Finalmente mi è arrivato: Jan de Zanger, L’assente, traduzione di Domenica Luciani, Edizioni EL, Trieste 2000.
E’ un romanzo (breve), non un “racconto di memoria”, ma ne assume la forma e anzi la “memoria” ne è l’oggetto: serva per l’antologia di Monicà, serva per le assonanze di memoria che chiunque sia stato studente ritroverà (spero), serva per ricordare ai prof l’altro punto di vista.
Intersezioni che si ricompongono.
Dunque grazie, grazie a pliry che me l’ha segnalato, forse voleva farmi capire qualcosa di sé, comunque mi ha fatto un bel regalo.
Il titolo originale è Hadden we er maar wat van gezegd! (l’edizione originale è del 1990, Jan de Zanger è morto nel 1991). Cosa vorrà dire? Batavum est, non legitur. Qualcosa come la sua traduzione in tedesco: Warum haben wir nichts gesagt?
Molto più efficace, allusivo, il titolo italiano: sintomo della cura di Orietta Fatucci nel dirigere la collana “Frontiere”.
[A proposito, sì, "Una collana diretta, incisiva, rivolta in avanti: libri per varcare definitivamente la frontiera con l'età adulta". Certo, un libro per ragazzi. Ma coraggioso.]
La stessa copertina italiana, ben più originale di quella originale, dà tutta un’altra impronta alla narrazione (la foto Maison de examens è di Jérôme Chatin, dal’archivio Grazia Neri). Il riferimento si coglie a pagina 12:
Fu una cosa tristissima. Eravamo sempre stati in quindici, e poi, a un tratto, ci siamo ritrovati a fare la maturità in quattordici. Ricordo quel banco vuoto là davanti, in palestra, durante gli scritti, proprio vicino alla porta. Dovevamo passarci davanti tutte le volte. Il banco d’esame con il numero uno.
Visto che lo dovrò rendere, ne faccio copia amanuense. Seguono non “le belle pagine”, ma quelle che mi servono per non perderne traccia. Violo il diritto d’autore? E che cazzo, il libro è fuori catalogo.
Ecco l’incipit:
Sulla soglia della stanza resta immobile. D’un tratto, una specie di confuso rincrescimento gli sale dentro come una marea. Davvero dovrà passare tutto il suo sabato libero in questo posto? No, non occorre che resti fino alla fine. Potrà andarsene quando vorrà.
Lungo la strada ha avvertito più volte la morsa dell’attesa: dopo quasi venticinque anni stava per tornare nella sua vecchia scuola, che proprio quel giorno compiva cent’anni. Un’occasione da festeggiare, come annunciava il biglietto d’invito con ben tre punti esclamativi. Sarebbe stata una festa fantastica, e il punto forte era quell’idea di riunire le classi di più di sessanta anni scolastici.
Ci saranno persone sull’ottantina, aveva pensato rigirando tra le mani il biglietto, gente in pensione già da quindici anni… Vecchi signori dalle mani tremanti e fragili signore: per loro il ricordo del passato si era fatto sempre più struggente e naturalmente gli anni più felici erano quelli che avevano trascorso lì, a scuola. Non appena si fossero rivisti, avrebbero pronunciato tutti le stesse parole: “Ti ricordi di quando…”.
Il comitato organizzativo, nel quale figuravano nomi estranei (gli pareva di averne riconosciuto vagamente appena uno), sperava che si sarebbero presentate al completo più classi possibile.
Durante l’intero viaggio in autostrada, nel vuoto del sabato mattina, aveva cercato di richiamare alla memoria i nomi e le facce dei vecchi compagni di classe. Non aveva trovato molto: Tiny van der Loo e Joyce Paulussen, le due ragazze di cui un tempo era stato innamorato… Louis Brouwer e Rob Slaper, i ragazzi con la lingua più lunga che si fosse mai vista, tutti e due ottimi sportivi che alla fine dell’anno riuscivano a malapena a sfangarla con la promozione… Ubink, che ricordava solo per il cognome, visto che sul registro veniva sempre prima del suo… E poi naturalmente Sigi Boonstra, il bersaglio perenne dello scherno sia della classe che di certi insegnanti. Sei nomi, sette se metteva nel conto anche se stesso; però ricordava con certezza che l’anno in cui avevano fatto la maturità erano in quindici. Chissà, forse gli altri erano stati del tutto insignificanti, o forse, negli ultimi venticinque anni, erano semplicemente svaniti dalla sua mente. Eppure, certe scene erano ancora vive davanti ai suoi occhi, neanche avessero avuto luogo la settimana prima.
