La razza degli stupidi

Cartolina antirazzista pubblicata dalla Provincia di Napoli

Chi ha detto che esiste una sola razza umana, non ha conosciuto gli stupidi.

Ricordo di Napoli, febbraio 2005 (la Provincia di Napoli aveva uno stand a “Galassia Gutenberg”).

Aggiungi un commento 8 Luglio 2008, 00:01 catalepton


Cento lire

Manifesto pubblicitario della linea Napoli-New York (1903)

Farina di Monicà, da un suggerimento di Luigi Mantuano su Puntoedu, finisce qui per puro spirito di condivisione “Mamma mia dammi cento lire. Emigrati e immigrati, un percorso parallelo tra ieri e oggi”: è semplicemente una presentazione di Powerpoint pensata in prospettiva didattica, come punto di partenza per una discussione guidata.

I documenti (immagini, canzoni, testi) sono proposti con il solo accompagnamento di parole-chiave più o meno evocative.
Il percorso si sviluppa, dopo una prima introduzione all’immigrazione italiana negli USA tra XIX e XX secolo, per giustapposizione di immagini di ieri e d’oggi.
Le immagini contemporanee sono virate in bianco e nero come i loro corrispettivi d’epoca, per suggerire l’analogia di contesti e situazioni e marcarne l’atemporalità.

Niente di filologico, niente di scientifico: il “percorso” vuol essere evocativo, coinvolgente, provocatorio (nello spirito di Gian Antonio Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano, 2002). Nelle note a ciascuna diapositiva c’è qualche idea per lo sviluppo della discussione.

Dato l’uso didattico e la qualità “degradata” di immagini e musiche, e dato che la fonte è sempre citata, speriamo che nessuno tiri fuori questioni di diritti d’autore.

Chi conosce Powerpoint sa quanto poco si presti alla condivisione, perché è impossibile creare collegamenti relativi (e qui c’è il collegamento a due file audio). Soluzione rozza: nel file .zip [1905 Kb] c’è una “presentazione portatile”.

*    *    *

Se puoi, iscriviti alla newsletter “Per La Storia Mail” curata da Paravia-Bruno Mondadori: soprattutto per l’eccezionale rassegna stampa (”Storia sui giornali”).

Ma nel numero 13 (giugno 2008) per i “Percorsi didattici tra storia e attualità” c’è Marco Fossati, Siamo una specie nomade. Migranti ieri e oggi.

Tra altri spunti, Fossati suggerisce la visione in classe di Nuovomondo (2006), di Emanuele Crialese. Io aggiungerei Solino (2002) di Fatih Akim, splendido film turco-tedesco che ha per protagonista una famiglia di emigrati italiani in Germania (e Solino mi piace ancor di più ora che, divagando, scopro che Moritz Bleibtreu è il figlio di Monica Bleibtreu, l’anziana insegnante di piano di Vier Minuten).

1 commento 7 Luglio 2008, 00:10 catalepton


Sherlock’s Home

Russell Stutler, pianta di 221B, Baker Street

Quell’“atlante dei luoghi immaginari” - o meglio, “letterari” - forse non si farà mai, ma Strange Maps non smette di proporre materiale appropriato, come la mappa distributiva degli Gnomi di Rien Poortvliet, o quella dell’isola di Lost, o i luoghi dei Lyrical Ballads

Da lì dunque la segnalazione di questa intrigante pianta di 221B, Baker Street, realizzata da Russell Stutler. Ce n’è anche una non perfetta (vedi la discussione) ma perfettibile versione commentata.

Aggiungi un commento 6 Luglio 2008, 00:15 catalepton


Salam, Meleagro

Gadara (Umm Qais, Giordania) - Teatro ovest, in basalto nero

Per il “percorso epigrafico-funerario” su cui inizio a raccogliere le idee ci passerà anche Meleagro di Gadara; e non solo il Meleagro che piange la morte di Eliodora (A.G. VII, 476), dato per modello di Catull. 101, ma anche il Meleagro siro di nascita (noi diremmo “palestinese”), fenicio d’adozione, greco di cultura, conteso tra Gadara Tiro e Cos, che si rivolge in tre lingue al passante:

Ἀτρέμας, ὦ ξένε, βαῖνε۬ παρ’εὐσεβέσιν γὰρ ὁ πρέσβυς
εὕδει κοιμηθεὶς ὕπνον ὀφειλόμενον
Εὐκράτεω Μελέαγρος, ὁ τὸν γλυκύδακρυν Ἔρωτα
καὶ Μούσας ἱλαραῖς συστολίσας Χάρισιν۬
ὃν θεόπαις ἤνδρωσε Τύρος Γαδάρων ἱερὰ χθών۬
Κῶς ἐρατὴ Μερόπων πρέσβυν ἐγηροτρόφει.
ἀλλ’ εἰ μὲν Σύρος ἐσσί, Σαλάμ۬ εἰ δ’οὖν σύ γε Φοῖνιξ,
Αὐδονίς۬ εἰ δ’ Ἕλλην, Χαῖρε۬ τὸ δ’ αὐτὸ φράσον.

(Meleagro, A.G. VII 419, secondo il testo di H. Beckby, Anthologia Graeca, I-IV, Heimeran, München, 1965-1968. La formula di saluto fenicio al v. 8 è discussa: altrove leggo ναίδιος)

L’epigramma, “written as if it were a tri-lingual inscription in Aramaic, Phoenician and Greek, […] briefly summarises Meleager’s work and life as a cosmopolitan Cynic and satirist” (M. Luz); il cosmopolitismo è altrove ancora più esplicito:

εἰ δὲ Σύρος, τί τὸ θαῦμα; μίαν, ξένε, πατρίδα κόσμον
ναίομεν, ἓν θνατοὺς πάντας ἔτικτε Χάος.

(Meleagro, A.G. VII 417, vv. 5-6)

Ma il cosmopolitismo non è solo dei Cinici, quanto più in generale ellenistico - e già Socrate si diceva “cittadino del mondo”:

Socrates quidem, cum rogaretur cuiatem se esse diceret, “Mundanum” inquit; totius enim mundi se incolam et civem arbitrabatur.

(Cic., Tusc. V 37, 108)

Della cosa si è occupato Menahem Luz, Salam, Meleager!, in “Studi Italiani di Filologia Classica”, serie 3, VI, 1988, pp. 222-231.

1 commento 5 Luglio 2008, 00:02 catalepton


Qui legis hunc titulum mortalem te esse memento

Epigrafe dalla 'tomba di Rubellio' (Tuvixeddu, Cagliari) - Dettaglio
Qualche tempo fa Repubblica ha dedicato allo scempio di Tuvixeddu un corposo “speciale”, con lancio in prima pagina. C’è persino uno stiracchiato corsivo di Marcello Fois:

La constatazione più grave e triste per qualunque sardo di buona volontà è che, dietro la questione Tuvixeddu, c’è il peccato capitale isolano: quello di non rendersi conto del patrimonio che si ha sotto gli occhi. Le comunità colonizzate da un capitalismo malinteso e da un malinteso affarismo, che ha radici nella bassissima considerazione di se stessi, spesso preferiscono il guadagno a breve termine al patrimonio a lungo termine. La necropoli punica di Tuvixeddu non è un patrimonio di Cagliari, è un patrimonio dell’umanità che la Storia ha affidato a Cagliari. Certo i padri punici hanno avuto il cattivo gusto di occupare aree appetitosamente edificabili, e questo secondo alcuni grossolani palati rende quel patrimonio di tutti poco più di una discarica. La corrente degli interessi può cercare di ridurre la bellezza e la ricchezza in bruttezza e povertà, ma non può certo negare quanto è assolutamente evidente: per molto tempo si è detto di tutelare un’area che non era affatto tutelata. Che ciò sia accaduto per malafede o, peggio, per incompetenza, poco importa al momento. Quel che conta è non arrendersi. Quel che conta è mettere in campo quell’orgoglio positivo che, troppo spesso folkloricamente, diciamo di voler affermare come sardi, come cittadini del mondo. È una storia di ordinaria superficialità, ma anche la metafora di un deficit di interesse che dipende da un deficit di autocoscienza, esattamente come capita per i discorsi sull’identità e sulla lingua. Tutti sono virtualmente orgogliosi, ma praticamente servi di logiche sostanzialmente economiche. Il paesaggio, il patrimonio archeologico, la natura, sono il nostro codice genetico, ma anche, paradossalmente, la più importante fonte di ricchezza che abbiamo a disposizione, quello che può apparire conveniente oggi diventerà la nostra rovina domani. In un mio romanzo questa sarebbe una storia di affarismo in cui pochi loschi individui tramano nell’ombra perché non venga alla luce un tesoro di tutti, facendo così in modo da preservare un tesoro per pochi. Ci sarebbero amministratori corrotti e avidi, accondiscendenti[,] sovrintendenti. Ci sarebbe un ambiente distratto e poco sensibile, ma, per quanto sia uno scrittore di gialli e gli scrittori di gialli, si sa, fanno galoppare la fantasia, non so se, nel mio ipotetico romanzo, ci sarebbe un eroe senza macchia e senza paura pronto a rischiare tutto per tutto perché trionfi la bellezza.

