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Dall’alto del suo seggio

Tommaso Landolfi (1908-1979)

Citazione lunga, ma di lunghezza funzionale all’effetto:

«… Animo, ragazzi, fra cinque ore, all’alba, si decide la nostra sorte. I trepidi e gli scuorati non escano neppure di cambusa, domani dopo il cicchetto della staffa. Ma non ce ne saranno, no? (sguardi penetranti e decisi in fondo agli occhi di tutti gli astanti) Certo, si va e non si sa se si torna, ma perciò è bella la vita! E se è vero che avete fiducia in me… Io non vi ho insegnato nulla, e non è vero, come dite spesso, che vi sia superiore in qualche cosa, ma… (ricerca dell’espressione) ma siamo stati compagni in mille imprese gloriose, e il nostro destino non è (compiacenza al modo d’esprimersi degli ascoltatori) che le nostre tibie debbano servire di forchettoni a questi selvaggi. Andate ora, e cercate di dormire sognando le vostre femmine. Tu (a un gesto dell’interpellato:) sì, tu, che sei di guardia, svegliami alle quattro, ohé, anche con una secchia d’acqua se è necessario. Intesi? (gesto noncurante di saluto con due dita a partir dalla fronte) Tu, tu, tu, restate, c’è ancora da discorrere un pochino. (a tutti:) Un momento, gli ordini per domani. (sguardo intenso semicircolare: rapidi gesti a chiamare fuori alternativamente questo o quello, i capi. Barbuglìo, sguardi diritti, gesti forti e decisi a ciascuno. Evidentemente le consegne sulle posizioni da mantenere a qualsiasi costo, sul modo di regolarsi in ogni evento possibile. Le mani accennano qualche volta a un monte o a una forra senza che la testa o lo sguardo le accompagnino. Poi, a ciascuno, gesto del mento per significare: ritorna al tuo posto; quasi contemporaneamente nuovo gesto appellativo della mano di taglio. A un cinese, in cinese:) Capito? di là non deve passare nessuno! (a un italiano in un dialetto meridionale:) Niente rumore, immagina di andare a trovare la moglie di Peppe a casa sua (sorriso furbesco); e non ti mettere a fumare… (a un tedesco in tedesco:) Non si beve birra domattina!… (saluto circolare. Sono usciti. Ai due o tre dello stato maggiore in un dialetto italiano meridionale, come dopo un’improba fatica:) Mah, speriamo bene! Ce ne vuole, ma… a loro si deve dire così (un po’ stanco). Io però me la vedo brutta, domani: questa è la verità. Oh, vediamo allora quelle… (si bussa. Folla. Gridando, ma di nuovo perfettamente autoritario ed imperioso:) Che succede, che è? (ancora in dialetto. Poi:) Che, tu, ragazzo, vorresti venire con noi? (gesto della mano per far scostare la gente dal fondo del quadro di poppa. Estrae con gesto sicuro la grossa rivoltella e la bilancia facendola rapidamente saltare sulla mano) Guarda qui. (getta colla sinistra una grossa moneta. Sparo. La moneta colpita batte sulla parete di fronte e ricade sorda sul piancito) Vediamo tu, ora. E poi, ragazzo, non hai una madre, tu? (porge per la canna la rivoltella al ragazzo) Fa’ qualche cosa tu, ora. (rapido scatto di lato del ragazzo. Sparo fulmineo: la pipa è spezzata fra i denti del nostromo che si afferra intontito la mandibola. Sensazione) Bravo per Cristo! Verrai con noi, allora. (tutti escono. Cenno di saluto. Ascolta, disapprovandolo ma tentato, alcunché dal suo compagno di destra. Inarca le sopracciglia e piega la testa come a dire: chissà, forse, eppure, quasi quasi… Si finge distratto. Ricarica con uno scatto la rivoltella, se la rimette alla cintola: ancora in dialetto:) Per la Madonna, sono stanchissimo. (gesto vago, si alza)…».
Colui che pronunciava queste parole era un vecchio e glorioso capitano di lungo corso. A scanso di inesattezze, poiché non è ben chiaro se si chiamasse Smith o Dupont o Rossi o Mueller o Gonzalez o Ivanov, lo chiameremo Tale. Però, intendiamoci subito, non che egli incitasse e disponesse il suo equipaggio ad una sortita contro qualche bieca tribù delle Isole della Sonda che si fosse, mettiamo, impadronita di un imprudente compagno: le parole surriferite Tale le aveva pronunciate soltanto nell’intimo, confortevole ed amico, del gabinetto di decenza, durante il suo laborioso disimpegno quotidiano.
In questo luogo sacro alla vita interiore degli uomini ed eccitante del loro spirito, qualcuno è andato a scrivere i suoi capolavori, altri a smaltire, con una sublimazione dei più remoti sentimenti, l’amarezza d’un dispiacere amoroso; ma tutti si ripiegano su se stessi, nel ricordo e nella meditazione, e cercano incessantemente d’intendere le ragioni profonde delle cose e della loro stessa anima. Così Tale vi si abbandonava al ricordo e vi riviveva la sua vita eroica e mitica, avventurosa e noncurante.

