Archivio della categoria ‘Requiem’.

Un carme epigrafico da Cashel

La rocca di Cashel vista dalla Hore Abbey

La rocca di Cashel è lugubre soprattutto al crepuscolo, quando i corvi iniziano a volteggiare sulle rovine dell’abbazia.
Ma non perde il suo fascino neanche al mattino, neanche invasa da torme di turisti.

Non pensavo fosse così diffuso il turismo romantico-sepolcrale; e i cimiteri dei Graveyard poets non sono quelli di Pindemonte, i sepolcri dell’Elegy Written in a Country Churchyard non sono quelli di Foscolo: non lo capisci finché non ci passeggi, in un “cimitero di campagna”.

Sulla rocca di Cashel (dove seppelliscono ancora oggi, come anche accanto ai ruderi della Hore Abbey) trovo questa lapide, che magari finirà nel “percorso epigrafico-funerario” su cui da qualche tempo vaneggio.
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Salam, Meleagro

Gadara (Umm Qais, Giordania) - Teatro ovest, in basalto nero

Per il “percorso epigrafico-funerario” su cui inizio a raccogliere le idee ci passerà anche Meleagro di Gadara; e non solo il Meleagro che piange la morte di Eliodora (A.G. VII, 476), dato per modello di Catull. 101, ma anche il Meleagro siro di nascita (noi diremmo “palestinese”), fenicio d’adozione, greco di cultura, conteso tra Gadara Tiro e Cos, che si rivolge in tre lingue al passante:

Ἀτρέμας, ὦ ξένε, βαῖνε۬ παρ’εὐσεβέσιν γὰρ ὁ πρέσβυς
εὕδει κοιμηθεὶς ὕπνον ὀφειλόμενον
Εὐκράτεω Μελέαγρος, ὁ τὸν γλυκύδακρυν Ἔρωτα
καὶ Μούσας ἱλαραῖς συστολίσας Χάρισιν۬
ὃν θεόπαις ἤνδρωσε Τύρος Γαδάρων ἱερὰ χθών۬
Κῶς ἐρατὴ Μερόπων πρέσβυν ἐγηροτρόφει.
ἀλλ’ εἰ μὲν Σύρος ἐσσί, Σαλάμ۬ εἰ δ’οὖν σύ γε Φοῖνιξ,
Αὐδονίς۬ εἰ δ’ Ἕλλην, Χαῖρε۬ τὸ δ’ αὐτὸ φράσον.

(Meleagro, A.G. VII 419, secondo il testo di H. Beckby, Anthologia Graeca, I-IV, Heimeran, München, 1965-1968. La formula di saluto fenicio al v. 8 è discussa: altrove leggo ναίδιος)

L’epigramma, “written as if it were a tri-lingual inscription in Aramaic, Phoenician and Greek, [...] briefly summarises Meleager’s work and life as a cosmopolitan Cynic and satirist” (M. Luz); il cosmopolitismo è altrove ancora più esplicito:

εἰ δὲ Σύρος, τί τὸ θαῦμα; μίαν, ξένε, πατρίδα κόσμον
ναίομεν, ἓν θνατοὺς πάντας ἔτικτε Χάος.

(Meleagro, A.G. VII 417, vv. 5-6)

Ma il cosmopolitismo non è solo dei Cinici, quanto più in generale ellenistico - e già Socrate si diceva “cittadino del mondo”:

Socrates quidem, cum rogaretur cuiatem se esse diceret, “Mundanum” inquit; totius enim mundi se incolam et civem arbitrabatur.

(Cic., Tusc. V 37, 108)

Della cosa si è occupato Menahem Luz, Salam, Meleager!, in “Studi Italiani di Filologia Classica”, serie 3, VI, 1988, pp. 222-231.

Qui legis hunc titulum mortalem te esse memento

Epigrafe dalla 'tomba di Rubellio' (Tuvixeddu, Cagliari) - Dettaglio

Qualche tempo fa Repubblica ha dedicato allo scempio di Tuvixeddu un corposo “speciale”, con lancio in prima pagina. C’è persino uno stiracchiato corsivo di Marcello Fois:

La constatazione più grave e triste per qualunque sardo di buona volontà è che, dietro la questione Tuvixeddu, c’è il peccato capitale isolano: quello di non rendersi conto del patrimonio che si ha sotto gli occhi. Le comunità colonizzate da un capitalismo malinteso e da un malinteso affarismo, che ha radici nella bassissima considerazione di se stessi, spesso preferiscono il guadagno a breve termine al patrimonio a lungo termine. La necropoli punica di Tuvixeddu non è un patrimonio di Cagliari, è un patrimonio dell’umanità che la Storia ha affidato a Cagliari. Certo i padri punici hanno avuto il cattivo gusto di occupare aree appetitosamente edificabili, e questo secondo alcuni grossolani palati rende quel patrimonio di tutti poco più di una discarica. La corrente degli interessi può cercare di ridurre la bellezza e la ricchezza in bruttezza e povertà, ma non può certo negare quanto è assolutamente evidente: per molto tempo si è detto di tutelare un’area che non era affatto tutelata. Che ciò sia accaduto per malafede o, peggio, per incompetenza, poco importa al momento. Quel che conta è non arrendersi. Quel che conta è mettere in campo quell’orgoglio positivo che, troppo spesso folkloricamente, diciamo di voler affermare come sardi, come cittadini del mondo. È una storia di ordinaria superficialità, ma anche la metafora di un deficit di interesse che dipende da un deficit di autocoscienza, esattamente come capita per i discorsi sull’identità e sulla lingua. Tutti sono virtualmente orgogliosi, ma praticamente servi di logiche sostanzialmente economiche. Il paesaggio, il patrimonio archeologico, la natura, sono il nostro codice genetico, ma anche, paradossalmente, la più importante fonte di ricchezza che abbiamo a disposizione, quello che può apparire conveniente oggi diventerà la nostra rovina domani. In un mio romanzo questa sarebbe una storia di affarismo in cui pochi loschi individui tramano nell’ombra perché non venga alla luce un tesoro di tutti, facendo così in modo da preservare un tesoro per pochi. Ci sarebbero amministratori corrotti e avidi, accondiscendenti[,] sovrintendenti. Ci sarebbe un ambiente distratto e poco sensibile, ma, per quanto sia uno scrittore di gialli e gli scrittori di gialli, si sa, fanno galoppare la fantasia, non so se, nel mio ipotetico romanzo, ci sarebbe un eroe senza macchia e senza paura pronto a rischiare tutto per tutto perché trionfi la bellezza.

(Marcello Fois, “Sfoderiamo il nostro orgoglio per difendere quel tesoro”, Repubblica, 23 maggio 2008, p. 48. Fois mi piace molto da narratore, meno da giornalista: non si offenderà per lo “stiracchiato”)

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Atilia, Atilia

Cagliari, 'Grotta della Vipera' (ipogeo di Atilia Pomptilla) - Ricostruzione di G. Oddini, da Pais (1923)

Ho deciso: l’anno prossimo proporrò ai miei capricciosi alunni un “percorso” epigrafico-funerario, alla ricerca dei rapporti con l’epigramma letterario (e ci passeranno Catullo e Marziale, ma anche gli epitafi - veri o falsi - di Ennio Nevio Pacuvio Plauto Virgilio).

E li porterò per cimiteri antichi e moderni, a meditare su monumenta e memoria, anche laddove - a Tuvixeddu - i palazzoni si mischiano alla necropoli abbandonata. Ma, sia in classe sia in viale Sant’Avendrace, ci soffermeremo sugli epigrammi della “Grotta della Vipera” (CIL X, 7563-7578).

Inizio a spulciare la bibliografia per orientarmi un po’, e sulla nostra “Grotta” incontro subito un’autorevolissima perla:

dedicata da Atilia Pomptilla al marito Cassio Filippo, morto prematuramente. All’interno, sulle pareti della tomba scavata nel calcare, è iscritto l’epitaffio funebre della romana allo sposo tanto amato.

(Anna Maria Colavitti - Carlo Tronchetti, Guida archeologica di Cagliari, Carlo Delfino, Sassari, 2003, p. 45)

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Munté sus el pin

Tristano e Isotta, china di Paolo Merci (1945-2004)

Per la copertina di una dispensa sul Tristano e Isotta di Thomas (A.A. 1986-1987) Paolo Merci aveva disegnato questa china su lucido. Ci mise poi qualcos’altro, e regalò la miniatura a Monicà.

Demain, dès l’aube

Victor Hugo (1802-1885), Demain, dès l’aube, da Les contemplations (1856): l’adattamento di Wiko (vecchio suggerimento di Lucia).

Demain, dès l'aube (tavola 1)
Demain, dès l'aube (tavola 2)
Demain, dès l'aube (tavola 3)

Fosco bambino

Antonio Maraini (1886-1963), Fosco bambino sull'albero - Dal catalogo dell'asta Pandolfini, lotto 58, p. 78

Firenze, 18 marzo, ore 15: la casa Pandolfini mette all’asta ciò che resta della villa Maraini a Torre di Sopra (“Antonio, Fosco e Grato Maraini, memorie di una famiglia”: puoi scaricare il catalogo, con scritti di Fosco).

