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Legend of the Pink Crown

[Post sovraccarico di immagini, ma non potevo farne a meno.]
Mi hanno educato a diffidare della pubblicità, e non mi piace parlarne. So anche di non possedere tutti gli strumenti che servono per discutere di un mostro ormai così inafferrabile; ma vorrei provare a sottrarre la “critica” su questi temi al circuito autoincensativo e autoreferenziale degli “addetti ai lavori”.
E andando come al solito a caso e alla leggera, m’imbatto in questa campagna pubblicitaria molto glamour per Fornarina: ma nell’intento (warburgiano?) di trovare tracce intertestuali o archetipiche.
La versione Flash (da cui attingo le immagini) rende poca giustizia agli sfondi; ho però sottomano il catalogo cartaceo. E non per gli abusati credits, quanto per far notare quanta gente c’è dietro un lavoro del genere, cito gli art directors (Caterina Aimone e Marco Bragaglia), i fotografi (Francesco Musati e Valentina Aimone), la stylist (Veronica Bertini), il designer (Raffaele Primitivo), e soprattutto Dylan Cole, autore dello spettacolare matte painting. Non si dica poi dell’evidente, immane lavoro di fotoritocco e postproduzione.
Non sono un esperto di supereroi (né sul versante comics, benché mi piaccia molto Preacher, né sul versante cinematografico), e oso accennarne pur senza la dotta consulenza di Eugenio. ;)
Sono tuttavia espliciti i riferimenti al genere. Sin dal titolo (”Legend of the Pink Crown”) la campagna si propone come storytelling epico: la nascita di una supereroina il cui nome, Pink Crown, allude al logo di Fornarina, che compare negli sfondi proiettato à la Batman contro il cielo). Il set fotografico di gargouilles e vetrate neogotiche si sovrappone al matte painting di una megalopoli notturna, ricreando l’inquietante contrapposizione dark di tanta tradizione supereroica (tanto Marvel quanto DC Comics, con particolare riferimento, rispettivamente, a Daredevil e Batman - soprattutto nelle loro versioni cinematografiche). Non è un caso infatti che Dylan Cole abbia lavorato agli sfondi di The Lord of the Rings, Superman e soprattutto DareDevil.
Due confronti immediati di facile reperimento: Daredevil disegnato da Alex Maleev per la copertina di Daredevil 41 (seconda serie), marzo 2003; e Batman disegnato da Jim Lee (matite) e Scott Williams (chine) per la copertina della seconda ristampa di Batman 608, ottobre 2002.

La caratterizzazione di Pink Crown come personaggio fumettistico passa anche attraverso il fotoritocco, con una marcata stilizzazione delle linee; ma soprattutto con la scelta di mantenerne per buona parte del catalogo il medesimo “costume”: la scelta, apparentemente paradossale per una collezione di moda, è funzionale all’esigenza di “vendere” un’immagine più che una serie di prodotti (il “catalogo” vero e proprio viene infatti penalizzato rispetto a questa esigenza).
Il personaggio è narrato non solo mediante un’iconografia “standard” (quella del “costume”), ma anche mediante espliciti riferimenti alla sua “genesi” (altro topos supereroico): Pink Crown trae evidentemente i propri superpoteri dalla scarica di un fulmine.


Mi piace poi sospettare che l’eroina pubblicitaria voglia alludere, sia pure in modo meno immediato, a un’eroina di carta ma di grande spessore: la Cybersix (alias Adrian Seidelman, professore di letteratura) di Carlos Trillo e Carlos Meglia. Le analogie sono tante, anche al di là dei generici tòpoi dei supereroi (e il fumetto di Trillo e Meglia è stracarico di tòpoi, trattandosi di un metafumetto molto ambizioso). Per esempio Meglia precostruisce i suoi sfondi (anche per serializzare il fumetto) con tecniche teatrali-cinematografiche. Per esempio a Cybersix capita spesso di interpretare la parte di supereroina anche senza “costume”, magari con i tacchi a spillo.
Spero mi verrà voglia di riparlarne; per ora mi limito a giustapporre una bella tavola dal numero 1 di Cybersix (novembre 1993, p. 26: bella per chi regge il nervosismo grafico di Meglia), in cui la cattedrale sconsacrata di Meridiana, con le sue mostruose forme neogotiche, domina sul personaggio (n.b.: qui la voce narrante è, in via eccezionale, quella di Miao Yashimoto)…

