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Anninnora (2)

Ennio Porrino (1910-1959)

Dedichiamoci dunque al testo di Canzone a ballo.

Una piccola rassegna di varie trascrizioni che se ne dànno in Rete fa capire quanta incertezza vi sia:

Anninnora, anninnora, cuccu meu
Prama di otti, lera fizzu fizzu,
Anninnora, anninnora, cuccu meu
Tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu
So ddos sos caboddos de sa ghedda.
Folla manna niedda sassaresa
Arrosittedd’Arrosa in tundu in tundu
Si bivis in su mundu gosadie

A su timbiri timbiri timbiridona
Eja, eja, eja timbiri
Tundu tundu tundu

(è la firma di un improbabile Sparedda72)

Anninnora anninnora, cuccu meu.
Prama di otti, lera fizzu fizzu.
Tentu m’happu ‘nu fizzu ‘n Crabu Mannu.
So dos sos craboddos de sa ghedda.
Folla manna niedda sassaresa.

Arrositedd’Arros’in tundu ‘n tundu.
Si bivis in su mundu gosadie.
A su timbiri timbiri timbirindona.
Ehia! Ehia!

(da un’improbabile raccolta di canti sardi, accompagnata da traduzione altrettanto improbabile)

ai ninnora
ai ninnora ninnora
cuccu meo prama di ottilera fizzu fizzu
arrositedda arrosa
ntundu ntundu a su
timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah

ai ninnora ninnora
cuccu meo tendu m appu nu
fizzu n crabu mannu
arrositedda arrosa
ntundu ntundu a su
timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah

ai ninnora ninnora
cuccu meo so dos caboddos
de sa chedda
arrositedda arrosa
ntundu ntundu a su
timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah
chi bivis in su
mundu gosaidia
folla manna niedda sassaresa
arrositedda arrosa
ntundu ntundu
su timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah

(data per “ninna nanna desulese” in Gente di Sardegna, è frutto evidente di una sconnessa tradizione orale)

Anninnora anninnora, cuccu meu.
Prama di otti, lera fizzu fizzu.
Tentu m’happu ‘nu fizzu ‘n Crabu Mannu.
So dos sos craboddos de sa ghedda.

Folla manna niedda sassaresa.
Arrositedd’Arros’in tundu ‘n tundu.
Si bivis in su mundu gosadie.
A su timbiri timbiri timbirindona.
Ehia! Ehia!

(dal sito di “Anninnora”, programma tv di Giuliano Marongiu, dove passa per “canto tradizionale”)

anninnira anninnora cuccu meu
tramare non ti potho fizzu fizzu
tentu k’appo unu fizzu in cravu mannu
suttas sos cabaddos de sa ghescia
cun sa manu niedda tattaresa
sa rosittedda rosa in tundu in tundu
si vividi in su mundu pro sa die
a su tippiri tippiri tippiritoi
eia eia eia

(qui il testo è confusamente interpretato come “ninna nanna a passo di danza - credo sia su ballu tundu barbaricino [...] come forma questo canto si chiama ‘attitu’ ed è un canto di lutto”)

Ai ninnora ninnora cuccumeu
pramma d’orzulera fizzu fizzu
Ai ninnora ninnora cuccumeu
tentu ‘n d’appu unu fizzu crabu mannu
sotto soso cabones de sa chedda
folla mannaniedda sassaresa
Arrositedda arrositedda in tundu
che bivisi in su mundu gosadia
ai su timbiri timbiri timbiri dona
Eia, eia, eia

(dal sito dell’Associazione Culturale Bizantina, e costoro l’hanno pure cantata…)

Premesso che l’ordine è affatto casuale e la scelta solo esemplificativa, nota subito la grande varietà dei testi.
Un filologo farebbe fatica a cavarne l’archetipo.

Il testo che propongo io, l’ho detto, non è sicuro sicuro; ma è molto più affidabile delle varianti sopraccitate, poiché gode di una indiscutibile vicinanza alla partitura originaria:

Anninnora anninnora cuccu meu
Prama di otti lera fizzu fizzu
Anninnora anninnora cuccu meu
Tentu m’happunu fizzu incrabu mannu
Soddos sos scaboddos de sa ghedda
Folla manna niedda sazza resa
Arrosittedda, arros’in tundu ‘n tundu
Si bivis in su mundu gosadia
A su timbiri timbiri timbiri dona
Ehja

(eccetera)

Riguardati ora le varianti che circolano: puoi subito notare il diffuso, talora estremo, sempre fallimentare tentativo di “normalizzare” il testo riconducendolo a un lessico noto e a un senso generale. Ti ho risparmiato le improbabili traduzioni, che se vuoi ridere un po’ puoi comunque spulciare.

Il tentativo più evidente di “normalizzazione” è quel “sazza resa” che diventa “sassaresa” (peraltro inesistente in sardo) e infine “tattaresa”.

Cerchiamo di capire, premettendo che senza alcun dubbio il nostro testo non è un canto tradizionale (non ne esiste attestazione), bensì una creazione originale di Ennio Porrino.

Consideriamo dunque il lessico di Canzone a ballo.