(Tommaso Landolfi, La morte del re di Francia [1935], in Dialogo dei massimi sistemi, Adelphi, Milano, 1996, pp. 29-32)

Settimane sante

L'incipit del 'De litteratorum infelicitate' di Pierio Valeriano nell'editio princeps (1620)

Ritemprato dal soggiorno pavese, e nello spirito del Giovedì Santo a Terracina di Landolfi (in Se non la realtà, Adelphi, Milano 2003 [già Vallecchi 1960], pp. 65-73), risorgo - dopo un po’ più dei tre giorni canonici - con queste noterelle pasquali, a dirla tutta ignobile saccheggio dai territori letterari di Monicà.

Il dialogo in due libri De litteratorum infelicitate di Pierio Valeriano (1477-1558) è ambientato a ridosso del Sacco di Roma, nei primi mesi del 1529. La cornice è assai elaborata, nonostante alcune incongruenze che denunciano uno stadio di composizione mancante della redazione finale (l’operetta fu pubblicata postuma).

Nel proemio del I libro Valeriano racconta d’esser giunto a Roma, al seguito di Alessandro e Ippolito de’ Medici, alla notizia - rivelatasi poi falsa - della morte di Clemente VII; il giorno successivo al suo arrivo cerca di incontrare Gasparo Contarini, al quale era legato da antica amicizia. Ma Contarini non è in casa, dacché si è recato alla visita delle sette chiese; siamo infatti negli ultimi giorni di Quaresima:

Cum, proximis diebus fama de Clementis Septimi pontificis maximi obitu vanis rumoribus evagata, Hippolytus et Alexander, nepotes eius, Romam expeditissimis itineribus profecti essent, lentius ego cum comitatu domestico subsecutus, postero quam in Urbem ingressus sum die, nihil antiquius duxi quam Gasparem Contarenum oratorem Venetum invisere, quem virum ingenio, doctrina et summa quadam sapientia clarissimum a primis adolescentiae annis assidue colueram.
Verum accidit ut eo ipso die, quo domum eius accesseram, ipse piae rei causa septem sacrosancta Divum pulvinaria supplicaturus inviserit; erant enim lustrici dies quos unoquoque anno quadragenos purificationi consecravit nostra pietas.

(Ioannis Pierii Valeriani Bellunensis De litteratorum infelicitate libri duo, eiusdem Bellunensia, nunc primum e Bibliotheca Lolliniana in lucem edita, Venetiis, apud Iacobum Sarzinam, MDCXX, pp. 2-3, regolarizzando l’ortografia e modernizzando la punteggiatura [su Google Libri trovi le edizioni del 1647 e del 1821])

Per indicare la Quaresima Valeriano usa la perifrasi lustrici dies eqs., perfettamente adeguata alla poetica ciceroniana della Roma di quegli anni nel “voler evitare i vocaboli specifici della religione cattolica e della sua teologia, perché non adoperati da Cicerone” (A. Gambaro, Introduzione a Desiderio Erasmo da Rotterdam, Il ciceroniano o dello stile migliore, Brescia, La Scuola, 1965, p. LXIX; cfr. anche ibidem, p. LIX, e R. Sabbadini, Storia del ciceronianismo e di altre questioni della Rinascenza, Torino, Loescher, 1885, pp. 64-65).

La scelta di Valeriano di collocare la scena del dialogo durante la Quaresima, periodo di penitenza e di purificazione, che rievoca la Passione e prelude alla Resurrezione di Cristo, conferisce alla cornice il pathos adeguato a una rassegna di letterati infelici. I postumi del Sacco, sempre sullo sfondo, e i dubbi sulla salute del papa, che verranno risolti solo alla fine del dialogo, rinforzano questo pathos.

Il II libro del De litteratorum infelicitate si apre con la notizia della morte di Andrea Navagero; il luttuoso annuncio, associato al ricordo della recente perdita di Baldassarre Castiglione, innesca la ripresa del tema con una nuova commemorazione di letterati infelici.

