Post contenenti il tag ‘etnia’

Tel chi el terùn

Carta etnolinguistica della Padania e aree contigue (miniatura)

Sono solo di passaggio; e non riprendo il discorso interrotto.

Ma aggiorno l’archivio dei materiali da discutere.

Giovani padani: peggio degli immigrati, meridionali

«Non è giusto, siamo invasi! Ovunque ti giri sei sommerso da ‘sti qui che vogliono comandare loro, mi fanno venire la nausea», sbotta una novarese. «Troppi, ce ne sono troppi, meglio non contarli», ribatte un utente di Mondovì. «Ce ne sono tanti, ma molti dei loro figli crescono innamorati del territorio in cui sono nati e cresciuti», replica un magnanimo iscritto ligure. Ennesimo dibattito su immigrazione e presunte invasioni islamiche? No. Il sito è quello dei Giovani Padani, e l’oggetto della discussione è quanti siano i meridionali residenti nel nord Italia.
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Etnia: questione di identità (3)

Il souvenir di Sardegna più kitsch che sia riuscito a trovare in rete, in quattro e quattr'otto

In parte sollecitato dalle note identitarie dell’ultimo Marcello Fois, apro una breve parentesi “locale” nel discorso “generale”.

Quanto Fois osserva su Memoria e Passato, sul folklore come “mercato della memoria”, sulle politiche linguistiche, sull’”identità sarda” può essere letto, mi pare, come paradigma esemplare del processo (individuale e collettivo) di costruzione dell’identità.

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Etnia: questione di identità (2)

Giancarlo Esposito

Se non sai di cosa stiamo parlando, vedi la puntata precedente o, meglio ancora, segui il discorso dall’inizio.

Dovremmo essere d’accordo che il processo di costruzione dell’identità non è solo individuale ma anche personale (sociale, multiplo) e collettivo (di gruppo, etnico, nazionale). Continuo a “schedare” Antonio Marazzi, Lo sguardo antropologico, Carocci, Roma, 1998 (i corsivi sono miei):

Il limite degli approcci psicologici all’identità etnica sta non in ciò che riguarda il primo termine, ma il secondo. Nell’oggetto di questo senso di appartenenza. Nel contenuto dell’etnicità. Il problema deriva dal fatto che quello di “etnicità” è per sua natura un concetto spurio, comprendente due poli, che possiamo chiamare rispettivamente affettivo e sociologico.
Un percorso che possiamo considerare intermedio tra questi due poli è quello proposto da Denis-Constant Martin (The Choices of Identity, in “Social Identities”, I, 1995, pp. 5-20). Il senso di appartenenza sarebbe il risultato di una selezione di quei sentimenti intorno ai quali si organizza una comune visione del mondo e del rifiuto di altri. Tre sarebbero le aree comprese in questa visione del mondo: rapporti con il passato, con lo spazio e con la cultura.
Il gruppo sente di possedere forti radici nel passato, di avere avuto un ruolo nella storia, il più delle volte di essere stato perseguitato, di avere subito violenze e ingiustizie. Una ricostruzione di memorie collettive fornisce un quadro coerente con l’immagine utilizzata dal gruppo per presentarsi nell’attualità.

(A. Marazzi, op. cit., p. 152)

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Etnia: questione di identità (1)

Riprendo il discorso con questo semplice test, che traggo dal corso Ethnicity and Race: An Introduction to the Nature of Social Group Differentiation and Inequality, curato dal Dr. Dennis O’Neil del Palomar College (San Marcos, California):

Photo of a young man who could be Hispanic Photo of a young woman who could be Hispanic Photo of a young woman who could be Hispanic

Test yourself. Which of these people do you think is Hispanic? Look at them carefully…

Questa è la risposta:

In America today, the answer could be any of the three or none of them think of themselves as being Hispanic. You would need to ask them in order to find out.

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Ña

'Great Grandma Faustina amused by a bee', foto di Maisie Crow

I concetti comuni di razza appartengono al senso comune, che notoriamente fa spesso cilecca. E se proprio vogliamo flirtare col senso comune, allora non nasconderò una certa simpatia per la classificazione razziale dei bribri del Costa Rica. Secondo loro le razze sono due: i bribri, che significa gli uomini, e sarebbero per l’appunto loro; e gli ña che sarebbero tutti gli altri; ña significa anche cacca. Certo questa classificazione rivela un forte etnocentrismo e una sgradevole arroganza: ma un etnocentrismo e un’arroganza non superiori, a voler essere precisi, a quelli di chi piazza i bribri nella razza ispanica, con Isabel Allende e l’attaccante della Juventus Marcelo Zalayeta.

(Guido Barbujani, L’invenzione delle razze, Milano, Bompiani, 2006, p. 152)

[Sul bribri, lingua della famiglia chibcha, puoi leggere una descrizione compilata da studenti dell'Universidade de Vigo, o seguire il corso in 12 lezioni dell'Universidad de Costa Rica. Su Global Recordings Network ci sono anche file audio (ma a scopo confessionale: "The Vision of GRN is that people might hear and understand God's word in their heart language - especially those who are oral communicators and those who do not have Scriptures in a form they can access").]

* * *

La foto (”Great Grandma Faustina amused by a bee”), copyright di Maisie Crow, è tratta dal reportage A look at the lives local BriBri.

L’invenzione delle razze

Disegno tratto da J. C. Nott - G. R. Gliddon, Indigenous races of the earth, 1857

Altra bibliografia sul tema, in particolare in prosecuzione del post Ancora sulla “questione della razza”.