(Marcello Fois, “Sfoderiamo il nostro orgoglio per difendere quel tesoro”, Repubblica, 23 maggio 2008, p. 48. Fois mi piace molto da narratore, meno da giornalista: non si offenderà per lo “stiracchiato”)

Ed ecco il clou (dal mio punto di vista) dell’articolo di Francesco Erbani - che romanza un po’, forse ha visto solo qualche foto, ma coglie la sostanza:

Le tombe si possono vedere infilandosi fra un palazzo e l’altro e inerpicandosi carponi lungo un costone sul quale spunta ciò che resta del Villino Serra, una gentilissima costruzione ottocentesca, nel cui giardino sorge uno dei palazzoni che sovrasta le tombe. Molte sepolture sono dentro i ruderi del villino, camere mortuarie incassate nella grotta accanto a colombari. Le pareti sono tagliate in orizzontale e sul fondo è scavato l’alloggio per i corpi. Per terra una carcassa di motorino, una batteria di auto, i resti di un pasto. Fino a pochi anni fa dalle finestre del villino si vedeva lo stagno di Santa Gilla e poi il mare. Ora c’è una muraglia di case. Le tombe più antiche sono cavità a forma di rettangolo nella roccia. Bisogna camminare con attenzione fra orchidee selvatiche, piante di cappero e fichi d’india. Le sepolture scendono in verticale e poi in basso, orizzontalmente, si apre la camera mortuaria. Salendo lungo il dirupo se ne incontrano continuamente. Da qui sono stati recuperati - o rubati - monili preziosi e corredi funerari. Molte sono diventate bidoni di immondizia. Su viale Sant’Avendrace alcune tombe sono a un paio di metri da un cantiere. Qui dovrebbe sorgere il solito palazzo di sei piani che per sempre le nasconderà (ma i lavori sono bloccati) e che ha ricevuto tutte le autorizzazioni, sia dal Comune che dalla Soprintendenza, addirittura prima che il costruttore acquistasse l’area. Un’area originariamente di proprietà del Comune.

(Francesco Erbani, “La necropoli sepolta dal cemento”, Repubblica, 23 maggio 2008, p. 45: se ne sai poco, l’articolo va letto tutto; poi, prova a cercare “Tuvixeddu” su patrimoniosos.it, o a visitare il sito di Legambiente Sardegna - dal quale segnalo soprattutto la “Breve storia delle ricerche” [pdf])

Ora, quel villino, quel dirupo li conosco bene: sovrastano le mie finestre; e quell’itinerario l’ho già fatto, un anno fa, sulle tracce di Amélie. Promettevo un reportage, e dopo un anno mantengo la promessa.

È appena un frammento dell’irreparabile scempio di una necropoli enorme: dagli ettari di tombe puniche alla schiera di sepolcri romani lungo viale Sant’Avendrace. Ma vorrei evitare la retorica del “deplorevole abbandono”: l’abbandono è colpevole.

Cogli anche gli ossimori: ruderi e palazzi, tombe e case, antico (a strati) e moderno, città e campagna (giungla in mezzo alla metropoli, con una sontuosa colonia di gatti randagi); e prima o poi cercherò di documentare anche l’antitesi tra ricchezza e miseria che oppone “nuova” e “vecchia” Sant’Avendrace (alle pendici del colle resiste qualche lacerto delle antiche baracche).

Un clic sulle foto per ingrandirle.

I ruderi del Villino Serra

Sono i ruderi del Villino Serra (al centro di questa Google Map), costruzione forse non “gentilissima”. Per arrivarci dal basso scavalca qualche cancellata, qualche muretto, e inèrpicati sul costone (non c’è bisogno di andar “carponi”). Ma ci puoi arrivare anche dall’alto: ascesi i gradini di vico II Sant’Avendrace, prendi a sinistra tra rottami e baracche di derelitti, e dopo alcune tombe ad arcosolio usate come immondezzaio arriverai al tetto di un’ala del villino: scendi per la ripida scala.

Villino Serra, scala interna Villino Serra, scala interna (2)

Ma riprendiamo il percorso “dal basso”. Penetrati nel rudere, ci si rende conto subito della lunga stratificazione abitativa, con generazioni di pitture murali (pregevoli gli strati inferiori) e di pavimenti: le ultime piastrelle risalgono a usi recentissimi. La scala interna è pericolante, come tutti i soffitti e i pavimenti del piano superiore. Attenzione a quella trave sospesa nel vuoto.

Villino Serra, piano superiore: macerie di crollo Villino Serra, capriata nuda

Il passaggio è ostruito da un crollo. Sotto lo scheletro della capriata, il silenzio è lugubre… eppure siamo a pochi metri dai megacondomini costruiti da Cadeddu.

Villino Serra, piano superiore: vista sui palazzi Palazzi di Sant'Avendrace: vista dal Villino Serra

Il Villino Serra si appoggia al costone roccioso, inglobando tutta una serie di ambienti funerari riadattati a cantine e cucine. Colombari e tombe ad arcosolio sono collegati tra loro sfondando le pareti, oggi sommersi di macerie, rifiuti, escrementi, graffiti. [A me pare evidente che un recupero dell’area archeologica debba prevedere anche questo “percorso a mezza costa”, con restauro del villino e documentazione del degrado.]

Interno del Villino Serra: tombe ad arcosolio piastrellate Tombe attigue al Villino Serra: colombario Tombe attigue al Villino Serra: affreschi Villino Serra: carcassa di motorino

Poco oltre spicca, tra le dépendances del Villino, la cosiddetta “tomba di Rubellio”, introdotta da una scalinata semicircolare ancora intuibile (puoi leggerne una scheda curata da Antonello Fruttu sul sito del gruppo speleologico Specus).

La 'tomba di Rubellio': vista dal basso

L’epigrafe (I sec. d.C.), scolpita nella roccia all’interno di una tabella ansata e ancora perfettamente leggibile, è conclusa da un bell’esametro:

C(aius) Rubellius Clytius
Marciae L(uci) f(iliae) Helladi
Cassiae Sulpiciae C(ai) f(iliae) Crassillae
coniugibus carissimis
posterisque suis.
Qui legis hunc titulum mortalem
te esse memento.

(CIL X 7697)

All’interno del sepolcro sono presenti loculi (anche con arcosoli) e nicchie da colombario, a dimostrare un utilizzo plurisecolare della tomba. Le allegre pitture murali e l’essenziale arredo moderno sono la prova che il riuso continua.

'Tomba di Rubellio': dettaglio dell'epigrafe 'Tomba di Rubellio': scene di vita in un interno

1 commento 4 Luglio 2008, 00:05 catalepton


Pauline à la gare

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare, 1877, 82 × 101 cm, Fogg Art Museum, Cambridge

Conosciamo tutti questi giochetti d’ambiguità linguistica:

I VITELLI DEI ROMANI SONO BELLI

CANE NERO MAGNA BELLA PERSICA

[Perché resti l’ambiguità, entrambe le frasi vanno scritte in maiuscolo e senza punteggiatura.]

