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Þata qiþands…

Dal Codex Argenteus (facsimile): la pagina incriminata

Tutti coloro che seguirono il memorabile corso di Giulio Paulis sul gotico (1986?), incontrandosi ad anni di distanza, sono capacissimi di recitarsi a vicenda, par ris, questo passo della Bibbia di Wulfila (dal Codex Argenteus):

Þata qiþands Iesus usiddja miþ siponjam seinaim ufar rinnon þo Kaidron, þarei was aurtigards, in þanei galaiþ Iesus jah siponjos is. wissuh þan jah Iudas sa galewjands ina þana stad, þatei ufta gaïddja Iesus jainar miþ siponjam seinaim. iþ Iudas nam hansa jah þize gudjane jah Fareisaie andbahtans, iddjuh jaindwairþs miþ skeimam jah haizam jah wepnam. iþ Iesus witands alla þoei qemun ana ina, usgaggands ut qaþ im: hvana sokeiþ? andhafjandans imma qeþun: Iesu, þana Nazoraiu. þaruh qaþ im Iesus: ik im. stoþuh þan jah Iudas sa lewjands ina miþ im. þaruh swe qaþ im þatei ik im, galiþun ibukai jah gadrusun dalaþ. þaþroh þan ins aftra frah: hvana sokeiþ? iþ eis qeþun: Iesu, þana Nazoraiu. andhof Iesus: qaþ izwis þatei ik im; jabai nu mik sokeiþ, letiþ þans gaggan. ei usfullnodedi þata waurd þatei qaþ, ei þanzei atgaft mis, ni fraqistida ize ainummehun. iþ Seimon Paitrus habands hairu, uslauk ina jah sloh þis auhumistins gudjins skalk jah afmaimait imma auso taihswo; sah þan haitans was namin Malkus. þaruh qaþ Iesus du Paitrau: lagei þana hairu in fodr. stikl þanei gaf mis atta, niu drigkau þana?

(Giovanni XVIII 1-11)

Bongo bongo (2)

Rossella e Mammy in

Non entro qui nel merito del razzismo in “Gone with the Wind” (parlo del film, 1939; se vuoi approfondire, parti da Wikipedia). Mi interessa il linguaggio di Mammy (Hattie McDaniel), di cui cito due esempi celebri:

And I done told you and told you, you can always tell a lady by the way she eats in front of people - like a bird.

What a gentleman says and what they thinks is two different things. And I ain’t noticed Mist’ Ashley axin’ for to marry ya.

Sono esempi di African American Vernacular English o, se preferisci, Ebonics.

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Ficus marisca

Opunthia ficus-indica, incisione del 1613

Ci sono almeno dieci testimonianze del fitonimo latino ficus marisca:

Catone, agr. 8, 1:
Ficos mariscas in loco cretoso et aperto serito; Africanas et Herculaneas, Sacontinas, hibernas, Tellanas atras pediculo longo, eas in loco crassiore aut stercorato serito.
(cito dall’edizione curata da P. Cugusi e M. T. Sblendorio Cugusi, UTET 2001; il testo di The Latin Library riporta Marsicas, ma è lectio facilior)

Varrone I 9 5
Itaque in tenui [scil. agro], ut in Pupinia, neque arbores prolixae neque vites feraces, neque stramenta videre crassa possis neque ficum mariscam et arbores plerasque ac prata retorrida muscosa.

Varrone I 6
Quaedam in montanis [scil. agris] prolixiora nascuntur ac firmiora propter frigus, ut abietes ac sappini, hic, quod tepidiora, populi ac salices: susum fertiliora, ut arbutus ac quercus, deosum, ut nuces graecae ac mariscae fici.

Seneca Maior, Suasoriae 2, 17
Eo pervenit insania ius, ut calceos quoque maiores sumeret, ficus non esset nisi mariscas, concubinam ingentis staturae haberet.

Columella V, 10, 11:
Serendae sunt autem praecipue Livianae, Africanae, Chalcidicae, sulcae, Lydiae, callistruthiae, topiae, Rhodiae, Libycae, hibernae, omnes etiam biferae et triferae flosculi.
(come notano i Cugusi a p. 51, “un elenco di varietà di fichi parallelo - non uguale - a quello catoniano”)

Columella X, v. 413-418
At gravis Arcturi sub sidere parturit arbos
Livia, Chalcidicis et caunis aemula Chiis,
purpureaeque Chelidoniae pinguesque Mariscae
et callistruthis, roseo quae semine ridet,
albaque, quae servat flavae cognomina cerae,
scissa Libyssa simul, picto quoque Lydia tergo.

