Enea e Didone

In Italia si è sempre sentita la mancanza di seri periodici di divulgazione scientifica. Manca per intenderci un Popular Mechanics, e il tentativo anni ‘80 di tradurlo con Test fu effimero. La prima stagione di Focus ha fatto ben sperare; ma ormai anche questo mensile segue la deriva populista, scandalistica, misteriologica.
Anche questo numero di febbraio 2008 è pieno di obbrobri, da “smontare” uno ad uno; non mi ci voglio soffermare: a questo punto la difesa migliore è il silenzio.
Ma questo incontro tra Enea e Didone (siamo a p. 21 di un perdibilissimo articolo sul “Vero viaggio di Enea”) merita il confronto con la fonte.
Enea si avvicina a Didone (vv. 451-452), e piange e le rivolge la parola; ma Didone “errabat” (v. 451) e non si ferma né lo guarda in faccia:
Siste gradum teque aspectu ne subtrahe nostro.
Quem fugis?(Verg. Aen. VI, 465-466)
Così, senza neanche scambiare uno sguardo, corre all’amato Sicheo, finalmente compagno nella morte:
Illa solo fixos oculos aversa tenebat:
nec magis incepto voltum sermone movetur,
quam si dura silex aut stet marpesia cautes.
Tandem corripuit sese atque inimica refugit
in nemus umbriferum: coniunx ibi pristinus illi
respondet curis aequatque Sychaeus amorem.(Verg. Aen. VI, 469-474)
Forse l’estensore della didascalia sapeva quel che faceva; ma nessuno ha spiegato all’illustratore come stavano le cose, e così assistiamo a un inedito vis-à-vis tra Enea e Didone, mentre Anchise, nonostante le centinaia di versi a lui dedicati nel libro VI come profeta delle grandezze romane, diventa un comprimario.
E dire che
Ter conatus ibi collo dare bracchia circum,
ter frustra comprensa manus effugit imago(Verg. Aen. VI, 700-701)
si prestava bene a una drammatizzazione per immagini.
Ma si sa, oggi i redattori sono come gli sceneggiatori: se la storia è troppo noiosa, aggiungono un po’ di figa.