio d’estate; gli “anni… tra i più grami, spinosi e angosciati” (p. 138) richiamano subito le “gosce aggramerine” di E gnacche alla formica (v. 10); e persino l’insolita iunctura “arconti del sapere e del pensiero” (p. 12) somiglia all’uso “speciale” della parola negli Arconti dell’Urazio.

Così anche Il vecchio Troncia sembra trovare spunto nel “vecchio Trinca”:

Nume del luogo era “il Trinca”, così chiamato per la sua stretta amicizia con ogni sorta d’inebriante bevanda, un ometto ricurvo, di solito seminudo, d’età indefinita, con alcuni ciuffi di capelli bianchi ribelli sul capo color rame. Il Trinca abitava da solo in un capanno ai margini del campo. Si sarebbe detto un riuscito incrocio tra un uomo di Neandertal e un eremita della Tebaide. (p. 119)

Passando alle questioni linguistiche, dovrò avvertire ancora una volta che sto appena saggiando il terreno, e senza strumenti adeguati (il Tommaseo, il Battaglia?).

Al confronto con la prosa marainiana, le fànfole appaiono subito molto meno “strane” della prima impressione. Ne percepiamo subito il retroterra: il lessico famigliare e l’idioletto di Maraini, nati dall’insolito impasto linguistico e culturale tra inglese, italiano (culturalmente e linguisticamente diviso in mondo italiano “Alfa” e “Beta”, p. 12), toscano, romano, siculo, veneto, senza contare gli occasionali incontri con altri mondi linguistici, ad es. il “ferrarese stretto” del “Nonnone” (cfr. p. 103).

L’autobiografia di Maraini è ad ogni pagina autobiografia linguistica: dal “gergo familiare” (p. 11) anglo-becero (trìccolo, fùggio o fuggétto, porrìggio per treacle, fudge, porridge) al “linguaggio di famiglia” altrui (p. 161); è naturale il confronto con Natalia Ginzburg, se non fosse che quello di Maraini è un melting pot.

Come descrive in dettaglio le case della sua vita e delle persone persino gli odori, così spesso Maraini racconta sfumature linguistiche:

Tra l’altro pareva vi fosse in vista un prossimo viaggio a Roma, dove l’attendeva un friend. L’inglese non possiede generi, il friend poteva essere quindi Apollo o Venere, a piacere. Clé preferì lasciare alla parola il suo alone di mistero. (p. 167)

La riflessione metalinguistica è tema-chiave dell’intero racconto. Un primo esempio:

Clé ne avvertiva il fascino, quasi vergognandosene, e subiva in segreto l’invito all’emulazione di questi arconti del sapere e del pensiero, ma non riusciva a identificarsi con loro. Forse anche perché parlavano una lingua dotta e superba, con tutte le c al loro posto, l’italiano delle conferenze, delle lezioni, delle università; inoltre usavano termini foneticamente stupendi, veri pezzi di alta meccanica verbale, per esempio “valorizzazione”, “reinserimento”; ma cosa volevano dire quelle cavalcate mitiche di sillabe? (p. 12)

La sperimentazione linguistica di Maraini è anche una reazione a questa “lingua dotta e superba”. Vedi per esempio quanto egli scrive a proposito del suo conio endocosmo, ironizzando su un’alternativa lessicale che evidentemente preferisce evitare come “dotta e superba”:

il termine endocosmo è abbastanza simile, nei suoi significati essenziali, a quel mastodontico mobile linguistico tedesco, la Weltanschauung, che suggerisce alla mente un dotto Sig-niore alemanno, seduto sopra una rupe, che sciaua, guarda, osserva, il mondo, e ve ne dà contezza di contenuti e significati. (p. 20)

A esser più precisi, il tema chiave è quello della nomenclatura, delle esigenze espressive che vorrebbero travalicare i confini troppo stretti della lingua. Così Maraini ricorre spesso a strumenti transculturali e translinguistici. Un solo semplice esempio:

Era molto diversa dalla mamma, epitome vivente del gusto più sobrio e raffinato immaginabile, o (per dirla alla giapponese) squisitamente shibui. (p. 165)

