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Afasia

Riprendiamo il discorso? Ma con gran pena.

Non è stanchezza, è un senso di inutilità e impotenza.

A quanto pare non sono il solo: ecco un Marco Revelli solo in apparenza retorico, che parla di razzismo e xenofobia ma in realtà parla di tutto, e ci ricorda che qualche voce si è levata “da fuori”

perché “da dentro”, quasi nulla. Qualche sussurro e nessun grido. Silenzio tombale da un’opposizione ridotta a ombra di se stessa, afona e supina nella rincorsa ossequiente di un attestato di responsabilità da parte di un governo d’irresponsabili. Silenzio anche dagli “intellettuali”: quelli che potrebbero avere ascolto, ma che proprio per questo si sono assuefatti a tacere sulle questioni di fondo, scomode, che dividono. E compassata approvazione, connivenza, condivisione da parte di una stampa che definire di regime sarebbe un eufemismo perché ormai costitutivamente incapace di un ruolo critico, o di “controllo” civile, di vigilanza morale. Filistea e moralmente apatica di fronte agli eccessi del potere.

[...]

In poche settimane, come su un piano inclinato, si è bruciato un patrimonio di civiltà giuridica e politica, di memoria, di consapevolezza del valore dei diritti e del rispetto umano, accumulato a fatica nei decenni. La parola stessa, nell’immediato, nell’atto del pronunciarla - questa stessa parola, questo stesso scrivere e denunciare - appare inutile e impotente. Lo dico con disperazione: rischia il ridicolo, nella solitudine in cui è pronunciata. Sommersa nel brusio distratto di una maggioranza impegnata altrove.
Se continuiamo a parlare, a raccontare, a denunciare, a protestare, a dissociarci e a inveire, è in qualche modo “a futura memoria”. Perché la superficie del mare che si è richiuso sopra di noi resti increspata, non placata, inquieta. E perché i membri di questa piccola tribù qui raccolta, in realtà, non sanno comportarsi altrimenti che così: continuando ad opporsi. Con la consapevolezza, questa sì dolorosamente nuova, che non si dovrà, probabilmente, cercare il valore del proprio agire in un risultato immediato. In una soluzione politica a breve termine, nel tempo in cui la politica ha perso se stessa, e si avvolge e si contorce, negando nel proprio agire quotidiano le ragioni finali, e alte, del proprio esistere. Che bisognerà lavorare a lunga scadenza, senza illusioni, senza speranze né scorciatoie né espedienti tattici.
Sapendo il perché, senza più chiedersi quando.

(da Marco Revelli, Un piano inclinato chiamato Italia, Il manifesto, 6 giugno 2008, pp. 1 e 5)

Geograficamente

Geograficamente, la copertina

Dunque non sono il solo a spulciare i manuali scolastici di geografia. Ed è un bene che questo accada anche fuori dai consigli di classe:

La geografia del mondo che cambia
C’era una volta la geografia politica. Era soprattutto superficiale, in molti sensi: descriveva confini e mari, fiumi e città, viste dall’alto o di fianco. Qualcuno sospettava che si trattasse niente più che di un insieme di testi e di cartine, preparati dagli stati maggiori, per portare guerra o difendere la patria. Vi era poi un effetto singolare di distorsione. Le città e i fiumi vicini apparivano nel racconto più importanti degli altri, tanto che si dedicavano loro più pagine e più attenzione.
Adesso è cambiata, la geografia, e forse perfino la politica sta cambiando, anche se non bisognerebbe mai essere troppo ottimisti. È un fatto che ora si cerca di mostrare tutto il pianeta, com’è e con quali problemi; come potrebbe essere e cosa si debba sapere per cominciare a modificarlo; in meglio.
C’è dunque il confronto sorprendente con i vecchi tempi e la vecchia politica che imbrigliava la geografia nei manuali (e nelle teste) d’allora; e c’è anche la possibilità che ogni ragazzo e ogni ragazza delle medie porti con sé (nel suo pesante zaino), quanto basti per partecipare attivamente al cambiamento delle cose del mondo. O almeno sapere di che si tratta. Tutto questo viene in mente consultando “Geograficamente“, l’opera in tre volumi preparata da Manlio e Federico Dinucci, padre e figlio, con la collaborazione di Carla Pellegrini e pubblicata da Zanichelli.
Regioni, paesi d’Europa, paesi del mondo, vincoli dei programmi ministeriali compaiono in ciascuno dei tomi come una sorta di appendice che complessivamente vale un terzo dello spazio. Il resto è dedicato a Noi e l’ambiente europeo, Noi cittadini d’Europa, Noi cittadini del mondo. È notevole la proposta sull’ambiente europeo. A chi legge, si mostra in primo luogo come si contano gli oggetti geografici e come li si misura. Non importa tanto che il giovane lettore si ricordi quanto sia lungo il fiume più lungo, ma che impari a misurarlo, lo collochi nel suo spazio e capisca perché è importante. Gli autori condividono i loro segreti con i ragazzi; cercano insomma di suggerire come si possano maneggiare gli strumenti che consentono di conoscere la portata del fiume, la regolazione delle acque, il loro uso.
L’Europa, nel secondo tomo, viene descritta come il nostro mondo di riferimento, un mondo complesso, con molte religioni, abitudini, storie, cibi, culture che arrivano spesso da molto lontano, ma sono tutti possibili, tutti validi, nessuno obbligatoriamente meglio degli altri. Si tratta di non perderne nemmeno uno, perché sarebbe un impoverimento generale. E si parla di lingue, di euro, di industria, di istruzione, di sport, di condizione della donna, di lavoro minorile, di emigrazione, di diritti. Questa è l’Europa in cui i ragazzi di oggi vivranno domani; questa è l’Europa da imparare a menadito, da correggere subito negli errori che i vecchi europei hanno lasciato crescere. L’Europa, tra vent’anni, sarà tutta di questi ragazzi che oggi stanno imparando a conoscerla. Europa come insieme di persone che devono subito imparare a capirsi.
Poi viene il mondo. Come si diventa cittadini del mondo? Cosa bisogna sapere? I temi, trattati con parole accessibili, ma senza semplificazioni, sono il mosaico dei popoli, la globalizzazione, le questioni sociali, le grandi sfide del XXI secolo. Quest’ultimo capitolo, ad esempio, tratta sette argomenti: garantire i diritti umani, rendere più democratiche le Nazioni unite, creare un nuovo sistema energetico, combattere il riscaldamento globale, affrontare la crisi idrica, ridurre l’inquinamento, preservare le foreste. Di ogni argomento sono indicati gli aspetti essenziali in due pagine, poi si apre una discussione indicando pro e contro per posizioni diverse nella classe. Nel caso dell’acqua: è un bene privato o comune? Chi vuole, ha argomenti per discutere. Chi preferisce passare la mano, chi non se la sente di dire subito la sua, non per questo è perduto. Non ha ancora un’idea precisa; col tempo, se ne farà una. Geograficamente gli sarà servito.

(Guglielmo Ragozzino, “La geografia del mondo che cambia”, Il manifesto, 26 aprile 2008, p. 17)

Il testo in questione è Manlio Dinucci - Federico Dinucci, Geograficamente, Zanichelli, Bologna, 2008, così suddiviso:

  • Volume 1 - Noi e l’ambiente europeo, 328 pp. (€ 19,70)
  • Volume 2 - Noi cittadini d’Europa, 328 pp. (€ 19,70)
  • Volume 3 - Noi cittadini del mondo, 360 pp. (€ 21,20)
  • Idee per insegnare, con CD-ROM delle Prove, 400 pp.

