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Non adrogans videri arbitror

Ambroise, Les devoirs - la copertina della BudéCome si è visto dai prolissi articoli sul “figlio di Panezio” e sulla strampalata teoria dell’anteriorità biblica, mi son deciso a estrarre qualche nuga dalla tesi di laurea (Il De officiis di Ambrogio e il suo modello ciceroniano, 1996).

E’ vero quel che diceva Eco (”la tesi è come il maiale: non si butta via niente”)?
Nel mio caso non tanto, visto che Paolo Cugusi non mi ha mai dato molta corda (”ne parli con Tanca”, diceva - io non lo digerivo).

Eppure ogni volta che riprendo in mano le sudate carte mi sembra di non aver lavorato male: se non altro perché ai duecentocinquanta “passi paralleli” con Cicerone aggiungevo i miei buoni cinquanta.

Frattanto la bibliografia ambrosiana langue: vinto l’imbarazzo, lasciatemi postare ai posteri qualche altro excerptum. Non sarà obbligatorio leggerlo.

Ma c’è un’altra cosa che non mi va di buttar via: la trascrizione del testo critico del De officiis ambrosiano (Saint Ambroise, Les Devoirs, texte établi, traduit et annoté par Maurice Testard, I-II, Paris 1984-1992). In attesa di passarla a The Latin Library, la condivido qui (rtf):

Sia anche omaggio alla memoria del Reverendo (e venerando) Padre Maurice Testard, che nel frattempo - 28 gennaio 2006 - si è spento.

Anteriorità della Bibbia e riuso della cultura “pagana”: la soluzione di Ambrogio

L'incipit del De officiis di Ambrogio in un ms. del XV secolo

Il proemio del De officiis di Ambrogio è privo di specifiche reminiscenze dell’omonimo trattato ciceroniano, e sembra autonomo da quell’influsso tanto evidente nel resto del trattato. I paragrafi iniziali (Ambr. off. I 1-4) sono dedicati a una serie di considerazioni personali che costituiscono una canonica captatio beneuolentiae, giocata sulla professione di umiltà e sull’ammissione di insufficienza di fronte al compito dell’insegnamento. Al di là degli aspetti convenzionali, l’incipit testimonia bene le apprensioni di Ambrogio legate alle particolari circostanze dell’elezione episcopale; è infatti probabile che la stesura del proemio vada collocata nei primi anni dell’episcopato.

Anche la sezione successiva (Ambr. off. I 5-22), costituita da ampie riflessioni sulla virtù del silenzio, offre alcuni dati testuali che hanno indotto a considerarla come ripresa di uno o più testi autonomi, di forma omiletica, redatti in precedenza: si tratta degli incisi audisti hodie lectum (I 13) e sicut audisti hodie legi (I 15), che implicano un’enunciazione orale.

Tuttavia, anche se le iniziali professioni di incompetenza provengono da una composizione anteriore, ci si deve chiedere per quale motivo Ambrogio abbia scelto di riutilizzarle ancora dieci, se non quindici anni dopo il 374, “quando certo è meno vivo il contrasto tra il dovere di insegnare e il sentire di non avere sufficientemente appreso” (Lazzati), e proprio in questa sede: è infatti del tutto inconsueto che l’autore introduca una lunga e circostanziata trattazione con l’avvertenza di ignorare le questioni che sta per trattare, e di applicarsi allo studio delle Sacre Scritture “per poter imparare allo scopo di insegnare” (Ambr. off. I 3: ut docendi studio possim discere).
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Il figlio di Panezio

Aurelio Ambrogio (339-397), mosaico dalla chiesa di Sant'Ambrogio (Milano)

Nel De officiis (se preferite, De officiis ministrorum) Ambrogio accenna a un “figlio di Panezio” - di cui non fa il nome - autore anch’egli di un De officiis:

De quibus etiamsi quidam philosophiae studentes scripserint ut Panaetius et filius eius apud Graecos, Tullius apud Latinos, non alienum duxi nostro munere ut etiam ipse scriberem. Et sicut Tullius ad erudiendum filium, ita ego quoque ad uos informandos filios meos; neque enim minus uos diligo quos in Euangelio genui, quam si coniugio suscepissem (I 24).

La notizia lascia interdetti (almeno dall’edizione dei Maurini in poi: cfr. PL 16, col. 33, n. 34), ma è possibile spiegarne la ge­nesi e identificare il personaggio sulla base del peculiare rapporto tra il De officiis di Ambrogio e l’omonima fonte ciceroniana.

Possiamo senz’altro presumere che l’informazione sia ripresa dal De officiis di Cicerone; e non sarà superfluo sottolineare come il personaggio di cui si fa menzione sia in qualche modo legato a Panezio ‑ non un “figlio” ma un discepolo ‑ e venga ricordato per lo specifico motivo che aveva scritto de officiis.

Forse Ambrogio non lo nomina semplicemente perché non ne ricorda il nome, attingendo a memoria da un passo che non ha davanti agli occhi (lavorava su un volumen?).

Raymond Thamin (Saint Ambroise et la morale chrétienne au IVe siècle. Étude comparée des traités “Des Devoirs” de Cicéron et de saint Ambroise, Paris 1895, p. 203, n. 4), seguito da Maurice Te­stard nella Budé (Saint Ambroise, Les Devoirs, I, Paris 1984, p. 228, n. 4), credette di risolvere il problema asserendo tout court si tratti di Posidonio.

Posidonio è in effetti nominato come discipulus Panaeti in Cic. off. III 8, e sappiamo che scrisse su argomenti morali (Cicerone deve anzi al suo Perˆ toà kaqÁkontoj par­te della trattazione contenuta nel III libro: cfr. Att. XVI 11, 4).

Ma Ambrogio non poteva attinge­re questo secondo dato dal De officiis, dove mai Cicerone afferma a chiare lettere che Posidonio aveva scritto un trattato con quel titolo (in I 159 si limita a riferire che egli raccolse, collegit, una serie di esempi; in III 8 fa cenno a certi suoi commentarii; in III 10 a una sua epis­tula).

Ritengo invece che l’allievo di Panezio cui si riferisce Ambrogio possa essere solo Ecatone di Rodi (su di lui vedi almeno Max Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, I, Firenze 1967, p. 497 ss.): solo di costui era rintrac­­­ciabile adeguata menzione nel De officiis ciceroniano, e precisamente in III 63, dove è ricor­dato come discipulus Panaeti e, appunto, autore di un De officiis:

Hecatonem quidem Rhodium, discipulum Pa­naeti … in iis libris, quos de officio scripsit Q. Tuberoni.

Ambrogio poteva poi de­dur­re da Cic. off. III 89 come il De officiis di Ecatone constasse di almeno sei libri (e aveva pre­sente il passo ciceroniano, poiché lo riprende alla lettera in III 27).

Sono questi gli unici luoghi che po­tevano servire da fon­te alla singolare affermazione di Ambrogio: egli, è chiaro, confonde inconscia­mente discipulus con filius; ma il secondo termine è nel suo uso (e in generale nell’uso cri­stiano) metafora del primo, nel senso di paternità spirituale.

La confusione è del resto giustificata dal contesto: Ecatone di­venta “figlio di Panezio” nel luogo in cui il Vescovo propone la similitudine tra il figlio di Cicerone e i propri figli spirituali.