Ce ne sono esempi più nobili:

In mare irato, in subita procella
invoco Te, nostra benigna Stella!

(Gabriello Chiabrera [1552-1638])

Te saluto, alma Dea, Dea generosa,
O gloria nostra, o veneta regina!
In procelloso turbine funesto
Tu regnasti serena; mille membra
Intrepida prostrasti in pugna acerba;
Per te miser non fui, per te non gemo,
Vivo in pace per te. Regna, o beata!
Regna in prospera sorte, in pompa augusta,
In perpetuo splendore, in aurea sede!
Tu serena, tu placida, tu pia,
Tu benigna, me salva, ama, conserva!

(Mattia Butturini [1752–1817])

Salve Regina! Te saluto, o pia,
nostra tutela in tenebrosa via,
in sinistra terrifica procella
benigna stella.

Quando te non saluto, o nostra vita,
gemo in amaritudine infinita;
in tranquilla quiete, te invocata,
vivo, o beata.

Saluto te, Regina gloriosa,
arca divina, intemerata rosa;
te, bella oliva, Iris serena, pura,
nivea figura.

Quando miser vacillo in vento infido,
Regina generosa, in te confido;
in te confido in fausta, in dura sorte,
in vita, in morte.

(Anacleto Bendazzi [1883-1982])

[Confesso che le attribuzioni sono di quarta mano.]

Al ginnasio ridevamo per la coniugazione di τιμάω e per frasi come

νῦν μή φάτε κακὰ Φιλίππῳ

Ma ha un nome questo gioco, questa specie di “doppio senso interlinguistico”?

Anne Onime ;) descrive bene il fenomeno: “des phrases en langues étrangères qui lues phonétiquement donnent des résultats surprenants”; ma la sua definizione di “kakemphatons bilingues” non mi convince, perché non si tratta di veri e propri kakemphaton

il francese si presta a simili doppi sensi molto più dell’italiano; come si presta ai calembour (”Six russes c’est six slaves, s’il se lave c’est qu’il se nettoie, si ce n’est toi c’est donc ton frère”) e agli olorimi, per esempio

La chemise
Lâche mise
L’abaisse
L’abbesse
Sa fesse
S’affaisse

(François Le Lionnais [1901-1984], da Vers (h)olorimes; ma vedi anche la Liste d’Olorimes)

Ecco dunque due bei “doppi sensi interlinguistici” per classicisti francofoni:

Certe quis Venus illa tremens

Оὐκ ἔλαβoν πόλιν ἀλλὰ γὰρ ἐλπίς ἒφη κακὰ

(da Liste d’Olorimes: il primo è un falso Virgilio, il secondo è attribuito a Senofonte… controllerò)

Aggiungi un commento 3 Luglio 2008, 18:02 catalepton


Ultima cena

Andy Warhol, The Last Supper, 1986 (1)

Andy Warhol, The Last Supper, 1986 (una delle tante: vedi Andy Warhol: The Last Supper Portraits)

Aggiungi un commento 2 Luglio 2008, 00:30 catalepton


La gatta di Riccio Cederni

Lorenzo Lotto (1480-1556), dettaglio dall'Annunciazione (1528)

Ancora sul gatto come pet:

Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è piú tapino che mai.

Se nella precedente novella ser Buonavere, per essere trascurato e non portare l’arte sua a cintola, come è d’usanza, perdeva e’ suoi guadagni, e visse povero, in questa seguente voglio mostrare come uno fiorentino in una notte divenne molto ricco e la mattina ritornò in poverissimo stato.
Dico adunque che in quelli tempi che ‘l conte di Virtú disfece messer Bernabò suo zio e signore di Melano, e nella città di Firenze di ciò molto parlandosi, avvenne per caso che uno, il quale avea nome Riccio Cederni, uomo assai di piacevole condigione, e avea briga mortale, e per quella andava sempre armato di panziera e di pianella; avendo udito un giorno molte parlanze di quanti danari e di quanti gioielli il conte rimanea signore, la sera, andandosi a letto e cavandosi la pianella, la mise su uno forziere sottosopra, acciò che del sudore quella si rasciugasse, e andandosi a letto e dormendo, cominciò a sognare, e fra l’altre cose sognò come egli era arrivato a Melano, e che messer Bernabò e ‘l conte di Virtú facendoli grandissimo onore, l’aveano condotto in uno de’ loro grandissimi palazzi, e là stato per alquanto spazio, come se fosse stato l’Imperadore, l’aveano posto a sedere in mezzo di loro, e quivi fatti venire grandissimi vasi d’oro e d’argento, pieni di ducati e di fiorini nuovi, gli aveano a lui donati; e oltre a questo, gli profferevono ogni loro terra; e quasi in sonno questo Riccio era diventato o leone o falcone pellegrino.
Di che essendo costui in questa sonnolenzia e addormentata gloria, avvicinandosi all’aurora, il detto Riccio si svegliò e quasi come uomo uscito di sé, perché per l’essere desto riconobbe da grandissimo stato e ricchezza ritornare alla sua povertà… grandissimo guaio si riconobbe… si cominciò a lagnare di cosí grandissima sventura, come era stata quella del tornare a Mongibello. E poi, cosí doglioso e quasi fuor di sé, si levò e vestissi per andare fuori. E andando con questa fantasia giú per la scala a gran pena, non sapea se dormía o se era desto.
Giugnendo all’uscio per uscir fuori, e cominciando a pensare su la ricchezza che gli parea avere perduta, e volendosi mettere la mano a grattare il capo, come spesso interviene a quelli che hanno malenconia, trovossi la cappellina in capo con la quale la notte avea dormito, e accozzando la smemoraggine con la malinconia, diede la volta indrieto, e subito ritornò alla camera e gittò la cappellina sul letto; subito andò al forziere, dove lasciato avea la pianella nel cappuccio e quella presa prestamente e messalasi in capo, su per le tempie e per le guance sentí colare in abbondanzia di molta puzzolente bruttura. E questo era che una gatta, la notte, di sterco avea ben fornito quella pianella. Sentendosi il detto Riccio cosí bene impiastrato, subito si trae la pianella, la quale avea molto rammorbidata la farsata, e chiama la fante, maladicendo la fortuna; e narrando il sogno suo, dicea:
- Oimè sventurato! quanta ricchezza e quanto bene io ho aúto istanotte in sogno, e ora mi truovo cosí infardato!
La fante, quasi smemorata, il volea lavare con l’acqua fredda; e ‘l Riccio comincia a gridare ch’ella accenda il fuoco e ch’ella metta del ranno a scaldare; ed ella cosí fece: e ‘l Riccio stette tanto a cervelliera scoperta quanto il ranno si penò a scaldare.
Come fu caldo, se n’andò in uno corticino, perché per una fogna la lavatura di quello fastidio avesse l’uscita, e quasi per ispazio di quattr’ore si penò a lavare il capo. Quando del capo e’ fu lavato, ma non sí che piú dí non gliene venisse fraore, disse alla fante che recasse la pianella; la quale era si fornita d’ogni parte che né elli, né ella ardivano a toccarla. Ed essendo una bigoncetta nella corte, prese partito d’empierla d’acqua; ed empiuta ch’ella fu, vi cacciò entro la pianella dicendo:
- Sta’ costí tanto che ben la vaglia -; ed egli si misse in capo il piú caldo cappuccio che avea, ma non sí che per non portare la pianella, per arrota non gli venisse il mal de’ denti, di che convenne stesse in casa piú dí; e la fante, che parea lavasse ventri, scuscendo la farsata e lavandola per ispazio di due dí.
Il Riccio si dolea, raccordandosi del ricco sogno, e in quello che gli era convertito, e del male de’ denti; infine, dopo molte novelle, e’ mandò per uno maestro che gli fece una farsata nuova, e scemato il duolo de’ denti, uscí di casa e andò al Canto de’ tre Mugghi, là dove stava a bottega, e là a molti si dolse e del caso e della fortuna sua; e compensato l’avere dell’oro della notte con la feccia della gatta, convenne che si desse pace.
Or cosí interviene spesso de’ sogni; ché sono molti uomeni e feminelle che ci danno tanta fede quanta si potesse dare a una cosa ben vera; e guarderannosi di non passare il dí per uno luogo dove aranno sognato avere disavventura. E l’una dice all’altra: «Io sognai che la serpe mi mordea» e s’ella romperà il dí un bicchiere, dirà: «Ecco la serpe di stanotte». L’altra avrà sognato d’affogare nell’acqua; caderà una lucerna e dirà: «Ecco il sogno mio di stanotte». L’altra sognerà d’essere caduta nel fuoco; combatterà il dí con la fante che non abbia ben fatto, e dirà: «Ecco il sogno di stanotte». E cosí si può interpretare il sogno del Riccio, che era fra oro e moneta, e la mattina si coperse di sterco di gatta.