In attesa di poter dare anch’io un’occhiata, riporto la striminzita scheda della Zanichelli:

Geograficamente vuole formare cittadini responsabili, capaci di osservare il mondo da un punto di vista geografico.
È un libro che parte dai fatti e dall’esperienza quotidiana per arrivare ai concetti. Per esempio, mostra che in un piatto di pastasciutta sono presenti tutti i settori dell’economia: il primario con la farina e i pomodori, l’argilla di cui sono fatti i piatti e i metalli delle pentole; il secondario con i pastifici, le industrie ceramiche e quelle metallurgiche; il terziario che commercializza la pasta e la fa arrivare nei supermercati; il terziario avanzato che crea gli spot pubblicitari alla televisione. Così la materia diventa viva e stimolante agli occhi dei ragazzi.
Ciascun argomento è trattato in un paragrafo, che può essere svolto in un’ora di lezione.
Lo stile di comunicazione, basato sulle immagini, è vicino alle esperienze multimediali degli studenti.
Ogni paragrafo è accompagnato da un approfondimento (Visto da vicino) spesso incentrato su un tema sociale o ambientale.
Ai termine di ciascuna unità si trova un Invito alla lettura, con racconti, articoli e testi di argomento geografico.

La fabbrica delle paure

Manganello per una dittatura gentile

Cerco strumenti per contestare questa maledetta “insicurezza percepita”.

Maurizio Pistone mi viene in soccorso con questa pagina:

Nelle vie della mia città vedo appesi ai portoni piccoli cartelli bianchi con una scritta incerta: “Si affitta solo a piemontesi”.
Nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle sale d’aspetto, è diffusa la preoccupazione per questa inattesa invasione, che sembra inarrestabile. Sono meridionali, tanti. Poveri, stracciati, un po’ disperati. Prima arrivano i giovani, più arditi, anche un po’ aggressivi; poi, appena si sono sistemati, fanno venire le loro sterminate famiglie, e si sistemano con i materassi per terra, in sei, otto per stanza.
I discorsi dei buoni cittadini sono pieni di preoccupazione. Si sa come sono i meridionali. Non hanno voglia di lavorare, hanno sempre il coltello in tasca, fanno un mucchio di figli che poi lasciano in mezzo alla strada perché non sanno come mantenerli. C’è una grande insicurezza; una volta si usciva di casa senza neanche chiudere la porta; oggi rischi di rientrare e trovare il meridionale che ti svuota l’alloggio, e magari ti dà una bastonata, o peggio. Le donne hanno paura ad uscire da sole; ed anche gli uomini sanno in che in certi quartieri non è il caso di farsi vedere dopo una certa ora.
Certo, molti lavorano, ma sono ancora peggio, perché tolgono lavoro a tanti nostri giovani, accettano salari da fame, accettano condizioni di lavoro tremende, pericolose, malsane; e così fanno una concorrenza sleale, danneggiano anche noi.
Quelli che sono sistemati da qualche tempo, mandano anche i figli a scuola. Le maestre sono preoccupate, non sanno come trattare con questi bambini che parlano in modo strano, non sanno esprimersi né in italiano né in piemontese, ma solo nel loro incomprensibile dialetto, che dividono le classi in due gruppetti rivali, diffidenti.
Questa è la grande istanza che emerge dalla sensibilità popolare. È una sensibilità diffusa, radicata, condivisa. Non è possibile ignorarla. Ma…

Ma…

Ma nessun partito, né grande né piccolo, né di destra né di centro né di sinistra, cerca di trasformare questo sentimento così diffuso, questa domanda così forte, in voti. Non è su questi temi che si combattono le campagne elettorali. La televisione, che esiste da pochi anni, e che ancora pochi hanno, ma ha già un peso fortissimo sulla coscienza comune, non apre ogni telegiornale con la notizia del barese assassino, la banda degli scassinatori napoletani, il siciliano che guidando ubriaco ha travolto e ucciso una bimba. Non si formano le ronde per liberare le strade dai lucani e dai sardi (e pure dai veneti, che non sono meridionali, ma poco ci manca). Non si formulano progetti di legge per espulsioni in massa. Le forze di sinistra non proclamano solennemente che la loro, non quella della destra, è la ricetta sicura per garantire la sicurezza dei cittadini minacciata dal meridionale che delinque.

