Lavori in corso
Beh, si vede, no?
Per non aver mai voluto aggiornare adesso sono costretto a cancellare e reimportare tutto.
Un marasma.
Un po’ di pazienza: qualcosa andrà perso, il resto si sistemerà (in attesa di un trasferimento definitivo).
Archivio della categoria ‘Metatag’.
Beh, si vede, no?
Per non aver mai voluto aggiornare adesso sono costretto a cancellare e reimportare tutto.
Un marasma.
Un po’ di pazienza: qualcosa andrà perso, il resto si sistemerà (in attesa di un trasferimento definitivo).
In questa sempre più intensa, dolorosa afasia mi soccorrono almeno, per fortuna, le parole di qualcuno. Anche solo parallele:
Su, dite
Non ho voglia di scrivere, di dire, di dirmi. Sono in uno dei quei momenti in cui mi sembra che scrivere o parlare - scrivere o parlare di - sia un modo arrogante per imporsi alle cose, per imprimere sugli eventi il sigillo della propria interpretazione, il marchio del proprio io: per intaccare almeno un po’ l’ingranaggio della storia e del tempo che ci scorre accanto. Dico, dunque sono. Mi piacerebbe trovare, prima o poi, una parola non sporcata dall’io, una parola libera da me, benché detta da me. Nel frattempo, preferisco ascoltare. Archivio le frasi della gente, le parole sputate dalla bocca delle gente, i discorsi che procedono imperiosi emanando dalla pelle della gente, le parole-dolore che scivolano giù dagli occhi della gente. Registro, archivio, prendo nota.
Ascolto. Su, dite.(Antonio Vigilante su minimokarma)

Riprendiamo il discorso? Ma con gran pena.
Non è stanchezza, è un senso di inutilità e impotenza.
A quanto pare non sono il solo: ecco un Marco Revelli solo in apparenza retorico, che parla di razzismo e xenofobia ma in realtà parla di tutto, e ci ricorda che qualche voce si è levata “da fuori”
perché “da dentro”, quasi nulla. Qualche sussurro e nessun grido. Silenzio tombale da un’opposizione ridotta a ombra di se stessa, afona e supina nella rincorsa ossequiente di un attestato di responsabilità da parte di un governo d’irresponsabili. Silenzio anche dagli “intellettuali”: quelli che potrebbero avere ascolto, ma che proprio per questo si sono assuefatti a tacere sulle questioni di fondo, scomode, che dividono. E compassata approvazione, connivenza, condivisione da parte di una stampa che definire di regime sarebbe un eufemismo perché ormai costitutivamente incapace di un ruolo critico, o di “controllo” civile, di vigilanza morale. Filistea e moralmente apatica di fronte agli eccessi del potere.
[...]
In poche settimane, come su un piano inclinato, si è bruciato un patrimonio di civiltà giuridica e politica, di memoria, di consapevolezza del valore dei diritti e del rispetto umano, accumulato a fatica nei decenni. La parola stessa, nell’immediato, nell’atto del pronunciarla - questa stessa parola, questo stesso scrivere e denunciare - appare inutile e impotente. Lo dico con disperazione: rischia il ridicolo, nella solitudine in cui è pronunciata. Sommersa nel brusio distratto di una maggioranza impegnata altrove.
Se continuiamo a parlare, a raccontare, a denunciare, a protestare, a dissociarci e a inveire, è in qualche modo “a futura memoria”. Perché la superficie del mare che si è richiuso sopra di noi resti increspata, non placata, inquieta. E perché i membri di questa piccola tribù qui raccolta, in realtà, non sanno comportarsi altrimenti che così: continuando ad opporsi. Con la consapevolezza, questa sì dolorosamente nuova, che non si dovrà, probabilmente, cercare il valore del proprio agire in un risultato immediato. In una soluzione politica a breve termine, nel tempo in cui la politica ha perso se stessa, e si avvolge e si contorce, negando nel proprio agire quotidiano le ragioni finali, e alte, del proprio esistere. Che bisognerà lavorare a lunga scadenza, senza illusioni, senza speranze né scorciatoie né espedienti tattici.
Sapendo il perché, senza più chiedersi quando.(da Marco Revelli, Un piano inclinato chiamato Italia, Il manifesto, 6 giugno 2008, pp. 1 e 5)
Devo risistemare le “categorie”.
Certo non secondo il “soggettario di Firenze”.
Ma spero con criteri meno demenziali di certi che si vedono in giro.

Una precisazione: ho detto subito che era più che altro per sgravarsi della calca di pensieri.
Spero sia ovvio che questa frequentia interiore è priva di cronologia.
Perciò, ad esempio, recensioni inattuali; e i cauti movimenti con cui pian piano sto sciogliendo alcuni groppi.
Non credo di “confondere” pubblico e privato; niente di nuovo sotto il sole della scrittura occasionale, se possiamo condividere queste parole di venticinque anni fa:
Ogni tanto raccolgo in volume gli scritti occasionali, gli articoli, le polemiche, le nugae, quelle osservazioni che un tempo si stendevano come pagine di un diario privato. Oggi, con i mezzi di massa che non solo permettono, ma incoraggiano la messa in pubblico delle proprie reazioni immediate agli eventi e ai problemi, le pagine di diario escono a stampa, e a puntate. Hanno il vantaggio di non poter essere riscritte ad uso dei posteri. Sono scritte per i propri contemporanei, possono incorrere in contraddizioni, e nel reato di giudizio avventato. Sono, per chi scrive di professione, il modo più giusto (e in ogni caso il più responsabile) di impegnarsi politicamente.
(Umberto Eco, “Introduzione” a Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano 1983, p. 5)
Qualche tempo fa sul manifesto la Rossanda, accennando a Fourier:
se uno ha voglia di leggerlo troverà nella Nuova società industriale divertenti osservazioni sull’umana inclinazione a produrre di più e con più gusto sfarfallando serenamente da un’attività all’altra.

