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Fànfole? (1)

Fosco Maraini in una foto d'antan

Dopo qualche variazione sul tema delle “lingue immaginarie” arrivo al dunque che mi ossessiona da un po’.

Le fànfole di Fosco Maraini sono sempre state tra i miei giocattoli preferiti, accanto almeno ai “bilolú, filolú” di Palazzeschi; ma ne avevo - ammetto - una visione antologica e distorta, basata sul Lonfo e sul Giorno ad urlapicchio.

Ora che la Gnòsi è stata riedita (Fosco Maraini, Gnòsi delle Fànfole, prefazione e note di Maro Marcellini, postfazione di Massimo Altomare e Stefano Bollani, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, con il cd del 1998 musicato da Bollani e Stefano Altomare) le cose cambiano.

Non posso tacere (se pure - come già per Voltolini - mi imbarazza la quasi totale assenza di studi linguistici sulle fànfole: trovo appena marginalia in Federico Gobbo, Il dilemma dell’esperanto. Tra vocazione ausiliaria e naturalizzazione, tesi di laurea, Università di Torino, A.A. 1997/1998, pp. 41-42; ma ammetto che dovrei andarmi a cercare quello che ha scritto Monica Longobardi, per esempio su Italiano e oltre).

Lasciamo da parte il paratesto di Marcellini, che si diverte in giochetti insulsi.
Bollani e Altomare dànno invece un contributo prezioso, una trasposizione in musica certo ironica e giocosa, certo divertita e divertente, ma non per questo glossolalica o gratuita, cui potrà essere utile il riferimento.

Lasciamo da parte per il momento anche Il lonfo. E’ il testo più raffinato della silloge, in cui il meccanismo della metasemantica giunge alle sue estreme conseguenze, ma è anche il più delicato; ed è ormai usurato da recitationes troppo cariche (come quella televisiva di Proietti, che per giunta confonde sberdazzi e smerdazzi).

Per ridare senso al Lonfo dobbiamo partire da altre, meno note fànfole - e tenere sempre sott’occhio l’”Introduzione” di Maraini, da leggere e rileggere finché non perda quell’apparenza frivola, che dissimula la freddezza di un documento tecnico. Ci muoviamo infatti in àmbito difficile, in cui somiglianze e analogie con altri esperimenti di “scarto” o invenzione linguistica possono confonderci.

Per iniziare questo discorso a puntate, partiamo ad esempio da qui (inedito in rete, prova):

Gli Arconti dell’Urazio

“Giochiamo - fanno i putti - a Brancighello?”
Tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino,
io smègo un tafferuccio, un finfardello,
chi vince si tascheggia il marmellino.

“Giochiamo a Fantisberga, a Cassacoppe?”,
griderchiano gli omacci in vinargìa:
su bòghera le trappe, punto e gnoppe,
se vinco mi straquascio in brogiulìa.

“Giochiamo all’Uomo!” mormano mistigi
gli Arconti marmidiosi dell’Urazio:
chi vince lo balòccoli in festigi,
chi perde lo fracàsseri in bistrazio.

Lèvati subito dalla testa che Maraini cerchi effetti comici. No, lèggiti la sua Lettera agli amici:

Gentile Signore Iddio, quale è il tuo vero, autentico messaggio? Non starai giocando con l’uomo? Quali sono le garanzie che una Rivelazione sia autentica e l’altra no? (corsivo mio)

Niente di più lontano dalla “pura burla” di Cortázar. Qui non c’è burla. È poesia metasemantica, non asemantica.
Ho già ricordato l’icasticità di gioder:

Non è un gioco.

A dire il vero, non è corretto neanche parlare di “lingua inventata”:

Per avere una lingua inventata, dunque, è necessario avere un intervento nelle parti nucleari di una lingua, almeno a livello di morfologia e sintassi (Gobbo, op. cit., p. 42).

