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Catull. 13

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque.
Quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Fabullo mio,
se piace a Dio,
cenerai bene
presso di me,

cena gustosa
e suntuosa
se ti compiaci
recar con te,

non senza bella
giovin donzella,
vin, sale, e tutte
le voluttà.

Tai cose, dico,
gentile amico,
ne reca, e bene
si cenerà.

Che Aracne è corsa
entro la borsa
del tuo Catullo;
ma in cambio tu,

Fabullo, avrai
quanto più mai
v’ha di giocondo,
d’amabil più.

Unguento darte
vo’, di cui parte
le Grazie a Lesbia
fero, e gli Amor.

Fiutando il vaso,
tutto esser naso
tu chiederai
dai Numi allor.

(Tommaso Puccini [1749-1811], da Poesie di Caio Valerio Catullo scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoia, Con i caratteri de’ fratelli Amoretti, Pisa, 1815, pp. 21-23)

Cenerai bene, o mio Fabullo, meco.
Se i Dei ti fan favor per pochi giorni,
se porterai bona, e gran cena teco,
non senza il sale ed il lieo liquore,
non senza il dolce e candido compagno,
non senza il riso, e il tuo giocoso umore.
Se ciò porterai dico, io t’accompagno,
ben mio, ben cenerai; che i scrigni sono
del tuo Catullo sparsi sol di ragno;
ma in contraccambio, o mio Fabullo, e in dono
riporterai de’ veri amori il pegno
e quanto è più soave, ed è più bono.
Poiché d’unguento tal ti farò pregno,
che alla Fanciulla mia dieron gli Amori,
e le Veneri ancor d’affetto in segno:
unguento tal, qual tosto come odori,
tanto, Fabullo mio, sarà l’incanto,
che i Numi pregherai, che dentro, e fuori
ti faccian naso e naso tutto quanto.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, pp. 11-12; nota al v. 5 l’ennesima censura)

Ragnatele nella borsa

Cenerai bene da me, Fabullo mio, gli Dèi te la mandino buona, se fra pochi giorni porterai con te una cena copiosa e succulenta, non senza una candida ragazza, e vino e sale e ogni sorta di risate. Sì, dico, se porterai tutta codesta roba, amico bello, cenerai bene; ché la borsa del tuo Catullo è piena di ragnatele. Avrai però un compenso di verace affetto e di quel che v’è di più soave ed elegante: un balsamo ti darò che alla mia fanciulla donaron le Veneri e i Cupidi; e appena tu l’odorerai, pregherai gli Dèi che ti rendano, o Fabullo, tutto naso.

(Ugo  Fleres [1851-1939], in Catullo, Carmi, versione di Ugo Fleres, Istituto Editoriale Italiano, La Santa [Milano] 1927)

T’offro uno splendido pranzo, tra breve,
Così t’assistano gli Dei, Fabullo,
Sol che un magnifico pranzo tu porti
Teco; né manchino, con vino e sale,
Giovane candida, dolci risate.
Se non dimentichi nulla, amor mio,
Oh pranzo splendido! Ché al tuo Catullo
La borsa gonfiano le ragnatele.
Ma anche aspèttati verace amore
E soavissimo fior d’eleganza.
Ti darò un balsamo che a la mia bella
Donâr le Veneri stesse e gli Amori;
Sì che fiutandolo, dirai, Fabullo:
“Numi, deh fatemi voi tutto naso!”

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939 [19151?], p. 17)
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “T’offro uno splendido / pranzo, tra breve”, ecc.).  Per la giustificazione di tale scelta ritmica cfr. le note a Catull. 2.

Da me pranzerai bene, mio Fabullo, tra pochi giorni (se gli dèi ti aiutano), se teco porterai un pranzo succulento ed abbondante, non senza una candida fanciulla, e vino, e sale, e tutte le risate. Se questo, ti ripeto, porterai, pranzerai bene, zerbinotto mio - del tuo Catullo infatti il borsellino di ragnateli è pieno. Ma in cambio schietti Amori troverai, sia che qualcosa esista più elegante o soave: darò l’unguento che alla mia fanciulla le Veneri donarono e i Cupidi. Come di quello sentirai l’olezzo, gli dèi tu pregherai di renderti, Fabullo, tutto naso.

(Vincenzo Errante [1890-1951], in La poesia di Catullo, Hoepli, Milano 1945)
La traduzione di Errante è in prosa, ma tutta intessuta di ritmi endecasillabici:

Da me pranzerai bene, mio Fabullo,
tra pochi giorni (se gli dèi ti aiutano),

un pranzo succulento ed abbondante,

e vino, e sale, e tutte le risate.
Se questo, ti ripeto, porterai,
pranzerai bene, zerbinotto mio
- del tuo Catullo infatti il borsellino
di ragnateli è pieno …
Ma in cambio schietti Amori troverai,
sia che qualcosa esista più elegante

darò l’unguento che alla mia fanciulla
le Veneri donarono e i Cupidi.
Come di quello sentirai l’olezzo,

di renderti, Fabullo, tutto naso.

Non escluderei che si tratti di un tentativo poetico inconcluso, poi virato in prosa.

Una sera di queste, cenerai
bene da me, Fabullo, se gli dèi
vorranno; basta solo che tu porti
una cena abbondante e vino e sale,
che tu porti una candida ragazza
e un poco di sorriso; e ti assicuro
una splendida cena; nella borsa
di Catullo ci sono i ragnateli.
In cambio ti darò dolci parole
e quanto è più soave ed elegante,
un profumo di Venere che appena
l’avrai sentito pregherai gli dèi
che ti faccian, Fabullo, tutto naso.

(Enzio Cetrangolo [1919-1986], in Le poesie di Catullo Veronese nella versione di Enzio Cetrangolo, Neri Pozza, Venezia 1946)

Porta con te oltre al favore divino
Fabullo mio la più scelta cucina
E un fiore di ragazza e vini e sali
E una gioia di vivere sfrenata
Se vuoi fare tra breve in casa mia
Una cena superba. Pòrtati
Tutto ti dico e tu farai
Una cena apiciana eccelso mio
Perché argentea di aranee
È la borsa del tuo Catullo.
Io darò in cambio affetto incorruttibile
E ti offrirò un unguento profumato
Dono di Venere e dei suoi Cupidi
Alla donna che amo. E tu gli Dei
Toccato da quel profumo implorerai
- Fate di me l’Odorato
Incarnato.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 37)

Cenerai bene, mio caro Fabullo, a casa mia tra pochi giorni,così ti siano propizii gli dèi, se ti sarai portato con te una buona nonché abbondante cena, non senza un fior di ragazza e il vino e il sale e un sacco di risate. Se, ripeto, ti sarai portate queste cose, bello mio, cenerai bene; ché il tuo Catullo ha la borsa piena di ragnatele. Ma in cambio riceverai buon viso e buona cera o magari cosa, s’è possibile, più dolce e più fine: un profumo ti darò, che alla mia donna hanno regalato le Veneri e gli Amori: quando l’annuserai, pregherai gli dèi perché ti trasformino tutto, Fabullo, in naso.