Mise en abîme

Restando in tema di “Libro rosso”, ecco un autoritratto di Barbara Lehman assente nell’edizione italiana.
Il libro rosso

In una grande città del Nord del mondo una bambina trova un libro fra la neve: un libro rosso. Arrivata a scuola, comincia a sfogliarlo. Man mano un’immagine si fa più precisa: sulla spiaggia di un’isola del Sud un bambino ha trovato un libro rosso. In un doppio gioco di mise en abîme (alla lettera: si precipita nelle immagini del libro) i due bambini viaggiano in un’altra parte del mondo attraverso carte e immagini, e in zoom progressivi si scoprono a vicenda e si sorridono. Al termine delle lezioni la bambina compera un grappolo di palloncini multicolori e se ne fa trasportare dal suo nuovo amico: le distanze si annullano. Ma durante il volo il libro rosso le cade: un altro bambino lo troverà, lo sfoglierà e la storia potrà ricominciare. La mise en abîme continua, perché ora sei tu che possiedi il libro rosso…
The Red Book di Barbara Lehman (Houghton Mifflin, New York, 2004; in Italia Il libro rosso, Il Castoro, 2007) è un libro per bambini?
Certo, e visto che è un libro per immagini è adatto anche per la prelettura. Ma non solo: con quel continuo mutamento di piani e punti di vista può essere utile per sviluppare le capacità logiche e consequenziali. E altro ancora, come nota il blog Books for Kids:
Lesson Plans: I would consider using this book while introducing maps to a social studies class. Another possibility would be to use this for a writing exercise; students could write a story that would go along with the pictures.
Sarà anche così. Ma a me tutte le cose “per bambini” piacciono comunque.
E The Red Book è soprattutto un libro bellissimo, una storia magistralmente narrata con splendide illustrazioni ad acquarello, gouache e inchiostro.
È un libro sulla lettura, sul desiderio di apprendere, sulla fantasia, sulla diversità, sul mondo. È la metafora del libro fatta libro: ”un incredibile gioco visivo, in cui continuamente si entra e si esce dalle immagini, si guarda e si è guardati, per capire con stupore che alla fine il protagonista è il lettore stesso”.
Demain, dès l’aube
Victor Hugo (1802-1885), Demain, dès l’aube, da Les contemplations (1856): l’adattamento di Wiko (vecchio suggerimento di Lucia).



Qual è il modello?