(Franco Sacchetti [1332-1400], Il Trecentonovelle, novella CLXIV)

Perché dico pet? Dov’è qui “l’animale da compagnia col quale intrattenere un rapporto affettivo e non utilitario”? C’è, un po’ tra le righe: Riccio accetta la marachella notturna più o meno come l’accetteremmo da un gatto moderno, senza peraltro darne una giustificazione utilitaristica in termini di costi-benefici (qualcosa come “cosa si deve tollerare pur di liberarsi dai topi!”). Direi che anche il riferimento specifico a una gatta è marca affettiva (ma sarei felice che qualcuno mi contraddicesse su questo punto: sarebbe allora attestazione d’un uso al femminile analogo al logudorese sa gattu, sassarese la iatta).

A parte il suo ruolo di pet, in un momento imprecisato del Medioevo il gatto si è imposto come animale casalingo. Non sappiamo bene che roba fosse la feles, ma certo i Romani non se la tenevano in casa. La funzione domestica del gatto era però ricoperta dalla mustela. Ma anche la mustela era un pet più che una cacciatrice di topi, non diversamente dal furetto d’oggi: non è mus, secondo Bettini, l’etimo di mustela, ma musteus, “confetto nuziale”; e la stessa vox della mustela, drindrare, connotava una sfera affettiva analoga a quella che noi associamo al ron-ron del gatto.

Un po’ di bibliografia bettiniana sulla mustela:

  • Maurizio Bettini, Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi, Einaudi, Torino, 1998.
  • Maurizio Bettini, Come un confetto. Credenze sulla donnola e l’origine della parola mustela, in Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche, Einaudi, Torino, 2000, pp. 357-378.
  • Maurizio Bettini, The Origin of Latin Mustela, in “Glotta”, LXXVI, 2000, pp. 1-19.
  • Maurizio Bettini, Voci. Antropologia sonora del mondo antico, Einaudi, Torino, 2008, pp. 74-78.

Aggiungi un commento 1 Luglio 2008, 00:10 catalepton


Il sorriso di Kniazeff

Foto di Boris Kniazeff (1900-1975), con dedica

Adesso che il cadavere è freddo, qualche nota a margine della prima prova scritta 2007-2008.

Certo, il sorriso di Boris Kniazeff dato per femminile, il Galata morente dato per “scultura romana del I secolo a.C.”… Ma mi è piaciuta poco la “caccia all’errore” (e al colpevole), buona solo come scandaletto giornalistico della settimana - e infatti già dimenticata.

Eppure non sono errori di “ignoranza”, ma solo di fretta: e che la prova sia stata confezionata in fretta te lo dimostra la scarsa cura nell’impaginazione, evidente in quella virgola in grassetto e soprattutto in quell’altra virgola di troppo nel titolo:

Eugenio MONTALE, Ripenso il tuo sorriso, (da Ossi di seppia, 1925)

Nonostante lo svarione clamoroso, il testo non è stato scelto a caso: come vuole il “canone” ministeriale che si è implicitamente stabilito dal 1998 ad oggi, è un testo del primissimo Novecento, poco antologizzato ma assolutamente coerente con il convenzionale armamentario storico-letterario. Così qui c’è tutta la vulgata montaliana: il “codesto solo oggi possiamo dirti”, “la vita e il suo travaglio”, le “piante dai nomi poco usati”, i paesaggi liguri, i colori, i suoni (il fonosimbolismo delle “petraie d’un greto” come quello del “rovente muro d’orto”), i correlativi oggettivi…

E in relazione a questa vulgata la consegna non è peregrina (ovviamente, lasciando perdere “la figura femminile”).

Nessuno osserva invece la generale banalizzazione in cui da tempo sta precipitando la “prima prova” (tranne i sadici e corrosivi curatori del fake che arriva puntualmente, ormai da qualche anno, alla vigilia dell’Esame).

Cos’è diventata la prima prova scritta?

I. Partiamo dalle note al testo, presupponendo che il candidato abbia portato con sé un dizionario di italiano. Se può essere opportuna la spiegazione di ingenua come “non toccata dal male del mondo”, non si vede l’utilità della spiegazione di ellera, corimbi, e soprattutto talismano (in ogni caso anche ingenua è spiegato infra, al punto 2.3). I casi sono due: o il candidato è trattato da minus habens, o lo si incoraggia a svolgere la traccia senza dizionario.

II. Vediamo ora la biografietta di Montale. È anch’essa una tradizione: dovrebbe servire a contestualizzare il testo, così da valorizzare le competenze testuali e non il nozionismo. Il primo esempio, quello del 1997-1998, è istruttivo: i “luoghi” della biografia di Ungaretti servono a contestualizzare I fiumi. Adesso invece cosa succede? Abbiamo otto righe del tutto inutili alla comprensione del testo. Le informazioni sono scelte a pera: chi se ne frega che “interruppe studi tecnici per motivi di salute”? Poteva interessar di più la sua passione per il canto. E quell’allusione ai motivi di salute lo fa un po’ troppo leopardiano: perché non ricordare allora che combatté da sottotenente? Casomai, poi “fu avviato a studi tecnici per motivi di salute” (si diplomò ragioniere). Perché non fare qualche nome degli ambienti frequentati (che so, Sbarbaro? Gobetti?). Comprensibili le omissioni di poetica (avrebbero reso troppo facile il lavoro al candidato), ma quel riferimento alla “iniziale influenza dell’Ermetismo” è pura castroneria (se proprio vogliamo, potremmo parlare di influenza di Montale sull’Ermetismo; ma non sarei tanto d’accordo).

III. Ed ecco la “consegna”. Le domande sono ormai elementari, spesso tautologiche (nel senso che contengono la risposta), secondo il ridicolo modello inaugurato nel 2005-2006 con l’analisi testuale dell’Isola di Ungaretti:

1. Partendo dalla presentazione che trovi nelle righe precedenti, dopo aver riletto alcune volte l’intera lirica, riassumine il contenuto informativo (movimenti del poeta nei luoghi; altre presenze reali; figure immaginarie).
2.1. A quale personaggio si riferiscono i verbi scese, s’inoltrò, vide (due volte), giunse (nei versi 2, 3, 8 ,9 e 13)? Che tempi del verbo sono?
2.2. Cerca le forme dei verbi all’imperfetto. A quali elementi e aspetti della scena si riferiscono? Quale contrasto creano questi verbi all’imperfetto con quelli indicati nella domanda precedente?
2.3. Molte parole indicano l’ombra, la sera, il sonno: è davvero sera o si tratta di un contrasto tra zone del paesaggio? Nota e commenta le espressioni ove sera era perenne (v. 1), acqua torrida (v. 6), la coltre luminosa (v. 22).
2.4. Spiega, anche con l’aiuto del dizionario, le parole proda (v. 1), larva (v. 7) e simulacro (v. 12).