(Giovanni Battista Pighi [1898-1978], in Il libro di Gaio Valerio Catullo ed i frammenti dei “poeti nuovi”, UTET, Torino 1974)

Che cena, Fabullo mio, da me,
tra pochi giorni se gli Dei vorranno,
e se porti una cena buona e ricca
non senza una bellissima ragazza
vino spirito e risa in quantità.
Con questo contributo, bello mio.
dico, che cena. Sì, perché la borsa
di Catullo contiene ragnatele.
Ricambierò con sentimento vero
e con una finezza deliziosa,
cioè un profumo, che alla mia ragazza
hanno donato Amore e Bramosia,
che se lo fiuti pregherai gli Dei
di farti diventare tutto naso.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 107)

Otto di centouno

Poesie di Cajo Valerio Catullo ... volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini, Pisa 1815 (frontespizio)

Ho finalmente sotto gli occhi, dalla Biblioteca Malatestiana per impagabile intercessione di Chaim, queste Poesie di Cajo Valerio Catullo veronese scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoja, Pisa, con i caratteri dei fratelli Amoretti, MDCCCXV.

Dunque non era Giacomo, ma Tommaso Puccini (1749-1811), direttore delle Gallerie fiorentine, sovrintendente alle Belle Arti e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. L’edizione, postuma, è curata dal fratello Giuseppe Puccini e dedicata a Ferdinando III di Toscana.

Continua… ‘Otto di centouno’ »

Sette di centouno

Giuseppe Pietro Mazzola, Giuseppe Parini, 1793, pastello su carta

Questa mi era proprio sfuggita, e va a rimpolpare il Progetto Centouno fermo da più di un anno:

Per molte genti e molti mar condotto,
o mio germano, finalmente io sono
a quest’esequie miserande addotto,
per far l’ultimo a te funebre dono.

E poiché te medesmo a me non buono
destino ahi tolse, e ‘l tuo bel stame ha rotto
indegnamente, oimè, vo’ dir qui prono
su la tacita polve un vano motto.

Questi doni però tu accogli intanto,
che ne’ funebri sacrificii offrio
de’ maggiori il costume antico e santo.

Questi accogli pur tu; ch’assai del mio
sono grondanti ancor fraterno pianto;
e addio per sempre, o mio germano, addio.

(Catullo, carme 101, traduzione di Giuseppe Parini [1729-1799], da Opere di Giuseppe Parini pubblicate e illustrate da Francesco Reina, Stamperia del Genio Tipografico, Milano, 1802, vol. III, p. 189)

La traduzione era già comparsa come componimento XXXVI in Alcune poesie di Ripano Eupilino (1752); ma la ristampa del 1802 fu sotto gli occhi di Foscolo che si accingeva a Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo e ne diede un giudizio poco lusinghiero (”tentata in un sonetto dal Parini non con l’usata felicità”).

Da Platone a Da Ponte

Virgilio Lazzari, celebre Leporello degli anni '30

Mi lascio intrigare da Antonia Piva, “Madamina il catalogo è questo. Il testo al centro: Mozart, Plauto, Ovidio”, in Ead., L’adozione rovesciata. Pedagogia e didattica dei classici, Osanna, Venosa, 2008, pp. 69-99, contamino con Michael von Albrecht, Fortuna europea de Lucrecio, “Cuadernos de Filología Clásica. Estudios latinos”, 20, 2, 2002, pp. 340-344, cerco aiuto in Robert Duncan Brown, Lucretius on Love and Sex: A Commentary on De Rerum Natura IV, 1030-1287, Brill, Leiden, 1987, specialmente le pp. 128 ss. e 280 ss.

Altre cosine - tra cui il commento di A. S. Hollis all’Ars amatoria di Ovidio (Oxford 1977) e altre di cui dico infra - non le ho potute vedere. Ma ce n’è già abbastanza.

Ancora una premessa: sarà poco più che un’accozzaglia di testi - molti testi. Ma un’accozzaglia che parla da sola.

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Salam, Meleagro

Gadara (Umm Qais, Giordania) - Teatro ovest, in basalto nero

Per il “percorso epigrafico-funerario” su cui inizio a raccogliere le idee ci passerà anche Meleagro di Gadara; e non solo il Meleagro che piange la morte di Eliodora (A.G. VII, 476), dato per modello di Catull. 101, ma anche il Meleagro siro di nascita (noi diremmo “palestinese”), fenicio d’adozione, greco di cultura, conteso tra Gadara Tiro e Cos, che si rivolge in tre lingue al passante:

Ἀτρέμας, ὦ ξένε, βαῖνε۬ παρ’εὐσεβέσιν γὰρ ὁ πρέσβυς
εὕδει κοιμηθεὶς ὕπνον ὀφειλόμενον
Εὐκράτεω Μελέαγρος, ὁ τὸν γλυκύδακρυν Ἔρωτα
καὶ Μούσας ἱλαραῖς συστολίσας Χάρισιν۬
ὃν θεόπαις ἤνδρωσε Τύρος Γαδάρων ἱερὰ χθών۬
Κῶς ἐρατὴ Μερόπων πρέσβυν ἐγηροτρόφει.
ἀλλ’ εἰ μὲν Σύρος ἐσσί, Σαλάμ۬ εἰ δ’οὖν σύ γε Φοῖνιξ,
Αὐδονίς۬ εἰ δ’ Ἕλλην, Χαῖρε۬ τὸ δ’ αὐτὸ φράσον.

(Meleagro, A.G. VII 419, secondo il testo di H. Beckby, Anthologia Graeca, I-IV, Heimeran, München, 1965-1968. La formula di saluto fenicio al v. 8 è discussa: altrove leggo ναίδιος)

L’epigramma, “written as if it were a tri-lingual inscription in Aramaic, Phoenician and Greek, [...] briefly summarises Meleager’s work and life as a cosmopolitan Cynic and satirist” (M. Luz); il cosmopolitismo è altrove ancora più esplicito:

εἰ δὲ Σύρος, τί τὸ θαῦμα; μίαν, ξένε, πατρίδα κόσμον
ναίομεν, ἓν θνατοὺς πάντας ἔτικτε Χάος.

(Meleagro, A.G. VII 417, vv. 5-6)

Ma il cosmopolitismo non è solo dei Cinici, quanto più in generale ellenistico - e già Socrate si diceva “cittadino del mondo”:

Socrates quidem, cum rogaretur cuiatem se esse diceret, “Mundanum” inquit; totius enim mundi se incolam et civem arbitrabatur.

(Cic., Tusc. V 37, 108)

Della cosa si è occupato Menahem Luz, Salam, Meleager!, in “Studi Italiani di Filologia Classica”, serie 3, VI, 1988, pp. 222-231.

Russicum est, non legitur

Il logo del Classics Technology Center

Eccoci nel Classics Technology Center: c’è da perdersi. Ma non ha senso andarvi a cercare “materiali didattici” belli e pronti, quanto trattenersi a riflettere senza puzza sotto il naso sull’efficacia di approcci “diversi”. Americanate? Mah.