Per fortuna i quotidiani sono effimeri; e ho quasi perso il vizio di conservare tutta la carta che incontro.
Pian piano mi disintossico anche dalla “preghiera del mattino dell’uomo moderno”: Hegel non immaginava che le gazzette sarebbero diventate, casomai, una bestemmia.
Quanto sopra lo scrive uno che leggeva Repubblica anche se non vi si riconosceva “ideologicamente”, perché vi trovava comunque quel che serve: una selezione non scriteriata, i commenti distinti dalle notizie, una pagina culturale non pettegola; e soprattutto notizie.
Oggi non c’è quotidiano, fatta eccezione (non sempre) per il manifesto, che non mi provochi irrefrenabile disgusto; meglio non leggere, per non iniziare la giornata di malumore; e senza neanche quell’aiuto, mi sento ancora più disperso nel mare magnum della realtà.
Poi capita di sfogliare D - la Repubblica delle Donne (è vero, ora parlo di un periodico; ma è inserto di Repubblica) e restare un po’ interdetti; come mai è così interessante? [E, sì, lo so, ci scrivono Zucconi e Concita De Gregorio; ma uno non compra un giornale per leggere due giornalisti; non compro più neanche l'Espresso, perché una Bustina quindicinale non vale la spesa.] Dopo un po’ capisco: il numero del 6 ottobre è tutto dedicato al cinema. Niente di che, per carità: ma ne trarrò spunto.
Ma insomma: taci per più d’un mese - facciamo due - poi undici interventi in tre giorni?
Avevi solo bisogno di una vacanza per riordinare le idee?
Vacanza, sì, benché sabato fossi al lavoro.
Ma spero sia chiaro che questo non è un “diario” da aggiornare a intervalli periodici (avrei potuto, sennò, scaglionare la pubblicazione).

Non c’è che dire, la puntualità non fa per me: non aggiorno questo “Angolo che sporge” da più d’un mese.
E sempre marginalia, sempre rimando a tempi migliori.
Per fortuna dipende anche dal fatto che non passo la giornata al pc, e non voglio fare la carta del mondo in scala 1:1.
Del resto nel mio caso uno Zibaldone sarebbe uno zibaldone. ;)
Solo per tenere traccia, anche cronologica, delle letture.
Forse mi aiuterà a ricostruire la rete di idee così come si forma.
Per adesso un elenco puntato, poi forse una tabella più ordinata.
Naturalmente bisogna iniziare da un momento a caso.
Dicembre 2006
Marzo 2007 (quanta incostanza!)
Maggio 2008
Cristina Lavinio, Comunicazione e linguaggi disciplinari. Per un’educazione linguistica trasversale, Carocci, Roma 2004, mi richiama allo “scriver chiaro”, col medesimo octocaidecalogo che - più o meno adattato - si trova in rete a proposito di leggibilità, usabilità, accessibilità.
Altrove uso e faccio usare le stesse regole, per la scrittura web e - polemico - per i “temi” di italiano. Perché “polemico”? Per esempio perché dire che “è preferibile ripetere anziché ricorrere alla variatio, se con questa si rischia di creare equivoci o incomprensione” va in controtendenza rispetto alla vulgata dell’”evitare la ripetizione, a tutti i costi”. Vaglielo a spiegare.
“Scriver chiaro”, dunque; ma qui (dico nel blog) contravvengo sfacciatamente alle regole, non evito inutili forestierismi, non preferisco affatto parole di uso comune, non evito l’intricatezza linguistica, insomma non bado a evitare “usi discriminanti della lingua”.
Tre i motivi (spero non tre come le biblioteche di Trimalchione): (i) la ricerca dell’equivoco è programmatica, come filtro; (ii) il parlar chiaro è sintomo del pensar chiaro, ché “non si può scrivere in modo chiaro se si hanno le idee confuse o conoscenze scarse o insufficienti” - e io, justement, ho idee confuse e conoscenze scarse, e tutto ciò (dico il blog) serve al massimo per chiarire e per apprendere in rete; (iii) destinatari infine siamo io stesso, un alter ego, i pochi affini - e, paradosso, l’intrico fa condividere le complessità con più immediatezza.
Aggiungerei al più esigenze connotative più che denotative; non il narcisismo, nemmeno linguistico.
Affinità online, per serendipità:
Somewhere, somehow dovevo pur iniziare.
Quando idee e ricordi si accalcano, serve qualcosa come il Pensieve di Dumbledore per sgravarsene. Vorrei, come dire?, far ordine senza archiviare.
Mi serviva proprio l’ordine cronologico del blog una cum le sue categorie, per ritrovare fili di pensieri e blocchi di pensieri.
Non per distinguere pubblico (?) e privato (?) [è un out-out ;) schizofrenico], ma aspettati solo appunti di lavoro.
All’inizio rovescerò qui dentro anche cosine vecchie: possono sempre servire.
Per appunti più corposi e noiosi sarà invece il caso di creare pagine ad hoc.
Per un’interfaccia un po’ più gradevole, abbi invece pazienza.