Plinio, Naturalis historia XV 70
Siccandis haec sole in annuos usus aptissima cum mariscis et quas harundinum folii macula variat.
(nel contesto di un’ampia descrizione delle varietà di fichi)

Marziale VII 25 7-8
Infanti melimela dato fatuasque mariscas:
nam mihi, quae novit pungere, Chia sapit.

Marziale XI 18 15-16
Non boletus hiare, non mariscae
ridere aut violae patere possunt.

Marziale XII 96 9-10
Non eadem res est: Chiam volo, nolo mariscam:
ne dubites quae sit Chia, marisca tua est.

Attenzione: altra cosa le mariscae di Giovenale II 13 (”caeduntur tumidae medico ridente mariscae”), nel senso figurato conservato dal francese marisque.

Catone e Varrone informano che il ficus marisca è particolarmente adatto ai terreni aridi e ventosi; Seneca il Vecchio e Columella X dicono che è più grande degli altri fichi; Marziale lo considera insipido, di qualità inferiore; Plinio lo include tra i fichi adatti alla seccagione al sole. L’etimologia di marisca è oscura.

* * *

Veniamo a noi (avvertendo che, come quanto sopra viene alla buona - senza ThlL, senza Ernout-Meillet, senza Pauly-Wissowa - così qui sotto butto lì la cosa, con le fonti che mi capitano, senza troppa cura delle trascrizioni: chi vuole approfondisca).

Che io sappia, nessuna lingua romanza conserva il fitonimo (ficus) marisca in relazione a una varietà di Ficus carica L.; è anzi difficile capire a quale varietà si riferisca.

Ma questo è il commento dei Cugusi a Cat. agr. 8, 1:

ficus marisca secondo Varrone [...] è una specie di fico adatta alle terre povere, come ancora oggi (per esempio questo tipo di fico attecchisce bene nei terreni aridi della Sardegna, zona in cui si è conservato anche un fitonimo simile).

Osservazione analoga, se ben ricordo, faceva Max Leopold Wagner nel DES.

Sì, la Sardegna conserva un fitonimo simile: figu morisca.

[Per inciso, nota che il sardo sa figu conserva il genere di ficus, come anche per es. il pugliese (a fica), il francese (la figue). In sassarese poi è, poco elegantemente, la figa.]

L’unico problema è che figu morisca è il “fico d’india” (Opunthia ficus-indica Mill. 1768), che prende sì nome da Plinio (XII 11), ma è originario del Messico e si è acclimatato in Sardegna solo dopo il 1500.

[Per inciso, il ficus indica di Plinio è assai probabilmente il baniano, Ficus benghalensis L.]

Com’è possibile che il fitonimo sia “passato” a una specie così diversa?

E soprattutto, moriscu è inteso in sardo come “moresco, turco” (come in trigu moriscu, che è il granoturco, Zea Mays): il sintagma figu morisca non deriverà allora dal catalano figuera de moro (parallelo a blat de moro o moresc)?
La coincidenza con ficus marisca è solo una coincidenza?

Wagner e i Cugusi si limitano a un’allusione, un “sospetto”. Vediamo se c’è qualcosa di più.

Non sono un esperto di lessicologia, ma il passaggio del fitonimo da una specie all’altra è possibile, in assenza di nome specifico per la pianta “nuova”. E il passaggio è favorito nel nostro caso da un’associazione pressoché unica tra le due specie: il fico

è una delle poche piante da frutta che resista senza problemi ai venti salini in tutte le fasi vegetative, condizione che la accomuna al solo fico d’india: nessun altro fruttifero principale dell’ambiente italiano ha tale condizione. (Wikipedia)

Medesimo habitat, dunque; ma, aggiungo io, medesimo ruolo nell’economia contadina, come razione alimentare degli operai. Già Catone agr. 56 ricordava l’importanza del fico come cibo dei vendemmiatori:

Familiae cibaria: [...] compeditis per hiemem panis p(ondo) IIII, ubi vineam fodere coeperint panis p(ondo) V, usque adeo dum ficos esse coeperint, deinde ad p(ondo) IIII redito.
(dunque “quando cominceranno a zappare la vigna 5 libbre, finché non comincino a mangiare i fichi”)

Catone è ripreso da Plinio nat. XV 82; ma ancor più interessante è l’osservazione di Columella XII, 14:

Eorum [scil. malorum pirorumque] si est multitudo, non minimam partem cibariorum per hiemem rusticis vindicant; nam pro pulmentario cedit sicuti ficus, quae cum arida seposita est, hiemis temporibus rusticorum cibaria adiuvat.

In altre parole, nel mondo romano fichi (e mele, e pere) davano un contributo fondamentale alle razioni alimentari degli operai, che in tal modo non intaccavano la ben più preziosa vendemmia.