Altrove questi strumenti non bastano o, se pur vengono usati, è sempre in chiave di riflessione metalinguistica:

c’era un letto invitante e cosy (parola intraducibile, il dizionario dà “confortevole, comodo, accogliente”, però cosy è speciale, è di più, è intraducibile) (p. 13)

E ancora:

“Caro, come ti chiami?” chiese con aria soave, ma leggermente accondiscendente (maledizione, l’inglese ha la parola esatta a questo punto, patronizing, all’italiano manca…). (pp. 146-147)

A Maraini piacciono in generale le nomenclature, le riflessioni sul lessico:

Clé era un ragazzo difficile, scomodo, puntuto, per questo gli piovevano costantemente addosso le porzioni più virulente del vocabolario: selvaggio, bruto, cattivo, sporcaccione, disordinato, ribele, tartaro, bandito. (p. 15)

I giochi sul lessico dànno spesso spunti comici (ma nota come anche qui il piccolo Maraini si appropri del vocabolo per dargli significati nuovi):

Nei famosi comandamenti, tra le tante azioni chiare e bene individuabili come “non uccidere” o “non rubare”, appariva un’enigmatica proibizione: “non fornicare”. Ma che voleva dire? Neppure l’Ida aveva dato al ragazzo una spiegazione plausibile. Clé, chissà come, s’era messo in testa che il sibillino vocabolo significasse “frugare indebitamente nei cassetti, negli armadi, o fra le cose degli altri”. Indubbiamente Clé, nella personale accezione data al termine, aveva fornicato più volte. Non provava infatti un gusto speciale a fornicare dentro certi cassetti della mamma, dove lei conservava vari oggetti della sua vita passata? E in particolare, non si divertiva un mondo a fornicare tra certe sciarpe multicolori con le quali lui e la Viviana, le rare volte che restavano soli in casa, s’agghindavano il capo, giocando alle corti orientali?
“Sa, don Sestilio” mormorò Clé vincendo una certa ritrosia, “qualche volta ho anche fornicato”.
“Cosa?” esclamò innervosito don Sestilio, assumendo un tono assai meno affettuoso di prima. “Spiegati meglio, ragazzo…” Quando poi sentì che il fanciullo aveva fornicato “insieme con Viviana!” gli dovettero esser presi dei dubbi preoccupanti. Per fortuna, da buono psicologo, non abbandonò del tutto l’idea che sotto sotto vi fosse un grosso malinteso.
“E come facevi, caro? Precisa meglio…”
“Ecco” riprese il ragazzo, “aprivamo i cassetti della mamma, fornicavamo di qua e di là, scoprendo tante cose affascinanti, per esempio delle sciarpe dai molti colori con le quali facevamo dei veri turbanti da maharaja…” (pp. 44-45)

Ma stiamo dando quest’occhiata di traverso a Case, amori, universi per cercarvi le radici delle fànfole. Dunque per indagare la “passione per le parole”, e specialmente per le “eufoniche fioriture”. È un gusto particolare? Siamo comunque alle origini della metasemantica e del gusto per le “caramelle di suono”:

bisogna sapere che Clé, fin da quella tenera età, possedeva un gusto tutto suo, una passione per le parole, per i nomi tanto di luoghi che di persone. “Mercoledì” diceva per esempio “è bello, arrotondato e viola”, martedì è invece spinoso, nerastro e brutto”. Nel Canada gli piaceva Manitoba, che avrebbe potuto essere il nome di un re (king Manitoba appeared in all his glory on the door…), e fu incantato quando seppe che i suoi cugini inglesi andavano a villeggiare in una località marina della Cornovaglia chiamata Polperro. “Sembra un piatto di carne, in italiano puro, niente miscugli stranieri”. Quando sentì la mamma parlare di questa certa Ilona, s’immaginò subito una femmina soda e possente, restò invece molto male quado scoprì che era magra, piccina, occhialuta e timidissima. (p. 50)