Spero non sia necessario alcun commento. Vabbé che l’analisi è “guidata”, ma… fra un po’ arriveremo a

Concentrati bene. Dopo aver riletto quattro o cinque volte il testo che ti abbiamo proposto, prova a rispondere al seguente quesito, eventualmente con l’aiuto del dizionario o di un amico: di quante lettere (attenzione: lettere, non sillabe) è composta la parola caprifico? Sei davvero sicuro? Sicuro sicuro? Puoi rispondere anche con monosillabi o grugniti.

IV. Questo è il punto 2.2: “nel verso 2 ricorre l’allitterazione della r”. Ecco il v. 2:

scorta per avventura tra le petraie d’un greto

Di primo acchito, mi chiedo “Dov’è l’allitterazione?”. Quella è una paronomasia. Poi capisco. Sarà il caso di chiarire che quella che Pontano battezzò allitteratio definisce, a rigore, le ripetizioni dello stesso suono consonantico all’inizio di parole contigue (Pontano applicava il termine anche agli inizi vocalici). Così è senza dubbio, nell’uso anglosassone e castigliano. Così è senza dubbio anche nella tradizione retorica italiana: basti Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, Milano, 1988, p. 276 ss. Qui si allude invece a qualcosa di simile alla generica definizione francese, per cui “un son consonantique est répété dans plusieurs mots proches”. Io so bene donde questa definizione è penetrata: dalle noterelle di retorica nelle antologie d’italiano per il biennio.

Non è puro nominalismo. Sto cercando non dico il “perché”, ma almeno il “come mai” della banalizzazione ministeriale, ormai descrivibile come fatto storico.

Le modeste preconoscenze lessicali attese, la biografia con Montale “ermetico”, le consegne elementari e guidate, la definizione di allitterazione provengono tutte da una didattica dell’italiano da biennio e da manuali di italiano da biennio. Questo è il livello che ci si aspetta oggi da quei pochi candidati all’esame di Stato così bravi da affrontare la terribile tipologia A.

*    *    *

La foto di Boris Kniazeff? Ah, sì: da Bibliophilie russe.

1 commento 30 Giugno 2008, 00:10 catalepton


Russicum est, non legitur

Il logo del Classics Technology Center

Eccoci nel Classics Technology Center: c’è da perdersi. Ma non ha senso andarvi a cercare “materiali didattici” belli e pronti, quanto trattenersi a riflettere senza puzza sotto il naso sull’efficacia di approcci “diversi”. Americanate? Mah.

Sono partito, per puro caso, da The Modern Student’s Guide to Catullus di Raymond M. Koehler, della Brunswick School (Greenwich, Connecticut): un lavoro non solo efficace sul piano didattico (perché coinvolgente), ma a tratti persino suggestivo.

[Una parentesi: leggo in questi giorni Latino perché? Latino per chi?, pubblicato dall’associazione TreeLLLe - se lo vuoi, te lo mandano gratis. Dispiace che debba essere una lobby a fare da opinion leader su questo argomento, ma evidentemente la scuola italiana non ne è stata capace; e affrontiamo con onestà il dibattito. Ed ecco, leggendo tra gli altri l’intervento di un Luigi Berlinguer incredibilmente acuto e puntuale, ci si ricorda che la “nostra” impostazione didattica “essenzialmente grammaticale e verbale”

avendo contratto o escluso emozioni e curiosità ha impedito la sinergia - nell’apprendere - fra intelligenza razionale e intelligenza intuitiva, emozione, curiosità, meraviglia, senso dell’utile e del tangibile; la capacità di ragionare sui fatti, di trasformare conoscenze in competenze, in sapere pregnante, di volgerlo in diretta interpretazione del reale, di abituarsi alla severa spietatezza della verifica fattuale: tutto ciò che fa la ricchezza dell’intelligenza umana, della creatività giovanile, della fisiologia dell’apprendimento.
Un itinerario formativo/educativo che parte dalla creatività e dall’esperienza è il solo in grado di coinvolgere tutti. La sinergia fra i vari linguaggi e i diversi tipi di intelligenza su cui ormai - è ampiamente riconosciuto - si fonda il pensiero umano (Sternberg ne individua tre, analitica, pratica, creativa, mentre Gardner addirittura otto) dà voce alla varietà e soddisfa le diversità di cui l’universo discente si compone.
L’impiego di più linguaggi e di tutto il potenziale del pensiero intelligente non può che favorire il massimo rendimento di ognuno e quindi la qualità complessiva del processo di insegnamento/apprendimento, e cioè la massima inclusione e la migliore qualità possibile.

(Luigi Berlinguer, Riflessioni di esperti per la scuola italiana del 2000, in Latino perché? Latino per chi? Confronti internazionali per un dibattito, Associazione TreeLLLe, Genova, 2008, p. 51).

E, vedi, il lavoro di Koehler è bello proprio per questo: perché stimola curiosità, meraviglia, emozione. C’è un rapporto etimologico tra emozione e motivazione?]

Sembra una fesseria, The Endless Noun Ending Song [1.96 MB, durata 4:13], “a song about noun endings that students can learn to help them remember the endings and the rules for masculine, feminine, and neuter endings”. Però a suon di chitarra i ragazzi si divertono e memorizzano le declinazioni…

Koehler conduce poi i suoi alunni a interpretare i carmi di Catullo in forma di produzione radio (qualcosa del genere fece Massimo Manca col carme 51; ma non in classe, credo). Per esempio Cui dono (Catull. 1) [428 KB, durata 0:54]: a un ritmo endecasillabico di cembali subentra il coro di pensieri interpretato dagli alunni, mentre il docente si trasforma in Catullo stesso: insieme immaginano a chi dedicare il liber. Il tutto si conclude con un anacronistico ma emozionante amen gregoriano.

Quanto sopra, come al solito, κατὰ λεπτόν.

Mi vorrei invece soffermare su “You Really Expect me to read all that Latin!” - Strategies for Reading Latin Texts, di Caroline Kelly della Covenant Day School (North Carolina). Vedo infatti che la collega americana introduce con molto appeal e formalizza con chiarezza procedure di “pre-traduzione” molto simili a quelle che da tempo faccio sperimentare ai miei alunni.

E allora traduco e adatto le prime pagine del suo lavoro, sperando di dare qualche stimolo alla discussione.

*    *    *

Caroline Kelly

“Ma ti aspetti davvero che io legga tutto quel latino?” - Strategie per la lettura di testi latini
Esercizi di pre-lettura per la scuola media e oltre

[Vale la pena precisare subito che Kelly chiama “reading” quello che noi chiamiamo “traduzione”: l’obiettivo è uno skill immediato e non laborioso, affine a quello che ci si aspetta con le lingue moderne - qualcosa cui la “nostra” didattica del latino nemmeno si avvicina.]

Introduzione

Per la maggior parte degli insegnanti di latino, il principale obiettivo a lungo termine è mettere in grado i propri studenti di leggere lunghi passi in latino. È per questo che molti manuali di lingua latina introducono subito passi di una certa ampiezza. Ma quando gli studenti sono messi di fronte a questi passi, la loro tendenza naturale è quella di credere che il problema maggiore sia il lessico: pensano che se solo conoscessero tutto il lessico sarebbero in grado di venire a capo di qualunque testo. Lo scopo di questo saggio è dimostrare che sia gli studenti sia l’insegnante devono prendere in considerazione diversi altri fattori. Il primo fattore è dato dalle preconoscenze che lo studente può apportare o meno all’esperienza di lettura.

“Ma ti aspetti davvero che io legga questo?”

Possiamo simulare l’esperienza dei nostri studenti cercando di venire a capo del seguente testo. A prima vista, potremmo manifestare la stessa reazione che i nostri studenti manifestano spesso per il latino: “Per me è arabo”. A dire la verità, questa volta è russo.

Латынь из моды вышла ныне:
Так, если правду вам сказать,
Он знал довольно по-латыне,
Чтоб эпиграфы разбирать,
Потолковать об Ювенале,
В конце письма поставить vale,
Да помнил, хоть не без греха,
Из Энеиды два стиха.
Он рыться не имел охоты
В хронологической пыли
Бытописания земли:
Но дней минувших анекдоты
От Ромула до наших дней
Хранил он в памяти своей.