Orbene, in Sicilia è attestato il medesimo ruolo alimentare per il fico d’india:

In Sicilia viene utilizzato come alimento prezioso per l’inizio della giornata lavorativa del contadino, soprattutto nella stagione della vendemmia; in tutta l’Isola (da S. Cono alle pendici dell’Etna, dal nisseno fino all’agrigentino) è tradizione infatti consumare fichidindia durante la prima colazione: costume che deriva dall’antica usanza del proprietario della vigna che donava senza parsimonia questi dolci frutti ai suoi vendemmiatori per impedire che mangiassero troppa uva durante il raccolto, anche a scapito talvolta di problemi intestinali. (P. Campagna)

Immagino che il mondo contadino sardo conservi analoghe tradizioni. Vogliamo indagare?

Per tornare al quid, è possibile che in Sardegna il fitonimo ficus marisca sia passato da una specie all’altra? Una volta avvenuto il passaggio, la forma *figu marisca avrebbe dovuto subire l’influenza analogica e paretimologica di trigu moriscu, così da stabilizzarsi in figu morisca.

Ma perché avanzare ipotesi così strampalate quando figu morisca e trigu moriscu sembrano spiegarsi da soli come “fico delle Indie” e “grano delle Indie”?
Perché dal punto di vista storico-linguistico e fonetico la questione è comunque complicata.
Moriscu viene dal castigliano morisco e non dal catalano moresc. Ma in castigliano non è attestato un *higo morisco (o *higuera morisca); e trigo morisco è nome (poco attestato) non del mais, ma del grano saraceno (Fagopyrum esculentum e F. tataricum), più comunemente chiamato alforfón o trigo sarraceno. Al sardo sarebbe dunque passato un lessico catalano in salsa fonetica castigliana? Oppure un lessico castigliano (trigo morisco) con trasposizione semantica?

Credo che una risposta definitiva possa venire solo da un completo studio di documenti d’epoca e isoglosse.

* * *

Per il momento azzardo qualche suggerimento. Mi devo accontentare però di pochi strumenti:

integrati tuttavia da preziose fonti orali di varia provenienza (ringrazio specialmente Angela e Filomena).

Il lessico sardo relativo al Ficus carica L. è molto ampio, ricco di varietà e di precisazioni: figu niedda, figu cana, figu cràbina (è il caprifico), figu pizzilonga (è il latino pediculo longo), figu càriga (”fico secco” perché seccato sulla pianta, diverso dalla figu siccada; l’etimo è dal latino carica, “fichi della Caria”: su quest’uso, come per quello di persica, vedi John C. Rolfe, “The Formation of Latin Substantives from Geographical Adjectives by Ellipsis”, Transactions and Proceedings of the American Philological Association, Vol. 31, 1900, pp. 5-26).

Un lessico ampio, ricco, privo tuttavia di significative varianti locali.

Il lessico relativo all’Opunthia ficus-indica è invece quanto mai frammentato. Figu morisca è solo la variante di maggior successo, cui si accostano, più o meno isolati, figa d’India (Sassari, accanto a trigu d’India), figu india e figutzindia.

[Per inciso: quest'ultima forma, tipica dell'Oristanese, è un mistero fonetico... ma ho il sospetto che risolvere questo mistero potrebbe aiutarci.]

Ma è nel Sinis (e per inciso a Riola Sardo e Solarussa) che si trova la variante decisiva: fiungràbia.

È l’esatto corrispondente del logudorese ficus cràbina: il caprifico, una delle due forme botaniche del Ficus carica L.

È la prova indiscutibile che un “trasferimento lessicale” tra fico e fico d’india è avvenuto; nulla vieta di credere che qualcosa di simile sia accaduto anche a ficus marisca.

* * *

[L'immagine è tratta dal catalogo dell'Antiquarian Booksellers' Association of America: è un'incisione di Basil Besler (1561-1629) dall'Hortus Eystettensis, il primo grande folio botanico (Eichstatt, 1613): Folium Opuntiae cum flore & fructu; Fructus Opuntiae; Fructus Opuntiae dimidiodissectus]

Il nonno degli atlanti linguistici

Europa Polyglotta (Hensel, 1741) - Dettaglio

Ha suscitato grande fermento (cito almeno i blog “linguistici” Babel 2.0 e LanguageHat) la dotta trouvaille di StrangeMaps: Europa Polyglotta, Linguarum Genealogiam exhibens, una cum Literis, Scribendique modis, Omnium Gentium, carta linguistica d’Europa disegnata da Gottfried Hensel nel 1741.

È solo una di quattro carte (Europa, America, Africa, Asia: la collezione completa è visibile su www.pbagalleries.com, purtroppo con immagini a bassa risoluzione). StrangeMaps trova però un’ottima fonte ucraina, propone una prima analisi e suscita un dibattito molto interessante.

