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Natura morta con gatto, mosaico dalla Casa del Fauno, Pompei (Museo Archeologico Nazionale, Napoli)

Dunque i Romani non tenevano gatti in casa? Bettini permettendo, le cose sembrano un po’ diverse, almeno a giudicare da questo mosaico pompeiano (dalla Casa del Fauno, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Da Pompei proviene anche un altro mosaico gattesco (forse: potrebbe anche trattarsi di una lince).

Per inciso, questa “Natura morta con gatto” sembra anticipare il sottogenere di cui ho già riportato esempi sei-settecenteschi. Poligenesi: gli scavi di Pompei, si sa, iniziarono nel 1748.

La questione è complicata dall’affettuoso dilettantismo con cui si tratta, di solito, la storia felina: sarà vero che i legionari romani trafugavano gatti dall’Egitto? Sarà vero che a Pompei non sono mai state trovate ossa di gatto? Chi ha ipotizzato che i gatti siano fuggiti prima dell’eruzione?

Mi piacerebbe scoprire le fonti dei vari siti felinofili (che non cito: ci pensano loro a copincollarsi a vicenda). A sentir loro, pare che “l’imperatore Ottaviano Augusto scrisse per la sua gatta”:

la mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto… Mia pari così come pari agli dei, non mi teme e non se la prende con me, non mi chiede più di quello che sono felice di dare… Com’è delicata e raffinata la sua bellezza, com’è nobile e indipendente il suo spirito; come straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva.

Non sono le Res gestae Divi Augusti, non è Svetonio. Chissà da dove salta fuori questa citazione.

Qual è il modello?

Policleto, Doryphoros (copia romana) Augusto di Prima Porta Augusto di Prima Porta (copia di Franco er Marmista) Augusto come Diomede Da 'Asterix e gli allori di Cesare'

Tra le tante sezioni di engramma ricchi e corroboranti sono gli Studi su Laocoonte (con fonti letterarie e iconografiche).

Mi soffermo sul microsaggio di Alessandra Pedersoli, Comics spolia. Laocoonte, Asterix & co. (da engramma n. 50, luglio/settembre 2006): in Asterix e gli allori di Cesare compare uno schiavo in vendita che posa su modelli dell’antichità classica (tra cui… Rodin!).

Il saggio è gradevole e simpatico, ma contiene una grossolana ingenuità:

Nella prima sequenza lo schiavo è schierato assieme al resto della ‘merce’, ma si distingue nel gruppo per il suo particolare portamento: la gamba sinistra è piegata all’indietro, mentre il braccio destro è sollevato a raccogliere il lembo di un drappo; la suggestione deriva, sebbene in modo non del tutto puntuale, dall’Augusto di Prima Porta, la scultura in marmo risalente agli inizi del I sec. d.C. conservata nei Musei Vaticani. Il fumetto si discosta dal modello solo per piccoli dettagli: il braccio destro non è proteso e sollevato come quello dell’imperatore, ma disteso lungo il fianco: a differenza della statua di Augusto lo schiavo è a petto nudo, ma la sagomatura della lorica viene resa dai pettorali del personaggio, muscolosi e in bella evidenza.

La gaffe è fin troppo ovvia: Uderzo (fig. 5) cita con precisione il doryphoros di Policleto (che conosciamo solo da copie romane, fig. 1), e non servono tutti i distinguo della Pedersoli. Bisognava sapere, forse, che anche l’Augusto di Prima Porta (fig. 2) era una citazione policletea.

[La corrispondenza Uderzo-Policleto è perfetta, fatta eccezione per la posizione della testa; vi si potrebbe ravvedere, al più, un ricordo dell'Augusto come Diomede dalla Basilica di Otricoli (ora Roma, Museo Vaticano, fig. 4), anch'esso di evidente ascendenza policletea, di cui onestamente mi giunge notizia solo da Glenn W. Most, The Athlete's Body in Ancient Greece, "Stanford Humanities Review", 6.2, 1998).]

La gaffe della Pedersoli ha un secondo risvolto. L’immagine proposta come “Augusto di Prima Porta” (fig. 3) potrebbe esserlo, sì, ma… ha qualcosa di strano. Non è difficile rintracciarne la fonte: l’Augusto pedersoliano non è l’originale… è una copia realizzata da Franco er Marmista (sic).

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Questo post è dedicato alla professoressa M. L. Ruffini che, venticinque anni fa, per amore dell’insegnamento e di una classe di sconsiderati liceali, fece a brani la collezione di Asterix del figlio per illustrare, in un collage-poster, la polisemia di δόρυ.