Пушкин

Non c’è proprio niente da cui possiamo partire? Non dimentichiamoci di quante preconoscenze abbiamo a disposizione per tentare almeno una comprensione minima.

  • Possiamo osservare la forma, e dire che è… una poesia.
  • Contando i versi, possiamo persino dire che è un sonetto.
  • Possiamo dire che l’autore è… Puškin, perché anche se non conosciamo l’alfabeto russo, possiamo riconoscere la “pi-П” e la K, e le vocali - soprattutto se conosciamo un po’ l’alfabeto greco.
  • Possiamo dire che la poesia è in rima, notando la ripetizione delle forme grafiche alla fine di versi vicini.
  • Basandoci sulla data e sulla forma letteraria, possiamo anche predire qualcosa riguardo al contenuto, o perlomeno escludere alcune possibilità: non è un manuale di informatica, né un testo su viaggi aerei.
  • In realtà, possiamo trovare anche indizi relativi al contenuto. Per esempio, c’è una parola non scritta in cirillico: vale (v. 6).
  • Poiché questo documento è destinato a insegnanti di latino, è assai probabile che quel vale significhi “addio”.
  • Ora, se consideriamo la struttura rimica, e notiamo che probabilmente quel vale rima col verso precedente, abbiamo un altro indizio: possiamo dedurre la lettera cirillica per “L” (v. 5).
  • Se combiniamo questa informazione con l’inserimento di una parola latina nel testo, possiamo giungere sia al possibile argomento della poesia, sia a traslitterare se non addirittura tradurre la prima parola della poesia: “Latino”.
  • Quando conosciamo l’argomento di un passo, possiamo iniziare a fare previsioni sul suo contenuto e sul lessico che dovrebbe comparirvi. Per esempio, un poeta che dedica una breve poesia al latino potrebbe includere riferimenti alla storia e alla letteratura. Possiamo prevedere le figure storiche o le opere letterarie che egli menzionerà con maggiore probabilità?
  • Perché non Romolo? E infatti c’è: grazie al greco possiamo identificare le prime tre lettere del suo nome al v. 13, ricordando che “Р” corrisponde a “R”.
  • Perché non l’Eneide? Questa è un po’ più difficile da identificare, ma possiamo riconoscere qualcosa di simile alla D greca a metà della seconda parola del v. 8.

È una poesia così deliziosa che a questo punto è il caso di tradurla:

Più non usa oggi il latino:
Perciò Eugenio conosceva
Solo quanto, a dire il vero,
Basta a leggere una lapide,
Dir la sua su Giovenale,
Salutare con il vale,
E citar, con qualche errore,
Due o tre versi dell’Eneide.
Non amava far ricerche
Negli annali polverosi
Della storia universale,
Ma a memoria conosceva
Ogni aneddoto, da Romolo
Fino a quelli d’oggidì.

(Aleksàndr Sergeevič Puškin [1799-1837], Evgenij Onegin, cap. 1, VI, traduzione di Fiornando Gabrielli [2006]; ad essere più precisi il v. 6 potrebbe rendersi “chiudere una lettera con il vale“)

Potremmo dedurre altri due elementi relativi al lessico della poesia. Basandoci sull’argomento, potremmo prevedere la presenza di parole derivate dal greco come “epigrafe” e “cronologico”, se esistenti in russo; e un’occhiata ai vv. 4 e 10 conferma la nostra ipotesi. Si potrebbe andare avanti, e dedurre molte lettere dell’alfabeto greco basandosi su parole riconoscibili.

Se un insegnante proponesse invece le seguenti tre frasi, i suoi studenti tirerebbero un sospiro di sollievo: nessun passo lungo, solo un esercizio, e probabilmente semplice, “soggetto-verbo-complemento oggetto”.

  1. Норвежские женщини пьют пиву.
  2. Русские женщини обсуждают политику.
  3. Американские женщини покупают кока-колу.

Se sappiamo che il russo, come il latino, è una lingua flessiva, possiamo riconoscere la morfologia in base alle desinenze ricorrenti. Ciascuna di queste frasi impiega un nominativo femminile plurale come soggetto (la seconda parola in ogni frase), modificata da un aggettivo nello stesso caso, una terza persona plurale del presente indicativo e un sostantivo femminile singolare in accusativo, come complemento diretto. Possiamo notare le diverse desinenze di queste forme, e anche osservare che le desinenze degli aggettivi, a differenza del latino, non coincidono con quelle dei sostantivi.

In ogni caso, a differenza del testo precedente, non possediamo alcun indizio sul suo contenuto. Se, d’altra parte, ci si dicesse che il soggetto è la parola russa per “donne”, e che in ogni frase quella parola è modificata da un diverso aggettivo che indica la nazionalità, potremmo riconoscere che l’ultima frase parla di… donne americane. Una volta effettuata la traduzione, scopriamo che in effetti c’era qualcosa che avremmo potuto prevedere.

  1. Le donne norvegesi bevono birra.
  2. Le donne russe discutono di politica.
  3. Le donne americane comprano Coca-Cola.

Non è improbabile che i russi discutano di “politica” - e ora che sappiamo cosa significa, ci rendiamo conto che la parola, sia in russo che in italiano, è di derivazione greca. Possiamo anche notare che “Coca-Cola” è un tema prevedibile nella stessa frase in cui compare l’aggettivo “americano”.

Possiamo concludere che anche se le frasi sono meno scoraggianti, forse noi preferiremmo sapere che cosa ha detto Puškin, anziché leggere le semplici frasi con cui il classico eserciziario di latino cerca di coinvolgere gli studenti.

Questo saggio cerca di sottolineare questo punto: la pre-lettura è preziosa per rassicurare gli studenti sul fatto che essi possono fare molto più di quanto non credano. Essi possiedono già preconoscenze che possono aiutarli a ricostruire il significato generale di un intero passo. Io ricorro alla pre-lettura anche per abituarli a identificare e praticare le varie abilità necessarie per comprendere il passo nel suo complesso.

[…]

Aggiungi un commento 29 Giugno 2008, 00:02 catalepton


Advena fui in terra aliena

Emanuele Luzzati (1921-2007), Pinocchio dal giudice, 35x25 (acquaforte, acquatinta, collage)

L’Associazione Nazionale Magistrati propone questi esempi sull’”emendamento salvaprocessi”:

Esempio n. 1

A) uno straniero irregolare violenta una studentessa alla fermata del tram.
B) un giovane studente cede gratuitamente una dose di hashish ad un coetaneo.

Quale processo faccio per primo?

Risposta: B)

Esempio n. 2

A) due zingarelle rapiscono un bambino.
B) due zingarelle rubano un pezzo di formaggio in un supermercato e scappando danno una spinta alla guardia.

Quale processo faccio per primo?

Risposta: B)

[…]

Esempio n. 5

A) uno straniero ubriaco al volante di un auto rubata investe tre pedoni sulle strisce.
B) due parcheggiatori abusivi chiedono un euro ad un automobilista minacciando di rigargli la portiera dell’auto.

Quale processo faccio per primo

Risposta: B)

Niente da obiettare sul merito, ma sulla scelta degli esempi sì.

Sono scandalosa dimostrazione della xenofobia non più strisciante ma imperante: vediamo se riesco a farlo percepire anche a te.

  1. In un contesto di casi reali e comuni, se ne accampa uno che esiste solo nelle fiabe (le “zingarelle” kidnappers).
  2. Il lessico non è appropriato al contesto giuridico (”zingarelle” è un termine improprio, ed è usato come dispregiativo, in parallelo a “straniero irregolare” e “straniero ubriaco”).
  3. Non si vede la rilevanza penale dell’essere “straniero”, né l’aggravante dell’essere “irregolare”: e se lo stupro o l’omicidio li avesse commessi il “giovane studente”?

