Archivio della categoria ‘Soundtrack’.

Ratantina

Il ritmo della ratantina

Baccanti: rullanti e cassa, come battiti del cuore, prestissimo accelerando.

Ciononostante:

Giovedì grasso

Ma in questa festa di bovina gioia
di vivide e buie, nebbiose risate
quando fingi che alienazione e noia
di una vita non siano, non stasera
perpetuate - e sai cos’è il sempre - ancora,
quando anche il pazzo può liberamente
nascondere i suoi occhi più terribili
tra gli incroci di sguardi che la gente
riempie per l’occasione di qualcosa:

esangue, concitatamente oscena
si fa la rassegna dei burattini
di quei meravigliosi ex-individui
collaudati al rodaggio della finta.
Temo d’essere anch’io, purtroppo, in maschera.
(1992)

One semester of Spanish

Un fotogramma da 'One semester of Spanish Spanish love song'

Non amo molto i link a YouTube, tantomeno gli embedding.
Questo però merita, e ad esser precisi non è su YouTube ma su Runawaybox.com.

Lo statunitense Mike, che ha frequentato solo il primo semestre di un corso di spagnolo, canta una canzone d’amore con i pochi strumenti linguistici a sua disposizione:

¡Hola señorita!
¿Como te llamas?
Me llamo Mike, me llamo Mike,
¿Dónde está el baño?
Feliz Cumpleaños!
¿Que hora es? ¿Que hora es?
Lara la ra ra
Me gusta la biblioteca
Vivo en la casa roja
Yo tengo dos bicicletas
Muchas gracias y de nada.
¿Cuantos años tienes?
Un momento por favor
It´s the one semester of Spanish spanish love song.

Mi mama es bonita
Mi gato es muy blanco
Perdoneme, perdoneme!
lara la ra ra
Uno, dos, tres y cuatro
Cinco, seis, siete, ocho
Nueve, diez…
Not remember how to say eleven…
Antonio Banderas
Nachos grandes y cinnamon twists
It´s the one semester of Spanish spanish love song.

Au revoir!

Contra el feixisme

Alerta està contra el feixisme (1936)

Sovrappongo un manifesto della Guerra Civile a una canzone del ‘68.

Cosa c’entra?

Rende l’idea di quanto l’uso del catalano abbia contribuito alla resistenza al franchismo.

L’estaca

L’avi Siset em parlava
de bon matí al portal,
mentre el sol esperàvem
i els carros vèiem passar.

Siset, que no veus l’estaca
a on estem tots lligats?
Si no podem desfer-nos-en
mai no podrem caminar!

Si estirem tots ella caurà
i molt de temps no pot durar,
segur que tomba, tomba, tomba,
ben corcada deu ser ja.

Si jo l’estiro fort per aquí
i tu l’estires fort per allà,
segur que tomba, tomba, tomba
i ens podrem alliberar.

Però Siset, fa molt temps ja
les mans se’m van escorxant
i quan la força se me’n va
ella es més forta i més gran.

Ben cert sé que està podrida
i és que, Siset, pesa tant
que a cops la força m’oblida,
torna’m a dir el teu cant

Si estirem tots ella caurà
i molt de temps no pot durar,
segur que tomba, tomba, tomba,
ben corcada deu ser ja.

Si jo l’estiro fort per aquí
i tu l’estires fort per allà,
segur que tomba, tomba, tomba
i ens podrem alliberar.

L’avi Siset ja no diu res,
mal vent que se’l va emportar,
ell qui sap cap a quin indret
i jo a sota el portal.

I, mentre passen els nous vailets,
estiro el coll per cantar
el darrer cant d’en Siset,
el darrer que em va ensenyar.

Si estirem tots ella caurà
i molt de temps no pot durar,
segur que tomba, tomba, tomba,
ben corcada deu ser ja.

Si jo l’estiro fort per aquí
i tu l’estires fort per allà,
segur que tomba, tomba, tomba
i ens podrem alliberar.