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L’invenzione delle razze

Disegno tratto da J. C. Nott - G. R. Gliddon, Indigenous races of the earth, 1857

Altra bibliografia sul tema, in particolare in prosecuzione del post Ancora sulla “questione della razza”.

Spero si capisca: cerco, per passi successivi, di chiarirmi (chiarirci) le idee.

E raccolgo i suggerimenti di pinokkio:

3 libri sul tema del razzismo (in lingua italiana) che secondo me vanno tenuti presente per trattare l’argomento con solide basi, il primo di due sociologi italiani, e gli altri due di un noto ricercatore olandese.

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Strumento di propaganda e di cospirazione?

Jeans (1986) Jeans (1986)

Non so per quale oscura specie di feticismo abbia conservato questi due scarabocchi su jeans del 1986 (la catena della bici ha lasciato qualche traccia). L’articolo di Guarnaccia mi fa realizzare che stavo archiviando un documento storico:

Non è più tempo di bandiere, ormai sono gli abiti che si trasformano direttamente in strumento di propaganda e di cospirazione, in evoluzione tessile dei volantini. [...] Il “decorativismo fai da te” attuato sul proprio abbigliamento (spray o pennarello) diventerà una costante dello street style.

L’ombra degli antichi

Jean Goujon, Naiade da La Fontaine des Innocents, 1548-1549, Paris,  Châtelet-Les Halles, Place des Innocents  Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Source, 1856, Paris, Musée d'Orsay Jean-Paul Goude, Coco. L'Esprit de Chanel, immagine pubblicitaria, Francia 1994

La mostra “Classico manifesto. Pubblicità e tradizione classica” mi fa scoprire l’esistenza di engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale.

Incollo dal loro colophon, benché “in corso di revisione”:

Al centro delle ricerche di engramma è la tradizione classica nella cultura occidentale: persistenze, riprese, nuove interpretazioni di forme, temi e motivi dell’arte e della letteratura antica, nell’età medievale, rinascimentale, moderna e contemporanea.
engramma è la rivista on-line del Seminario di Tradizione classica: un laboratorio di ricerche costituito da studiosi e da giovani ricercatori, nato nel marzo 2000 e attualmente attivo presso il Dipartimento di Storia dell’Architettura dell’Università IUAV di Venezia, sotto la direzione di Monica Centanni.
engramma ha cadenza mensile: dal settembre del 2000 al dicembre 2006 sono stati pubblicati 53 numeri. La rivista presenta una versione inglese e una versione latina della testata sommario di ogni numero.
I contributi pubblicati in engramma sono raggruppati in otto rubriche: Saggi (studi e contributi inediti); Gallerie (repertori iconografici); Peithò&Mnemosyne (immagini e temi classici nella pubblicità); Esperidi (tavole iconografiche e saggi per immagini); Aranea (fonti e risorse on-line); News (recensioni e segnalazioni).
I lavori di ricerca più organici e continuativi che si svolgono all’interno del Seminario di Tradizione classica sono stati indicizzati anche in sezioni tematiche: Warburg e l’Atlante, La Calunnia di Apelle, Internet e Umanesimo, Studi su Laocoonte.

Trovo molto stimolanti le prospettive metodologiche ed epistemologiche in cui quelli di engramma si muovono (i memi di cui ridemmo con Cappa & Drago…); ma fruga tu stesso.

