10 Dicembre 2007, 00.10
Come si è visto dai prolissi articoli sul “figlio di Panezio” e sulla strampalata teoria dell’anteriorità biblica, mi son deciso a estrarre qualche nuga dalla tesi di laurea (Il De officiis di Ambrogio e il suo modello ciceroniano, 1996).
E’ vero quel che diceva Eco (”la tesi è come il maiale: non si butta via niente”)?
Nel mio caso non tanto, visto che Paolo Cugusi non mi ha mai dato molta corda (”ne parli con Tanca”, diceva - io non lo digerivo).
Eppure ogni volta che riprendo in mano le sudate carte mi sembra di non aver lavorato male: se non altro perché ai duecentocinquanta “passi paralleli” con Cicerone aggiungevo i miei buoni cinquanta.
Frattanto la bibliografia ambrosiana langue: vinto l’imbarazzo, lasciatemi postare ai posteri qualche altro excerptum. Non sarà obbligatorio leggerlo.
Ma c’è un’altra cosa che non mi va di buttar via: la trascrizione del testo critico del De officiis ambrosiano (Saint Ambroise, Les Devoirs, texte établi, traduit et annoté par Maurice Testard, I-II, Paris 1984-1992). In attesa di passarla a The Latin Library, la condivido qui (rtf):
Sia anche omaggio alla memoria del Reverendo (e venerando) Padre Maurice Testard, che nel frattempo - 28 gennaio 2006 - si è spento.
8 Dicembre 2007, 01.22

Il proemio del De officiis di Ambrogio è privo di specifiche reminiscenze dell’omonimo trattato ciceroniano, e sembra autonomo da quell’influsso tanto evidente nel resto del trattato. I paragrafi iniziali (Ambr. off. I 1-4) sono dedicati a una serie di considerazioni personali che costituiscono una canonica captatio beneuolentiae, giocata sulla professione di umiltà e sull’ammissione di insufficienza di fronte al compito dell’insegnamento. Al di là degli aspetti convenzionali, l’incipit testimonia bene le apprensioni di Ambrogio legate alle particolari circostanze dell’elezione episcopale; è infatti probabile che la stesura del proemio vada collocata nei primi anni dell’episcopato.
Anche la sezione successiva (Ambr. off. I 5-22), costituita da ampie riflessioni sulla virtù del silenzio, offre alcuni dati testuali che hanno indotto a considerarla come ripresa di uno o più testi autonomi, di forma omiletica, redatti in precedenza: si tratta degli incisi audisti hodie lectum (I 13) e sicut audisti hodie legi (I 15), che implicano un’enunciazione orale.
Tuttavia, anche se le iniziali professioni di incompetenza provengono da una composizione anteriore, ci si deve chiedere per quale motivo Ambrogio abbia scelto di riutilizzarle ancora dieci, se non quindici anni dopo il 374, “quando certo è meno vivo il contrasto tra il dovere di insegnare e il sentire di non avere sufficientemente appreso” (Lazzati), e proprio in questa sede: è infatti del tutto inconsueto che l’autore introduca una lunga e circostanziata trattazione con l’avvertenza di ignorare le questioni che sta per trattare, e di applicarsi allo studio delle Sacre Scritture “per poter imparare allo scopo di insegnare” (Ambr. off. I 3: ut docendi studio possim discere).
Continua… ‘Anteriorità della Bibbia e riuso della cultura “pagana”: la soluzione di Ambrogio’ »