Sono partito, per puro caso, da The Modern Student’s Guide to Catullus di Raymond M. Koehler, della Brunswick School (Greenwich, Connecticut): un lavoro non solo efficace sul piano didattico (perché coinvolgente), ma a tratti persino suggestivo.

[Una parentesi: leggo in questi giorni Latino perché? Latino per chi?, pubblicato dall'associazione TreeLLLe - se lo vuoi, te lo mandano gratis. Dispiace che debba essere una lobby a fare da opinion leader su questo argomento, ma evidentemente la scuola italiana non ne è stata capace; e affrontiamo con onestà il dibattito. Ed ecco, leggendo tra gli altri l'intervento di un Luigi Berlinguer incredibilmente acuto e puntuale, ci si ricorda che la "nostra" impostazione didattica "essenzialmente grammaticale e verbale"

avendo contratto o escluso emozioni e curiosità ha impedito la sinergia - nell’apprendere - fra intelligenza razionale e intelligenza intuitiva, emozione, curiosità, meraviglia, senso dell’utile e del tangibile; la capacità di ragionare sui fatti, di trasformare conoscenze in competenze, in sapere pregnante, di volgerlo in diretta interpretazione del reale, di abituarsi alla severa spietatezza della verifica fattuale: tutto ciò che fa la ricchezza dell’intelligenza umana, della creatività giovanile, della fisiologia dell’apprendimento.
Un itinerario formativo/educativo che parte dalla creatività e dall’esperienza è il solo in grado di coinvolgere tutti. La sinergia fra i vari linguaggi e i diversi tipi di intelligenza su cui ormai - è ampiamente riconosciuto - si fonda il pensiero umano (Sternberg ne individua tre, analitica, pratica, creativa, mentre Gardner addirittura otto) dà voce alla varietà e soddisfa le diversità di cui l’universo discente si compone.
L’impiego di più linguaggi e di tutto il potenziale del pensiero intelligente non può che favorire il massimo rendimento di ognuno e quindi la qualità complessiva del processo di insegnamento/apprendimento, e cioè la massima inclusione e la migliore qualità possibile.

(Luigi Berlinguer, Riflessioni di esperti per la scuola italiana del 2000, in Latino perché? Latino per chi? Confronti internazionali per un dibattito, Associazione TreeLLLe, Genova, 2008, p. 51).

E, vedi, il lavoro di Koehler è bello proprio per questo: perché stimola curiosità, meraviglia, emozione. C'è un rapporto etimologico tra emozione e motivazione?]

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Da mi XXXXX mille

Buone cose di pessimo gusto dal catalogo  www.talariaenterprises.com: scatola da regalo con la scritta 'Da mi basia mille'

In zona “analisi contrastiva” rimpolpo ora la pagina sul carme 5 con l’abbondante dozzina di traduzioni riportate da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42 (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare).

Inter alia, il Sega segnala due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:

Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

(Catull. 5, traduzione dell’abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)

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Bibamus igitur

Ritratto di Paulus Melissus Schede (1539-1602)

Torno brevemente sull’infelice Beviam mia Lesbia dell’abate Rigord. Il facile rivolgimento di vivamus in bibamus voleva rendere l’invito più simposiale che erotico, più oraziano che catulliano, forse più biblico che pagano (Rigord aveva certo in mente Is. 22, 13 comedamus et bibamus, cras enim moriemur).

La variante ha avuto una certa fortuna. Ne trovo un primo esempio tra le parodie oraziane, catulliane, properziane, virgiliane di Paulus Melissus Schede (1539-1602):

Musoenophilus

Bibamus, mea Phyllis, et canamus
Catonumque minas molestiorum
Omnes nullius heu pili putemus.
Mures se occulere et sitire discant;
Musicis, simul aestuat Canis vis,
Vox est perpetuo mero irriganda.
Da mi cymbia quinque, deinde septem;
Dein quinque altera, dein secunda septem;
Dein usque altera quinque, deinde septem;
Post, cum cymbia multa fuderimus,
Degulabimus illa, ne patescant,
Aut ne quis queat annotare censor,
Cum tantum audiat esse cymbiorum.

(Paulus Melissus Schede, Meletematum piorum libri 8. Paraeneticorum 2. Parodiarum 2. Psalmi aliquot, Frankfurt/M., Commelin, 1595, p. 384 ora in Camena. Lateinische Texte der Frühen Neuzeit)

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Bibamus, mea Lesbia

Poculum (Roma, circa 280 a.C.)

Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.

Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)

Continua… ‘Bibamus, mea Lesbia’ »

Catull. 5

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occmazidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviam, Lesbia, viviamo, e amiamci insieme,
E de’ vecchi più austeri
Stimiam le ciarle un zero.
Se vedi a sera il sol tuffarsi in mare,
La mattina tu ‘l vedi a far ritorno;
Una volta per noi, ch’è spento il giorno
Sonno d’eterna notte i sensi ingombra.
Dammi, Lesbia, baci mille
E poi cento appresso a quelli,
Torna quindi un’altra volta
Darne mille e cento ancora,
E allora, che a molti mila
Sarem giunti, tra di loro
Si confondano, e tra noi
Se ne perda ancora il conto;
Così non potrà alcun da invidia mosso
Cangiar maligno nostra gioia in pianto,
Sapendo che fur baci, e non già quanti.

(Parmindo Ibichense, pseudonimo in Arcadia di Francesco Maria Biacca Parmigiano, Milano, 1740)

Viviam, mia Lesbia, e amiamo,
E del senil rigore
Nulla i biasmi curiamo.
Rinasce il Sol che more;
Spenta a noi breve luce,
Notte eterna s’adduce.
Or mille baci e cento
Dammi, e mille, e poi cento,
Ed altri mille e cento.
Indi migliaia assai
Confondiam: né mai
Gl’invidi sien capaci
Di contar tanti baci.

(L. Subleyras, Verona, 1770)

Amarci, vivere,
Mia vaga Lesbia,
Sia il primo, l’unico
Nostro pensier:

E le impotenti
Grida noievoli
Lasciam che spargano
Loquaci ai venti
I vecchi altier.

Morir ben possono
I dì volvendosi,
che poi ritornano
A comparir;

Ma a noi se questa
Luce nascondesi,
Una perpetua
Notte funesta
Si dee dormir.

Via cara, donami,
Di que’ dolcissimi
Baci, che sogliono
L’alma bear;

A mille a mille
Qui su le labbia,
Qui, cara, stampane
Su le pupille,
Né ti stancar.

Poi l’ampio numero
Sì confondiamone,
Che inosservabile
Divenga ognor;

Né noccia a nui
Del vero nòvero
Inconsapevole
Il guardo altrui
Fascinator.

(A. Peruzzi, Venezia, 1846)

Godiam la vita, o Lesbia,
Godiam la vita, e amiamo,
E de’ vecchi bisbetici
Nulla il garrir curiamo.

I giorni morir possono
E riedere; a noi dopo
Un breve sol, perpetua
Notte dormire è d’uopo.

