Archivio della categoria ‘Scuola?’.

Wind ist der Welle lieblicher Buhler

Die Welle, il film di Dennis Gansel, ha suscitato in Italia qualche vaga reazione, dopo la presentazione al Torino Film Festival (anche se buona parte di chi ne ha scritto confonde “autocrazia” con “autarchia”); e non mi metto a fare il recensore, visto che ci hanno già pensato altri (cito solo Silvana Fiori per Linutile e Giovanni De Luna per Tuttolibri).

In Germania l’hanno proiettato in tutte le scuole. In Italia non è ancora uscito: non è un “film di Natale”? In Spagna La ola era nelle sale da novembre e il 25 dicembre c’era ancora.

Nella speranza di vederlo presto anche da noi, mi limito a segnalare il trailer tedesco e quello spagnolo, e il sito ufficiale con materiali didattici (chissà se il modulo d’ordine di copie gratuite ad uso didattico vale anche per l’Italia).

Sul cappello, sul cappello…

Emanuela Di Pasqua su corriere.it:

Australia, bandite le correzioni con la penna rossa, troppo stress per gli studenti

SYDNEY (AUSTRALIA) - Niente penna rossa per i ragazzini australiani: nelle nuove policies decise dal Ministro della Salute Stephen Robertson, c’è anche una raccomandazione specifica sulla necessità di evitare la penna rossa per sottolineare gli errori. [...] Addio alla maestra della penna rossa di deamicisiana memoria, dunque.

Il sorriso di Kniazeff

Foto di Boris Kniazeff (1900-1975), con dedica

Adesso che il cadavere è freddo, qualche nota a margine della prima prova scritta 2007-2008.

Certo, il sorriso di Boris Kniazeff dato per femminile, il Galata morente dato per “scultura romana del I secolo a.C.”… Ma mi è piaciuta poco la “caccia all’errore” (e al colpevole), buona solo come scandaletto giornalistico della settimana - e infatti già dimenticata.

Eppure non sono errori di “ignoranza”, ma solo di fretta: e che la prova sia stata confezionata in fretta te lo dimostra la scarsa cura nell’impaginazione, evidente in quella virgola in grassetto e soprattutto in quell’altra virgola di troppo nel titolo:

Eugenio MONTALE, Ripenso il tuo sorriso, (da Ossi di seppia, 1925)

Nonostante lo svarione clamoroso, il testo non è stato scelto a caso: come vuole il “canone” ministeriale che si è implicitamente stabilito dal 1998 ad oggi, è un testo del primissimo Novecento, poco antologizzato ma assolutamente coerente con il convenzionale armamentario storico-letterario. Così qui c’è tutta la vulgata montaliana: il “codesto solo oggi possiamo dirti”, “la vita e il suo travaglio”, le “piante dai nomi poco usati”, i paesaggi liguri, i colori, i suoni (il fonosimbolismo delle “petraie d’un greto” come quello del “rovente muro d’orto”), i correlativi oggettivi…

E in relazione a questa vulgata la consegna non è peregrina (ovviamente, lasciando perdere “la figura femminile”).

Continua… ‘Il sorriso di Kniazeff’ »

Il parco giochi scritto da pedagoghi

Barcelona: l'area di giochi infantili al Parque de Montjuïc

La foto è attinente, purtroppo poco parlante. Peccato non averci pensato quando ero lì: avrei potuto documentare il parco in azione. Parrà strano, visto quanto Montjuïc è isolato dalla città, eppure là sopra ci sono scuole materne ed elementari (con uno scuolabus, del resto, poco ci vuole a salirci).