Spero si capisca: cerco, per passi successivi, di chiarirmi (chiarirci) le idee.

E raccolgo i suggerimenti di pinokkio:

3 libri sul tema del razzismo (in lingua italiana) che secondo me vanno tenuti presente per trattare l’argomento con solide basi, il primo di due sociologi italiani, e gli altri due di un noto ricercatore olandese.

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Vil razza dannata (3)

'Diverse etnie' nell'America Anglosassone secondo Corradi-Morazzoni, 'Ambienti culture società', 2004

“Le diverse etnie presenti nell’America Anglosassone:
un eschimese, un americano bianco e una nera di origine africana”
(immagini e didascalia da “Ambienti culture società”, 2004, p. 277)

L’argomento si fa sempre più palloso. Ma è necessario: non so se nomina sunt consequentia rerum o viceversa, ma la Babele lessicale parla di una Babele etica e politica.

Lo dimostra “Come si vive quando l’amore non ha frontiere” (Venerdì di Repubblica, 7 marzo 2008, pp. 38-39): il giornalista, tale Emilio Marrese, aggiunge agli eufemismi cui siamo abituati - “immigrati”, “extracomunitari” - una agghiacciante sinonimia tra “famiglie multietniche”, “matrimonio [tra] culture diverse”, “matrimonio misto”, “matrimonio interrazziale”.

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Vil razza dannata (2)

'Progetto Terra', Markes 1994 - Immagini e didascalie razziste

“Una giovane donna appartenente al gruppo Europoide e una sua coetanea
Negroide; [...] tipo umano del gruppo Mongoloide e aborigeni Australoidi”
(immagini e didascalia da “Progetto Terra”, 1994, pp. 116-117)

Seconda puntata (di fatto, la terza). Sfoglio ora due manuali di “Geografia economica”.

Natale Garré - Giovanna Merlo, I sistemi economici mondiali. Corso di Geografia diretto da Giuseppe Dematteis, Bompiani, Milano, 1998 (adottato sino al 2006-2007, non più in commercio, ma alla base di altri corsi Bompiani “diretti da Giuseppe Dematteis”).

Il tema che ci interessa è affrontato con molto fair play (p. 16): si parla esclusivamente di “divisioni culturali” (ad esempio la “cultura latina” è “caratterizzata dalle lingue neo-latine [...] e dalla religione cristiano-cattolica”), e si accenna persino all’”imperialismo culturale” della “cultura anglosassone”. Ne viene uno schema semplicistico, ma in giusta prospettiva di relativismo culturale.

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Vil razza dannata (1)

'Reportage dal mondo', 2007: un'immagine e una didascalia molto significative

Sulla scia del discorso sulla razza, e specialmente del post inaugurale - l’antibiasuttiano “Razze e popoli della terra” - mi dedico a un’analisi tematica di alcuni manuali scolastici di geografia in circolazione.

[Per inciso, ho appena modificato il sopraddetto post, che citava con troppa avventatezza link molto fuorvianti.]

Sarà un regesto noioso, a puntate, fitto di osservazioni lessicali, di “tra le righe”, di orribili avverbi: sei pennacchianamente libero di non leggere.

Non si tratta di affrontare la questione “scientifica”, e non ho intenzione di dibattermi in questioni epistemologiche: interessa la questione “didattica”, ovvero il modo in cui la Repubblica italiana ha deciso di formare (informare, educare) i suoi cittadini su una questione di fondamentale importanza.

*    *    *

Discutiamo di manuali dal destinatario non omogeneo: accanto a una maggioranza di testi “per il biennio delle scuole superiori” (la “Geografia” degli insegnanti di Lettere) considero alcuni manuali di “Geografia economica”, per il triennio dei corsi IGEA (i “ragionieri” d’antan).

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Bongo bongo

Lucia alla fonte (dalla fiaba sonora I tre cedri)

Quanto segue vorrebbe essere un anomalo contributo alla storia degli stereotipi razzisti.

Certo non ha ragione Mosse: pretende di parlare del razzismo in Europa “dalle origini all’Olocausto” ma vede i prodromi solo nel XVIII secolo. L’errore sta forse nel presumere che il “pensiero razzista” trovi le sue matrici solo nel “razzismo scientifico”; eppure sappiamo tutti il ruolo dell’etnocentrismo e della xenofobia nella formazione della “cultura occidentale” (a iniziare almeno da bar-bar).

Una citazione qualunque: Paola Pallottino, Origini dello stereotipo fisionomico dell’”ebreo” e sua permanenza nell’iconografia antisemita del Novecento, in La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, a c. del Centro Furio Jesi, Grafis, Bologna 1994, pp. 17-26. L’iconografia del “perfido giudeo” risale almeno al XIII secolo.

Qui interessa soprattutto lo stereotipo razzista del “negro”, che per l’Italia viene fatto risalire dai più alla guerra abissina del 1935. Così lo stesso Mosse (diciamolo, cito da Il razzismo in Europa, p. 215): “La guerra fece nascere nella coscienza degli italiani il concetto di razza, ma esso era diretto contro i neri, non contro gli ebrei.”

Ma è documentabile che il razzismo antinegro degli italiani risale almeno alla guerra di Libia, e su su sino ai tempi di Adua. E alla luce di Barth e della sua teoria del confine etnico (vedi per esempio questo saggetto di Francesca Nardin) dovrebbe essere evidente che lo stereotipo del “diverso” viene costruito ogni volta che due gruppi etnici entrano in contatto.

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