Perché poi la parola “ignudi” era più evocativa e solluccherosa del semplice “nudi”? (p. 54)

E soprattutto:

Fin da quei tempi primordiali Clé provava segreti piaceri al suono di nomi speciali, di parole-gioiello (come: “crisoprasio”), di sillabe in eufoniche fioriture. Un difetto, una debolezza? Chissà. Certo una ben definita caratteristica. (p. 95)

E non lasciamoci traviare: non è solo questione di gusto fonetico. Come dicevo, Maraini manifesta anche in prosa esigenze espressive (e concettuali) cui l’abito della norma linguistica va troppo stretto, e non si fa scrupolo di coniare i neologismi che gli servono - per poi farne parole-chiave del suo discorso: amodio, endocosmo, esocosmo, ortòmo, tinegista. Tale esigenza è manifesta dalla prima pagina:

Tra Ida e Clé sussistevano certi rapporti curiosi di un amore intrecciato con sfilacciature di odio; in altre parole rapporti di “amodio”. Tutti sappiamo che l’amodio è comunissimo nel mondo, come mai manca di un suo cartellino semantico che ne definisca usi e costumi? […] Tanti anni più tardi Clé avrebbe scoperto che il Giappone e ha il suo vocabolo per l’amodio. Si dice aizo, amore-odio, i due concetti riuniti in una sola parola, un solo ossimoro, utile ed espressivo. (pp. 9-10).

E Maraini usa il suo “amodio”, senza più virgolette e senza remore, nel corso di tutta la narrazione. E lo stesso farà con altre parole che introduce man mano, come esocosmo ed endocosmo:

Una decina d’anni più tardi, da studente universitario, Clé formulò tra sé, quasi per filosofico scherzo, due termini - “esocosmo” ed “endocosmo” - che gli dovevano, allora e in seguito, dar conto abbastanza soddisfacente di numerosi aspetti del gran panorama “esistenza”. Certo, un filosofo di quelli coronati e garantiti avrebbe riso, riderebbe, dinanzi a categorie tanto rozze, stagliate nell’apparente caos delle Dinge in Allgemeine (delle cose in generale), non con la finezza di un rasoio, ma con la brutalità di un’ascia da boscaioli.
Eppure, nella praticaccia di ogni giorno i conti tornavano abbastanza bene. (p. 19)

Nota l’excusatio: “quasi per filosofico scherzo”, “categorie rozze”. Maraini si imbarazza a confessare queste sue arbitrarietà; però avverte dell’utilità, anzi della necessità di questo lessico. Suona perciò gratuita l’analoga excusatio per l’uso di tinegista:

Da noi, quando si parla di quegli anni sghembi della vita umana che vanno dai tredici ai diciannove, s’impiega una terminologia dotta e grave d’origine classica: “adolescenza” è la fase, “adolescenti” sono i personaggi. Nei Paesi a lingue anglosassoni, con minor precisione e maggior spirito d’allegria, si parla di teenagers, di coloro cioè che stanno vivendo gli anni i cui numeri terminano in “-teen” (thirteen, fourteen, e su su fino a nineteen). Con ardito zompo fonetico-semantico, non potremmo chiamare questi ragazzi “tinegisti”? Per divertirci facciamolo! (p. 135)

Non fidiamoci troppo quel “per divertirsi” che introduce il capitolo: in realtà a Maraini dà fastidio il termine adolescente, lo trova connotato in modo inadatto (”dotto e grave”), e conia un nuovo termine “meno preciso” (cioè più neutro), calcato sull’inglese; e poi lo usa senza ironia e senza virgolette, giungendo persino a coniarne il derivato neotinegista.

Nota subito che identica esigenza muove Maraini alla creazione di parte del lessico fanfolico. Un solo esempio: l’aggettivo attributivo pornale (Via Veneto, v. 10). Maraini lo conia dalla radice greca porno-, viva in italiano, perché in italiano manca un aggettivo che possa denotare in modo neutro e semplice il concetto (esistono solo i connotatissimi aggettivi puttanesco, troiesco).