Il bell’articolo di Patrizia Calefato sul manifesto del 14 febbraio (pag. 15) chiede invece di essere citato senza tagli:

Le forme della pubblicità all’ombra degli antichi
Dalla Venere di Milo al Laocoonte, l’influenza delle opere d’arte su réclame e spot nella mostra «Classico Manifesto», allestita a Milano presso la Triennale
Negli anni ‘80, una casa automobilistica lanciò in Italia una campagna pubblicitaria piuttosto kitsch intitolata Operazione Itaca: lo spot mostrava Ulisse che, finalmente tornato a casa, veniva a sapere che Penelope, invece di attenderlo pazientemente, era fuggita dal concessionario a cogliere un’occasione di finanziamento senza interessi per ben otto milioni. Nel decennio successivo e con diversa sensibilità visionaria, Wim Wenders diresse alcuni spot per una ditta italiana di elettrodomestici nei quali i personaggi di celebri dipinti si animavano e, usciti dalle tele, lavavano i loro abiti ingrigiti dalla patina del tempo in una moderna lavatrice. Più di recente, nel commercial per un celebre whisky, un anonimo soldato del dipinto di Delacroix La battaglia di Taillebourg si infiltra come un surfista in una delle 36 Vedute del Monte Fuji del pittore di Ukiyo-e, Katsushika Hokusai, giunge tra i bagnanti della Grande Jatte di Seurat, e procede poi attraverso vari capolavori dell’arte moderna fino alla porta che domina La Victoire di Magritte: poco o per nulla visto in televisione, questo spot fu premiato nel 2006 al Festival della creatività digitale Imagina.
Sono tre esempi tra tanti che testimoniano quanta importanza abbia nel discorso pubblicitario il riferimento all’arte e al «classico», sia esso costituito di materia linguistica verbale, di figure dell’immaginario, di visioni, di motivi o di forme che vivono nel tessuto culturale attraverso i tempi e le generazioni. Di «discorso» pubblicitario si tratta sempre, anche quando sono solo le immagini a parlare, in quanto ogni campagna innesca un processo enunciativo complesso che può passare attraverso differenti media: dalle immagini in movimento della televisione, alla fotografia, alla carta stampata, al web, alla cartellonistica.
Tale processo mette in moto valori, passioni, ricordi che, nel caso in cui sia il classico a venire convocato ed evocato, sollecitano le pieghe della memoria collettiva e individuale. In tal modo i «classici» mostrano a pieno di essere quei testi che, come scriveva Italo Calvino, ci arrivano «portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume)».
Questa consapevolezza permette di guardare in modo non banale ai «pezzi» di classicità presenti nelle forme contemporanee della comunicazione, ed è tale sensibilità ad avere animato i curatori della mostra Classico manifesto, in corso fino al 24 marzo presso la Triennale di Milano. Attraverso vari esempi, tratti da pubblicità italiane storiche e contemporanee, la mostra mette in evidenza come nelle immagini della grande comunicazione di massa riemergano spessissimo temi, figure, miti e simboli appartenenti al repertorio letterario e iconografico del «classico». In esposizione è un repertorio minuziosamente collezionato di manifesti e testi pubblicitari, insieme a quattro calchi di classici: una Venere di Milo, un David, un Discobolo, e il prezioso calco del Laocoonte dell’Accademia di Brera, restaurato appositamente per l’occasione, che vengono messi a confronto con le loro versioni contemporanee e con le rielaborazioni pubblicitarie da altri modelli antichi e moderni.
Sulle opere esibite i curatori hanno elaborato riflessioni che permettono di leggere le tracce e le rielaborazioni del classico nella pubblicità in maniera paradigmatica, con conseguenze molto interessanti sia per chi fa invenzione pubblicitaria, intendendola come progetto a tutto campo e non semplicemente come retorica e propaganda persuasiva, sia per chi è invece solo fruitore della comunicazione, ma non si limita a indossare la veste di mero consumatore di merci o d’immagini.
Le sezioni della mostra sono raggruppate a seconda di come il classico entri in gioco nelle varie opere. Innanzi tutto, le icone della cultura classica possono venire usate come testimonial di eccezione in forza della loro auctoritas: si pensi alle molteplici utilizzazioni di figure della mitologia greca che rivivono nella comunicazione pubblicitaria attraverso le rielaborazioni figurative pittoriche o scultoree realizzate in momenti diversi della storia. Monica Centanni si sofferma, ad esempio, nel catalogo su una pubblicità di moda che fa ricorso al modello della Afrodite accovacciata, una scultura perduta realizzata nel III secolo a.C. per Nicomede II di Bitinia di cui ci sono giunte diverse copie dall’epoca romana fino al Rinascimento.
Gli «pseudoclassici» sono invece, come spiega Katia Mazzucco, quelle opere in cui «il classico si presta a essere plasmato, riadattato, funzionalizzato al messaggio commerciale attraverso processi di sottrazione e/o addizione formale, mascheramento, deformazione». È il caso, ad esempio, di una pubblicità degli anni ‘70 che cita la Creazione di Adamo di Michelangelo, in cui Dio passa all’Uomo un paio di jeans. Le allusioni costituiscono dei veri e propri ammiccamenti, come nel caso della pubblicità del più noto quotidiano sportivo italiano in cui un giornale arrotolato ricrea l’immagine del Colosseo. Il classico può rivivere «à la manière de», come quando il dipinto di Manet Un bar aux Folies-Bergères fornisce l’ambientazione alla pubblicità di uno storico aperitivo italiano. Può trattarsi infine di archetipi della memoria collettiva, ed è il caso della figura della canefora del repertorio classico e della portatrice d’acqua del repertorio folklorico tradotte nelle forme di una modella che porta la bottiglia di un celebre profumo.
Due parole chiave reggono questi confronti: citazione ed engramma. La prima - come scrive Maria Rosaria Dagostino - viene intesa in tutta la suggestione del suo significato etimologico, che è «messa in movimento» di miti, simboli e immagini che costituiscono il patrimonio culturale condiviso, e che dunque, per dirla sempre con Dagostino, permette la «ri-creazione» di nuovi sensi e contesti. Il secondo viene inteso dai curatori, sulla scia di Aby Warburg, come traccia mnestica che lascia un segno sugli eventi e sulla materia vivente, e che libera energia a partire da questo stesso segno. La prospettiva della mostra sgombra dunque il campo da una concezione del citazionismo in chiave postmoderna, mettendo in questione la cattiva attualità priva di prospettiva storica che il postmoderno ha spesso indotto.
Imparando a leggere il «classico manifesto», potremmo allora chiederci con cognizione in quale anfibologia culturale ci stiamo cacciando quando, indicando un paio di scarpe, pronunciamo all’inglese il nome della vittoria alata.