Oh mille e cento donami
Fervidi baci tuoi,
E cento e mille in seguito,
E mille e cento poi!

E quando immenso un cumulo
Di mila e mila avremo,
Per non saperlo, a studio
Le cifre arrufferemo,

E per non far che invidia
I denti suoi ci mostri,
Vedendo tanto il numero
Esser de’ baci nostri.

(D. Bocci, Torino, 1874)

Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
E de’ più rigidi vecchi i rimproveri
Meno d’un misero asse stimiamo.

Tramontar possono gli astri e redire:
Noi, quando il tenuo raggio dileguasi,
Dobbiam perpetua notte dormire.

Baciami, baciami, vuo’ che mi baci:
A cento scocchino, a mille piovano
Qui su quest’avida bocca i tuoi baci;

E poi che il numero sfugge a noi stessi,
Baciami, baciami, sì che l’invidia
Non frema al còmputo de’ nostri amplessi.

(M. Rapisardi, Milano, Palermo, Napoli, 1882)

Viviam mia Lesbia, amiamo,
Al brontolìo dei rigidi
Vecchiardi non badiamo:
Tramonta il sol, ma torna;
Se cade il dì fuggevole,
Per noi più non raggiorna.
Mille di baci tuoi
Cento eppoi mille donami
Ed altri cento poi;
E cento e cento mila;
E così giunti al numero
Di più migliaia in fila,
Tosto vogliam la traccia
Confonder; perché il cumulo
Non ci si legga in faccia.

(L. Toldo, Imola, 1883)

Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
Né degli austeri vecchi curiamo
L’acri rampogne. Tramonta il giorno,
Ma all’orïente poi fa ritorno:
Spento il dì breve di nostra vita
Noi dormiremo notte infinita.

Su mille baci dammi e poi cento,
Mill’altri e cento ne vo’ contar,
Ancora mille, non son contento,
Cent’altri ancora, segui a baciar.

Allor che molte migliaia avremo
Fatte di baci, col loro suon
Il loro numero confonderemo
Per non sapere quanti ne son,

Perché non abbiano certi malnati,
Sapendo quanti baci da te
Ho avuti e quanti io te n’ho dati,
D’invidia ad ardere contro di me.

(C. De Titta, Lanciano, 1890)

Viviamo, Lesbia mia, ed amiamoci,
e i brontolii dei vecchi austeri
valutiamoli, tutti insieme, due soldi.
Il sole può tramontare e tornare,
ma noi, quand’è tramontata la nostra
breve luce, dobbiamo dormire una sola notte, perpetua.
Dammi mille baci, e poi cento,
poi altri mille e altri cento,
poi ancora altri mille e altri cento.
Quando ne avremo fatti molte migliaia,
li confonderemo per non sapere più il loro numero,
che nessuno possa farci il malocchio, sapendo
un numero così enorme di baci.

(G. Paduano)

Viviam, mia Lesbïa, viviamo e amiamo!
E mutrie e prediche di brontoloni
Vecchi, stimiamole men d’un quattrino.
I Soli cadono, ma san tornare;
noi, da che spengesi la luce breve,
una perpetua notte dormiamo.
Oh mille baciami volte e poi cento,
Mille ancor baciami volte e poi cento,
Mille altre baciami volte e poi cento!
E giunti al numero di più migliaia,
Rimescoliamole, per non sapere
Quante mai siano, né possa un tristo
Invidïarceli tutti que’ baci.

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939 [19151?], pp. 7-9.
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “Viviam mia Lesbïa / viviamo e amiamo”, ecc.).  Per la giustificazione di tale scelta ritmica cfr. le note a Catull. 2.

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

(Salvatore Quasimodo, da Valerio Catullo, Canti, traduzione di Salvatore Quasimodo, Milano, A. Mondadori, 1955)

Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e amiamoci e non stimiamo più d’un soldo tutti i borbottìi dei vecchi troppo austeri. Il sole può tramontare e tornare: noi invece, una volta tramontata la breve vita, dobbiamo dormire una sola notte senza fine. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille e poi ancora cento, indi altri mille e poi cento. Poi quando ce ne saremo scambiati molte migliaia, ne imbroglieremo la somma, per ignorarla o perché un qualche malevolo non abbia a colpirci col malocchio, al saper esserci stati tanti baci.

(L. Pepe e N. Scivoletto, Roma, 1968)

Vita e amore a noi due Lesbia mia
E ogni acida censura di vecchi
Come un soldo bucato gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
Ma questa luce nostra fuggitiva
Una volta caduta, noi saremo
Premuti da una notte senza fine.
Dammi baci cento baci mille baci
E ancora baci cento baci mille baci!
Le miriadi dei nostri baci
Tante saranno che dovremo poi
Per non cadere nelle malìe
Di un invidioso che sappia troppo,
perderne il conto scordare tutto.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 19)

Viviamo, o Lesbia mia, viviamo e amiamoci!
Le chiacchiere dei vecchi moralisti
valutiamole meno d’un centesimo.
Possono i giorni tramontare e sorgere,
ma se tramonta questa breve luce,
un’eterna ci attende unica notte.
Baciami mille volte e ancora cento,
dammi altri mille baci ed altri cento,
dammene ancora mille e quindi cento.
Quando saranno mille e mille e mille,
confondiamoli insieme, alla rinfusa,
perché si perda il conto e non ci tocchi
l’invidia dei malvagi ed il malocchio,
quando si sappia il numero dei baci.

(Virgilio Lavore [1926-1999], da Latinità, Principato, Milano, 1974, p. 221)

Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e i piaceri dell’amore;
a tutti i rimproveri dei vecchi, moralisti anche troppo,
non diamo il valore di una lira.
Il sole sì che tramonta e risorge;
noi, quando è tramontata la luce breve della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l’ammontare dei baci.

(F. Della Corte, Milano, 1977)

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 85: endecasillabi sciolti)

Viviamo, Lesbia, facciamo all’amore,
lascia che i vecchi seriosi sbavino
tutti quei loro discorsi da un soldo.
Il sole tramonta, ma dopo torna:
noi, una volta spento il lume,
un’unica eterna notte ci addormenta.
Dammi mille baci, poi cento,
ancora mille, ed altri cento,
ancora altri mille, e dopo cento.
Infine, giunti a tante migliaia,
ne faremo un dolce guazzabuglio,
per non contarli più, o uno scalogno non possa invidiarci
sapendo quanti mai sono i baci.

(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 25)

Viviamo ed amiamoci, o mia Lesbia:
le chiacchiere dei vecchi troppo seri
stimiamole tutte due soldi.
Il sole può cadere e ritornare,
ma noi - quando la nostra breve luce
si sarà spenta una volta -
avremo una notte soltanto
da dormire infinita.
Dammi mille baci e altri cento,
ed altri mille, e dopo, ancora cento.
Quando saranno migliaia
confonderemo il conto, per non sapere,
o per evitare il malocchio
di un invidioso,
quando saprà
che sono stati tanti i nostri baci.

(F. Caviglia, Laterza, Roma-Bari, 1983)

*    *    *

Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.

Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)

L’impeto censorio costringe Rigord a stravolgere. L’operazione non è priva di finezza, visto che la connessione tra invito a bere e invito a vivere è topica. Peccato che l’effetto sia da coma etilico.

Scopro poi che Bibamus, mea Lesbia, atque amemus è variante testuale di qualche successo, come parodia (già nel Cinquecento, poi in alcuni romanzi carvalhiani).

*    *    *

Da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42, traggo molte delle traduzioni sopra riportate (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare); e due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:

Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

(abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)

Riutilizzo qui le osservazioni di Sega (pp. 44-45). La traduzione Pastore arriva fino al v. 6, per i motivi spiegati dal cauto abate nella premessa Al lettore:

Torna a luce dopo qualche altra edizione, ch’ha ella avuto altrove, questa traduzione, lavoro della prima gioventù del suo Autore: di cui non è stato l’ultimo pensiero quello dell’esaminare con attenzione questi tre Poeti [Catullo, Tibullo, Properzio], e troncarne quando di netto i poemi, quando in parte, ovunque vi leggesse oscenità, per non farne uscir così libera, e sfrenata la versione sotto gli occhi del pubblico. L’oscenità e la licenza non è mai d’aver corso. [...] Non ogni volta che si nomina donna, bellezza, amore, Imeneo, è da farsi così indiscretamente man bassa: ma ciò solo quando vi sia un sentimento osceno, o a quello analogo. Egli non ha perdonato in simili tratti a leggiadria di pensiero, e di poesia. Egli v’ha dato di penna senza esitazione: ma colla stessa fermezza ha lasciato correr quant’altro non gli pareva di tal carattere, ancorché potesse per ventura aver talvolta un doppio senso, tenendo però cura di render nella sua traduzione il sentimento migliore, e secondo onestà. Quei di buon senso, i ragionevoli, i moderati ne saranno soddisfatti: e ‘l dovrebbon esser anco i più rigidi, vedendo così risecati questi poeti, che son ridotti quasi quasi a metà”.

A partire dalla quarta edizione (Bassano, 1805), per togliere al carme quel residuo di “proibito” che, pur ridotto a meno della metà, conservava, Pastore lo intitola Frammento - A sua Moglie.

Il secondo caso di censura riportato da Sega (p. 37) riguarda direttamente il testo latino, nell’edizione castigata di L. Portelli (Roma, 1836):

Admonitu mortis ad hilariter vivendum socios cohortatur

Vivamus, socii, iocosque amemus,
Rumoresque senum seveniorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
Nobis, cum semel occidit brevis lux
Nox est perpetua una dormienda.

Così Sega, p. 44:

la si può considerare una “traduzione” sui generis, di tipo endolinguistico, perché riporta il testo latino originale con una reinterpretazione del v. 1 e una espunzione dal v. 7 in poi, che rendono molto diverso il significato del carme catulliano.

La reinterpretazione è completata dal titolo e da una nota di critica alle concezioni “non cristiane” di Catullo:

Ita loquuntur quibus animum simul cum corpore exstingui persuasum est, nullumque fore de rebus, quas in vita gesserimus, iudicem, unde et virtutum praemia et flagitiorum poenas exspectare debeamus. Nos contra qui maximo Dei beneficio Christiani sumus, tantum abest ut mortis cogitatione pro vitiorum illecebra abutamur, ut ea potissimum cupiditates coercere soliti simus: aeterna scilicet bona spectantes, quae pie atque honeste vitam agentibus ille actionum humananum arbiter pollicetur.

*    *    *

Sulla fortuna intertestuale del carme 5 ho fatto i primi carotaggi nel post Fidenziani, catulliani; traggo qualche altro suggerimento dal volumetto scolastico Divina puella. L’amore e la donna in Catullo, curato da Domitilla Leali, Signorelli, Milano, 2001, pp. 82-83.

Come se ogni bacio
fosse d’addio,
mia Cloe, baciamo amando.
Che forse già si posa
sulla nostra spalla la mano che chiama
alla barca che non viene se non vuota;
e che in un solo fascio
lega ciò che l’uno per l’altro fummo
all’altrui somma universale della vita.

(Fernando Pessoa [1888-1935], traduzione di Antonio Tabucchi)

“Dal testo di Catullo Pessoa riprende in particolare la stretta connessione tra Amore e Vita, di fronte alla quale si colloca, per ogni uomo, il destino di Morte che inevitabilmente lo attende. Catullo aveva evocato nel c. 5 l’idea della Morte attraverso l’immagine metaforica della «sola eterna notte» che resta agli uomini «da dormire» dopo che per loro «è caduta questa breve luce» (vv. 4-6). Influenzato dalla visione cristiana della Morte, Pessoa preferisce invece rappresentarla con la concretezza piena di un Essere misterioso, la cui mano indirizza gli amanti verso un Aldilà in cui chi ora è vivo sarà destinato a legarsi «in un solo fascio» con «la somma universale della vita». L’ineluttabilità del testo catulliano, in cui l’uomo non ha alcuna possibilità di sottrarsi al suo destino, si trasforma dunque, in questi rifacimento novecentesco, nella speranza che l’Amore che ha legato fra loro gli amanti, portandoli a godere di ogni istante come se fosse l’ultimo possibile, continui ad esistere, anche se fuso nell’energia vitale che informa di sè tutto l’Universo.” (D. Leali, op. cit., pp. 82-83)

Sì, tutto con eccesso:
la luce, la vita, il mare!
[...]
Bisogna stancare i numeri.
Che contino senza posa,
si ubriachino contando,
e che non sappiano più
l’ultimo quale sarà:
che vita senza termine!
Una gran torma di zeri
investa, nel passare.
le nostre agili felicità,
e le conduca alla vetta.
Si spezzino le cifre,
senza riuscire al calcolo
né del tempo né dei baci.

(Pedro Salinas [1892-1951]; sono riportati i vv. 1-2 e 15-26 della lirica)

“Anche in questo testo Amore e Vita appaiono inscindibilmente saldati tra loro e contrapposti alla Morte. A differenza di Pessoa, che pare in qualche modo accettare il destino umano, confidando nella speranza che la morte segni solo un passaggio verso una realtà ora inconoscibile, ma non per questo inesistente, Salinas sembra invece come Catullo individuare nell’amore l’unico possibile antidoto alla morte, capace di confonderla grazie alla messe indistinta di carezze e di baci che i due amanti le oppongono come un ultimo baluardo. Nel carme catulliano (vv. 12-13) il vertiginoso e confuso numero di baci che il poeta e Lesbia si scambiano non è solo segno della loro passione, ma, secondo una superstizione antica, ha lo scopo di sottrarre a «qualche malvagio», invidioso del loro amore, la possibilità di gettare sulla coppia felice un qualsiasi maleficio. Nella lirica di Salinas il significato dell’infinitezza dei baci è forse ancor più profondo: la loro quantità senza fine arriva infatti a cancellare anche il computo del tempo, così che nell’estasi d’amore è possibile agli amanti raggiungere, anche se solo per un attimo, l’immortalità. Ed è in questa concezione totalizzante dell’esperienza amorosa che la lezione di Catullo, primo grande lirico d’amore della modernità, continua a vivere.” (D. Leali, op. cit., p. 83)

*    *    *

Un assaggio di traduzione inglese (più che una traduzione, un rifacimento), ancora una volta da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., p. 42:

To Lesbia

The while we live, to love let’s give
Each hour, my winsome dearie!
Hence, churlish rage of icy age!
Of love we’ll ne’er grow weary.

