Archivio della categoria ‘Politica?’.

Guardate bene, sardi

Bruno Tognolini

Noi siamo piccoli, noi siamo sardi
Piccoli uomini che fanno lunghi sguardi
Passano i secoli, con piccoli passi
Noi siamo piccoli però non siamo bassi
Non siamo bassi perché in cuore siamo scalzi
Non ci mettiamo né tacchi né rialzi
Noi stiamo zitti
Guardiamo il mare
Secoli fitti che si vedono arrivare

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Vienna ladrona

Carlo Stragliati, Episodio delle Cinque Giornate di Milano in Piazza Sant'Alessandro, 1898 (Museo del Risorgimento di Milano)

Un forte nucleo di opposizione era presente in Lombardia: lo animavano proprietari terrieri, imprenditori industriali, funzionari di ceto borghese, professionisti, intellettuali. Era la parte più dinamica dell’aristocrazia e della borghesia lombarde, per più ragioni insoddisfatta della dominazione austriaca: la mancanza di qualsiasi autonomia amministrativa e politica da Vienna; la presenza di un esercito di occupazione transalpino, mentre una ferma obbligatoria di otto anni costringeva i coscritti lombardi e veneti a lunghi servizi fuori d’Italia; l’imposizione di un sistema doganale che gravava di dazi i traffici del Lombardo-Veneto con la Francia, il Piemonte e gli altri stati italiani; il sospetto, infine, che Vienna sottraesse risorse al regno attraverso un sistema fiscale iniquo, giovandosi delle ricchezze della Lombardia per diminuire il cronico deficit di bilancio dello stato asburgico.

(da Marco Fossati - Giorgio Luppi - Emilio Zanette, La città dell’uomo, vol. 2, Bruno Mondadori, Milano, mi pare 1999: ma è tanto per dire, una citazione così potrebbe venire da qualunque manuale di storia)

Ora e sempre Resistenza?

'Fate che il nostro sacrificio non sia stato vano', bozzetto di A. Gasperi per un manifesto commemorativo della Resistenza (1945)

A differenza di altri importanti paesi europei, non abbiamo ancora valori nazionali comunemente condivisi.
Le due grandi vicende della storia nazionale, il Risorgimento e la Resistenza, hanno coinvolto solo una parte del paese e solo una parte delle forze politiche. Quelle che ne sono uscite sconfitte, ma anche settori di quelle vincitrici, tanto a metà dell’Ottocento, quanto, un secolo dopo, a metà del Novecento, hanno potuto, per ragioni diverse, frenare la portata innovativa e nazionale di quegli eventi.
Oggi del Risorgimento prevale un’immagine oleografica e denudata dei valori profondi che lo ispirarono.
La Resistenza e la lotta di liberazione corrono lo stesso rischio e, per di più, non appartengono ancora alla memoria collettiva dell’Italia repubblicana.
Mi chiedo, colleghi, me lo chiedo umilmente, in che modo quella parte d’Italia che in quei valori crede e che quei valori vuole custodire e potenziare nel loro aspetto universale di lotta alla tirannide e di emancipazione dei popoli, non come proprietà esclusiva, sia pure nobile, della sua cultura civile o della sua parte politica, mi chiedo - dicevo - cosa debba fare quest’Italia perché la lotta di liberazione dal nazifascismo diventi davvero un valore nazionale e generale, e perché si possa quindi uscire positivamente dalle lacerazioni di ieri.
Mi chiedo se l’Italia di oggi - e quindi noi tutti - non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà (Applausi). Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, potranno esservi tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni.

(Luciano Violante, discorso di insediamento del Presidente della Camera dei Deputati, 10 maggio 1996)

Difficile capire quando questo tiatro è iniziato. Certo, il discorso di Violante - di poco successivo all’incontro storico tra D’Alema e il Gabibbo (4 aprile 1996) - non è l’inizio della fine, ma è uno spartiacque.

E ora - tanto per fare un minimo esempio - il sindaco di Alghero vieta di suonare “Bella Ciao” durante la manifestazione del 25 aprile: “per evitare ulteriori divisioni, spesso manifestate con il pugno chiuso rivolto al cielo durante i cortei”.

Le retour du franc-maçon populiste

Spara Yuri spara

Silvio ou le retour du franc-maçon populiste

En Europe, il existe deux conceptions contradictoires d’évaluer nos politiciens. Dans certaines régions, on attend d’un homme politique qu’il soit le plus intègre des citoyens, relativement discret sur sa vie privée et constamment soucieux de l’intérêt général. Dans d’autres régions, on préfère les hommes politiques les plus malins, les plus magouilleurs, soignant mieux ses intérêts privés que l’intérêt général et mêlant constamment la vie privée aux affaires de l’Etat.

