Post contenenti il tag ‘Cicerone’

Opinio plus valet saepe quam res ipsa

Mamuthones, foto di Enrico Bianda (2006)

Le espressioni “Sardi pelliti” e “mastrucati latrunculi” si sono ormai fissate “nell’immaginario italiano colto/semicolto” (Marinella Lörinczi, “Ironia e autoironia. Discorsi epilinguistici intorno alla lingua sarda” [pdf]; e vedi della Lörinczi tutte le indagini di ideologia linguistica applicata alla lingua sarda).

Stringi stringi, tutto risale alla Pro Scauro di Cicerone; ma ben al di là di due espressioni poco gentili, Cicerone ha dato l’avvio alla costruzione di uno stereotipo inossidabile. Vediamo un po’: potremmo intitolarlo “Nascita di un luogo comune”.

Siamo nel 54 a.C., a fine agosto. Marco Emilio Scauro, di ritorno dalla Sardegna, prepara la sua candidatura al consolato; ma Publio Valerio Triario, dietro incarico dei provinciali, lo accusa de repetundis. Un tentativo di “uso politico della magistratura”? Pare di sì, vista la fretta con cui si istruisce il processo, addirittura senza inchiesta preliminare in loco e senza dettagliata escussione delle prove (i 120 testimoni d’accusa - tutti sardi - presentano una testimonianza congiunta: cfr. Sc. 20). Ma davanti al tribunale presieduto da Catone si schiera un collegio di difesa eccezionale: ben sei avvocati, tra i quali Ortensio e Cicerone (incaricato della peroratio), che ottengono senza fatica l’assoluzione.

Continua… ‘Opinio plus valet saepe quam res ipsa’ »

Salam, Meleagro

Gadara (Umm Qais, Giordania) - Teatro ovest, in basalto nero

Per il “percorso epigrafico-funerario” su cui inizio a raccogliere le idee ci passerà anche Meleagro di Gadara; e non solo il Meleagro che piange la morte di Eliodora (A.G. VII, 476), dato per modello di Catull. 101, ma anche il Meleagro siro di nascita (noi diremmo “palestinese”), fenicio d’adozione, greco di cultura, conteso tra Gadara Tiro e Cos, che si rivolge in tre lingue al passante:

Ἀτρέμας, ὦ ξένε, βαῖνε۬ παρ’εὐσεβέσιν γὰρ ὁ πρέσβυς
εὕδει κοιμηθεὶς ὕπνον ὀφειλόμενον
Εὐκράτεω Μελέαγρος, ὁ τὸν γλυκύδακρυν Ἔρωτα
καὶ Μούσας ἱλαραῖς συστολίσας Χάρισιν۬
ὃν θεόπαις ἤνδρωσε Τύρος Γαδάρων ἱερὰ χθών۬
Κῶς ἐρατὴ Μερόπων πρέσβυν ἐγηροτρόφει.
ἀλλ’ εἰ μὲν Σύρος ἐσσί, Σαλάμ۬ εἰ δ’οὖν σύ γε Φοῖνιξ,
Αὐδονίς۬ εἰ δ’ Ἕλλην, Χαῖρε۬ τὸ δ’ αὐτὸ φράσον.

(Meleagro, A.G. VII 419, secondo il testo di H. Beckby, Anthologia Graeca, I-IV, Heimeran, München, 1965-1968. La formula di saluto fenicio al v. 8 è discussa: altrove leggo ναίδιος)

L’epigramma, “written as if it were a tri-lingual inscription in Aramaic, Phoenician and Greek, [...] briefly summarises Meleager’s work and life as a cosmopolitan Cynic and satirist” (M. Luz); il cosmopolitismo è altrove ancora più esplicito:

εἰ δὲ Σύρος, τί τὸ θαῦμα; μίαν, ξένε, πατρίδα κόσμον
ναίομεν, ἓν θνατοὺς πάντας ἔτικτε Χάος.

(Meleagro, A.G. VII 417, vv. 5-6)

Ma il cosmopolitismo non è solo dei Cinici, quanto più in generale ellenistico - e già Socrate si diceva “cittadino del mondo”:

Socrates quidem, cum rogaretur cuiatem se esse diceret, “Mundanum” inquit; totius enim mundi se incolam et civem arbitrabatur.

(Cic., Tusc. V 37, 108)

Della cosa si è occupato Menahem Luz, Salam, Meleager!, in “Studi Italiani di Filologia Classica”, serie 3, VI, 1988, pp. 222-231.

Settimane sante

L'incipit del 'De litteratorum infelicitate' di Pierio Valeriano nell'editio princeps (1620)

Ritemprato dal soggiorno pavese, e nello spirito del Giovedì Santo a Terracina di Landolfi (in Se non la realtà, Adelphi, Milano 2003 [già Vallecchi 1960], pp. 65-73), risorgo - dopo un po’ più dei tre giorni canonici - con queste noterelle pasquali, a dirla tutta ignobile saccheggio dai territori letterari di Monicà.