Il dialogo si chiude sull’annuncio dell’avvenuta guarigione di Clemente VII, cui si sovrappone una “soluzione” sul piano politico: la nomina del vescovo di Vaison come legato papale presso Carlo V, per trattare l’imminente pace.

In tale articolata cornice “ascensionale”, disposta tra due poli di opposto segno, la rassegna letteraria si connota in una sorta di Passione collettiva, che si risolve in catarsi.

Torniamo per un momento all’incipit: sembra ci sia un ricordo del De fortunae varietate urbis Romae et de ruina eiusdem descriptio di Poggio Bracciolini (iniziato nel 1431 e pubblicato nel 1448), dove si sovrappongono il compianto degli antichi fasti di Roma e la malattia di Martino V:

Nuper cum pontifex Martinus paulo antequam diem suum obiret, ab Urbe in agrum Tusculanum secessit valitudinis causa, nos autem essemus negociis curisque publicis vacui, visebamus saepe deserta Urbis…

(Poggius Bracciolini, De fortunae varietate urbis Romae & de ruina eiusdem descriptio, in Opera omnia, a cura di R. Fubini, t. I, Torino, Bottega d’Erasmo, 1964, p. 131).

E, forse anche senza il filtro di Poggio, si avverte una reminiscenza non solo in stile - del ciceronianismo di Pierio si è detto - ma anche in contenuto dall’incipit del Brutus:

Cum, e Cilicia decedens, Rhodum venissem, et eo mihi de Q. Hortensi morte esset adlatum…

(Brutus 1, 1; e la notizia della morte di Ortensio non fa che anticipare il clima di preoccupazione per le sorti dello Stato: 3, 3 omnis quae me angebat de re publica cura)

Fatta questa eccezione, però, non rintraccio altro esempio classico di “incipit luttuoso” a marcare le scelte di contenuto; e men che meno un esempio di “struttura ascensionale”.

Hai già capito a cosa sto pensando: ai tempi di Valeriano è già penetrato tra i tòpoi il modello di inquadramento patetico à la Decameron? Non conosco però esempi analoghi: qualche suggerimento?

È poi sin troppo evidente il richiamo alla struttura “quaresimal-pasquale” della Commedia (a prescindere dalla polemica se il viaggio di Dante inizi l’8 aprile, Venerdì Santo del 1300, o il 25 marzo, “secondo la tradizione che faceva coincidere in quel giorno la creazione di Adamo, la concezione e la morte del Cristo” [Sapegno] in coincidenza con l’inizio dell’anno fiorentino ab incarnatione, sempre di Settimana santa si tratta).

Che tale struttura abbia avuto qualche successo lo testimonia almeno Petrarca, che introduce nel Canzoniere analoghe corrispondenze cronologiche (il 6 aprile 1327, primo incontro con Laura, è “il giorno ch’al sol si scoloraro / per la pietà del suo Fattore i rai”).

Proporrei dunque di indagare sull’eventuale persistenza del locus communis “ambientazione quaresimale” (in climax ascendente con effetto risolutivo, e con sovrapposizione di Passione e storia umana), di derivazione dantesca pur con qualche suggestione classica.

Fànfole? (2)

Tommaso LandolfiImpelagandomi in fànfole senza aver sottomano il Tommaseo né il Battaglia, senza aver quasi letto l’altro Maraini, ho certo violato il precetto leopardiano: “il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli”.
Ma non si può sempre rimandare. Diciamo che ho attaccato bottone, che mi sono buttato nel discorso lasciandomene trascinare, sperando che il quadro si faccia facendolo. Ad esempio la “tripartizione del lessico” mi è venuta così, e me ne sono già pentito.
Dunque non dimentichiamo quanto scritto, ma prendiamolo come un abbrivio che, parlando parlando, in progressiva correzione di rotta, arriverà al quid.

Ben vengano perciò i suggerimenti di Chaim e di gioder (questi in privato, citerò, interverrà): mi costringono ad altri punti di vista, ad una stasi dialettica.

E partiamo dall’analogia che Chaim coglie con certo Landolfi.
Di primo acchito avrei voluto diffidare dai “falsi amici” delle fànfole: le lingue immaginarie, il già citato Cortázar, il grammelot, lo Schtroumpf.

