Resoconto tardivo, e telegrafico, della presentazione del manuale di CIRCE (Cagliari, Liceo Siotto, 11 set 06).
Quando arrivo, ben tardi, nella sala non gremita, sta parlando Sergio Torrazza. E dice belle cose sull’importanza delle relazioni scuola-università, soprattutto nella sperimentazione di una formazione in servizio che non segua le “mode” ma sia pensata bene. Mi fa piacere che il buon vecchio direttore della SISS insista, insista, insista sul fatto che insegnare significa prima di tutto relazione, non contenuti; ad essere onesto, non mi sembra che la platea sia molto d’accordo.
Prosegue la Lussu, direttrice entrante della SSIS (ho capito bene?), che dopo essersi dichiarata “storica della filosofia” si sente in dovere di citare Cusano; generalia sulla solfa del “non c’è cultura senza dialogo col passato”. Ed eccoci al Leitmotiv della serata: “le ICT sono uno strumento che non deve sostituire, bensì affiancare i metodi tradizionali, e dev’essere lasciato a chi ne vuol far uso”. Come dire, da un lato “fate come volete, purché ci lasciate fare come abbiamo sempre fatto”; e dall’altro, “un cambiamento di metodo non modifica nella sostanza il risultato”. Sembra wittgensteiniano. Purtroppo non lo è.
Finalmente Annarella Perra presenta il progetto CIRCE, il tanto atteso manuale, e dà conto del primo corso CIRCE Comenius (quest’estate, a Oxford). Segue Lucia Baiocchi, con qualche spunto interessante: per esempio che fuor d’Italia le “materie classiche” possono ben essere rappresentate, nella scuola superiore, solo da “civiltà” o “storia e storia dell’arte”; ma anche lei ricade nel topos: “tutto questo non può sostituirsi alla didattica tradizionale”. Bah.
Ora, due ex-sissine, Vacca (mi perdoni ma non ho colto il nome) e Cecilia Melis, presentano la loro esperienza di tirocinanti. Empatizzo, da ex-sissino. Ma, osserva la prima, “in laboratorio i ragazzi si distraggono” (intuisce il problema di prossemica); meglio in classe, con una postazione multimediale. Ha scoperto che in laboratorio la didattica frontale non funziona; ma anziché riflettere sul senso della parola laboratorio, insiste con la lezione frontale. La novità didattica era, in fondo, solo una presentazione di Powerpoint (ma per la mia Critica del Power Point rimando ad altra occasione).
Bellissima, invece, l’osservazione che le ICT possono fare da esperanto tra generazioni.
Cecilia Melis prosegue con un pistolotto adversus nationes (sono coloro che fanno resistenze insensate all’irrompere delle nuove tecnologie). Colgo però un problema: il massimo dell’innovazione “tecnologica” di cui si parla è il passaggio da Word a Powerpoint, la magica scoperta dei font greci. Anche Cecilia parla, affascinata, del “fascino” delle ICT; ma non se ne colgono le differenze funzionali.
Ed ecco Cuccu, “esperto informatico e docente di inglese”. Traduttore del manuale. Però “editor” lo traduce “editore”. Divaga sul tema dei test “in digitale”; ma è interessante la sua osservazione che si tratta di un tipo di verifica poco ansiogena.
E infine, mentre tutti fremono per il rinfresco, chi interviene? Ma Guido Tendas, con un bel paralogismo: siccome i licei classici vedono crescere le iscrizioni (ma lui non fa testo ;) ) ergo le lingue classiche sono in buona salute.
Mi è venuto un po’ caustico. Lo so che sono antipatico.