E ora, su quella soglia, lo pervade la stessa sensazione di un tempo, quando faceva la fila davanti alle alte porte che solo i professori e gli studenti dell’ultimo anno potevano usare; tutti gli altri erano costretti a passare dall’ingresso sul retro. La coda adesso scorre lentamente, e tutti si scrutano a vicenda nella speranza di scoprire, da qualche parte, una faccia conosciuta.
Stretto in mezzo a un gruppo di ragazzi che si chiedono urlando quali dei loro ex professori verranno alla festa, dopo essere passato davanti alla portineria piena di volti sconosciuti e sorridenti, è riuscito finalmente a raggiungere la grande sala di ritrovo: dentro straripa di gente e fa un caldo terrificante.
[...]
Strano, pensa lui, o forse no, non è poi così strano. In fondo la gente che sente di invecchiare non fa che rimpiangere la giovinezza passata, mentre i giovani che hanno lasciato la scuola da poco si conoscono ancora abbastanza bene per rivedersi con piacere.
(pp. 7-9)
Il protagonista, Pieter Vink, ha fatto la maturità negli anni Settanta, in un “paesucolo piccolo borghese attaccato a Rotterdam”. Qui presenta “l’assente”, Sigi Boonstra:
- Ah, Sigi… - sospira Elly, - c’era anche lui, ma non ha mai fatto veramente parte della nostra classe, vero? Che tristezza che non abbia visto quel treno: è chiaro che pensava di farcela ad attraversare i binari prima che arrivasse. Si è sempre sopravvalutato… Era un bel palloso, no?
- Già, - dice Ada. - Palloso e saccente…
[...]
Un saccente, pensa. Un palloso. E questo sarebbe tutto quel che rimane di Sigi nella loro memoria, venticinque anni dopo? Lui si ricorda di quando era arrivato in classe, dopo le vacanze di Natale. Evidentemente i professori erano stati messi al corrente dei suoi precedenti, dato che nessuno aveva reagito con stupore a vederlo seduto insieme agli altri, né gli aveva rivolto una domanda. Questo aveva contribuito ad accrescere la curiosità dei compagni. Chi era quel piccoletto? Sembrava un bambino di dieci anni, mentre gran parte di loro ne aveva dodici. Eppure, quella stessa mattina, aveva sempre alzato la mano per primo quando un professore aveva fatto una domanda. Naturalmente, tutti volevano dargli una possibilità, dato che era nuovo, e lui aveva dimostrato di avere sempre la risposta pronta, e a volte forniva persino più dettagli di quelli richiesti dall’insegnante.
[...]
Già durante la prima settimana si era capito che Sigi era di gran lunga il primo della classe. Marleen era retrocessa al secondo posto. Qualsiasi domanda facessero gli insegnanti, Sigi aveva sempre la risposta giusta. Da principio gli era toccato di essere interrogato spesso, forse perché i professori intendevano verificare se quel ragazzo era davvero un prodigio, ma in seguito la maggior parte di loro prese a considerarlo soltanto un alunno dall’intelligenza pronta, del quale potevano vantarsi, data la sfilza di ottimi voti che riportava immancabilmente. Ben presto, però, qualcuno cominciò a sentirsi irritato da lui…
(pp. 26-28)
Ancor più interessante la presentazione del professor Stiffter:
Stiffter imputava la simpatia di cui godeva presso gli alunni al fatto che durante le sue lezioni si rideva. In realtà, riusciva a far ridere i ragazzi sempre con lo stesso trucco, e cioè scegliendo in ogni classe qualcuno da prendere di mira, bersagliandolo poi perennemente con le stesse battute cattive. Il primissimo giorno di scuola della prima ginnasio, per esempio, Marleen si era presentata in classe in minigonna. Stiffter, non diversamente dagli altri professori, aveva voluto conoscere i nomi dei suoi allievi prima possibile e così li aveva letti a voce alta dal registro, mentre loro alzavano la mano uno dopo l’altro.
Poi, dopo aver ripetuto l’appello un paio di volte, aveva detto: - E quanto alla nostra Marleenetta, la potrò sempre riconoscere dalla bella gambetta -. Marleen era diventata subito rossa fino alle orecchie, ragion per cui Stiffter aveva commentato che non vedeva motivo di arrossire per delle belle gambe, cosa che naturalmente aveva fatto avvampare Marleen ancora di più. Ma quando il giorno dopo lei era venuta a scuola in jeans, lui le aveva domandato se in futuro non avesse intenzione di privarlo della vista delle sue belle gambe, e immediatamente dopo aveva detto alla classe: - Guardate un po’ come sta diventando un’altra volta bella rossa! Non è vero che il rosso le dona?