E leggi questo articolo (che ne parla come di una cosa ancora in fieri, mentre ormai è più che attiva):

El parque de atracciones de Montjuïc se convierte en zona de juegos infantiles. El futuro parque, de algo más de cinco hectáreas, tendrá cuatro áreas de juegos infantiles vinculados a la naturaleza.
Todos los materiales serán naturales, como el de una tirolina o un sistema de piezas de madera que reproducirá las notas musicales. Además de jugar, los niños podrán aprender a conocer mejor la naturaleza por un sistema de jardines o agrupación de plantas que quieren evocar los cinco sentidos. Por ejemplo, el de la vista será una área de plantas y flores con una fuerte escala cromática, y para apreciar el tacto, plantas de diferentes texturas. Gardenias y tomillo, entre otras, serán algunas de las especies de la zona de plantas olfativas, y árboles frutales y las hojas de menta se utilizarán para que los niños aprecien la variedad que pueden tener los gustos. En toda la zona del futuro parque se podrá pasear por pequeños senderos que llegarán a conectar con otros jardines de la montaña, como los de Mossèn Cinto, al oeste, o el de los Tres Pins, al este. Algunas piezas del antiguo parque de atracciones se conservarán, como el bar de la entrada de la plaza de Dante, que tenía una gran estrella de la cervecera Damm, con la que se está negociando la restauración del edificio como futuro bar y zona de servicios del parque. También se mantendrán algunos elementos del viejo parque, como la ballena.

(El País, 30 gennaio 2002)

I giochi sono tutti collaborativi e disegnati per sviluppare motricità e coordinamento; ma soprattutto sono un viaggio nei cinque sensi. Io ricordo con gioia infantile i due paraboloidi di pietra con i quali dialogare sottovoce a cento metri l’uno dall’altro, e tutte le meravigliose macchine sonore.

Ma la cosa più stupefacente è la struttura per il gioco con acqua e sabbia, che riesce a coinvolgere un’orda di gnomi di quattro anni in una complessa attività cooperativa (si può discutere, poi, sul fatto che forse i pedagoghi catalani hanno pensato a obiettivi professionalizzanti più che educativi, vedendo un cantiere edile in potenza anche nelle torte di fango).

Analisi logica

Studenti che sanno rispondere alla domanda 'Che complemento è?'

FatherMcKenzie fa lo spiritoso e lancia il sasso su it.cultura.linguistica.italiano:

Una mia amica, al primo incarico come profia di latino, mi ha esternato un dubbio e mi rivolgo senz’altro a voi così bbravi: che complemento è: “Tizio fu eletto senatore su consiglio di Sempronio (oppure su iniziativa di)? Certo del vostro amorevole soccorso.

Davide Pioggia risponde così:

È uno dei numerosissimi casi in cui ci si dovrebbe rendere conto conto che il re è nudo: la cosiddetta “analisi logica”, così come viene concepita e insegnata nei testi ufficiali, non esiste come disciplina scientifica, e per altro non ha nemmeno i requisiti per essere definita una forma di creatività, come avviene per le discipline artistiche.

Si tratta di una sorta di falso ideologico, che si è prodotto quando i grammatici hanno avuto bisogno di scrivere una grammatica universale che fosse valida per tutte le lingue. Non avendo costoro gli strumenti culturali per cimentarsi in una tale impresa (figuriamoci, non ce l’ha fatta nemmeno Chomsky) e avendo trascorso la loro infanzia a mandare a memoria rosa-rosae, non hanno saputo fare niente di meglio che cercare di riciclare il latino come lingua universale, dandogli una riverniciata.

Pochissimi insegnanti di lettere saprebbero dire che cosa sia veramente una cosa come il complemento oggetto, fornendone una definizione rigorosa e non ambigua. Per lo più ti rispondono che è quella “parte del discorso” che risponde alla domanda “chi/che cosa?”. Una pena. I pochi che hanno studiato un po’ di grammatica generativa hanno cambiato il loro lessico, ma la mentalità resta la stessa, come quando al posto di “6″ si cominciò a scrivere “sufficiente”: sempre voti erano.

