Ultima cena
Anzor Salidjanov, The last supper (2009), esposto al Central Asia Pavillon della 53. Biennale di Venezia (segnalazione del Boston College Italian Ecenter).
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Anzor Salidjanov, The last supper (2009), esposto al Central Asia Pavillon della 53. Biennale di Venezia (segnalazione del Boston College Italian Ecenter).


Le foto non sono granché, ma passando di lì non ho resistito alla tentazione di documentare meglio l’Ultima cena di John Byrne. Non mi ero reso conto, infatti, di aver pubblicato una foto grandangolare; e penso interessi anche il dettaglio della “mano d’autore”.

Mark Kostabi - Ron English, L’Ultima Cena da McDonald’s, da Le tribù dell’arte (catalogo dell’omonima mostra, Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, 2001), a cura di Achille Bonito Oliva, Skira, Milano, 2001.
Me la manda Luca, puntualizzando che
è una collaborazione tra due buontemponi, Mark Kostabi (che nel catalogo figura come autore, e nell’immagine come Gesù Cristo) e Ron English (cui spetta la paternità della foto).


John Byrne, Dublin’s Last Supper (2004), photograph screen-printed onto vitreous enamel, 930 x 220 cm, Dublin, Quartier Bloom (project curated by Cliodhna Shaffrey).
The Last Supper mural has good trivia, enough to get the Legion of Mary muttering. Jesus is a Sikh, John is a woman, Judas is portrayed as a priest, there’s a Juventus Biblical Soccer League Shirt in the background, and one of the diners has an extra hand (see if you can spot who).
(cito Lugs Brannigan, ma trovi una scheda particolareggiata su CIRCA Art Magazine; per qualche dettaglio, vedi le foto di Kieran Lynam)

Coi Lego ce ne sono altre versioni. Ma la migliore è questa del reverendo Brendan Powell Smith, che forse non si rende conto di quanto faccia scompisciare il suo The Brick Testament.

Andy Warhol, The Last Supper, 1986 (una delle tante: vedi Andy Warhol: The Last Supper Portraits)

Dal catalogo Cocreta (è un idiotismo per croqueta), segnalato da Web Design Index by Content .03, The Pepin Press, Amsterdam & Singapore, 2007 (un repertorio che consiglio vivamente a gioder).

Ron Burns, Dinner and drinks with the Son of Dog, acrylic on canvas, 36″ x 72”.

Accennando a Smoke (1995), il film di Wayne Wang sceneggiato da Paul Auster, mi sono ricordato che i titoli di coda raccontavano per immagini Auggie Wren’s Christmas Story (1990; leggilo in appendice a Paul Auster, Esperimento di verità, Torino, Einaudi, 2005).
Lo puoi vedere su YouTube. La colonna sonora è di Tom Waits: Innocent when you dream.
In parallelo, ricompongo prima vaghi poi angoscianti ricordi del Beaubourg nel 1999 - una sala dedicata a Sophie Calle che vi esponeva le foto della serie Les Aveugles (l’artista ha domandato a dei ciechi quale fosse la loro idea di Bello, e ha giustapposto il ritratto del cieco, le sue parole e una rappresentazione di cio che egli aveva descritto: un lavoro sullo sguardo e sull’assenza), e i sette volumi di Double-Jeux (Arles, Actes Sud, 1998), in cui si intrecciano la vita di Sophie Calle e Leviathan di Paul Auster.
[Vedi anche la galleria dedicata a Sophie Calle su artnews.org.]





Rauf Mamedov (Рауф Мамедов), L’ultima cena (ТАЙНАЯ ВЕЧЕРЯ), 1988 (?), 5 fotografie, 140×100 ciascuna.
L’opera va spesso a nome di Jevgeni Semyonov; ma la Galerie Lilja Zakirova spiega che
The project was realized in very close collaboration of the aforementioned artist/director Mamedov, the artist Jevgeni Semenov, the photographer Dmitri Preobragensky and the computer operator Dmitri Krainov.
Primi appunti per una critica delle fonti letterarie e iconografiche dei videogiochi?
La classica veduta panoramica di Myst non rende giustizia; ma la struttura e l’impatto visivo delle varie Ere, e tutta l’atmosfera di gioco, devono molto a Die Toteninsel.