Les électeurs italiens viennent d’opter pour le second choix en offrant une troisième fois le siège de Premier ministre au champion du populisme européen : Silvio Berlusconi. Agé de 71 ans et membre de la loge maçonnique P2, ce clone milanais du Président Bush aura l’occasion de refaire voter des lois pour défendre ses intérêts personnels tout en insultant les journalistes et les magistrats en les qualifiant invariablement de malades mentaux ou de pro gauchistes.

Vu de Bruxelles, ce choix italien paraît incompréhensible et couplé au succès du parti séparatiste et europhobe Lega Nord, cela devient carrément inquiétant pour l’avenir de l’Union.

Mehmet Koksal, nella rubrica Humeur Allochtone, “La Tribune de Bruxelles”, n. 265, 17-23 avril 2008, p. 2 - lo segnala Rita)

Senza rivoluzionari

Piero Gobetti (1901-1926)

Senza conservatori e senza rivoluzionari, l’Italia è diventata la patria naturale del costume demagogico.

(Piero Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, 1924)

Il lato sbagliato

Il francobollo con Fanfani (2008)

Vedendomi recapitare una busta così affrancata mi si accalcano gli interrogativi: ma al Poligrafico di Stato manca il senso del ridicolo? Ma va proprio festeggiato questo centenario? Ma ci vantiamo di tanto Padre della Patria? Ma la citazione dell’art. 1 Cost. è una presa per il culo premeditata?

E ovviamente mi sono ricordato di quella vetusta barzelletta quattrostagioni, che ricama sul tema dello sputo:

Le Poste Italiane volevano realizzare un francobollo con la faccia di [inserire il nome del politico vituperato], ma poi si sono accorti che la gente avrebbe sputato dal lato sbagliato.

A mente fredda, metto in conto che i francobolli sono solo un tassello di ideologia ufficiale; e nel caso in questione all’icona dentellata corrisponde il panegirico prodotto dalla RAI: a quanto pare, è in corso (anche) un revisionismo fanfaniano, con rimozione della gioventù fascista e razzista del nostro.

Certo “Storia politica nell’iconografia filatelica” o “Il francobollo come strumento di propaganda” sembrano argomenti per tesi di laurea d’accatto (e qualcuno ci ha già pensato: vedi la tesi di Anna da Sacco, Il francobollo tra arte e comunicazione nella Repubblica italiana, e il volume Propaganda con i denti. Il francobollo come mezzo di comunicazione nelle relazioni internazionali. Il secondo dopoguerra, Vaccari, Vignola, 1998, ricavato dalla tesi di Fabio Bonacina).

Ma da pur breve scorsa dei cataloghi possiamo trarre utili insegnamenti.

Ne hanno fatto per Nicolò Carosio, san Gerardo Majella, addirittura Giovanni Battista Cavalcaselle…

Tra i padri costituenti, oltre a Fanfani, ci sono Einaudi (1974) e Nenni (1991), c’è Pertini (1996), ma non Calamandrei né Terracini; non Parri, né Togliatti, né Valiani.

Tra gli altri nomi a caso, trovi Gramsci (1987, 1997), De Gasperi (1981, 2005), in altri anni (1955) Matteotti; c’è Moro (2003), ma ad esempio non Gobetti. Tra le curiosità, un cumulativo coi presidenti De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat e Leone, in perfettissimo stile “Mount Rushmore” (1976).

* * *

Se cerchi immagini di francobolli italiani, le trovi di certo su iBolli.

Ve’ com’io sto per cantar troppo il vero

Ripropongo in dimensioni maggiori il Pasquino inciso da Antonio Lafréry (Roma, 1550):

Pasquino, incisione di Antonio Lafréry (Roma 1550)

Sulla base della statua compare un sonetto (caudato, come da tradizione burchiellesca); sull’angolo di Palazzo Orsini sono affissi vari cartigli con versi e motti in italiano e in latino.

Commenta Valerio Marucci:

Il sonetto e i motti che ne risultano sono stati davvero mai affissi? E quando? Come e dove li aveva raccolti - se li aveva raccolti - lo stampatore? Quei motti sono certamente tutti un documento di cultura popolare o semicolta - alcuni sono in latino: ma spetta ad altro lavoro, con altre finalità, raccoglierli e studiarli. Nel caso specifico, essi danno l’idea di essere stati approntati a corredo della stampa e come presentazione in versi della figura, non senza echi di pasquinate autentiche.