È pur vero che un insegnante di lettere sa riconoscere al volo il complemento oggetto, ma lo sa riconoscere perché dentro di sé sa che è “quella cosa che in latino andrebbe all’accusativo” (anche la traduzione dal greco è tragicamente assurda: per lo meno se dicessimo “causativo” potremmo provare a darci un contegno), e siccome egli - come qualunque essere umano che abbia più di quattro anni - ha in testa un “coprocessore linguistico” che sa bene quando usare l’accusativo in latino, allora egli usa questa sua facoltà universale per fare finta di sapere che cosa è l’accusativo, mostrando di saperlo riconoscere. Ma sapere riconoscere una cosa non equivale affatto a sapere che cosa è quella cosa.

Ora, al di là dei miei toni polemici e come sempre eccessivi, io sono sicuro che una persona intelligente e preparata come te lo sa bene che il re è nudo, che tutto ciò è un colossale falso, e però tu e gli altri queste cose non le dite, e lasciate che i libri li continuino a scrivere le maestrine dalla penna rossa, le quali credono davvero che in un caso come questo dire complemento di causa sia “sbagliato” e invece dire complemento di modo sia “giusto” (o viceversa). Magari glielo hanno dovuto cacciare in testa riprendendole mille volte affinché anche loro si conformassero a quella che è solo una tradizione, ma poi - come sempre accade - tutto quel lavoro di inculcamento che hanno subito se lo sono dimenticato, e ora se un ragazzo dice che “su suggerimento” è complemento di causa quelle lo riprendono, e gli dicono che ha sbagliato, perché è un complemento di modo.

Il re è nudo, diciamolo. Non è possibile a dirlo debbano essere sempre i bambini. Per fortuna io sono molto infantile :-)

Ma il discorso non è nuovo: vedi i tre pistolotti di Maurizio Pistone su A che serve l’analisi logica?, e il saggetto di Nicola Flocchini Terminologia grammaticale, analisi logica e didattica del latino (citato dallo stesso Pistone).

Cosa di credi che non ti ho visto, buccallotto?

Pantaleo, Caino uccide Abele (XII sec.), Otranto, Cattedrale

Da un ritaglio indatabile, forse anni ‘60, della Nuova Sardegna:

Riassunto: “Caino e Abele”.

Abele era bravo e li dava gli agnelli più belli a Dio, ma Caino era tirrioso e li dava soltanto la buccia.
Un giorno Caino a Abele li ha detto: - A ci vieni a campagna? - Aiò - E sono andati a campagna.
Allora Caino ha preso un bastone e liene ha dato un colpo a Abele che l’ha morto.
E quando era fuggendo Dio li ha detto: - E dovè tuo fratello?
- E cosa ne so io? Perché il servo sono a sapere dovè? -
E Dio ha detto: - E perché cieco sono io? Cosa di credi che non ti ho visto, buccallotto!
E da allora Caino non ebbe più pace.

(A. F. - 4 elem. di San Donato [Sassari])

Outils 2.0 pour formateurs

Outils 2.0 pour formateurs (di Isabelle Dremeau)

Via Webilus.com, “le meilleur des images du web”, trovo questa non bella ma utile “Nouvelle carte des outils elearning 2.0″ realizzata da Isabelle Dremeau, il cui blog e-learning Bretagne purtroppo chiude.

Per una carta più leggibile (e interattiva!) si può andare sul sito personale di Mme Dremeau.

Non mitizziamo ora il “2.0″; ma non c’è dubbio che offra molte possibilità didattiche (costruzione di risorse, apprendimento collaborativo…).

La carta rimanda a strumenti in linea gratuiti, scelti in base alla loro facilità d’uso ed ergonomia.
Sarà utile quando serve uno strumento ma non se ne conosce il nome.

L’assente (2)

Jan de Zanger, L'assenteFinalmente mi è arrivato: Jan de Zanger, L’assente, traduzione di Domenica Luciani, Edizioni EL, Trieste 2000.

E’ un romanzo (breve), non un “racconto di memoria”, ma ne assume la forma e anzi la “memoria” ne è l’oggetto: serva per l’antologia di Monicà, serva per le assonanze di memoria che chiunque sia stato studente ritroverà (spero), serva per ricordare ai prof l’altro punto di vista.