(Lluís Llach, 1968)

Elogio della semplicità: one-note solo

Creedence Clearwater Revival - Copertina dell'album 'Green River' (1969)

Non amo molto gli assoli di chitarra. Ma, benché John Fogerty non sia noto come chitarrista eccelso, il suo assolo in “Tombstone Shadow” mi ha sempre fatto impazzire (è nell’album dei Creedence “Green River” del 1969).

Per intenderci, è un “one-note solo”: stesso genere cui appartengono ad esempio l’assolo di Robert Fripp in “Starless” (dall’album dei King Crimson “Red” del 1974), quello di Mick Jones in “Tommy Gun” (dall’album dei Clash “Give ‘em enough rope” del 1978), quello in “Little Honda” (cover dei Beach Boys, dall’album degli Yo La Tengo “I can hear the heart beating as one” del 1997).

Stavo pensando a trascriverlo, ma non sono bravo con le intavolature, né so indicare il bending sul pentagramma. Del resto c’è poco da scrivere… tonalità di sol maggiore, giro di blues in dodici battute, assolo tutto sulla nota di sol: ascoltiamolo (247 Kb).

Aggiungo così un tassello alla promessa già parzialmente assolta.

Povira barunissa

Il muro insanguinato (da 'L'amaro caso della baronessa di Carini')

“La barunissa di Carini” è un poemetto della tradizione orale siciliana, ispirato a un fatto del 1563: un vero concentrato di tòpoi cortesi, edito e tradotto da Federico De Maria (1883-1954) (il sito è orribile, ma guarda ai contenuti).
La sigla dello sceneggiato televisivo “L’amaro caso della baronessa di Carini” (1975), cantata da Gigi Proietti su musica di Romolo Grano, concentra i contenuti del poemetto:

Chianci Palermu, chianci Siracusa:
a Carini cc’è lu luttu p’ogni casa.

Attornu a lu casteddu di Carini
cci passa e spassa un beddu cavaleri:
lu Vernagallu di sangu gintili
ca di la giuvintù l’onuri teni.

“Amuri chi mi teni a tu cumanni,
unni mi porti, duci amuri, unni?”

“Vju viniri ‘na cavallaria…
chistu è me patri chi veni pi mia,
tuttu vistutu alla cavallarizza,
chistu è me patri chi mi veni ammazza.”

“Signuri patri, chi vinisti a fari?”
“Signura figghia, vi vegnu ammazzari.”

Lu primu corpu la donna cadiu,
l’appressu corpu la donna muriu.
Nu corpu a lu cori, nu corpu ‘ntra li rini,
povera barunissa di Carini.

(è il testo che ho riveduto e corretto su Wikipedia)

Elogio della semplicità: Hotel Supramonte

Andrea Parodi

Guarda quanto ci rumino, prima di sputare il rospo. Inizio a mantenere una promessa datata 22 ottobre 2006.

Ce n’è voluto, vero? Ma non avevo il coraggio di impelagarmi nella trascrizione musicale con l’antico e macchinoso Encore (pensavo fosse fuori produzione, ma GVOX deve aver rilevato la Passport e lo produce ancora; io comunque ho la versione preistorica: vedi bene la pessima qualità grafica dei risultati).

Iniziamo dunque almeno ad accennare questo “elogio della semplicità in musica”.

Cagliari, Anfiteatro Romano, 10 luglio 2005. “Le Nuvole. Tributo a Fabrizio de Andrè”: un “evento mediatico” di cui continuo a rimuginare una stroncatura ormai inattuale, per poi dirmi che non vale la pena farsi il sangue amaro; e per fortuna ci ha già pensato, da maestro, Nicola Mura, di cui condivido ogni sfumatura.

Mura dimentica solo di mettere in evidenza la ridicola scelta di esiliare nel cantuccio finale i musicisti “locali”, Andrea Parodi le Balentes Elena Ledda. Ma è lì, quasi alla fine del concerto, dopo tante reinterpretazioni più o meno riuscite, talune francamente fuori luogo - quasi sempre condoglianze ipocrite di chi il morto manco lo conosceva, è lì che arriva la stoccata.