La vedo tutti i giorni ma non l’avevo mai guardata.
Sulla copertina delle Pagine Bianche di Cagliari e provincia, 2007-2008, c’è questa foto (c’è anche su PagineBianche d’Autore).
L’autrice, Sabrina Oppo, la presenta così:
Il mio lavoro si relaziona alla serialità delle immagini, alla loro ripetizione mediatica. È una fotografia in cui mi lego all’infanzia, al gioco di oggetti e di ombre.
e la intitola “Senza titolo”.
È chiaro: Sabrina, da vera artista invasata, non era cosciente di cosa il Dio le ispirasse.
Perché, aspetta, ti descrivo la foto: il sole staglia su un pavimento in cotto le ombre di tanti cavallini giocattolo.
È chiaro: è il Mito della caverna.
Chi legge tra le righe sa che penso sempre a come trasporre in classe queste “esperienze”.
Non sarò mica il primo, ma almeno insegno divertendo e divertendomi, e apprendono divertendo e divertendosi.
Ecco allora uno specimen delle carissime alunne dell’anno scorso.
Poi le dicono ignoranti! Non sono ignoranti! Le fate ignoranti!
[scusino - è stato più forte di me :D :D :D ]
Il prototipo suppongo lo conosciate. Qui si giocava alla trasposizione del contesto.
Polli
Nel pollaio, in un’ora d’afa. Un pollo di circa due anni, cresta floscia rosso pomodoro marcio, collo troppo lungo perché gli era stato tirato. Le galline covano. Il pollo in questione si arrabbia con la gallina vicina. Le rimprovera di fare troppo strepito mentre cova. Tono stridulo, con pretese di cattiveria. Non appena vede un po’ di paglia libera vi si appollaia. Due ore più tardi lo vedo in cortile, vicino alla staccionata. È con un altro pollo che gli dice: “Dovresti strillare di più all’alba”, e gli dà una dimostrazione.
(Valeria)

Dopo averne letto una microrecensione l’avevo a lungo desiderato; e alla fine trovato alla (odiosa ma ben fornita) Feltrinelli di Largo Argentina (sì, proprio davanti all’area sacra, enorme colonia gattesca): Matt Madden, Esercizi di stile: 99 modi di raccontare una storia, Black Velvet, Bologna 2007. Now, let’s share—
Sarò sincero, questi “storici alfieri del fumetto indie” non mi dicono poi tanto (questione di segno grafico; è un po’ come con Preacher, tanto idolatro Garth Ennis e Glenn Fabry quanto aborro Steve Dillon); ma l’idea di trasporre Queneau in fumetto è geniale, e praticata con metodo.
Il risultato è spesso esilarante, sempre (come tutte le meta-cose, e questa è una meta-meta-cosa) neurotonico.
Le riflessioni possibili sono certo d’ambito metafumettistico (organizzazione della tavola, stile grafico, lettering, storia del genere - benché gli effetti parodici non reggano al paragone con Miao Yashimoto - sì, quello di Cybersix, anche se della sua esistenza sembra essersi accorto solo tale StorioneSaggio); ma il filone più succoso è ovviamente quello delle tecniche narrative. Partite muniti di buon armamentario narratologico.
Vedasi dunque non tanto il sito e il blog di Matt Madden, quanto il monografico www.exercisesinstyle.com, con piccola antologia. Massì, c’è anche un buon tributo italiano.
E poiché un esercizio tira l’altro, scopri che a Chicago hanno persino sperimentato 99 Ways to Tell a Radio Story…
Each has its own particular style, lasts 2 min and 30 sec, starts with some manifestation of the sentence “To begin with, they never got along.” and includes the following sounds: a pre-recorded voice, a rhythmic noise and an exclamation (in that order).
Tornando a Madden, non posso trattenermi dal riportare qui almeno il template e una variazione sul tema (Fotoromanzo). Mescolo indiscriminatamente versione originale e traduzione italiana. Chi poi volesse, ha il link; e se non basta, se lo compri.