Bright Phoebus dies, again to rise;
Returns life’s brief light never;
When once ‘tis gone, we slumber on
For ever and for ever.

Then, charmer mine, with help divine!
Give me a thousand kisses;
A hundred then, then hundred ten
Then other hundred blisses.

Lip thousand o’er, sip hundreds more
With panting ardour breathing;
Fill to the brim love’s cup, its rim
With rosy blossoms wreathing.

We’ll mix them then, lest to our ken
Should come our store of blisses,
Or envious wight should know, and blight
So many honey’d kisses.

(J. Cranstoun, Edimburgo, 1867)

Sapph. D. 2 L.-P. 31

Saffo (ca. 480 a.C., München, Antikenmuseum)

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσ‹ας› ἰμέροεν. τό μ᾽ἦ μάν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν.
ὢς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽, ὤς με φώνη-
σ᾽οὖδεν ἔτ᾽ εἴκει,

ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ᾽αὔτικα χρῶι πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,
ὀππάτεσσι δ᾽ οὖδεν ὄρημμ᾽, ἐπιρρόμ-
βεισι δ᾽ἄκουαι,

ἀ δέ μ᾽ἴδρως κακχέεται, τρόμος δέ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ὀλίγω ᾽πιδεύης
φαίνομ᾽ἔμ᾽αὔται·

ἀλλὰ πᾶν τόλματον, ἐπεὶ +καὶ πένητα

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit

dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi; nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
[vocis in ore]

lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.

Otium, Catulle, tibi molestum est;
otio exultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

(Catullo, carme 51)

Quel parmi in cielo fra gli Dei, se accanto
ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente
i dolci detti e l’amoroso canto! -
A me repente

con più tumulto il core urta nel petto:
more la voce, mentre ch’io ti miro,
sulla mia lingua: nelle fauci stretto
geme il sospiro.

Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:
un indistinto tintinnio m’ingombra
gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
torbida l’ombra.

E tutta molle d’un sudor di gelo,
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi, ed anelo
tacita, esangue.

(Ugo Foscolo)

A me beato sembra come un dio
l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode
da vicino le tue dolci parole
ed il tuo dolce

riso amoroso. E subito nel petto
sbigottisce il mio cuore: se io ti vedo
solo un istante, subito la mia
voce si spegne.

Mi si spezza la lingua, ed una fiamma
sottile mi trascorre per le membra,
ed io non vedo nulla più con gli occhi;
romban gli orecchi.

Freddo sudor m’inonda, ed un tremore
tutta mi prende, e più verde dell’erba
io sono, e non mi sembra esser lontana
dalla mia morte.

Ma sopportare tutto si può…

(Gennaro Perrotta)

Come uno degli Dei, felice
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosa. Subito a me
il cuore in petto s’agita sgomento
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Rapido fuoco affiora alle mie membra,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

(Salvatore Quasimodo)

A me sembra che sia uguale agli dei
quell’uomo che a te di fronte
siede e da vicino dolcemente parlare
tutto ti ascolti
e ridere di un riso provocante. Questo, davvero,
dentro al petto il cuore mi sconvolge:
come, anche per poco, a te guardo
più non posso parlare,
ma la lingua è spezzata e un sottile
fuoco sotto la pelle rapido s’è diffuso
e con gli occhi nulla vedo e rimbombano le orecchie,
e anche il sudore mi si spande, e un tremito
tutta mi prende, e più verde dell’erba
io sono, e dal morire ben poco distante
sembro a me stessa.
Ma tutto può capitare che si sopporti, poiché…

(Vincenzo Di Benedetto)

Mi appare simile agli dei
l’uomo che ti siede dinanzi
e da vicino ascolta te che parli
dolcemente

e sorridi incantevole, questa visione
sconvolge il mio cuore in petto:
perché appena ti guardo più non mi riesce
di parlare,

la lingua s’inceppa, subito un fuoco sottile
corre sotto la pelle,
gli occhi non vedono più, le orecchie
rombano,

il sudore mi scorre, un tremore
mi afferra tutta, sono più verde
dell’erba, mi vedo a un passo
dall’essere morta.

Ma tutto bisogna sopportare perché …

(Ilaria Dagnini, da Saffo, Poesie, a cura di Ilaria Dagnini, Newton Compton, Roma, 1991, pp. 41-43; segue l’edizione Voigt 1971)

*    *    *

Attingo la pittura vascolare con Saffo (ca. 480 a.C., München, Antikenmuseum) dalla Biblioteca Augustana.

Fidenziani, catulliani

Dettaglio da un ms. padovano di Catullo, ca. 1475 (collezione Schøyen, ms. 586)

Il percorso pasquinesco mi porta a carotaggi marginali in Camillo Scroffa, I cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di Pietro Trifone, Salerno, Roma, s.d. [1981].

Nelle liriche di Scroffa (1526/1527-1565), che inaugurano la piccola schiera di poeti “fidenziani”, si immagina che il pedante ludimagistro Pietro Fidenzio Giunteo da Montagnana canti il proprio socratico amore per un giovane allievo, Camillo.

Sulle orme dell’Hypnerotomachia Poliphili, la lingua fidenziana è ottenuta “nella volgar lingua latinizando e nella latina volgarizando” (così il curatore dell’edizione Greco dei Canti, s.d [ma 1611?]). In ciò, prima ancora che nei temi e nelle allusioni letterarie, risiede un’ancipite parodia della pedanteria e del petrarchismo.

E veniamo al dunque. Tra le rime dei fidenziani compare questo patente rifacimento catulliano:

Viviam, suaviolo mio, et con syncero
perfetto amor conglutinianci in uno,
e i rumori del popolo importuno
habbiam per stolti et repugnanti al vero;

et se il magistro rigido e severo
vi suadesse a non donarvi a alcuno,
ditegli contra audacter che quel uno
ch’egli ha vi fa approbar questo sentiero.

Può il sol merger nel mar l’ignita face
et prodir poi de le muscose grotte
con via più bella et più serena luce:

a noi, come una volta a Giove piace
extinguer questa nostra breve luce,
dormir conviene una perpetua notte.

(Iano Argiroglotto, sonetto VI, in Camillo Scroffa, op. cit., p. 56)

Ma - stupore! - il nesso sfugge al curator Trifone, che pure aveva colto dietro il “Venite hendecasyllabi, venite” di Scroffa (XIII, op. cit., p. 15) la citazione di Catull. 42, 1 (”Adeste, hendecasyllabi, quot estis”).