Tra le tante sezioni di engramma ricchi e corroboranti sono gli Studi su Laocoonte (con fonti letterarie e iconografiche).
Mi soffermo sul microsaggio di Alessandra Pedersoli, Comics spolia. Laocoonte, Asterix & co. (da engramma n. 50, luglio/settembre 2006): in Asterix e gli allori di Cesare compare uno schiavo in vendita che posa su modelli dell’antichità classica (tra cui… Rodin!).
Il saggio è gradevole e simpatico, ma contiene una grossolana ingenuità:
Nella prima sequenza lo schiavo è schierato assieme al resto della ‘merce’, ma si distingue nel gruppo per il suo particolare portamento: la gamba sinistra è piegata all’indietro, mentre il braccio destro è sollevato a raccogliere il lembo di un drappo; la suggestione deriva, sebbene in modo non del tutto puntuale, dall’Augusto di Prima Porta, la scultura in marmo risalente agli inizi del I sec. d.C. conservata nei Musei Vaticani. Il fumetto si discosta dal modello solo per piccoli dettagli: il braccio destro non è proteso e sollevato come quello dell’imperatore, ma disteso lungo il fianco: a differenza della statua di Augusto lo schiavo è a petto nudo, ma la sagomatura della lorica viene resa dai pettorali del personaggio, muscolosi e in bella evidenza.
La gaffe è fin troppo ovvia: Uderzo (fig. 5) cita con precisione il doryphoros di Policleto (che conosciamo solo da copie romane, fig. 1), e non servono tutti i distinguo della Pedersoli. Bisognava sapere, forse, che anche l’Augusto di Prima Porta (fig. 2) era una citazione policletea.
[La corrispondenza Uderzo-Policleto è perfetta, fatta eccezione per la posizione della testa; vi si potrebbe ravvedere, al più, un ricordo dell'Augusto come Diomede dalla Basilica di Otricoli (ora Roma, Museo Vaticano, fig. 4), anch'esso di evidente ascendenza policletea, di cui onestamente mi giunge notizia solo da Glenn W. Most, The Athlete's Body in Ancient Greece, "Stanford Humanities Review", 6.2, 1998).]
La gaffe della Pedersoli ha un secondo risvolto. L’immagine proposta come “Augusto di Prima Porta” (fig. 3) potrebbe esserlo, sì, ma… ha qualcosa di strano. Non è difficile rintracciarne la fonte: l’Augusto pedersoliano non è l’originale… è una copia realizzata da Franco er Marmista (sic).
* * *
Questo post è dedicato alla professoressa M. L. Ruffini che, venticinque anni fa, per amore dell’insegnamento e di una classe di sconsiderati liceali, fece a brani la collezione di Asterix del figlio per illustrare, in un collage-poster, la polisemia di δόρυ.
Benedetto in-16°

Cito di seconda mano: non so quale sia la fonte (forse portoghese).
What the hell was I looking for, anyway?

Dopo averne letto una microrecensione l’avevo a lungo desiderato; e alla fine trovato alla (odiosa ma ben fornita) Feltrinelli di Largo Argentina (sì, proprio davanti all’area sacra, enorme colonia gattesca): Matt Madden, Esercizi di stile: 99 modi di raccontare una storia, Black Velvet, Bologna 2007. Now, let’s share—
Sarò sincero, questi “storici alfieri del fumetto indie” non mi dicono poi tanto (questione di segno grafico; è un po’ come con Preacher, tanto idolatro Garth Ennis e Glenn Fabry quanto aborro Steve Dillon); ma l’idea di trasporre Queneau in fumetto è geniale, e praticata con metodo.
Il risultato è spesso esilarante, sempre (come tutte le meta-cose, e questa è una meta-meta-cosa) neurotonico.
Le riflessioni possibili sono certo d’ambito metafumettistico (organizzazione della tavola, stile grafico, lettering, storia del genere - benché gli effetti parodici non reggano al paragone con Miao Yashimoto - sì, quello di Cybersix, anche se della sua esistenza sembra essersi accorto solo tale StorioneSaggio); ma il filone più succoso è ovviamente quello delle tecniche narrative. Partite muniti di buon armamentario narratologico.
Vedasi dunque non tanto il sito e il blog di Matt Madden, quanto il monografico www.exercisesinstyle.com, con piccola antologia. Massì, c’è anche un buon tributo italiano.
E poiché un esercizio tira l’altro, scopri che a Chicago hanno persino sperimentato 99 Ways to Tell a Radio Story…
Each has its own particular style, lasts 2 min and 30 sec, starts with some manifestation of the sentence “To begin with, they never got along.” and includes the following sounds: a pre-recorded voice, a rhythmic noise and an exclamation (in that order).
Tornando a Madden, non posso trattenermi dal riportare qui almeno il template e una variazione sul tema (Fotoromanzo). Mescolo indiscriminatamente versione originale e traduzione italiana. Chi poi volesse, ha il link; e se non basta, se lo compri.