Poi gioder, duca e maieuta, mi fa intuire che il discorso è più complesso, e che le fànfole sono al crocevia di molte esperienze linguistiche. Per esempio, hanno alcuni elementi dello Schtroumpf (approfondirò). Per esempio, hanno un aspetto ludico che citando la massima

Non è un gioco

non volevo negare ma di fatto trascuravo.

E giustamente gioder frena:

Sicuro che la mia frase [...] non sia stata “Non è soltanto un gioco”?
Quel “soltanto” la rende meno “icastica” forse, certo più banale, ma credo che risponda (e rispondesse) di più al mio pensiero, anche perché senza riconoscervi l’aspetto gio-coso e linguisticamente gio-ioso non le avrei forse mai lette o comunque rilette e trilette. Escludendo l’idea di gioco, mi sembrerebbe di privarle della festosità e anche della istintiva gratitudine che hanno suscitato in me.

Tra i “falsi amici” includevo Landolfi, pensando in particolare a La passeggiata:

La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace!

(incipit di Tommaso Landolfi, La passeggiata, in Racconti impossibili, Firenze, Vallecchi, 1966; attendiamo la riedizione Adelphi: per adesso in Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino, Rizzoli, Milano 1982, pp. 490 ss.).

Su questo raccontino Landolfi si era intrattenuto nella Conferenza personalfilologicodrammatica con implicazioni, in Le labrene, a cura di Isolina Landolfi, Adelphi, Milano 1994, pp. 145-157; e si veda il saggio di Maria Antonietta Grignani L’espressione, la voce stessa ci tradiscono. Sulla lingua di Tommaso Landolfi, “Bollettino ‘900″, 2005, 1-2 [e questo "Bollettino '900. Electronic Journal of '900 Italian Literature" è una vera miniera].

E io lì ad avvertire: ecco, vedete, una cosa è Landolfi (italiano vero ma raro), un’altra Maraini (italiano inventato); e poi, anche grazie all’allusione chaimiana a Perbellione, mi sono reso conto che la cosa è molto più complessa, che non ci sono e non ci devono essere confini precisi tra questi “esperimenti” linguistici, i quali volta per volta toccano corde ed estensioni diverse dello strumento-lingua (Landolfi attinge ai subsuoni, Maraini agli ultrasuoni).

Approfondirò anche questo tema: per ora volevo solo tendere l’amo ;)

Gioder chiosa poi:

A quando un’analisi fonosemantica? :-)

E qui rispondo: “Devo fare tutto io?”. Forse qualche allusione; ma penso che non sarei capace di essere sistematico.

Mentre, sempre per citare gioder:

Sarebbe interessante anche un confronto intertestuale: tra il verbo “smego” e i giorni “smegi” c’è una qualche relazione? Tra il verbo “fanfi” e le “fànfole”?

E qui penso che il lavoro debba almeno essere iniziato: e che ci vorrà a produrre un rozzo lessico fanfoliano e concordanze fanfoliane?

Aga magéra difúra

Tommaso Landolfi

Quello nella foto, Tommaso Landolfi, ha prestato a Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti il titolo di Aga Magèra Difùra. Dizionario delle lingue immaginarie, Zanichelli, Bologna 1994.

L’allusione è a:

Aga magéra difúra natun gua mesciún
Sánit guggérnis soe-wáli trussán garigúr
Gúnga bandúra kuttávol jerís-ni gillára.
Lávi girréscen suttérer lunabinitúr
Guesc ittanóben katír ma ernáuba gádún
Vára jeskílla sittáranar gund misagúr,
Táher chibíll garanóbeven líxta mahár
Gaj musasciôr guen divrés káes jenabinitúr
Sòe guadrapútmijen lòeb sierrakàr masasciúsc
Sámm-jab dovár-jab miguélcia gassúta mihúsc
Sciú munu lússut junáscru gurúlka varúsc.

(Dialogo dei massimi sistemi, 1935)

ma ne parliamo un’altra volta.

Per il titolo d’accordo; ma il sottotitolo non rende giustizia al libro, che vorrebbe essere un “viaggio avventuroso nel mondo fantastico dell’invenzione linguistica” (cosa diversa dalla “creazione di lingue immaginarie”).

Va bene, è un falso dizionario, un divertissement senza pretesa di completezza.

Ma sulle vere “lingue immaginarie” vedi almeno il wiki LangMaker

Sub specie flatus

Annoveriamo dunque tra gli incipit più memorabili il Landolfi di “Sub specie flatus” - primo quadro dal racconto In società che conclude l’omonima antologia del 1962 (ora Adelphi 2006, p. 192):

Sul più bello della sua prima estasi d’amore, una giovanissima sposa trullò.