Non c’è bisogno che lo dica io, che morfologia e sintassi delle fànfole sono italiane; che radici e sistemi di formazione linguistica sono italiani. La magia del Lonfo sta infatti in questa “italianità” accostata all’appannamento sistematico della semantica del lessico; ma proprio Il lonfo può trarre in inganno, perché nella maggior parte delle fànfole questo “appannamento” non è così sistematico e subentrano altri meccanismi metasemantici. In tal senso più ampio va inteso quello “stiamo parlando d’una metasemantica di stampo italiano” (Maraini, Introduzione, p. 19).

Devo qui anticipare che Il lonfo non a caso è primo della silloge, e si sostanzia di manifesto poetico: come manifesto, procede a un livello non più perfetto, ma più teorico (facendo teoria senza darlo a vedere, come il Guinizzelli di Al cor gentil). Perciò Maraini crea un testo così esageratamente allusivo da rischiare il nonsense. E, vi assicuro, non è affatto nonsense. [Ma la sorpresa alla prossima puntata.]

E torniamo agli Arconti dell’Urazio.

Dando dunque per scontato che morfologia e sintassi sono italiane, e contribuiscono (con la griglia dei connettivi, delle anafore, dei parallelismi) al senso complessivo del testo, dando per scontato che il neolessico è di matrice italiana (in radici, suffissi, prefissi), proviamo a considerare il lessico partendo dal noto.

Giochiamo (ter), fanno, putti, vince/vinco (ter), omacci, punto, Uomo, Arconti, perde. Almeno una parola per verso (nel Lonfo, fatta eccezione per i connettivi e per gli avverbi, ce ne sono appena quattro: soffia, pieno, vecchio, segno; e pieno [di] e [in] segno [di] sono semanticamente un po’ vuoti, mentre tutto il “lessico noto” degli Arconti dell’Urazio è pregnante).

In questo “lessico noto” compaiono parole meno prevedibili (putti), alterate per suffissazione (omacci), alterate per antonomasia (Arconti), caricate dall’anafora (giochiamo, vince) o dall’antitesi (vince/perde), secondo “normali” meccanismi del linguaggio poetico; ma il contesto metasemantico fa sì che anch’esse producano cortocircuito.

Passiamo ora al “lessico parzialmente ignoto”: le parole dal senso più o meno immediatamente riconoscibile in base all’enciclopedia semantica condivisa, e solo in parte trasformate con processi di pre- o suffissazione (tascheggia, marmellino, griderchiano, mormano, balòccoli, festigi, fracàsseri, bistrazio), di composizione (vinargìa, brogiulìa, Urazio: composti pseudoscientifici, parole-valigia). Un’altra dozzina di parole.

È ovvio che qui il cortocircuito è maggiore, ma non tale da impedire la comprensione (non più di quanto avvenga per un “normale” testo poetico non ermetico).
Non si tratta affatto di “lessemi vuoti, il cui significato rimane squisitamente vago eppure misteriosamente familiare” (Gobbo, op. cit., p. 41). Al contrario, questi lessemi sono fin troppo pieni, aggiungono un quid (questo sì, vago) a lessemi di riferimento come intasca, gridano, balocchi, fracassi, strazio; ma si riconoscerà che anche questo è un “normale” processo connotativo o allusivo, proprio del linguaggio poetico (l’unica differenza è che di solito lo si ottiene con latinismi o arcaismi o regionalismi o tecnicismi: dalla dieresi foscoliana quïete all’ermo colle, dal rosicchiolo pascoliano alla veccia di Montale).

Aggiungo - ma solo a margine - che gli effetti semantici sono comunque rinforzati dal contesto sintattico in senso lato: a un parallelismo putti-omacci-Arconti ne risponde uno fanno-griderchiano-mormano, che carica di senso quest’ultimo mormano (un quid più ieratico di mòrmorano).
Pur senza cadere nel gioco di Maro Marcellini, che si diverte (contento lui) a chiosare dando i sensi più improbabili, è ovvio che qualunque testo (in quanto echianamente “aperto”) richiede un atto interpretativo. Non stupisca perciò se vedo nel marmellino un correlativo molto preciso (e, insisto, cerco di non giocare “à la Marcellini”): probabilmente quella marmellata di mele cotogne avvolta in minuscole confezioni di plastica trasparente, con cui si merendava ancora vent’anni fa.