Andrea Parodi reinventa Hotel Supramonte.

Andrea Parodi, una voce che sinora non mi aveva mai impressionato, lascia un segno indelebile.

Credo che poco abbiano potuto, con lui, Roberto Colombo e Stefano Barzan, che altrove impongono arrangiamenti sanremesi (”vagano perse in chissà quale recesso della memoria le splendide parti di chitarra, le commistioni mediterranee”: è Mura).

Questo nuovo Hotel Supramonte è cucito sulla voce di Parodi; è cucito con tale misura che non può essere farina altrui.

Ma avviene qualcosa che lo stesso Parodi non aveva mai tentato (è pur sempre un tenore, leggetevi Rivoluzione del tenore intorno al pubblico. Studio astronomico di Hector Berlioz, sesta delle sue Serate d’orchestra: qui il testo originale).

Rinunciando al protagonismo dell’acuto, dedicando davvero il pezzo alla memoria di Fabrizio, il lavoro di Parodi sulla partitura - prima ancora che sull’esecuzione - è minimale. Lavora, mi si passi il doppio senso, in levare, scarnificando una canzone già semplice.

È difficile parlare delle cose semplici, delle sfumature.

Iniziamo a ricordarci del testo:

E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
e poi scuse e accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi ridi vivi o sei perduta
col tuo ordine discreto dentro il cuore
ma dove, dov’è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.

Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove, dov’è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.

E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove, dov’è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.

L’originale, in re maggiore, è costruito su questo semplice arpeggio di chitarra:

Hotel Supramonte - L'arpeggio base

e su un arrangiamento straordinariamente essenziale (soprattutto se si pensa che il cosiddetto Indiano [1981] fu scritto con Bubola e arrangiato da Mark Harris e Oscar Prudente): all’arpeggio di chitarra si aggiungono nella seconda e terza strofa la tonica del basso e un controcanto minimale, affidato prima al violino poi agli archi.

Conta molto, nel ritornello, il tacet strumentale:

Hotel Supramonte - Il ritornello (spartito originale)

Così almeno dice lo spartito. De Andrè lo eseguiva con una significativa variante melodica alla sesta battuta:

Hotel Supramonte - Ritornello (versione di De Andrè)

In una serata televisiva non ci si poteva attendere tanta semplicità. Eppure l’arrangiamento di Parodi conserva l’arpeggio originale, aggiunge solo qualche abbellimento chitarristico (bisogna pur concedere esibizionismo al virtuoso), e una progressiva entrata di percussioni, basso, archi (sul primo ritornello), piano, batteria. Il controcanto è affidato al flauto.

Un po’ troppo forse, ma con qualche garbo, e non importa: sono accessori.
Ciò che conta è quel particolare effetto di crescendo che Parodi ottiene senza ricorrere al ripieno armonico. Come? Esattamente al contrario. L’ho detto: in levare.

Parodi dà per scontato che l’ascoltatore conosca il modello.

La trasposizione in la maggiore non è casuale, perché l’arpeggio iniziale appare timbricamente più “vuoto” dell’originale.

Ma la prima “sorpresa” giunge quando Parodi esegue un ritornello dalla linea melodica completamente diversa da quella originale, in qualche modo “appiattita”:

Hotel Supramonte - Ritornello (versione Parodi, prima e seconda strofa)

L’appiattimento della linea melodica è evidente negli attacchi; ma non sfugga che Parodi si attiene alla partitura originale anche là dove De Andrè introduceva una variante melodica.

Il ritornello giunge comunque all’orecchio molto diverso dall’originale: pur conservandone la struttura armonica, l’accordo di sottodominante arriva in ritardo (a metà della terza battuta), e manca il tacet strumentale.