Aggiungi un commento 28 Giugno 2008, 00:15 catalepton


Atilia, Atilia

Cagliari, 'Grotta della Vipera' (ipogeo di Atilia Pomptilla) - Ricostruzione di G. Oddini, da Pais (1923)

Ho deciso: l’anno prossimo proporrò ai miei capricciosi alunni un “percorso” epigrafico-funerario, alla ricerca dei rapporti con l’epigramma letterario (e ci passeranno Catullo e Marziale, ma anche gli epitafi - veri o falsi - di Ennio Nevio Pacuvio Plauto Virgilio).

E li porterò per cimiteri antichi e moderni, a meditare su monumenta e memoria, anche laddove - a Tuvixeddu - i palazzoni si mischiano alla necropoli abbandonata. Ma, sia in classe sia in viale Sant’Avendrace, ci soffermeremo sugli epigrammi della “Grotta della Vipera” (CIL X, 7563-7578).

Inizio a spulciare la bibliografia per orientarmi un po’, e sulla nostra “Grotta” incontro subito un’autorevolissima perla:

dedicata da Atilia Pomptilla al marito Cassio Filippo, morto prematuramente. All’interno, sulle pareti della tomba scavata nel calcare, è iscritto l’epitaffio funebre della romana allo sposo tanto amato.

(Anna Maria Colavitti - Carlo Tronchetti, Guida archeologica di Cagliari, Carlo Delfino, Sassari, 2003, p. 45)

Meno male che c’è l’Angiolillo:

L’ipogeo di Atilia Pomptilla, conosciuto come Grotta della Vipera e completamente scavato alle pendici del colle di Tuvixeddu, si affacciava sulla strada che, all’uscita della città, diventava la a Karalibus Turrem. Della originaria facciata distila in antis restano solo un capitello ionico con collare di foglie [per essere più precisi, un collare di sole foglie d’acanto] e la trabeazione. Al di sopra dell’architrave, che reca l’iscrizione funebre con il nome della defunta Atilia Pomptilla (CIL X 7563), corre un attico al cui centro è inserito il frontone; questo, privo di funzione tettonica, è decorato dagli strumenti della libagione, una patera e un praefericulum, e ha due altari al posto degli acroteri. Alle estremità dell’attico sono raffigurati due pilastri corinzi da cui partono verso il centro girali fioriti e due grossi serpenti, rispettivamente simbolo della iuno di Atilia e del genius di suo marito.
L’heroon è costituito da un pronao e due camere funerarie. Sulle pareti del pronao sono incisi dodici epigrammi metrici in latino e in greco nei quali L. Cassius Philippus ricorda con commosse parole il duplice sacrificio compiuto dalla sposa per amore suo, quando ella “figlia dell’Urbe seguì fin qui le dolorose vicende dello sfortunato marito” (CIL X 7565) e infine quando barattò la propria vita per quella di Filippo (CIL X 7567). Lo studio delle iscrizioni ha permesso a G. Coppola di attribuire sia quelle greche che quelle latine a un unico autore, probabilmente lo stesso Cassio Filippo esiliato in Sardegna per motivi politici. I componimenti sono intessuti di reminiscenze letterarie, in particolare di citazioni da un epigramma di Marziale scritto nell’88 d.C.: questo anno rappresenta dunque un terminus post quem per la costruzione dell’ipogeo, in perfetto accordo con la datazione al II secolo d.C. attribuibile al capitello. Resta incerta l’identità dei due personaggi, certamente provenienti da Roma ed esiliati a Cagliari. Se la scarsità dei dati non permette di ipotizzare con sufficiente sicurezza una parentela tra L. Cassio Filippo e il giurista C. Cassio Longino esiliato in Sardegna da Nerone, non è d’altra parte da sottovalutare la presenza nella documentazione epigrafica relativa agli altri monumenti funerari circostanti di un nutrito gruppo di esponenti di gentes medio-italiche ostili alla politica di Nerone e da questi esiliati.

(Simonetta Angiolillo, Sardinia, in Elisa Chiara Portale - Simonetta Angiolillo - Cinzia Vismara, Le grandi isole del Mediterraneo occidentale: Sicilia, Sardinia, Corsica, L’Erma di Bretschneider, Roma, 2005, pp. 245-246)

Come altre volte il mare magnum della Rete non restituisce granché, se non la schedina di Sardegna Cultura - ma una curiosità la si trova su GoogleBooks: la vulgata ottocentesca degli epigrammi per Atilia Pomptilla compare nell’edizione aumentata da Heinrich Meyer (Lipsia, 1835) dell’Anthologia Veterum Latinorum Epigrammatum et Poematum (1759-1763) curata da Pieter Burman il Giovane (1714-1778).

Eppure il testo, a ben cercare, si trova: sia quello di CIL X, reperibile ad esempio nell’EDCS, Epigraphik Datenbank Clauss/Slaby), sia quello emendato, inserito da Piergiorgio Floris nell’EDR, Epigraphic Database Roma (n.b.: prima di consultare, installa il font Cardo).
Dall’EDR, sorvolando per ora sui testi in greco:

O(pus) i(nstitutum) o(blatum)q(ue) s(acrae) memoriae Atiliae L(uci) f(iliae) Pomptillae benedictae. M(aritus) s(ua) p(ecunia).

(CIL X, 7563)

D(is) m(anibus).
Atiliae L(uci) f(iliae) Pom[p]tillae mamm[ae o]ptimae e[t]
L(ucio) Cassio Phili[p]po tat[ae pa]rentib[us] sanctis,
L(ucius) Atilius Felix [+4+]IM[+5+] et [L(ucius) Ati]lius
Eutychus lib(erti) [f]ec[er(unt) si]bi posterisq(ue)
+[+21?+]ERC[+9?+]
[+2+]B[—]

(CIL X, 7564)

Urbis alumna, gravis casus huc usque secuta
coniugis infelicis, Atilia, cura Philippi,
hic sita sum, Manibus gratis sacrata mariti,
pro cuius vita vitam pensare precanti
indulsere Dei. Ne cesses, Fama: meremur.

(CIL X, 7565)

Quod credis templum, quod saepe, viator, adoras,
Pomptillae cineres ossaq(ue) parva tegit;
Sardoa tellure premor, comitata maritum,
proq(ue) viro fama est me voluisse mori.

(CIL X, 7566)

Unu et viginti bis iuncti vix[i]mus annos,
una fides nobis gaudia multa dedit:
et prior at Lethen cum sit Pompti[ll]a recepta,
“tempore tu” dixit “vive, Philippe, m[e]o”:
nunc aeterna quies Ditisq(ue) silentia maesti
hanc statuere ambis pro pietate domum.

(CIL X, 7569)

Languentem tristis dum flet Pomptilla ma[ritu]m,
vovit pro vita coniugis ipsa mori.
Pro[t]inus in placidam delabi vìsa quietem
occidit. O celere[s] at mala vota deì!
Has audire preces! Vitam servare [marito],
ut pereat? vita dulcio[r] illa m[ihi]!

(CIL X, 7570)

Templa viri pietas fecit p[ro] munere magno
Pomptillae: meruit [femi]na casta coli:
nam se devovit iam [defi]ciente marito.
Rapta viro m[eri]t[o vivat] ut ille suo.

(CIL X, 7574)

Hìc Pomptilla iacet, cineres [a]m[p]le[xa] Philippi
coniugis. His aris includi[tur ur]na duorum
quae facit ad famae vive[ntibus] argumentum.

(CIL X, 7575)

[Iu]nonis sedes infernae cernite cunctì:
numine mutato, fulget Pomptil[l]a per aevom.

(CIL X, 7576)

Se vogliamo proseguire dovremo però fare una capatina in biblioteca:

  • G. Coppola, L’heroon di Atilia Pomptilla in Cagliari, in “Rendiconti dell’Accademia dei Lincei”, VII, 1931, pp. 388-437.
  • Lidio Gasperini (a cura di), Rupes loquentes. Atti del Convegno Internazionale di Studio sulle iscrizioni rupestri di età romana in Italia 1989, Istituto Italiano per la storia antica, Roma 1992.
  • F. Porrà, Catalogo P.E.T.R.A.E. delle iscrizioni latine della Sardegna. Versione preliminare, Edizioni AV, Cagliari 2002.
  • Paolo Cugusi, Carmina Latina Epigraphica provinciae Sardiniae, Pàtron, Bologna, 2003.
  • Piergiorgio Floris, Le iscrizioni funerarie pagane di Karales, Edizioni AV, Cagliari 2005.