(Valerio Marucci, Premessa, in Pasquinate, cit., p. XX)

Confronta ora questa replica forse posteriore al 1570, forse attribuibile a F. Muñoz (traggo entrambe le incisioni da Pasquinate, cit.: sono le tavole fuori testo III e IV):

Pasquino, copia dell'incisione di Lafréry ma con occhi chiusi e cartigli muti (autore ignoto)

L’iconografia di questo secondo Pasquino è identica, ma gli occhi sono chiusi e i cartigli muti: un Pasquino cieco e muto, un Pasquino censurato.

Ma questa “letteratura del vituperio” rappresentò davvero una “opposizione politica” meritevole di censura? È fin troppo chiaro che dal 1509 al 1566 (quando intervenne l’opera repressiva dell’Inquisizione) l’autorità ecclesiastica concesse grandi margini di tolleranza. Non dunque una vera e propria “opposizione”, quanto una polemica dal carattere “sostanzialmente conservativo” e funzionale al sistema cortigiano:

basti pensare che in un’epoca di fondamentali sovvertimenti politici e sociali su scala europea, e che pure si fecero tragicamente avvertire su scala nazionale e municipale, sarebbe vano cercarne traccia nell’ambio del corpus pasquinesco, al di là, ancora una volta, del vituperio personalistico, sia esso diretto al re di Francia o all’imperatore.

(Giovanni Aquilecchia, Presentazione, in Pasquinate, cit., p. XIII, da cui dipendono anche i virgolettati)

Sarcozus iste, quem videtis, hospites

Ensemble tout devient possible

L’ottimo Pastrix (Latine. Journal de bord en latin) parodia i trimetri giambici di Catullo 4 (”phaselus, ille quem videtis, hospites”) sul modello di Catalepton 10 (”Sabinus ille, quem videtis, hospites”).

Potevo non citarlo?

De Sarcozo
Sarcozus iste, quem videtis, hospites,
Ait fuisse praesidum celerrimus,
Neque ullius volantis impetum viri
Nequire praeterire, sive Moscuam
Opus foret volare, sive Cahirum
Et hoc negat minacis Indici Maris
Negare litus, insulamque Melitam
Oeamque nobilem, aridamque Libyam,
Atlanticum fretum, trucemve Fruticem.
At iste, post Sarcozus, antea fuit
Hunniscus ortus ex Aquinco filius,
« Gallorum sanguinis vestigii nihil,
Ait Sarcozus, in venis meis, nihil,
Neque in venis earum quas desidero.
Ibericam dimisi, Italicam ardeo.
Volare me juvat sicut fucus quidam
Circa alvearium, reginam persequens.
Nunquam resido, semper ardor me tenet
Amoris et cupidinis novissimae,
Juvate me, Venus Puerque penniger
Quibus dicare tempus omne malui
Quam Publicae Rei de qua curo NIHIL »

La metrica non è perfetta (”mihi etiam fatendum est in multis versibus syllabas breves aut longas in rectum locum non semper cadere”) ma… “ignoscite fatenti”…

*    *    *

[Sulla fortuna di Catullo in età augustea e postaugustea trovo un Francesco Carpanelli, Allusività tematiche e rivisitazione dei generi in età postaugustea (da Turin D@ms Review).]

Il mistero della Vittorio Emanuele III

Il re nano (caricatura di Libero Prosperi)

Durante una delle rare ma lunghe chiacchierate al telefono con Chaim, è sorto un enigma: la Biblioteca Nazionale di Napoli è intitolata a Vittorio Emanuele III.

Ma com’è possibile, ci siamo detti?

Be’, a Palazzo Reale (attuale sede della Biblioteca) il nano era nato; come sospetta Chaim, un luogo di nascita programmato dal nonno (siamo nel 1867) per “fare gli italiani” anche cercando nel Sud un legame con la nuova casata. Qualcosa di simile farà del resto l’amatissima regina Margherita con l’omonima pizza (e siamo nel 1889).

Dunque, un grande amore napoletano.

Il nano savoiardo è morto il 28 dicembre del 1947. Dopo questa data, in tempi di Repubblica, quando mai è stata possibile tale intitolazione? Non certo poco dopo la morte, a breve distanza dalla riapertura della biblioteca (1945) ma anche con un referendum ancora caldo.

Chaim propende per il 1957, data dell’ampliamento dei locali: non impossibile, in una Napoli dominata dal monarchico Achille Lauro.

Monicà ci ricorda però che ai monarchi le cose si dedicavano in vita: come il Bastione Umberto I a Cagliari. Non escluderei perciò che l’intitolazione risalga al 1927, quando fu inaugurata l’attuale sede all’interno del Palazzo Reale: un ringraziamento al reuccio per aver ceduto la proprietà al demanio.