Il confronto con Catull. 5 è così ovvio che, fidando nel principio di autorità, avrei pensato a una svista; e al più avrei osservato che Trifone, prima linguista, poi italianista, non latinista, tende a squilibrare il baricentro dell’indagine marcando l’analisi storico-linguistica (vedi la sua Introduzione).

A scanso d’equivoci, avverto che nel proseguire quest’ingenua indagine mi sono subito imbattuto nelle Adnotatiunculae Fidentianae di Massimo Scorsone, pubblicate nell’ultimo numero dello Stracciafoglio (2007): tardiva ma acuta e caustica recensione dell’edizione “critica” trifoniana, che dimostra “bizzarramente manchevole, o pericolante sull’orlo dell’assurdità” “né saprebbe dirsi se per frettolosità o per carenza di metodo” (p. 5).

Scorsone si diverte alla mattanza di errori più o meno marchiani (chi si vuol sganasciare veda la sua nota 42 a p. 15), e nota come

nessuno tra i competenti - tra quei medesimi «addetti ai lavori» sino a oggi sempre disposti a lodare (…) l’eccellenza dell’edizione Trifone dei Cantici, «fiore all’occhiello» di una prestigiosa collana di testi e documenti di letteratura e di lingua - abbia mai dato il minimo segno di avvedersene (o di avere il coraggio di denunciare).

(M. Scorsone, Adnotatiunculae Fidentianae, cit., p. 16, n. 31)

In merito poi alle mancate segnalazioni di “richiami e riecheggiamenti dotti”, fa presente che “quantunque agevolissime a orecchiarsi non avrebbero dovuto parere meno che sostanziali all’editore dei testimoni primari di una produzione eterogenea e riflessa quale la fidenziana” (nota 48, p. 15).

E per venire al nostro caso, oltre a Catull. 5 “integralmente parafrasato” (p. 43), Scorsone osserva un altro parallelo (Catull. 11, 2 ss. nel sonetto VII di Scroffa), e il richiamo a Catullo come auctor nel sonetto XV di Scroffa (”i carmi … dottissimi”).

Apro una parentesi per contestualizzare tutta questa causticità: i tipi delle Edizioni Res, che pubblicano Lo Stracciafoglio, rassegna semestrale di italianistica, solo a margine di una preziosa attività editoriale, ce l’hanno a morte col “filologismo caricaturale, che viene talvolta ad occultare dietro pretenziosi apparati una cura dei testi approssimativa”: e le loro pubblicazioni “si segnalano, nell’esplicito rifiuto dell’edizione critica, per il rigore ecdotico ormai riconosciuto da fonti affidabili e autorevoli”. In parallelo, la relazione di Domenico Chiodo (2004) traccia un primo bilancio dello Stracciafoglio osservando che

le tradizionali riviste accademiche di italianistica confondono troppo spesso la serietà con la seriosità e non sono disponibili ad accogliere di buon grado una scrittura non sufficientemente ammantata di paludata scientificità.

Inter alia la Res cura una collezione di traduttori (Echo), a dimostrare specifico interesse per la traduzione come genere letterario e soprattutto a indagare “il fondamentale nodo del rapporto con la tradizione classica attraverso l’oggetto più diretto, ovvero la traduzione-imitazione”.

Chiusa la parentesi: non potevo trovare patroni più validi.

Torniamo dunque al nostro sonetto fidenzian-catulliano. Per citare ancora una volta Scorsone, qui Catull. 5 è, più che riecheggiato, “integralmente parafrasato”. Certo, quello fidenziano è un classicismo caricaturale, che qui vira decisamente sulla parodia. Ma non c’è dubbio che il termine giusto sia “rifacimento”, ovvero “traduzione-imitazione”.

Ora, nota Scorsone,

I poetae novi e soprattutto i novelli dovettero rappresentare nel contesto della tradizionale institutio classica e nella didassi delle scuole, almeno dalla pubblicazione della princeps catulliana (Venezia 1472) in poi, un termine di riferimento obbligato (stilisticamente a mezza via, per così dire, tra Virgilio e Apuleio) per Fidenzio e per i versificatori della prima pleiade fidenziana - come può testimoniare, fra l’altro, la frequenza lessicale di forme alterate, la gran copia di diminutivi e vezzeggiativi «certo significante sul piano linguistico-letterario, per il tipo di suffissazione o di derivazione culta [...] e per la ripresa di un modulo caratteristico della poesia amorosa latina» (cfr. Cantici, p. XXXV) -, presso i quali la stessa qualifica di «poeta neoterico» talora occorrente (…) non sarà evidentemente da intendersi soltanto alla lettera.

(M. Scorsone, op. cit., p. 14, n. 32)

Non vorrei dire un’enormità (e se sbalio corrigetemi): ma se Catullo è riferimento obbligato per la poesia neolatina (Marullo e Pontano, ad esempio), altrettanto non si direbbe per le contemporanee rime in volgare di un Sannazaro o di un Poliziano (e non a caso cito poeti-filologi di produzione bilingue). E ho l’impressione che i sopraccitati sonetti dello Scroffa siano i primi testi poetici in volgare che contengano circostanziate citazioni catulliane; e che il sonetto dell’Argiroglotto rappresenti il primo tentativo di vero e proprio “volgarizzamento” catulliano.

Catull. 85

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio, et excrucior.

Odio e insieme amo Lesbia. Or come avviene?
Come io non so: ma il sento, e vivo in pene.

(Luigi Subleyras [1743-1814], da Libro di C. Valerio Catullo Veronese, tradotto in versi italiani a rincontro del testo latino da Luigi Subleyras nell’anno 1770, Roma, dai torchi di Mariano De Romanis e figli, 1812)

Amor m’arde, e m’aggela in un, ma come?
non so; ma sol che ‘l sento e che ne pero.

(Raffaele Pastore, da Catullo, Tibullo e Properzio d’espurgata lezione tradotti dall’ab. Raffaele Pastore, Stamperia Coleti, Venezia, 1797 [ma cito dall'edizione napoletana del 1853, p. 169])

Odio, ed amo: dimandi perché ‘l fo.
Farsi il sento, e men cruccio, ma nol so.

(Tommaso Puccini [1749-1811], da Poesie di Caio Valerio Catullo scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoia, Con i caratteri de’ fratelli Amoretti, Pisa, 1815, p. 203 - per l’erronea attribuzione a Giacomo Puccini vedi la discussione su it.cultura.classica)

Odio e amore

L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,
io, nol so: ben so tutta la pena che n’ho.

(Giovanni Pascoli [1855-1912], Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria, Bologna, N. Zanichelli, 1913)

Odio ed amo. - Esser può? - (tu forse dimandi). Lo ignoro;
Ma nel cuor mio lo sento, tanto che peno in croce.

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939, p. 151)

Odio e amo. Perché questo io faccia forse domandi.
Non so; lo sento e mi torturo l’anima.

(Guido Vitali, da Gli scrittori di Roma, Garzanti, Milano, 1948)

Io odio e amo. Ma come, dirai. Non lo so,
sento che avviene e che è la mia tortura.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 75; una nota [di A. Traina?] osserva che “fieri si oppone al suo attivo faciam, entrambi al centro dei rispettivi versi”)

Odio e amo.
Come sia non so dire.
Ma tu mi vedi qui crocifisso
Al mio odio ed amore.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 265)

Odio e amo. Mi chiedi come si può.
Lo sa il mio cuor crocifisso. Io non lo so.