L’aspettativa dell’ascoltatore-che-conosce-il-modello resta con ciò delusa; ma viene alimentata appena dopo con la modulazione in do maggiore, su cui si prosegue sino alla fine. Può essere un espediente banale, ma ottiene sempre il suo effetto.

Anche il secondo ritornello si ripete con la medesima piattezza, appena abbellita. L’aspettativa cresce.

È solo all’imprevedibile tacet che prelude all’ultimo ritornello che si capisce cosa sta per accadere: sono dei puntini di sospensione.

Ora la melodia è esattamente quella che prevedevamo (compreso il “giusto” arrivo della sottodominante e il tacet strumentale alla quinta battuta), ora Parodi dispiega le sue doti vocali:

Hotel Supramonte - Ritornello (versione Parodi, ultima strofa)

Kiss off

Violent Femmes

Kiss Off

I need someone a person to talk to
someone who’d care to love
could it be you could it be you
situation gets rough then I start to panic
it’s not enough it’s just a habit
hey kid your sick well darling this is it

you can all just kiss off into the air
behind my back I can see them stare
they’ll hurt me bad but I won’t mind
they’ll hurt me bad they do it all the time
yeah yeah they do it all the time

I hope you know this will go down
on your permanent record
oh yeah well don’t get so distressed
did I happen to mention that I’m impressed
I take one one one cause you left me and
two two two for my family and
3 3 3 for my heartache and
4 4 4 for my headaches and
5 5 5 for my lonely and
6 6 6 for my sorrow and
7 7 for no tomorrow and
8 8 I forget what 8 was for and
9 9 9 for a lost god and
10 10 10 10 for everything
everything everything everything

you can all just kiss off into the air
behind my back I can see them stare
they’ll hurt me bad but I won’t mind
they’ll hurt me bad they do it all the time
yeah yeah they do it all the time

(Violent Femmes, 1982)

Secondo Marky Ramone, “one of the only bands who kept punk alive in the dark days of the 80’s and 90’s”.
Punk, folk-punk, “cubist blues” come diceva Brian Ritchie, addirittura “testi adolescenziali”? Mah.
Una buona recensione su Ondarock, un’altra intimistica di kumquat.

Подмосковные вечера

Eh beh...

Не слышны в саду даже шорохи,
Все здесь замнрло до утра.
Еслиб знали вы, как мне дороги
Подмосковные вечера.

Речка движется и не движется,
Вся из лунного серебра.
Песня слышится и не слышится
В эти тихие вечера.

Что ж ты, милая, смотришь искоса,
Низко голову наклоня?
Трудно высказать и не высказать
Все, что на сердце у меня.

А рассвет уже все заметнее…
Так, пожалуйста, будь добра,
Не забудь и ты эти летние
Подмосковные вечера

Se la volete riascoltare, nella miniera di SovMusic.ru - Советская музыка ce ne sono tre versioni.

Se fossi più simpatico sarei meno antipatico

Tre Allegri Ragazzi Morti - Cover dell'album Piccolo intervento a vivo (1997)

Il più difficilmente analizzabile dei capolavori petroliniani è il famoso Fortunello il quale col suo ritmo meccanico e motoristico, col suo teuf-teuf martellante all’infinito, assurdità e rime grottesche, scava dentro il pubblico tunnels spiralici di stupore e di allegria illogica ed inesplicabile.

(Filippo Tommaso Marinetti, L’Italia Futurista, Milano, 1919)

Incredibili intersezioni: cerchi il testo di Fortunello. Racconto idiota (1915), e trovi che i Tre Allegri Ragazzi Morti ne hanno fatto una sensazionale cover elettrica (è nell’album “Piccolo intervento a vivo”, 1997).
Qui:

Capelas imperfeitas: primo assaggio

Nicola Campogrande

L’ammiccare sottecche è di Nicola Campogrande, compositore.
Le sue Capelas Imperfeitas. Diciotto canzoni senza tetto su testi di Dario Voltolini suonavano discrete in sottofondo a casa di un amico, non abbastanza discrete da passare inascoltate.
Per qualche mese sono diventate una piccola ossessione in casa, canticchiate smontate e rimontate; e restano sempre tra i miei dischi preferiti.
Le voci (Vocinblu) sono di Luisa Cottifogli, Frida Forlani, Paola Lorenzi, Silvia Testoni; le percussioni (in senso lato) di Danilo Grassi e Paolo Pasqualin.
Dal sito di Campogrande, munificenza rara, puoi scaricarle in tutta libertà.
Non voglio ora parlare di musica - anche altrove mi son promesso musicologo, senza farne poi niente: pazienza.
Basti qui dire quanto le composizioni, gli arrangiamenti (parola qui più filologica di partitura), l’esecuzione siano squisiti; scrive bene Giovanni Fontechiari che

lavorano il genere, senza mai cadere nella trappola del luogo comune, recuperando di volta in volta l’idea dello stile seppur straniato, plasmato: e così il canto a quattro voci si alimenta con scelta eclettica e con disinvolta successione lungo un divertimento parodistico.

Divertimento però, forse, in senso musicale; e non divertissement: come ha detto qualcuno a proposito di fànfole, questo

non è un gioco.

E venendo ai testi, ai fantasmagorici pitagorici microcapolavori di Dario Voltolini, in rete non ne è traccia. Ma è necessario che ce ne sia.
Mi pareva di averne copia, ma scartabellando scartabellando non ne sono venuto a capo; mi affido dunque a una trascrizione di fortuna, spero di punteggiatura non troppo infedele.

Inizio da uno facile facile, “Ho chiesto”.

Ho chiesto

Ho chiesto a tutti, giù in città
ho chiesto al bar dell’università
ho chiesto a quelli con la faccia stanca
ho chiesto a quelli con il conto in banca

ho chiesto ai preti, agli infedeli
ho chiesto ai jet che solcano i cieli
ho chiesto a te, ho chiesto a me
ho chiesto a tutto quello che c’è

ho chiesto il senso di tutto questo
volevo sapere tutto al più presto
ho chiesto sempre con aria modesta
tutti mi han detto che ero molesta

Ho chiesto al sogno, alla realtà
ho chiesto a chi arriva e a chi se ne va
ho chiesto di giorno, ho chiesto di notte
ho chiesto a chi aveva le ossa rotte

ho chiesto al clochard e al finanziere
ho chiesto al capo ed al barbiere
ho chiesto alla polvere sui libri
ho chiesto ai cervelli e ai loro squilibri

ho chiesto il senso di tutto questo
volevo sapere tutto al più presto
ho chiesto sempre con aria modesta
tutti mi han detto che ero molesta

Ho chiesto in dialetto e in italiano
ho chiesto al basso, ho chiesto al soprano
ho chiesto a un giovane di talento
ho chiesto a un tale che moriva contento

ho chiesto a una ragazza che rideva
ho chiesto a un timido che piangeva
ho chiesto al giorno che finiva
ho chiesto alla porta che si apriva

Non ho mai chiesto per avere
ma solo e sempre per sapere
anche così mi han fatto capire
che era meglio provare a tacere

Vent’anni

Claudio Lolli nel 1972 (da Wikipedia)

Vent’anni tra milioni di persone
che intorno a te inventano l’inferno
ti scopri a cantare una canzone
cercare nel tuo caos un punto fermo.
Vent’anni: né poeta né studente
povero di realtà, ricco di sogni
vent’anni e non sapere fare niente
né per i tuoi né per gli altrui bisogni.
Vent’anni, e credi d’essere impotente.

Vent’anni e solitudine sorella
ti schiude nel suo chiostro silenzioso
il buio religioso di una cella
la malattia senile del riposo.
Vent’anni e solitudine nemica
ti vive addosso con il tuo maglione
ti schiaccia come un piede una formica
ti inghiotte come il cielo un aquilone.
Vent’anni: uscirne fuori è fatica.