Intersezioni che si ricompongono.

Dunque grazie, grazie a pliry che me l’ha segnalato, forse voleva farmi capire qualcosa di sé, comunque mi ha fatto un bel regalo.

Il titolo originale è Hadden we er maar wat van gezegd! (l’edizione originale è del 1990, Jan de Zanger è morto nel 1991). Cosa vorrà dire? Batavum est, non legitur. Qualcosa come la sua traduzione in tedesco: Warum haben wir nichts gesagt?
Molto più efficace, allusivo, il titolo italiano: sintomo della cura di Orietta Fatucci nel dirigere la collana “Frontiere”.

[A proposito, sì, "Una collana diretta, incisiva, rivolta in avanti: libri per varcare definitivamente la frontiera con l'età adulta". Certo, un libro per ragazzi. Ma coraggioso.]

La stessa copertina italiana, ben più originale di quella originale, dà tutta un’altra impronta alla narrazione (la foto Maison de examens è di Jérôme Chatin, dal’archivio Grazia Neri). Il riferimento si coglie a pagina 12:

Fu una cosa tristissima. Eravamo sempre stati in quindici, e poi, a un tratto, ci siamo ritrovati a fare la maturità in quattordici. Ricordo quel banco vuoto là davanti, in palestra, durante gli scritti, proprio vicino alla porta. Dovevamo passarci davanti tutte le volte. Il banco d’esame con il numero uno.

Visto che lo dovrò rendere, ne faccio copia amanuense. Seguono non “le belle pagine”, ma quelle che mi servono per non perderne traccia. Violo il diritto d’autore? E che cazzo, il libro è fuori catalogo.
Ecco l’incipit:

Sulla soglia della stanza resta immobile. D’un tratto, una specie di confuso rincrescimento gli sale dentro come una marea. Davvero dovrà passare tutto il suo sabato libero in questo posto? No, non occorre che resti fino alla fine. Potrà andarsene quando vorrà.
Lungo la strada ha avvertito più volte la morsa dell’attesa: dopo quasi venticinque anni stava per tornare nella sua vecchia scuola, che proprio quel giorno compiva cent’anni. Un’occasione da festeggiare, come annunciava il biglietto d’invito con ben tre punti esclamativi. Sarebbe stata una festa fantastica, e il punto forte era quell’idea di riunire le classi di più di sessanta anni scolastici.
Ci saranno persone sull’ottantina, aveva pensato rigirando tra le mani il biglietto, gente in pensione già da quindici anni… Vecchi signori dalle mani tremanti e fragili signore: per loro il ricordo del passato si era fatto sempre più struggente e naturalmente gli anni più felici erano quelli che avevano trascorso lì, a scuola. Non appena si fossero rivisti, avrebbero pronunciato tutti le stesse parole: “Ti ricordi di quando…”.
Il comitato organizzativo, nel quale figuravano nomi estranei (gli pareva di averne riconosciuto vagamente appena uno), sperava che si sarebbero presentate al completo più classi possibile.
Durante l’intero viaggio in autostrada, nel vuoto del sabato mattina, aveva cercato di richiamare alla memoria i nomi e le facce dei vecchi compagni di classe. Non aveva trovato molto: Tiny van der Loo e Joyce Paulussen, le due ragazze di cui un tempo era stato innamorato… Louis Brouwer e Rob Slaper, i ragazzi con la lingua più lunga che si fosse mai vista, tutti e due ottimi sportivi che alla fine dell’anno riuscivano a malapena a sfangarla con la promozione… Ubink, che ricordava solo per il cognome, visto che sul registro veniva sempre prima del suo… E poi naturalmente Sigi Boonstra, il bersaglio perenne dello scherno sia della classe che di certi insegnanti. Sei nomi, sette se metteva nel conto anche se stesso; però ricordava con certezza che l’anno in cui avevano fatto la maturità erano in quindici. Chissà, forse gli altri erano stati del tutto insignificanti, o forse, negli ultimi venticinque anni, erano semplicemente svaniti dalla sua mente. Eppure, certe scene erano ancora vive davanti ai suoi occhi, neanche avessero avuto luogo la settimana prima.
E ora, su quella soglia, lo pervade la stessa sensazione di un tempo, quando faceva la fila davanti alle alte porte che solo i professori e gli studenti dell’ultimo anno potevano usare; tutti gli altri erano costretti a passare dall’ingresso sul retro. La coda adesso scorre lentamente, e tutti si scrutano a vicenda nella speranza di scoprire, da qualche parte, una faccia conosciuta.
Stretto in mezzo a un gruppo di ragazzi che si chiedono urlando quali dei loro ex professori verranno alla festa, dopo essere passato davanti alla portineria piena di volti sconosciuti e sorridenti, è riuscito finalmente a raggiungere la grande sala di ritrovo: dentro straripa di gente e fa un caldo terrificante.
[...]
Strano, pensa lui, o forse no, non è poi così strano. In fondo la gente che sente di invecchiare non fa che rimpiangere la giovinezza passata, mentre i giovani che hanno lasciato la scuola da poco si conoscono ancora abbastanza bene per rivedersi con piacere.
(pp. 7-9)