*    *    *

Le immagini:

  • Jean Goujon, Naiade da La Fontaine des Innocents, 1548-1549, Paris, Châtelet-Les Halles, Place des Innocents
  • Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Source, 1856, Paris, Musée d’Orsay
  • Jean-Paul Goude, Coco. L’Esprit de Chanel, immagine pubblicitaria, Francia 1994

provengono dalle ricche pagine di engramma, e in particolare da Eau de parfum: riflessi nelle fonti dell’ispirazione, di Lorenzo Bonoldi:

Da una fontana nel cuore di Parigi al Musée d’Orsay: una Naiade di Jean Goujon come fonte di ispirazione per La Source di Ingres. Dal Musée d’Orsay alle pagine patinate delle riviste di moda: La Source di Ingres come modello per una pubblicità di Jean-Paul Goude.

De modo cacandi

Umberto Eco

A quell’antologia di defecazioni letterarie, da Gargantua a Leopold Bloom, che prima o poi qualcuno compilerà (intitolandola magari De modo cacandi e accontentando Rabelais che quel libro aveva solo immaginato), va aggiunta almeno la cacca di Giambattista Bodoni nella Misteriosa fiamma della Regina Loana.

Sul romanzo (e sulla cacca di Yambo, “ardito passo avanti rispetto alla descrizione dell’episodio famoso di Leopold Bloom”) le parole migliori sono quelle di Remo Ceserani sul manifesto del 25 giugno 2004 (noto en passant che anche Ceserani cade nel “gioco di memorie incrociate”).