(pp. 29-30)
In questo contesto, la retorica del preside si impregna di ironia crudele:
Una buona atmosfera scolastica è importante, perché è in seno ad essa che si sviluppa lo spirito di solidarietà fra gli studenti.
(pp. 32-33)
E, nota bene, a pagina 40 Elly ci informa che
Stiffter era il professore con cui andavamo più d’accordo.
Come dicevo, tutto il romanzo ha per tema la “memoria”: è la cronaca del recupero di un ricordo rimosso.
E’ come se tu fossi una specie di chiave che riesce ad aprire altri cassetti della nostra memoria.
(p. 40)
E ancora:
- Oggi, - inizia esitante, - ho come la sensazione di avere aperto una porta che si era richiusa dietro di me quasi venticinque anni fa. Adesso c’è uno spiraglio e io sto scrutando dentro. Quello che vedo mi fa paura, eppure cerco di aprirla sempre di più.
[...]
Non sono ricordi esaltanti, eppure mi sento costretto a scavare sempre più a fondo, fosse solo allo scopo di trovare finalmente un po’ di pace.
(p. 48)
Ed ecco la scena madre, alle pp. 111 ss.: la requisitoria contro il professor Stiffter (non ti preoccupare, non svelo il finale):
Professore, durante quell’udienza simulata nella sua aula, nella sua ora di lezione e in sua presenza, quindi sotto la sua responsabilità, come dissi a Elly che avrebbe dovuto trovarsi lei stessa al banco degli imputati, così dissi a lei che sarebbe stato responsabile delle conseguenze. E’ arrivato il momento di aprire gli occhi su quelle / conseguenze e di renderne conto. Faccio carico anche a lei dell’accusa di omicidio colposo.
- Ma io non devo…
- Sì che deve, invece! Un uomo come lei, con una funzione così importante, un uomo che considera suo compito formare i giovani, non deve sottrarsi alle sue responsabilità quando si parla di qualcuno che anziché essere formato è stato distrutto! E Sigi Boonstra non è stato l’unico. Mi chiedo quanti ragazzi lei abbia rovinato, anche se non con conseguenze così gravi.
Stiffter lo guarda inferocito, ma Pieter torna all’attacco rivolgendogli una domanda: - Ci sono sempre ragazze con belle gambe in classe sua?
- Una battuta innocente, - replica Stiffter. - Che c’entra ora…?
- Invece c’entra, moltissimo. Perché lei, per avere la certezza di essere benvoluto, per far ridere la maggioranza della classe, deve prendere di mira qualcuno che non si possa difendere. Come una ragazzina che arrossisce ogni volta che lei ripete: “Che belle gambe!”. Quella ragazzina non le può certo rispondere: “Va’ al diavolo!”, come lei sa che potrebbe fare chiunque fuori di lì. Quella ragazzina è inerme e muta perché ha paura di lei, del suo potere di insegnante. Nel caso di Sigi Boonstra, lei scelse di prendere di mira un ragazzo che era già lo zimbello della classe. E per giunta scelse di colpire due cose rispetto alle quali lui era del tutto indifeso: la modesta statura, che gli causava già abbastanza sofferenze e complessi, e quell’abitudine di masticare quando si concentrava, un riflesso automatico, un gesto incontrollabile, come quello che fa lei quando si sente minacciato: si passa la mano sulla pancia, come adesso.
Forse quella di Pieter è solo perfidia, ma deve dar / sfogo alla collera che si sente crescere dentro sempre di più. Tutt’intorno a Stiffter vede facce allarmate, inorridite. Elly sta piangendo in silenzio.
- Durante le sue lezioni lei ha soltanto accresciuto l’insicurezza di Sigi, mentre nel suo ruolo di educatore avrebbe dovuto far sì che quel ragazzo si sentisse al sicuro, lì in classe, davanti a lei…
[...]
Come insegnante doveva certo essersi accorto che Sigi Boonstra era emarginato dai compagni, e anche nel caso in cui non lo avesse notato, di certo l’avrà sentito dire dagli altri insegnanti nei consigli di classe, dove si sarà senz’altro parlato di lui. Lei intuì quello che sarebbe successo e le andò bene così, perché quel ragazzino non le piaceva. Lei sapeva che Sigi aveva un’intelligenza di gran lunga superiore alla sua, ma lei è una persona troppo meschina per poter accettare una cosa del genere. Nella sua visione del mondo l’insegnante è in cima alla gerarchia, e gli alunni servono solo a esaltarne la grandezza. Un ragazzo troppo intelligente rovina questa immagine.