Ci sono forme e locuzioni esistenti in diverse varianti di sardo (cuccu meu, log. “cuculo mio”, ma omofono di cuccumeu, camp. “civetta” ; prama, log. camp. “palma”, tentu, log. camp. “tenuto”, fizzu, log. “figlio”, mannu, log. camp. “grande”, folla manna niedda, camp. “grande foglia nera”, in tundu, log. camp. “in tondo”, bivis, camp. “vivi”, in su mundu, log. camp. “nel mondo”); ma è molto improbabile un testo in cui coesistano fizzu logudorese e folla campidanese: o fizzu/fozza o fillu/folla).

Ci sono poi altrettante forme di indiscutibile sapore sardo, tuttavia inattestate (la mia fonte è, lo ammetto, una vecchia edizione del DES; ma dovrebbe bastare): a partire da anninnora, chiaro rifacimento sul tipo onomatopeico dell’anninnia con cui iniziano le ninnenanne tradizionali ma inesistente in sardo (benché dopo Porrino sia passato nell’uso; così ad esempio in Sa dansa dei Tazenda). A questa categoria di parole “inesistenti” appartengono sicuramente soddos, caboddos, ghedda, e molto probabilmente tutto il restante lessico della composizione (compreso quell’incrabu che, pur interpretato *in crabu, darebbe un maschile di craba inattestato in sardo).

Un lessico di sapore sardo, insomma, ma in gran parte inventato. Una lingua immaginaria? Non proprio. Porrino si inserisce consapevolmente nella tradizione di invenzione linguistica propria delle ninnenanne, spesso nonsense (ci vedo affinità con il “baby talk”): non ha senso cercare un senso per questo testo.

[Prevengo una possibile obiezione: anche il linguaggio delle ninnenanne tradizionali sarde è spesso inventato; ma queste parole non sono attestate prima di Porrino.]

Non sul senso o su eventuali connotazioni semantiche, ma sui puri suoni della lingua porriniana possiamo riflettere, tenendo conto delle sue motivazioni musicali:

I colori utilizzati dal maestro cagliaritano sono precisi e dettagliati: sonoro, vibrato, rude e cavernoso; pesante come fisarmonica; molto ritmato e accelerato. Dalle indicazioni della partitura del musicista cagliaritano sembrerebbe emergere un rapporto stretto tra la voce umana ed i timbri strumentali, come quello della fisarmonica. Lo stesso colore rude e cavernoso ripropone magicamente gli ambienti naturali della Sardegna, quasi come se fosse un richiamo ancestrale, cosi come nella notte dei tempi si perde questo brano. Forse la natura stessa è chiamata in causa imitata, richiamando sinergicamente sia il vociare ed il canto degli animali sia il rumore incalzante del vento. (cito da qui)

La fonetica di Anninnora è coloristica, timbrica, ritmica.
E ciò giustifica la scelta di un genere nonsense, la ninnananna, altrimenti incompatibile con la caratterizzazione musicale di Canzone a ballo - che è, appunto, una “canzone a ballo”.

Anninnora (1)

Ennio Porrino (1910-1959)M’è venuta un’ispirazione, e cerco in rete il testo di Anninnora, “mirabile brano di musica sarda tra i più difficili da cantare e poco eseguito dalle corali sarde”. Non si trova granché: una traduzione improbabile, un’esecuzione non infedele.

Per la precisione non si intitola Anninnora: è la Canzone a ballo di Ennio Porrino (su cui vedi anche questa scheda). Per coro misto SATB, fu pubblicata nel 1939 in “Tre canzoni italiane” (”Canzone religiosa, canzone d’amore, canzone a ballo”). La si trova ora anche in CD negli opera omnia di Porrino.

È un canto trascinante, evocativo, ricco dei ritmi strumentali popolari e dei colori rudi e ancestrali del canto a tenores. Ovviamente, un’operazione colta (raffinatissima).

Ma è il testo che mi interessa. La Rete mi conferma che Canzone a ballo passa di solito per nenia tradizionale (sottinteso che Porrino l’abbia solo musicata).

Eppure non è così. A leggerlo bene…

Sì, ma dov’è il testo?

Non ne trovo una versione decente.

Ecco dunque che, in assenza di altre fonti e non volendo perdere il giorno in biblioteca, mi vedo costretto a racimolare tra le vecchie scartoffie una fotocopia ingiallita: attingo dalle nebbie del passato una Canzone a ballo per coro misto a quattro voci, suppongo secondo l’orchestrazione originale, ma in una trascrizione con Encore curata (credo) da un corista irrintracciabile: non ne ricordo neanche il nome, mi pare anzi sia morto: lo so che sa un po’ di “manoscritto ritrovato”, ma giuro che il tenore in questione non era Cide Hamete Benengeli.

[Ennesimo marginale: se la storia del "manoscritto ritrovato" t'interessa, vedi Monica Farnetti, Il manoscritto ritrovato. Storia letteraria di una finzione, «Quaderni Aldo Palazzeschi», nuova serie, 12, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2006: mi piace citare libri che non ho letto.]

Lo spartito non è fonte sicura di punteggiatura e ortografia, né della scansione in versi. Ancora una volta accontentiamoci, se no non si va da nessuna parte.

Sì, ma il testo dov’è?

Un po’ di pazienza… il testo domani ;)