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Materia fecale equa e solidale

Jack Sim, fondatore del WTO (World Toilet Organization)

A conferma che il mio interesse per i volusiana non è tutto ludico, ecco un articoletto di Marinella Correggia dal manifesto del 10 novembre, p. 17 (è la rubrica terraterra):

Il mondo futuro è a misura di toilette
Un grande problema eco-socio-sanitario dell’abitare sul pianeta è il trattamento delle deiezioni umane, ora polarizzato su due “soluzioni” insostenibili: il nulla e lo spreco. Da una parte, l’assenza di sistemi igienico sanitari di base mina il benessere e la salute di ben 2,6 miliardi di persone le quali si arrangiano a fatica con vari metodi, compreso il prelievo con cesti e secchi delle deiezioni umane “fresche” dalle latrine a secco pubbliche e domestiche. In India l’ingrato compito è affidato ai “portatori di suolo notturno”, i più disgraziati fra gli intoccabili. Fra gli obiettivi Onu di sviluppo per il Millennio (Millennium Development Goals) c’è il dimezzamento di questi 2,6 miliardi, i quali hanno diritto a una toilette degna, senza rischi patogeni e senza operazioni ripugnanti.
Ma non ci si arriverà mai seguente l’altra soluzione: il complesso sciacquone-fognature universalmente diffuso in Occidente insieme alla fossa settica. Fu varato a Londra nel 1850 in risposta a un’epidemia di colera e arrivò a Calcutta già nel 1860; ma tuttora ne sono dotati solo 232 centri urbani indiani su un totale di 5.000. Come riassume in un articolo Lester Brown di Earth Policy Institute, l’insieme “sciacquone-fognatura” prende elementi nutritivi originati da suolo (tramite quel che mangiamo e trasformiamo nella fabbrica del nostro corpo) e anziché permetterne la restituzione al suolo stesso per arricchirlo, li scarica in fiumi, laghi, mari usando molta acqua. Quando poi per ragioni di costi e logistiche il tutto avviene senza depurazione, ecco un circolo viziosissimo che spreca acqua e denaro per disperdere agenti patogeni rendendo non potabili enormi quantità di acqua e dunque provocando malattie e morte (2,7 milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di igiene e 5,9 per malnutrizione e fame anche provocate da parassiti intestinali).
Oltretutto, in un futuro in cui l’acqua sarà sempre più preziosa come si può pensare di dotare di sciacquoni quei 3,6 miliardi? Secondo i calcoli del Centre for Science and Environment di New Delhi, “una famiglia indiana di cinque persone produce in un anno 250 kg di escrementi ma ha bisogno di 150.000 litri di acqua scarseggiante per lavarli via a inquinare corsi d’acqua”. Occorre trovare un sistema socialmente accettabile ed ecologicamente sostenibile. Su questo tema si è chinato anche il presidente indiano Abdul Kalam che nei giorni scorsi a New Delhi ha aperto il World Toilet Summit 2007: 400 esperti da 44 paesi che hanno concluso sulla necessità di guardare oltre la toilette all’occidentale. E la soluzione vincente è: la toilette compostante. Come a dire: da questi rifiuti inevitabili, opportunamente maturati e diventati inoffensivi dal punto di vista sanitario, ecco ricavata un’importante risorsa per l’agricoltura conosciuta da millenni (non solo in Cina ma anche negli orti intorno alla Parigi descritta da Victor Hugo ne I miserabili). Il sistema è igienico, facile da costruire con materiali locali, non inquina le acque di superficie, non è idrovoro (bastano 1,5 litri per far fluire gli escreta), produce fertilizzante. E non richiede il trasporto disgustoso e insalubre di materiale fecale fresco.
I modelli sono diversi, già in corso di applicazione soprattutto nel Sud del mondo. Ad esempio in Kenia la Vacu-tug, macchina portatile che svuota le vasche delle toilette a secco, negli slum sta abbattendo il ricorso alle buste di plastica “ripiene” gettate via. Ma la tecnologia migliore è quella dell’indiana Sulabh Sanitation Organisation (che ha promosso il Summit). Di ispirazione gandhiana e anticasta, costruisce latrine compostanti in grado di liberare migliaia di esseri umani trasportatori di altrui escrementi. E in Occidente? Diversi modelli di toilette compostanti a secco, rispetto alle quali la Svezia è pioniera, sono in grado di funzionare in appartamenti svedesi (o italiani) come in ville statunitensi come in villaggi cinesi. Il wc di un futuro equo, ecologico, e senza apartheid. Una rivoluzione.