È il mondo del Fosco bambino di Case, amori, universi, di cui cercando fànfole mi sono innamorato.

Sì, ci ritornerò. Ma addolorato.

Pablo è vivo (2)

Pablo al voto (1989)

Da L’Unione Sarda del 18 marzo 1989: “Uno studente al voto nella Facoltà di Lettere” (foto Nioi)

Ottobre 1963

Ottobre 1963

Pablo è vivo

Pablo

Casa dello studente di via Trentino, office del quinto piano, fine anni ‘80 (forse 1987).

La foto fu scattata con una 110 (il fotogramma era microscopico, 13×17 mm).

Negli alberghi l’office serve per collocarvi quanto necessario al servizio ai piani. Pare che in origine anche la Casa avesse un servizio ai piani; poi il minuscolo locale fu utilizzato come camera da concedere sottobanco e in casi particolari (anche Franco “Podda” stava in un office).

Prima o poi bisognerà scrivere la storia di Pablo.

Se il cielo fosse carta

Chaim E così Chaim ha deciso di chiudere Se il cielo fosse carta e, se possibile, farne perdere ogni traccia.
Drastico come sempre.
Era stato uno dei pochi motivi per capitare su Splinder.
Mi dispiace, ma capisco. Verranno tempi migliori.
Chi si farà carico ora del “Progetto Centouno”?

Giovanna

Raffaele Cavadini, Camera mortuaria (Iragna, Canton Ticino)

L’hanno composta con gli abiti di sempre, quelli che le abbiamo tutti conosciuto. Gli abiti d’una maestra di quartiere che i suoi bambini hanno saputo ricordare con una corona di fiori, anche se quest’anno era in congedo. L’ho vista circondata di parenti, di colleghi forse; ma è morta sola.

Mi ha fatto uno strano piacere vedere come il suo comunismo fosse saputo e rispettato, perché è raro che ad un cadavere non siano imposti gli accessori della morte cristiana. Su di lei unici simboli sono le palpebre abbassate e le mani intrecciate: simboli dolorosi ma semplicemente umani; e credo anzi più dolorosi, perché la morte atea non conosce speranza.

Le camere mortuarie rivelano una gelida routine quotidiana. Fa male vedere tanti morti in catena di montaggio, ognuno in una stanza spoglia, inondata di neon, lungo il corridoio d’un seminterrato affollato di famiglie che odiano il dolore per il morto altrui, lì accanto: come passeggeri d’uno scompartimento vuoto, che non nascondono fastidio per chi sale alla stazione successiva: perché il dolore altrui ci sembra togliere quanto di unico e intimo ha il nostro dolore personale.

I morti diventano davvero, qui, soltanto cadaveri.

Poi al cimitero la morte si svilisce in una sequenza geometrica di loculi. E noi lì, a sputar fuori il dolore meno quotidiano e meno collettivo.

(22 ottobre 1994)

Piccolo Caffè

Il Piccolo Caffè in una foto dei primi anni Sessanta

Ma ricordo anche momenti tranquilli. I capelli raccolti sulla nuca, un gelato del Piccolo Caffè, si andava al cinema al vecchio Odeon, piccolo e antico, dove d’estate al buio si apriva il tetto e si vedevano le stelle.

(Pietro Clemente, Triglie di scoglio, CUEC, Cagliari, 2002, p. 87)

In morte di un geografo

Adalberto Vallega

Appena ieri, dopo tanta attesa, ho finalmente avuto tra le mani Geografia umana. Teoria e prassi (Le Monnier 2004) dell’amato-odiato Adalberto Vallega. Sfogliandolo ho la conferma di avere di fronte un vero maestro; basti come profetizza il superamento del concetto di etnia, così come si è superato il concetto di razza (ne scriverò, certo che ne scriverò).
E oggi non ho potuto trattenere il desiderio di fargli visita su www.vallega.it (sì, pensavo proprio a fargli visita, scrivergli una riga d’ammirazione, segnalargli un link).
Nella foto lo vedo vecchissimo, minuto, indifeso. Ma il sito, a frames, ha l’aria di una vecchia casa rispettabile già in mano agli eredi. Adalberto Vallega non ha potuto ricevermi:

Dear All, We are very sorrowful to announce that Adalberto Vallega died this morning (Wednesday, 22nd November 2006). The funeral will be held on Friday 24th November in the Catholic church of Vezzi Portio, the small town in inland Liguria, Italy, where Adalberto spent the final part of his life. The religious service will be held privately.