(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 145)

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Una quindicina di traduzioni del carme 85 anche su Wikiquote.

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Accogliendo un suggerimento di Massimo Manca, riporto le pagine di Giovanna Garbarino - che cito dall’ennesima incarnazione: Giovanna Garbarino (con la collaborazione di Sergio A. Cecchin e Laura Fiocchi), Tria. Letteratura latina_Antologia di autori_Brani di versione, Paravia, Torino, 2008, pp. 237-238 - che rappresentano in generale un buon esempio di analisi contrastiva.

«Il testo catulliano nella sua scarna essenzialità non presenta alcun serio problema di carattere grammaticale; eppure è praticamente intraducibile, perché ogni tentativo lascia insoddisfatti, tale è la densità e la complessità del messaggio.
Prima di proporre una serie di traduzioni moderne, richiamiamo l’attenzione su alcune caratteristiche del testo:

  1. non c’è un sostantivo e non c’è un aggettivo; tutto l’epigramma è affidato ai verbi, cioè alla nuda descrizione di azioni o di modi di essere, senza alcuna ulteriore determinazione: si giunge alle radici stesse del vivere;
  2. fondamentale è l’opposizione faciam/fieri: da un lato la forma attiva sottolinea un tentativo di controllo dell’azione (”forse tu mi chiedi per quale ragione io faccia questo”), dall’altro il passivo manifesta la precisa sensazione del poeta di essere in balia di forze incontrollabili (”mi accorgo che questo avviene“): prende corpo in tutta la sua drammaticità l’opposizione mente/cuore, ragione/sentimento, azione voluta/azione subita;
  3. excrucior, che chiude il carme, va interpretato alla luce delle immagini e delle sensazioni che esso produceva nella mente di un latino: il verbo, come dimostra la sua presenza nei dialoghi della commedia e la sua sostanziale assenza da altri codici letterari, apparteneva al linguaggio popolare e veniva impiegato per evidenziare una condizione di sofferenza, priva tuttavia delle implicazioni che la croce assunse con il cristianesimo (sofferenza simile a quella di Cristo, dolore che redime ecc.).

Ecco alcune traduzioni “firmate” che costituiscono anche interpretazioni del testo, con cui ogni traduttore si confronta in modo diverso. Apriamo la rassegna con Salvatore Quasimodo che ha reso con la forma impersonale i nessi quare id faciam e fieri sentio:

Odio e amo. Forse mi chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

Ancora più “spersonalizzata” è la traduzione di Vincenzo Guarracino che riduce a soli tre verbi l’uso della prima persona, ricorrendo per il resto a forme impersonali:

Odio e amo. Come questo sia possibile
mi sfugge, ma lo sento ed è uno strazio.

In direzione opposta va invece Francesco Della Corte che anzi, con l’inserzione delle due particelle “mi”, accentua la personalizzazione del discorso:

Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non so, ma sento che questo mi accade: è la mia croce.

Mantiene il tono personale anche Franco Caviglia che risolve l’interrogativa indiretta in una bruciante domanda, eliminando l’avverbio fortasse:

Io odio e amo. “Come fai?” mi chiedi.
Non lo so. Ma lo sento e sono in croce.

Verso una decisa amplificazione del testo va invece Guido Mazzoni:

Odio e amo - Esser può? - (tu forse dimandi). Lo ignoro;
Ma nel cuor mio lo sento, tanto che peno in croce.

Un vero e proprio rifacimento è quello di Guido Ceronetti, che addirittura, nei due versi finali, crea un’immagine indubbiamente efficace ma assente in Catullo:

Odio e amo.
Come sia non so dire.
Ma tu mi vedi qui crocifisso
Al mio odio e al mio amore.

Concludiamo con la traduzione di Gian Battista Pighi nella quale colpisce il tentativo di essere puntigliosamente fedele al testo sino a cercare di rendere la maggior intensità del verbo requiro (rispetto al semplice quaero) con l’espressione, forse un po’ troppo prosastica, “ti interessa sapere”:

Odio e amo. Perché io faccia così, forse ti interessa sapere.
Non lo so. Ma sento che è così e sono in croce.»

Bellus stronzus

Teofilo Folengo (1491-1544)

Lo so, sono monotono; però adesso questo ho per le mani, e questo béccati.

Si tratta del sottogenere di volusiana che applica un traslato scatologico all’interlocutore, cogliendo affinità generiche (”sei uno stronzo”) o specifiche (”sei un cesso”, “sei una fogna”).

Sorvolando sui prototipi (Catullo e Marziale, per es. I 83), eccone due esempi del sotto-sottogenere olfattivo:

Dovunque vai conteco porti il cesso,
oi buggeressa vecchia puzzolente,
che quale-unque persona ti sta presso
si tura il naso e fugge inmantenente.
Li dent’i·le gengìe tue ménar gresso,
ché li taseva l’alito putente;
le selle paion legna d’alcipresso
inver’ lo tuo fragor, tant’è repente.
Ch’e’ par che s’apran mille monimenta
quand’apri il ceffo: perché non ti spolpe
o ti rinchiude, sì ch’om non ti senta?
Però che tutto ‘l mondo ti paventa:
in corpo credo figlinti le volpe,
ta·lezzo n’esce fuor, sozza giomenta.

(Rustico Filippi, XXI, in Sonetti, Einaudi, Torino, 1971, anche in Biblioteca Italiana)

In Baldraccum

Te nascente dei nasum, Baldracche, tufarunt,
Iuppiter in colera sic ait: “Oybo, quid est?
Quae latrina sapit? Quae fex ammorbat Olympum?
Qua penetrat nostros parte carogna polos?”.
Respondere dei: “Ventrem Natura soravit
et qua forbiret pezza niuna fuit;
pezza niuna fuit qua nasum retro netaret:
quam bellus nostro tempore stronzus olet!”

(Teofilo Folengo, epigramma C XXV, in Macaronee minori, cit., p. 527)

Ancora?

Libri

Sarò noioso: insisto sulla “traduzione contrastiva”.

Ho aggiunto al catalogo Multas per gentes, cannibalizzando il certosino lavoro di Chaim (ora le versioni sono nove).

Le versioni del Carpe diem sono ora ben trentadue (ho già segnalato le fonti; e se le citazioni bibliografiche sono ancora poco uniformi, pazienza).

C’è da divertirsi.

Frattanto solletico l’appetito di Chaim:

  • Parmindo Ibichense, nome arcadico di Francesco Maria Biacca Parmigiano, Milano 1740
  • L. Subleyras, Verona 1770
  • abate Raffaele Pastore, Venezia 1797
  • A.  Peruzzi, Venezia 1846
  • D. Bocci, Torino 1874
  • L. Toldo, Imola 1883
  • C. De Titta, Lanciano 1890

Che è?

Un elenco di traduttori catulliani :D :D :D