E per un inquadramento storico-letterario non potremo fare a meno, immagino, di

  • Paolo Cugusi, Aspetti letterari dei Carmina Latina Epigraphica, Pàtron, Bologna, 19962.
  • Paolo Cugusi, Carmina Latina Epigraphica e letteratura: l’heroon di Atilia Pomptilla tra l’Alcesti di Euripide e l’Alcestis barcinonensis, in J. del Hoyo - J. Gómez Pallarès (a cura di), Asta ac pellege. 50 años de la publicación de Inscripciones Hispanas en Verso de S. Mariner, Madrid 2002, pp. 125-142.
  • Paolo Cugusi, Per un nuovo corpus dei Carmina Latina Epigraphica. Materiali e discussioni, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 2007, con un intero capitolo sul rapporto intertestuale tra CLE e auctores

*    *    *

Nell’immagine: la “diligente ricostruzione” di G. Oddini riportata da Ettore Pais (Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano, a cura di Attilio Mastino, vol. 2, Ilisso, Nuoro, 1999 [1923], p. 297, nota 613; l’immagine è la fig. 55 a p. 299) è sicuramente meno fantasiosa di quella che oggi accoglie i visitatori della “Grotta della Vipera”. Eppure basterebbe poco a munire il luogo di materiale divulgativo adeguato…

1 commento 27 Giugno 2008, 00:10 catalepton


Da mi XXXXX mille

Buone cose di pessimo gusto dal catalogo  www.talariaenterprises.com: scatola da regalo con la scritta 'Da mi basia mille'

In zona “analisi contrastiva” rimpolpo ora la pagina sul carme 5 con l’abbondante dozzina di traduzioni riportate da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42 (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare).

Inter alia, il Sega segnala due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:

Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

(abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)

La traduzione Pastore arriva fino al v. 6, per i motivi spiegati dal cauto abate nella premessa Al lettore:

Torna a luce dopo qualche altra edizione, ch’ha ella avuto altrove, questa traduzione, lavoro della prima gioventù del suo Autore: di cui non è stato l’ultimo pensiero quello dell’esaminare con attenzione questi tre Poeti [Catullo, Tibullo, Properzio], e troncarne quando di netto i poemi, quando in parte, ovunque vi leggesse oscenità, per non farne uscir così libera, e sfrenata la versione sotto gli occhi del pubblico. L’oscenità e la licenza non è mai d’aver corso. […] Non ogni volta che si nomina donna, bellezza, amore, Imeneo, è da farsi così indiscretamente man bassa: ma ciò solo quando vi sia un sentimento osceno, o a quello analogo. Egli non ha perdonato in simili tratti a leggiadria di pensiero, e di poesia. Egli v’ha dato di penna senza esitazione: ma colla stessa fermezza ha lasciato correr quant’altro non gli pareva di tal carattere, ancorché potesse per ventura aver talvolta un doppio senso, tenendo però cura di render nella sua traduzione il sentimento migliore, e secondo onestà. Quei di buon senso, i ragionevoli, i moderati ne saranno soddisfatti: e ‘l dovrebbon esser anco i più rigidi, vedendo così risecati questi poeti, che son ridotti quasi quasi a metà”.

A partire dalla quarta edizione (Bassano, 1805), per togliere al carme quel residuo di “proibito” che, pur ridotto a meno della metà, conservava, Pastore lo intitola Frammento - A sua Moglie.

La seconda censura è direttamente sul testo latino, nell’edizione castigata di L. Portelli (Roma, 1836):

Admonitu mortis ad hilariter vivendum socios cohortatur

Vivamus, socii, iocosque amemus,
Rumoresque senum seveniorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
Nobis, cum semel occidit brevis lux
Nox est perpetua una dormienda.

Così Sega, p. 44:

la si può considerare una “traduzione” sui generis, di tipo endolinguistico, perché riporta il testo latino originale con una reinterpretazione del v. 1 e una espunzione dal v. 7 in poi, che rendono molto diverso il significato del carme catulliano.

La reinterpretazione è completata dal titolo e da una nota di critica alle concezioni “non cristiane” di Catullo:

Ita loquuntur quibus animum simul cum corpore exstingui persuasum est, nullumque fore de rebus, quas in vita gesserimus, iudicem, unde et virtutum praemia et flagitiorum poenas exspectare debeamus. Nos contra qui maximo Dei beneficio Christiani sumus, tantum abest ut mortis cogitatione pro vitiorum illecebra abutamur, ut ea potissimum cupiditates coercere soliti simus: aeterna scilicet bona spectantes, quae pie atque honeste vitam agentibus ille actionum humananum arbiter pollicetur.

Aggiungi un commento 26 Giugno 2008, 00:42 catalepton


Il gatto di guidogozzano

Guido Gozzano (1883-1916)

Talora - già la mensa era imbandita -
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita…

(Guido Gozzano [1883-1916], La signorina Felicita ovvero la felicità, vv. 97-102)

La foto? Da DIA.

Aggiungi un commento 25 Giugno 2008, 00:05 catalepton


Afasia

Riprendiamo il discorso? Ma con gran pena.

Non è stanchezza, è un senso di inutilità e impotenza.

A quanto pare non sono il solo: ecco un Marco Revelli solo in apparenza retorico, che parla di razzismo e xenofobia ma in realtà parla di tutto, e ci ricorda che qualche voce si è levata “da fuori”

perché “da dentro”, quasi nulla. Qualche sussurro e nessun grido. Silenzio tombale da un’opposizione ridotta a ombra di se stessa, afona e supina nella rincorsa ossequiente di un attestato di responsabilità da parte di un governo d’irresponsabili. Silenzio anche dagli “intellettuali”: quelli che potrebbero avere ascolto, ma che proprio per questo si sono assuefatti a tacere sulle questioni di fondo, scomode, che dividono. E compassata approvazione, connivenza, condivisione da parte di una stampa che definire di regime sarebbe un eufemismo perché ormai costitutivamente incapace di un ruolo critico, o di “controllo” civile, di vigilanza morale. Filistea e moralmente apatica di fronte agli eccessi del potere.

[…]

In poche settimane, come su un piano inclinato, si è bruciato un patrimonio di civiltà giuridica e politica, di memoria, di consapevolezza del valore dei diritti e del rispetto umano, accumulato a fatica nei decenni. La parola stessa, nell’immediato, nell’atto del pronunciarla - questa stessa parola, questo stesso scrivere e denunciare - appare inutile e impotente. Lo dico con disperazione: rischia il ridicolo, nella solitudine in cui è pronunciata. Sommersa nel brusio distratto di una maggioranza impegnata altrove.
Se continuiamo a parlare, a raccontare, a denunciare, a protestare, a dissociarci e a inveire, è in qualche modo “a futura memoria”. Perché la superficie del mare che si è richiuso sopra di noi resti increspata, non placata, inquieta. E perché i membri di questa piccola tribù qui raccolta, in realtà, non sanno comportarsi altrimenti che così: continuando ad opporsi. Con la consapevolezza, questa sì dolorosamente nuova, che non si dovrà, probabilmente, cercare il valore del proprio agire in un risultato immediato. In una soluzione politica a breve termine, nel tempo in cui la politica ha perso se stessa, e si avvolge e si contorce, negando nel proprio agire quotidiano le ragioni finali, e alte, del proprio esistere. Che bisognerà lavorare a lunga scadenza, senza illusioni, senza speranze né scorciatoie né espedienti tattici.
Sapendo il perché, senza più chiedersi quando.

(da Marco Revelli, Un piano inclinato chiamato Italia, Il manifesto, 6 giugno 2008, pp. 1 e 5)

Aggiungi un commento 24 Giugno 2008, 17:57 catalepton


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