Il dialogo in due libri De litteratorum infelicitate di Pierio Valeriano (1477-1558) è ambientato a ridosso del Sacco di Roma, nei primi mesi del 1529. La cornice è assai elaborata, nonostante alcune incongruenze che denunciano uno stadio di composizione mancante della redazione finale (l’operetta fu pubblicata postuma).

Nel proemio del I libro Valeriano racconta d’esser giunto a Roma, al seguito di Alessandro e Ippolito de’ Medici, alla notizia - rivelatasi poi falsa - della morte di Clemente VII; il giorno successivo al suo arrivo cerca di incontrare Gasparo Contarini, al quale era legato da antica amicizia. Ma Contarini non è in casa, dacché si è recato alla visita delle sette chiese; siamo infatti negli ultimi giorni di Quaresima:

Cum, proximis diebus fama de Clementis Septimi pontificis maximi obitu vanis rumoribus evagata, Hippolytus et Alexander, nepotes eius, Romam expeditissimis itineribus profecti essent, lentius ego cum comitatu domestico subsecutus, postero quam in Urbem ingressus sum die, nihil antiquius duxi quam Gasparem Contarenum oratorem Venetum invisere, quem virum ingenio, doctrina et summa quadam sapientia clarissimum a primis adolescentiae annis assidue colueram.
Verum accidit ut eo ipso die, quo domum eius accesseram, ipse piae rei causa septem sacrosancta Divum pulvinaria supplicaturus inviserit; erant enim lustrici dies quos unoquoque anno quadragenos purificationi consecravit nostra pietas.

(Ioannis Pierii Valeriani Bellunensis De litteratorum infelicitate libri duo, eiusdem Bellunensia, nunc primum e Bibliotheca Lolliniana in lucem edita, Venetiis, apud Iacobum Sarzinam, MDCXX, pp. 2-3, regolarizzando l’ortografia e modernizzando la punteggiatura [su Google Libri trovi le edizioni del 1647 e del 1821])

Per indicare la Quaresima Valeriano usa la perifrasi lustrici dies eqs., perfettamente adeguata alla poetica ciceroniana della Roma di quegli anni nel “voler evitare i vocaboli specifici della religione cattolica e della sua teologia, perché non adoperati da Cicerone” (A. Gambaro, Introduzione a Desiderio Erasmo da Rotterdam, Il ciceroniano o dello stile migliore, Brescia, La Scuola, 1965, p. LXIX; cfr. anche ibidem, p. LIX, e R. Sabbadini, Storia del ciceronianismo e di altre questioni della Rinascenza, Torino, Loescher, 1885, pp. 64-65).

La scelta di Valeriano di collocare la scena del dialogo durante la Quaresima, periodo di penitenza e di purificazione, che rievoca la Passione e prelude alla Resurrezione di Cristo, conferisce alla cornice il pathos adeguato a una rassegna di letterati infelici. I postumi del Sacco, sempre sullo sfondo, e i dubbi sulla salute del papa, che verranno risolti solo alla fine del dialogo, rinforzano questo pathos.

Il II libro del De litteratorum infelicitate si apre con la notizia della morte di Andrea Navagero; il luttuoso annuncio, associato al ricordo della recente perdita di Baldassarre Castiglione, innesca la ripresa del tema con una nuova commemorazione di letterati infelici.

Il dialogo si chiude sull’annuncio dell’avvenuta guarigione di Clemente VII, cui si sovrappone una “soluzione” sul piano politico: la nomina del vescovo di Vaison come legato papale presso Carlo V, per trattare l’imminente pace.

In tale articolata cornice “ascensionale”, disposta tra due poli di opposto segno, la rassegna letteraria si connota in una sorta di Passione collettiva, che si risolve in catarsi.

Torniamo per un momento all’incipit: sembra ci sia un ricordo del De fortunae varietate urbis Romae et de ruina eiusdem descriptio di Poggio Bracciolini (iniziato nel 1431 e pubblicato nel 1448), dove si sovrappongono il compianto degli antichi fasti di Roma e la malattia di Martino V:

Nuper cum pontifex Martinus paulo antequam diem suum obiret, ab Urbe in agrum Tusculanum secessit valitudinis causa, nos autem essemus negociis curisque publicis vacui, visebamus saepe deserta Urbis…

(Poggius Bracciolini, De fortunae varietate urbis Romae & de ruina eiusdem descriptio, in Opera omnia, a cura di R. Fubini, t. I, Torino, Bottega d’Erasmo, 1964, p. 131).

