Nel De officiis (se preferite, De officiis ministrorum) Ambrogio accenna a un “figlio di Panezio” - di cui non fa il nome - autore anch’egli di un De officiis:
De quibus etiamsi quidam philosophiae studentes scripserint ut Panaetius et filius eius apud Graecos, Tullius apud Latinos, non alienum duxi nostro munere ut etiam ipse scriberem. Et sicut Tullius ad erudiendum filium, ita ego quoque ad uos informandos filios meos; neque enim minus uos diligo quos in Euangelio genui, quam si coniugio suscepissem (I 24).
La notizia lascia interdetti (almeno dall’edizione dei Maurini in poi: cfr. PL 16, col. 33, n. 34), ma è possibile spiegarne la genesi e identificare il personaggio sulla base del peculiare rapporto tra il De officiis di Ambrogio e l’omonima fonte ciceroniana.
Possiamo senz’altro presumere che l’informazione sia ripresa dal De officiis di Cicerone; e non sarà superfluo sottolineare come il personaggio di cui si fa menzione sia in qualche modo legato a Panezio ‑ non un “figlio” ma un discepolo ‑ e venga ricordato per lo specifico motivo che aveva scritto de officiis.
Forse Ambrogio non lo nomina semplicemente perché non ne ricorda il nome, attingendo a memoria da un passo che non ha davanti agli occhi (lavorava su un volumen?).
Raymond Thamin (Saint Ambroise et la morale chrétienne au IVe siècle. Étude comparée des traités “Des Devoirs” de Cicéron et de saint Ambroise, Paris 1895, p. 203, n. 4), seguito da Maurice Testard nella Budé (Saint Ambroise, Les Devoirs, I, Paris 1984, p. 228, n. 4), credette di risolvere il problema asserendo tout court si tratti di Posidonio.
Posidonio è in effetti nominato come discipulus Panaeti in Cic. off. III 8, e sappiamo che scrisse su argomenti morali (Cicerone deve anzi al suo Perˆ toà kaqÁkontoj parte della trattazione contenuta nel III libro: cfr. Att. XVI 11, 4).
Ma Ambrogio non poteva attingere questo secondo dato dal De officiis, dove mai Cicerone afferma a chiare lettere che Posidonio aveva scritto un trattato con quel titolo (in I 159 si limita a riferire che egli raccolse, collegit, una serie di esempi; in III 8 fa cenno a certi suoi commentarii; in III 10 a una sua epistula).
Ritengo invece che l’allievo di Panezio cui si riferisce Ambrogio possa essere solo Ecatone di Rodi (su di lui vedi almeno Max Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, I, Firenze 1967, p. 497 ss.): solo di costui era rintracciabile adeguata menzione nel De officiis ciceroniano, e precisamente in III 63, dove è ricordato come discipulus Panaeti e, appunto, autore di un De officiis:
Hecatonem quidem Rhodium, discipulum Panaeti … in iis libris, quos de officio scripsit Q. Tuberoni.
Ambrogio poteva poi dedurre da Cic. off. III 89 come il De officiis di Ecatone constasse di almeno sei libri (e aveva presente il passo ciceroniano, poiché lo riprende alla lettera in III 27).
Sono questi gli unici luoghi che potevano servire da fonte alla singolare affermazione di Ambrogio: egli, è chiaro, confonde inconsciamente discipulus con filius; ma il secondo termine è nel suo uso (e in generale nell’uso cristiano) metafora del primo, nel senso di paternità spirituale.
La confusione è del resto giustificata dal contesto: Ecatone diventa “figlio di Panezio” nel luogo in cui il Vescovo propone la similitudine tra il figlio di Cicerone e i propri figli spirituali.