Il protagonista, Pieter Vink, ha fatto la maturità negli anni Settanta, in un “paesucolo piccolo borghese attaccato a Rotterdam”. Qui presenta “l’assente”, Sigi Boonstra:

- Ah, Sigi… - sospira Elly, - c’era anche lui, ma non ha mai fatto veramente parte della nostra classe, vero? Che tristezza che non abbia visto quel treno: è chiaro che pensava di farcela ad attraversare i binari prima che arrivasse. Si è sempre sopravvalutato… Era un bel palloso, no?
- Già, - dice Ada. - Palloso e saccente…
[...]
Un saccente, pensa. Un palloso. E questo sarebbe tutto quel che rimane di Sigi nella loro memoria, venticinque anni dopo? Lui si ricorda di quando era arrivato in classe, dopo le vacanze di Natale. Evidentemente i professori erano stati messi al corrente dei suoi precedenti, dato che nessuno aveva reagito con stupore a vederlo seduto insieme agli altri, né gli aveva rivolto una domanda. Questo aveva contribuito ad accrescere la curiosità dei compagni. Chi era quel piccoletto? Sembrava un bambino di dieci anni, mentre gran parte di loro ne aveva dodici. Eppure, quella stessa mattina, aveva sempre alzato la mano per primo quando un professore aveva fatto una domanda. Naturalmente, tutti volevano dargli una possibilità, dato che era nuovo, e lui aveva dimostrato di avere sempre la risposta pronta, e a volte forniva persino più dettagli di quelli richiesti dall’insegnante.
[...]
Già durante la prima settimana si era capito che Sigi era di gran lunga il primo della classe. Marleen era retrocessa al secondo posto. Qualsiasi domanda facessero gli insegnanti, Sigi aveva sempre la risposta giusta. Da principio gli era toccato di essere interrogato spesso, forse perché i professori intendevano verificare se quel ragazzo era davvero un prodigio, ma in seguito la maggior parte di loro prese a considerarlo soltanto un alunno dall’intelligenza pronta, del quale potevano vantarsi, data la sfilza di ottimi voti che riportava immancabilmente. Ben presto, però, qualcuno cominciò a sentirsi irritato da lui…
(pp. 26-28)

Ancor più interessante la presentazione del professor Stiffter:

Stiffter imputava la simpatia di cui godeva presso gli alunni al fatto che durante le sue lezioni si rideva. In realtà, riusciva a far ridere i ragazzi sempre con lo stesso trucco, e cioè scegliendo in ogni classe qualcuno da prendere di mira, bersagliandolo poi perennemente con le stesse battute cattive. Il primissimo giorno di scuola della prima ginnasio, per esempio, Marleen si era presentata in classe in minigonna. Stiffter, non diversamente dagli altri professori, aveva voluto conoscere i nomi dei suoi allievi prima possibile e così li aveva letti a voce alta dal registro, mentre loro alzavano la mano uno dopo l’altro.
Poi, dopo aver ripetuto l’appello un paio di volte, aveva detto: - E quanto alla nostra Marleenetta, la potrò sempre riconoscere dalla bella gambetta -. Marleen era diventata subito rossa fino alle orecchie, ragion per cui Stiffter aveva commentato che non vedeva motivo di arrossire per delle belle gambe, cosa che naturalmente aveva fatto avvampare Marleen ancora di più. Ma quando il giorno dopo lei era venuta a scuola in jeans, lui le aveva domandato se in futuro non avesse intenzione di privarlo della vista delle sue belle gambe, e immediatamente dopo aveva detto alla classe: - Guardate un po’ come sta diventando un’altra volta bella rossa! Non è vero che il rosso le dona?
(pp. 29-30)

In questo contesto, la retorica del preside si impregna di ironia crudele:

Una buona atmosfera scolastica è importante, perché è in seno ad essa che si sviluppa lo spirito di solidarietà fra gli studenti.
(pp. 32-33)

E, nota bene, a pagina 40 Elly ci informa che

Stiffter era il professore con cui andavamo più d’accordo.

Come dicevo, tutto il romanzo ha per tema la “memoria”: è la cronaca del recupero di un ricordo rimosso.

E’ come se tu fossi una specie di chiave che riesce ad aprire altri cassetti della nostra memoria.
(p. 40)

E ancora:

- Oggi, - inizia esitante, - ho come la sensazione di avere aperto una porta che si era richiusa dietro di me quasi venticinque anni fa. Adesso c’è uno spiraglio e io sto scrutando dentro. Quello che vedo mi fa paura, eppure cerco di aprirla sempre di più.
[...]
Non sono ricordi esaltanti, eppure mi sento costretto a scavare sempre più a fondo, fosse solo allo scopo di trovare finalmente un po’ di pace.
(p. 48)

Ed ecco la scena madre, alle pp. 111 ss.: la requisitoria contro il professor Stiffter (non ti preoccupare, non svelo il finale):

Professore, durante quell’udienza simulata nella sua aula, nella sua ora di lezione e in sua presenza, quindi sotto la sua responsabilità, come dissi a Elly che avrebbe dovuto trovarsi lei stessa al banco degli imputati, così dissi a lei che sarebbe stato responsabile delle conseguenze. E’ arrivato il momento di aprire gli occhi su quelle / conseguenze e di renderne conto. Faccio carico anche a lei dell’accusa di omicidio colposo.
- Ma io non devo…
- Sì che deve, invece! Un uomo come lei, con una funzione così importante, un uomo che considera suo compito formare i giovani, non deve sottrarsi alle sue responsabilità quando si parla di qualcuno che anziché essere formato è stato distrutto! E Sigi Boonstra non è stato l’unico. Mi chiedo quanti ragazzi lei abbia rovinato, anche se non con conseguenze così gravi.
Stiffter lo guarda inferocito, ma Pieter torna all’attacco rivolgendogli una domanda: - Ci sono sempre ragazze con belle gambe in classe sua?
- Una battuta innocente, - replica Stiffter. - Che c’entra ora…?
- Invece c’entra, moltissimo. Perché lei, per avere la certezza di essere benvoluto, per far ridere la maggioranza della classe, deve prendere di mira qualcuno che non si possa difendere. Come una ragazzina che arrossisce ogni volta che lei ripete: “Che belle gambe!”. Quella ragazzina non le può certo rispondere: “Va’ al diavolo!”, come lei sa che potrebbe fare chiunque fuori di lì. Quella ragazzina è inerme e muta perché ha paura di lei, del suo potere di insegnante. Nel caso di Sigi Boonstra, lei scelse di prendere di mira un ragazzo che era già lo zimbello della classe. E per giunta scelse di colpire due cose rispetto alle quali lui era del tutto indifeso: la modesta statura, che gli causava già abbastanza sofferenze e complessi, e quell’abitudine di masticare quando si concentrava, un riflesso automatico, un gesto incontrollabile, come quello che fa lei quando si sente minacciato: si passa la mano sulla pancia, come adesso.
Forse quella di Pieter è solo perfidia, ma deve dar / sfogo alla collera che si sente crescere dentro sempre di più. Tutt’intorno a Stiffter vede facce allarmate, inorridite. Elly sta piangendo in silenzio.
- Durante le sue lezioni lei ha soltanto accresciuto l’insicurezza di Sigi, mentre nel suo ruolo di educatore avrebbe dovuto far sì che quel ragazzo si sentisse al sicuro, lì in classe, davanti a lei…
[...]
Come insegnante doveva certo essersi accorto che Sigi Boonstra era emarginato dai compagni, e anche nel caso in cui non lo avesse notato, di certo l’avrà sentito dire dagli altri insegnanti nei consigli di classe, dove si sarà senz’altro parlato di lui. Lei intuì quello che sarebbe successo e le andò bene così, perché quel ragazzino non le piaceva. Lei sapeva che Sigi aveva un’intelligenza di gran lunga superiore alla sua, ma lei è una persona troppo meschina per poter accettare una cosa del genere. Nella sua visione del mondo l’insegnante è in cima alla gerarchia, e gli alunni servono solo a esaltarne la grandezza. Un ragazzo troppo intelligente rovina questa immagine.