Un altro esempio da Case, amori, universi è il neoconio ortòmo, così introdotto a definire il mezzadro Martino (e poi usato spesso senza più virgolette):

Anni più tardi, ricordandolo, Clé se lo definiva come un “ortòmo”. Non perché facesse (anche) l’ortolano, ma per confluenza della radice uomo con l’altra più dotta d’orto, l’orto per intendersi d’ortografia, ortopedia, ortodossia eccetera: insomma Martino era “l’uomo conforme alla norma, l’uomo modello, l’uomo archètipo”. (p. 23)

Ma il problema centrale è la nomenclatura dell’amore:

Tutto aveva a che fare con uno straordinario concetto, l’amore, che prima lo colpiva come riferibile a una curiosa malattia degli adulti - per esempio quando parlavano a scuola di Dante e Beatrice, di Petrarca e Laura, o di Renzo e Lucia - ma che ora aveva improvvisamente preso vastità di continente, con i suoi monti, mari e isole, i suoi vulcani, le sue foreste, gli smisurati abissi. Si pose allora una domanda, che l’avrebbe poi seguito quasi ossessivamente per tutta la vita: come mai un fenomeno umano così gigantesco e di tale importanza, così singolare, con ramificazioni di tanta complessità, fosse poi così misero di nomenclatura? Si dice che gli eschimesi abbiano almeno cinquanta termini per indicare la neve in tutte le sue varietà e consistenze, e che gli arabi posseggano un intero vocabolario relativo al cammello, ma noi pretendiamo con il solo vago termine a ombrello “amore” di coprire tutto. (p. 131, corsivo mio)

Dovrebbe bastare questo, per farcene una ragione: senza nulla togliere alla componente ludica che la permea, la sperimentazione linguistica di Maraini non è superficiale, è strutturale.

Le tracce di tale sperimentazione percorrono tutto Case, amori, universi, ovviamente nei limiti di quanto consentito in prosa. Ma vorrei fosse chiaro che, se pur le fànfole sono l’esperimento estremo, si collocano all’estremità di un continuum.

In vari punti di quel continuum il Maraini narratore cerca strumenti espressivi più o meno “normali”, attingendoli ai registri più vari e con le più varie esigenze espressive, che - senza intento di completezza o classificazione - possiamo almeno assaggiare nella loro parentela con le fànfole.

L’impasto linguistico è multiforme. Si va dalle frequenti onomatopee (ciaff!, p. 37; cià, cià, cià, p. 156; e i già citati splosh! e cataplak!) alle vive locuzioni alla straboia (p. 14), a scimmia sciolta (p. 22), alla nuda (p. 107), alla matta (147); dagli espressivi avvalangato (p. 12), infuribondato (p. 31), ribobolesco (p. 13), sbaruffare (p. 9) ai dialettali strullone (p. 14), strullino (p. 37 e passim); ma quando gli serve, Maraini non disdegna il lessico ipercolto (come itifallico, p. 137). L’uso dell’aggettivo mussante (passim) mi sembra esclusivo di Maraini. E poi la galleria delle alterazioni: antimerda (p. 27), bananotto (p. 107), chiavatona (p. 138), cresciutoccio (p. 140), masturbino (p. 137: è un sostantivo, poi Maraini ne parla come di “giochini frullerelli”), strabravo (p. 14)…

Chi negherebbe a queste forme dignità di cittadinanza nel lessico letterario italiano? Eppure una buona parte d’esso (quella alterata) è probabilmente hapax.

Ma più che qui, e più che nei neologismi succitati, la percezione del continuum si precisa quando scopriamo che il monumoni al v. 9 di Prato (chi vuoi che prigni più quel monumone / gavato, modruscente e laschidioso?) non è invenzione assoluta, ma attinge al lessico privato dell’amico Ermete Trimegisto:

chi s’immaginava mai, tra quei monumoni (tipico termine Ermetico) cerimoniosi, ma rimasti secoli indietro, di incontrare due fanciulle intelligentissime, colte, aggiornate su tutto [...]? (p. 216, corsivo mio)