E, forse anche senza il filtro di Poggio, si avverte una reminiscenza non solo in stile - del ciceronianismo di Pierio si è detto - ma anche in contenuto dall’incipit del Brutus:

Cum, e Cilicia decedens, Rhodum venissem, et eo mihi de Q. Hortensi morte esset adlatum…

(Brutus 1, 1; e la notizia della morte di Ortensio non fa che anticipare il clima di preoccupazione per le sorti dello Stato: 3, 3 omnis quae me angebat de re publica cura)

Fatta questa eccezione, però, non rintraccio altro esempio classico di “incipit luttuoso” a marcare le scelte di contenuto; e men che meno un esempio di “struttura ascensionale”.

Hai già capito a cosa sto pensando: ai tempi di Valeriano è già penetrato tra i tòpoi il modello di inquadramento patetico à la Decameron? Non conosco però esempi analoghi: qualche suggerimento?

È poi sin troppo evidente il richiamo alla struttura “quaresimal-pasquale” della Commedia (a prescindere dalla polemica se il viaggio di Dante inizi l’8 aprile, Venerdì Santo del 1300, o il 25 marzo, “secondo la tradizione che faceva coincidere in quel giorno la creazione di Adamo, la concezione e la morte del Cristo” [Sapegno] in coincidenza con l’inizio dell’anno fiorentino ab incarnatione, sempre di Settimana santa si tratta).

Che tale struttura abbia avuto qualche successo lo testimonia almeno Petrarca, che introduce nel Canzoniere analoghe corrispondenze cronologiche (il 6 aprile 1327, primo incontro con Laura, è “il giorno ch’al sol si scoloraro / per la pietà del suo Fattore i rai”).

Proporrei dunque di indagare sull’eventuale persistenza del locus communis “ambientazione quaresimale” (in climax ascendente con effetto risolutivo, e con sovrapposizione di Passione e storia umana), di derivazione dantesca pur con qualche suggestione classica.

Anteriorità della Bibbia e riuso della cultura “pagana”: la soluzione di Ambrogio

L'incipit del De officiis di Ambrogio in un ms. del XV secolo

Il proemio del De officiis di Ambrogio è privo di specifiche reminiscenze dell’omonimo trattato ciceroniano, e sembra autonomo da quell’influsso tanto evidente nel resto del trattato. I paragrafi iniziali (Ambr. off. I 1-4) sono dedicati a una serie di considerazioni personali che costituiscono una canonica captatio beneuolentiae, giocata sulla professione di umiltà e sull’ammissione di insufficienza di fronte al compito dell’insegnamento. Al di là degli aspetti convenzionali, l’incipit testimonia bene le apprensioni di Ambrogio legate alle particolari circostanze dell’elezione episcopale; è infatti probabile che la stesura del proemio vada collocata nei primi anni dell’episcopato.

Anche la sezione successiva (Ambr. off. I 5-22), costituita da ampie riflessioni sulla virtù del silenzio, offre alcuni dati testuali che hanno indotto a considerarla come ripresa di uno o più testi autonomi, di forma omiletica, redatti in precedenza: si tratta degli incisi audisti hodie lectum (I 13) e sicut audisti hodie legi (I 15), che implicano un’enunciazione orale.

Tuttavia, anche se le iniziali professioni di incompetenza provengono da una composizione anteriore, ci si deve chiedere per quale motivo Ambrogio abbia scelto di riutilizzarle ancora dieci, se non quindici anni dopo il 374, “quando certo è meno vivo il contrasto tra il dovere di insegnare e il sentire di non avere sufficientemente appreso” (Lazzati), e proprio in questa sede: è infatti del tutto inconsueto che l’autore introduca una lunga e circostanziata trattazione con l’avvertenza di ignorare le questioni che sta per trattare, e di applicarsi allo studio delle Sacre Scritture “per poter imparare allo scopo di insegnare” (Ambr. off. I 3: ut docendi studio possim discere).
Continua… ‘Anteriorità della Bibbia e riuso della cultura “pagana”: la soluzione di Ambrogio’ »

Recitationes d’oggi

RapsodoNon è notizia fresca fresca, ma tant’è: chiude i battenti LatinBlog.org, sive pagina interretialis illorum insanorum qui latine loqui volunt, abbandonato dal giovane, insano sassarese Matthaeus (Matteo Abis).

Ho abusato quest’anno, in classe, di una sua recitatio in lectio restituta: è l’esordio della I Catilinaria.
Gli alunni ridono, al primo ascolto; ma poi riconoscono /damblé/ - direbbe Stefano Carta - ogni elemento dello “schema fonetico” (c e g sempre velari, u semiconsonante, h debolmente aspirata e ch aspirato, ae e ti+vocale pronunciati “così come sono scritti”, gn non ñ…). Per non parlare della “scoperta” acustica della quantità vocalica.

Provare per credere.

Poi questa ricerca di recitationes mi porta sul SORGLL (Society for the Oral Reading of Greek and Latin Literature), e da lì ad altri insani cultori della restored pronunciation