Voci del verbo insegnare

MatitaUn link irrinunciabile: Voci del verbo insegnare, dove vedere soprattutto le Sirene: Letture inattuali, Grandi pagine, Carabattole.

Grazie all’ospite, l’Istituto Gramsci Emilia-Romagna.

Quelle “Grandi pagine” sono il prototipo dell’antologia cui Monicà pensa da tempo.

Triglie di scoglio

La copertina di Triglie di scoglio, CUEC 2002E’ un libro che ho scoperto per caso. Giulio Angioni era stato invitato a parlare di esoterismo (esoterismo?) in assemblea d’istituto; e Gesumino mi aveva chiesto di presentarlo (io?): avevamo talvolta discusso di narrativa “sarda”, gli avevo prestato Assandira e chissà perché si era messo in testa che ne capissi qualcosa.

[La verità è un'altra: con buona pace di Giuseppe Marci, non ho mai digerito la "sardità" come categoria letteraria.]

Così, messo alle strette, per non fare figuracce (non avevo letto gli ultimi suoi romanzi), mi ero documentato in fretta sull’Angioni narratore. Ed ero incappato in una pagina sugli “antropologi narranti”, e in brani da Triglie di scoglio, e finivo (già: serendipità) sulle tracce di Pietro Clemente.

E anche da quei primi brani intuivo che quel libro mi era congeniale: non solo per la sua potenza, come ho già scritto, di richiamare assonanze di memoria; ma perché lumeggiava anche le “mie” occupazioni e i “miei” movimenti, molto più di quei compagni di strada - diciamo così - che hanno voluto improvvisarsi storiografi della “Pantera”. Mi sono sentito paternamente compreso. Di più: consolato.

Clemente non nasconde il suo imbarazzo autobiografico, e cerca prima analogie epistemologiche (”negli ultimi dieci anni ho cominciato a mescolare nei saggi scrittura scientifica e memorie”, p. 8), poi ridimensiona il tutto a “frammenti di memoria”. Ma le sue scritture di memoria, lui lo sa, sono altro. Per usare un concetto che a Clemente piace, lui non si è lasciato agire dalla storia.

Il tono del “racconto di memoria” è certo il migliore per quella storia fatta di microstorie, e aiuta a non farsi incrostare di retorica (è ovvio, penso a Meneghello). Ma Clemente, pur scrivendo “per furia” (p. 8; ma è un topos) non può nascondere la tensione formale del suo racconto: tensione tra parlato e aulico, chirurgia e ironia, scrittura e metascrittura, prima persona e terza quando il sé passato è altro da sé.