Veniamo infine al “lessico ignoto”, nel quale solo il suffisso o una vaga aria di famiglia (qui sì ha ragione Gobbo) o il contesto sintattico ci permette di riconoscere “parole possibili”.
A dire il vero non solo questi meccanismi: per Brancighello, Fantisberga, Cassacoppe è la maiuscola a indicare che si tratta di nomi non appartenenti all’enciclopedia condivisa. L’effetto cercato da Maraini è probabilmente questo: “non importa sappiate di quale gioco si tratta: sono giochi desueti, effimeri, insignificanti di fronte ai veri giochi dell’Universo”.

E dato che la massima concentrazione di “lessico ignoto” si ha nella descrizione delle modalità di gioco (”tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino / io smègo un tafferuccio, un finfardello” e poi “su bòghera le trappe, punto e gnoppe”), direi che l’appannamento del lessico ha qui proprio lo scopo di creare un rumore, di ottenere un effetto di distanza, di “sminuire l’importanza dell’oggetto”, preparando alla conclusione tutta intelligibile e pregnante.

Italiano immaginario

Julio Cortázar (1914-1984)

Dobbiamo a Julio Cortázar questo maraviglioso esperimento di italiano immaginario.
Voglio sperare non alluda a Simonetta Vespucci:

Simonetta

Simonetta, la fosca malintesa
chiude le rame inaltri fino al nardo.
Magari i tuoi allunghi di leopardo
móntano al valle, dove sta la chiesa.

forse no, forse stai muta e resa
da fronte al mar, piggiotando il dardo!
Mi lascerai almeno éssere un tardo
seguitore, lo schiavo che ti stresa?

Ieri venívano i dolente sprozze
sospirando col giglio e col fenoglio
in mezzo al trimalciónico festaccio;

ma questa sera, Simonetta, nozze
di ombra amaranto e razzi d’orgoglio
giúngono furia nel luttuoso bacio.

Mi soccorre poi Aga magéra difúra (avrai capito che sto girando intorno alla quistione delle “lingue immaginarie”, si vedrà): son tre sonetti dedicati a donne inesistenti (Simonetta, Carla ed Eleonora), tratti da “Ars amandi”, sezione di Salvo el crepúsculo (1984; altri testi della raccolta qui e qui).

Albani e Buonarroti citano “Carla”:

Carla

Vae victis, Carla, se le strombe urlante
ti immérgono fra i túrpidi stormenti!
Lo so: supplicherai che ti ramenti
la guancia rotta e le pestiglie umante.

Vai, e lascia che il labbro dell’amante
guarisca i seni tanto blu e mordenti,
mentre le alani dell’estate ai venti
frózzano la svergura palpitante.

Poi sarà il calmo, la deserta notte
dove sul ventre cádono le mele
liete di brisa soave e di funghine,

e tu, supino uccello delle grotte,
verrai alzarsi l’occhio delle mielle
e tutto sará d’ombra e di caline.

e riportano una chiosa dello stesso Cortázar:

Quanto al mio [italiano], non ha niente a che vedere con il maccaronico, e men che mai con il cocoliche; consiste semplicemente di sonetti che curano il ritmo e la rima per far cadere il lettore nella trappola della cadenza, e che accumulano frasi senza senso in cui si mescolano voci italiane con altre inventate al volo, così come lo sono le tre protagoniste e i sentimenti lì riversati. Insomma, l’unica cosa vera è il sonetto come forma, il resto è pura burla, ragion per cui mi è parso utile mettere degli accenti alla spagnola in modo da facilitare la lettura ad alta voce, che suggerisco falsa quanto il resto, cioè appassionata e veemente.

(Julio Cortázar, “In italico modo”, L’indice dei libri del mese, 11, dicembre 1993, p. 14).