Ma anzitutto un link alla carta completa: Europa Polyglotta (Hensel, 1741)

È forse il primo esempio di “atlante linguistico”: Hensel mostra la distribuzione linguistica con esempi delle lingue europee nella rispettiva posizione geografica, riproducendo persino alfabeti e scritture.

Per esemplificare ciascuna lingua, Hensel ricorre al Paternoster, che ormai si imponeva come strumento di comparazione linguistica.

Il primo caso a me noto di tale pratica è in Hieronymus Megiser (1553-1618), Specimen quadraginta diversarum atque inter se differentium linguarum et dialectorum; videlicet, Oratio Dominica, totidem linguis expressa, Francoforte 1593 (molte pagine sono riprodotte nella serissima collezione The Lord’s Prayer in 1441 languages and dialects); l’uso del Paternoster prosegue sino al colossale Mithridates oder allgemeine Sprachenkunde mit den Vater Unser als Sprachprobe di Johann Christoph Adelung (Berlino, 1806), e trova seguaci anche oggi (ma nel mondo sovietico la comparazione linguistica assumeva come riferimento le opere di Lenin).

Nei commenti su StrangeMaps, poi ripresi e approfonditi da LanguageHat, ho avanzato l’ipotesi che la fonte primaria delle quattro mappe di Hensel fosse Daniel Brown, Oratio Dominica Πολύγλωττος, Πολύμορφος: Nimirum, Plus Centum Linguis, Versionibus, aut Characteribus Reddita et Expressa, Londra 1713 (l’edizione del 1736 è in Google Libri).

Sembra infatti che Hensel cerchi di applicare le quattro “classes linguarum” di Brown: ”Asiaticae et Orientales”, “Africanae et Meridionales”, “Europaeae et Occidentales ut et Septentrionales”, “Americanae seu Novi Orbis” (unica eccezione sono le “Confictae linguae”, che ovviamente non possono comparire in una mappa). Anche alfabeti e scritture attingono dall’Oratio Dominica di Brown.

La questione andrebbe approfondita e la carta esaminata in ogni dettaglio; mi butto almeno in qualche osservazione preliminare.

Non è una carta storica, perché Hensel non descrive alcuna situazione storica reale; sovrappone passato e presente, con un taglio antiquario (nella penisola italiana coesistono italiano, etrusco e latino, in Gran Bretagna c’è l’anglosassone e in Spagna l’arabo).

Alcune lingue non trovano posto nella carta (per esempio le due varianti di “Sardica lingua” riportate da Brown), per il semplice fatto che… non c’è spazio sufficiente.

Ci sono vari errori puri e semplici: per esempio la distinzione tra “Lapponica” e “Finnonica”, che sono semplicemente due varianti del finlandese.

Ci sono alcuni errori di localizzazione. Là dove ci aspetteremmo il provenzale compare il friulano, “Foro-Juliana”. Come mai? Nei commenti su StrangeMaps ho ipotizzato che Hensel abbia confuso i due Forum Iulii dell’antichità - quello francese (oggi Frejus) e quello italiano (oggi Cividale), da cui prese nome il Friuli - e trovando in Brown la lingua “foro-juliana” abbia dedotto che si trattava del provenzale.

* * *

E giacché ci sono inciampato, ecco qualche link per bibliofili e cercatori di carte d’epoca:

Un’altra giovinezza

Citazione comprensibile solo a chi ha visto 'Un'altra giovinezza'

Un’altra giovinezza di Coppola (2007) compendia tutti i grandi temi dell’immaginario letterario e cinematografico. La ricerca della protolingua, poi, mi affascina da quando avevo tredici anni. Vorrei parlarne, non trovo mai la concentrazione. So già che dimentico i film, mi dispiacerebbe accada anche per questo. Allora, per non dimenticare, affiggo alla sua puntina questa minirecensione:

Colpito da un fulmine, invece di morire, un linguista settantenne rumeno ringiovanisce nelle cellule e, faustianamente, pur avendo la possibilità di ricominciare tutto da capo e finire i suoi alti studi sul protolinguaggio, penetrando nei segreti egizi, sumeri e oltre, decide per il gran gesto “zen” di non vendersi l’anima. Non so se Mircea Eliade (dal cui romanzo Coppola ha tratto questo film diretto dieci anni dopo l’ultimo) viene rispettato o affettuosamente scavalcato, sia a destra che a sinistra, dalla religiosità dell’al di qua e un po’ hippeggiante del regista di Apocalypse now che oggi si autofinanzia come un ragazzino alle prime armi. Certo è che anche Eliade avrebbe amato il film per come è cinematograficamente. Una vera pasticceria per occhi e cuori golosi.

(r.s. su Alias del 10 novembre 2007, p. 10)