Sfarfallando

Qualche tempo fa sul manifesto la Rossanda, accennando a Fourier:

se uno ha voglia di leggerlo troverà nella Nuova società industriale divertenti osservazioni sull’umana inclinazione a produrre di più e con più gusto sfarfallando serenamente da un’attività all’altra.

Maledetto Hegel

Cinque o sei pile del genere hanno accompagnato, sopra l'armadio, i miei anni sassaresi

Per fortuna i quotidiani sono effimeri; e ho quasi perso il vizio di conservare tutta la carta che incontro.
Pian piano mi disintossico anche dalla “preghiera del mattino dell’uomo moderno”: Hegel non immaginava che le gazzette sarebbero diventate, casomai, una bestemmia.

Quanto sopra lo scrive uno che leggeva Repubblica anche se non vi si riconosceva “ideologicamente”, perché vi trovava comunque quel che serve: una selezione non scriteriata, i commenti distinti dalle notizie, una pagina culturale non pettegola; e soprattutto notizie.

Oggi non c’è quotidiano, fatta eccezione (non sempre) per il manifesto, che non mi provochi irrefrenabile disgusto; meglio non leggere, per non iniziare la giornata di malumore; e senza neanche quell’aiuto, mi sento ancora più disperso nel mare magnum della realtà.

Poi capita di sfogliare D - la Repubblica delle Donne (è vero, ora parlo di un periodico; ma è inserto di Repubblica) e restare un po’ interdetti; come mai è così interessante? [E, sì, lo so, ci scrivono Zucconi e Concita De Gregorio; ma uno non compra un giornale per leggere due giornalisti; non compro più neanche l'Espresso, perché una Bustina quindicinale non vale la spesa.] Dopo un po’ capisco: il numero del 6 ottobre è tutto dedicato al cinema. Niente di che, per carità: ma ne trarrò spunto.

Basta guerre per Dio

Saggio breve per immagini sull’importanza delle virgole (dal Manifesto del 1 dicembre 2006):

Ritaglio dalla prima pagina del Manifesto
Ritaglio dalla prima pagina del Manifesto

Esperti esterni?

il manifesto di sabato 30 settembre, p. 4: articolo di Cesare Salvi e Massimo Villone. Tema: “costi eccessivi ed impropri di una (cattiva) politica”. La proposta è radical, chissà se passerà. Leggetevela.
Qui solo per quel “tagliare drasticamente incarichi e consulenze, rafforzando il principio - già vigente - che il soggetto pubblico può farvi ricorso solo se non ha in casa le competenze adeguate”.
Perché questo principio “già vigente” non si applica ai progetti scolastici finanziati dal FSE? Le Linee guida impongono infatti che “gli esperti dovranno essere, in linea generale, reclutati all’esterno della scuola e dell’amministrazione scolastica”.
Certo, “in linea generale”; e non è la Bibbia. Ma perché la logica è opposta? Azzardo un’ipotesi: la scuola è ancora sradicata dalla Realtà (che non è ipso facto l’Impresa), ed è bene che ci si confronti, che impari (la scuola deve andare a scuola).
Che cosa per esempio? La valutazione di processo, la gestione finanziaria, la programmazione (sì, anche: Gantt, per esempio).
Ma “in linea generale”, appunto: il discrimine avvenga là dove le competenze sono state già acquisite (occhio, non “ci sono”, ma “sono state acquisite”: in progress). E purché il confronto con la Realtà divenga prassi.