Vent’anni e stanza ormai piena di fumo
di sonno, di peccati e di virtù
lasciandoti alle spalle un altro uomo
dovresti finalmente uscire tu.
Vent’anni e il vecchio mondo ti coinvolge
nel suo infinito gioco di pazienza
se smusserai il tuo angolo che sporge
sarai incastrato senza resistenza.
Vent’anni: primavera di esperienza.

Vent’anni e ritagliare i confini
di un amore che rinnova l’esistenza
e ritrovarsi ai margini del nuovo
scontento della tua stessa partenza.
Vent’anni e una coscienza rattrappita
che vuole venir fuori e srotolarsi
come tendere un filo tra due dita
vedere quanto è lungo e misurarsi.
Vent’anni: fare i conti con la vita.

Vent’anni e già vorresti averne trenta
esserti costruito già un passato
vent’anni, e l’avvenire ti spaventa
come un processo in cui sei l’imputato.
Vent’anni: strano punto a mezza strada
il senso dei tuoi giorni si nasconde
oltre quella collina mai scalata
di là dal mare, dietro le sue onde.
Vent’anni: rabbia, sete e acqua salata.

(Claudio Lolli 1975; ma in mancanza di meglio la punteggiatura è mia)

Punx not dead

Punk's not dead

Corsi e ricorsi: dove si dimostra che la canzone politica è ancora viva.
Passo questi giorni di sindrome maniaco-depressiva ascoltando gli ultimi Punkreas (maniaco-) e il primo Lolli (-depressiva). A dire il vero Lolli (Vent’anni) non mi sembra poi così depresso, né antipolitico, né inattuale.
Ma è un altro il punto: mi colpisce questa reviviscenza (forse persistenza) del punk.
Le mie alunne non ascoltano altro. Sarà moda, anche superficiale. Ma non me la menate più con la morte delle ideologie.

Un esempio dei Punkreas (di cui mi piace, ad essere sincero, anche Canapa). E non me la menate neanche con la storia che “ormai sono un gruppo commerciale”. Lo sento anch’io che nel sound, ora, ci sono gli Ska-P e gli Offspring (ma anche gli Skiantos e i CCCP).

Elettrosmog

Strane frequenze casalinghe ricche di misticità
prendon possesso dei condotti della mia elettricità:
d’improvviso mi giro,
sento il ferro da stiro
che mi parla di santi e beati
mentre il mio microonde
si è scaldato e risponde
intonando dei salmi cantati

Elettrosmog! Elettrosmog!

Passano i mesi e il vicinato soffre il nuovo maleficio
provenienza son le antenne con lo stemma pontificio.
“Non può essere vero”
la risposta del clero,
“trasmettiamo un amore sincero:
siamo gente di chiesa,
pratichiamo il digiuno,
non facciamo del male a nessuno”.

Spiegavate i vecchi testamenti,
catechismo e i suoi comandamenti
a memoria due in particolare:
non mentire e non ammazzare mai!

Nel vostro inferno brucerete solo voi
trasmettendo morte con un’onda che affonda l’anima
brucerete, siate maledetti per l’eternità.

Elettrosmog! Elettrosmog!

Somewhere over the rainbow

Andrea Parodi Iz
(Per chi volesse saperlo, aspetto solo che Gabri mi presti un CD per completare l’articolo: due interpretazioni, “Hotel Supramonte” di Andrea Parodi, Cagliari 10 luglio 2005, e “Somewhere over the rainbow” di Ismael Kamakawiwo’ole, da studiare nella loro semplicità rispetto al rispettivo modello. E aggiungerei l’assolo finale in “Tombstone Shadow” dei Creedence.)

Otto signori a Genova

Giusto perché chi ha ispirato l’idea sappia che… ci stiamo lavorando, una piccola anticipazione: il file MIDI con la melodia di “Son maritata giovane” adattata al nuovo testo e arrangiata per coro a due voci (terza voce facoltativa).
L’accompagnamento di basso e accordi (secondo me necessario) è ispirato da vicino alla registrazione in Se otto ore son troppo poche.