Triglie di scoglio

La copertina di Triglie di scoglio, CUEC 2002E’ un libro che ho scoperto per caso. Giulio Angioni era stato invitato a parlare di esoterismo (esoterismo?) in assemblea d’istituto; e Gesumino mi aveva chiesto di presentarlo (io?): avevamo talvolta discusso di narrativa “sarda”, gli avevo prestato Assandira e chissà perché si era messo in testa che ne capissi qualcosa.

[La verità è un'altra: con buona pace di Giuseppe Marci, non ho mai digerito la "sardità" come categoria letteraria.]

Così, messo alle strette, per non fare figuracce (non avevo letto gli ultimi suoi romanzi), mi ero documentato in fretta sull’Angioni narratore. Ed ero incappato in una pagina sugli “antropologi narranti”, e in brani da Triglie di scoglio, e finivo (già: serendipità) sulle tracce di Pietro Clemente.

E anche da quei primi brani intuivo che quel libro mi era congeniale: non solo per la sua potenza, come ho già scritto, di richiamare assonanze di memoria; ma perché lumeggiava anche le “mie” occupazioni e i “miei” movimenti, molto più di quei compagni di strada - diciamo così - che hanno voluto improvvisarsi storiografi della “Pantera”. Mi sono sentito paternamente compreso. Di più: consolato.

Clemente non nasconde il suo imbarazzo autobiografico, e cerca prima analogie epistemologiche (”negli ultimi dieci anni ho cominciato a mescolare nei saggi scrittura scientifica e memorie”, p. 8), poi ridimensiona il tutto a “frammenti di memoria”. Ma le sue scritture di memoria, lui lo sa, sono altro. Per usare un concetto che a Clemente piace, lui non si è lasciato agire dalla storia.

Il tono del “racconto di memoria” è certo il migliore per quella storia fatta di microstorie, e aiuta a non farsi incrostare di retorica (è ovvio, penso a Meneghello). Ma Clemente, pur scrivendo “per furia” (p. 8; ma è un topos) non può nascondere la tensione formale del suo racconto: tensione tra parlato e aulico, chirurgia e ironia, scrittura e metascrittura, prima persona e terza quando il sé passato è altro da sé.

Perciò catalogare Triglie di scoglio tra i “racconti di memoria” mi sembra riduttivo; persino parlare di “racconti” è riduttivo, visto che i fotogrammi si compongono in un percorso narrativo unico e compiuto, in cui le differenze di stile misurano il mutamento di prospettiva, e persino l’aneddoto minimo assume una precisa funzione simbolica.

Massì, non è un caso che il libro compaia nella collana “CUEC narrativa” (diretta da Paolo Lusci: quanta strada eh, Paolo?).

* * *

Due link da cui riprendere il discorso sui “racconti di memoria”:

Intellettuali e potere

Citazione comprensibile solo a chi ha visto Un'altra giovinezza

Ecco appunto su D - la Repubblica delle Donne un’intervista a Francis Ford Coppola di cui si poteva fare a meno.
Una volta creato, gli autori dovrebbero tacere: e Un’altra giovinezza basta a se stesso (de hoc alias).
Ma una punta su “arte e libertà” Coppola (che si è autoprodotto) se la lascia sfuggire, e in due parole accosta l’affresco storico e la speranza indie:

Be’, io sono convinto di poter capire chi domina il mondo facendo la domanda: chi assume gli artisti? In passato può essere stato il Vaticano, più tardi i vari nobili e corti reali. Oggi sono le multinazionali. Il mondo di oggi potrebbe mutare se e quando gli artisti non fossero più impiegati delle grandi “corporation”.
(da D, 8 ottobre 2007, p. 98)

Il fascismo di sinistra

In tempi di pogrom, ancora una volta qualcuno mi toglie le parole di bocca.

Questa volta è Antonio Vigilante.

Senza parole

Non ho parole. Per fortuna le trova per me Maurizio Pistone, OT (OT?) su it.istruzione.scuola:

Guardo raramente la televisione.
Ma oggi, all’ora di pranzo, ho pensato che fosse mio dovere civile non sottrarmi alla quotidiana Mezz’ora di odio, per rendermi conto di quanto sia grave la situazione.
A mente fredda, mi rendo conto che è sempre così, almeno da un paio di decenni, quando si sente aria di elezioni. Ma la violenza, e l’accurata pianificazione di questo pogrom mediatico, mi è ugualmente sembrato senza precedenti.
Invito esplicitamente e calorosamente chi ha ancora un minimo di freddezza e di coscienza a farsi sentire, in ogni sede possibile.

L’origine di tutti i mali

Da Repubblica, 5 aprile 1996. Un incontro storico: a futura memoria.

D'Alema incontra il Gabibbo