Perciò catalogare Triglie di scoglio tra i “racconti di memoria” mi sembra riduttivo; persino parlare di “racconti” è riduttivo, visto che i fotogrammi si compongono in un percorso narrativo unico e compiuto, in cui le differenze di stile misurano il mutamento di prospettiva, e persino l’aneddoto minimo assume una precisa funzione simbolica.

Massì, non è un caso che il libro compaia nella collana “CUEC narrativa” (diretta da Paolo Lusci: quanta strada eh, Paolo?).

* * *

Due link da cui riprendere il discorso sui “racconti di memoria”:

Ich habe gehört, ihr wollt nichts lernen

Bertolt Brecht

Ich habe gehört, ihr wollt nichts lernen
Daraus entnehme ich: ihr seid Millionäre.
Eure Zukunft ist gesichert - sie liegt
Vor euch im Licht. Eure Eltern
Haben dafür gesorgt, daß eure Füße
An keinen Stein stoßen. Da mußt du
Nichts lernen. So wie du bist,
Kannst du bleiben.

Sollte es dann doch Schwierigkeiten geben, da doch die Zeiten
Wie ich gehört habe, unsicher sind
Hast du deine Führer, die dir genau sagen
Was du zu machen hast, damit es euch gut geht.
Sie haben nachgelesen bei denen
Welche die Weisheiten wissen
Die für alle Zeiten Gültigkeit haben
Und die Rezepte, die immer helfen.

Wo so viel für dich sind
Brauchst du keinen Finger zu rühren.
Freilich, wenn es anders wäre
Müßtest du lernen.

(Bertolt Brecht, ritrovato nella pagina tedesca di Anarchopedia - sì, c’è anche Anarchopedia)

“Ho il coltello dalla parte del manico”

Hey, teacher, leave us kids alone!

Clemente parla di ‘68 e di professori universitari, dunque decontestualizzo e - forse - sovrainterpreto.
Pazienza. Questa è la massima:

Sovente i professori interiorizzano una sorta di potere assoluto ed è molto salutare che qualcuno glielo faccia mettere in discussione.

(Pietro Clemente, Triglie di scoglio, CUEC, Cagliari, 2002, p. 30)

L’assente

Jan de Zanger, L'assenteQualche mese fa pliry (tié, anche un link!) mi aveva suggerito la lettura del suo romanzo preferito.

Diceva: “per quando avrà tempo”.

Il tempo l’ho trovato.

Sono andato in libreria…

[Scusa, non resisto alla tentazione di aprire una parentesi.
La mia libreria è una libreria famosa, sai?
Articoli di giornale che la dicono superiore ai megastore londinesi; interviste su Fahrenheit.
L'unica cosa che mi ha sempre indispettito è che si chiami Biblos, perché per me libro è sempre stato to biblion. Poi ho scoperto che anche he byblos va bene, nel senso di "papiro" ma anche "libro", specialmente sacro: tà biblia sì, ma anche he byblos; e in iscrizioni e papiri i due termini sono spesso confusi (byblion).
A meno che non ci sia una relazione tra il nome del librario (Salomone) e Byblos...]

Sono andato in libreria, ma L’assente di Jan de Zanger è fuori catalogo.

In attesa di recuperarlo in qualche biblioteca, mi devo accontentare della copertina.

Pixels (1)

Prima versione dell'header di www.magicroce.it

Prima versione (troppo grande!) dell’immagine in “PixelArt” che intesta www.magicroce.it.
Se inserisco qui la seconda versione, quella animata, sfarfalla tutto. Appena risolvo il problema… e magari cambio template, ché questo gestisce le immagini come piace a lui e non come piace a me…

En passant

Sono solo di passaggio. Quando nella vita accadono molte cose si avverte più chiaro che questo è un luogo virtuale.
Ma almeno un link ad Antonio Vigilante, a proposito della mastrocolata su don Milani.