Archivio della categoria ‘Lingue immaginarie’.

Un’altra giovinezza

Citazione comprensibile solo a chi ha visto 'Un'altra giovinezza'

Un’altra giovinezza di Coppola (2007) compendia tutti i grandi temi dell’immaginario letterario e cinematografico. La ricerca della protolingua, poi, mi affascina da quando avevo tredici anni. Vorrei parlarne, non trovo mai la concentrazione. So già che dimentico i film, mi dispiacerebbe accada anche per questo. Allora, per non dimenticare, affiggo alla sua puntina questa minirecensione:

Colpito da un fulmine, invece di morire, un linguista settantenne rumeno ringiovanisce nelle cellule e, faustianamente, pur avendo la possibilità di ricominciare tutto da capo e finire i suoi alti studi sul protolinguaggio, penetrando nei segreti egizi, sumeri e oltre, decide per il gran gesto “zen” di non vendersi l’anima. Non so se Mircea Eliade (dal cui romanzo Coppola ha tratto questo film diretto dieci anni dopo l’ultimo) viene rispettato o affettuosamente scavalcato, sia a destra che a sinistra, dalla religiosità dell’al di qua e un po’ hippeggiante del regista di Apocalypse now che oggi si autofinanzia come un ragazzino alle prime armi. Certo è che anche Eliade avrebbe amato il film per come è cinematograficamente. Una vera pasticceria per occhi e cuori golosi.

(r.s. su Alias del 10 novembre 2007, p. 10)

Fànfole (5)

MatitaRimugino ancora sulle fànfole. Frattanto sarà utile almeno il testo di cui si ragiona.

Eccolo: Fosco Maraini, Gnòsi delle fànfole.

Anninnora (2)

Ennio Porrino (1910-1959)

Dedichiamoci dunque al testo di Canzone a ballo.

Una piccola rassegna di varie trascrizioni che se ne dànno in Rete fa capire quanta incertezza vi sia:

Anninnora, anninnora, cuccu meu
Prama di otti, lera fizzu fizzu,
Anninnora, anninnora, cuccu meu
Tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu
So ddos sos caboddos de sa ghedda.
Folla manna niedda sassaresa
Arrosittedd’Arrosa in tundu in tundu
Si bivis in su mundu gosadie

A su timbiri timbiri timbiridona
Eja, eja, eja timbiri
Tundu tundu tundu

(è la firma di un improbabile Sparedda72)

Anninnora anninnora, cuccu meu.
Prama di otti, lera fizzu fizzu.
Tentu m’happu ‘nu fizzu ‘n Crabu Mannu.
So dos sos craboddos de sa ghedda.
Folla manna niedda sassaresa.

Arrositedd’Arros’in tundu ‘n tundu.
Si bivis in su mundu gosadie.
A su timbiri timbiri timbirindona.
Ehia! Ehia!

(da un’improbabile raccolta di canti sardi, accompagnata da traduzione altrettanto improbabile)

ai ninnora
ai ninnora ninnora
cuccu meo prama di ottilera fizzu fizzu
arrositedda arrosa
ntundu ntundu a su
timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah

ai ninnora ninnora
cuccu meo tendu m appu nu
fizzu n crabu mannu
arrositedda arrosa
ntundu ntundu a su
timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah

ai ninnora ninnora
cuccu meo so dos caboddos
de sa chedda
arrositedda arrosa
ntundu ntundu a su
timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah
chi bivis in su
mundu gosaidia
folla manna niedda sassaresa
arrositedda arrosa
ntundu ntundu
su timbiri timbiri timbiri
doa eia eia ah

(data per “ninna nanna desulese” in Gente di Sardegna, è frutto evidente di una sconnessa tradizione orale)

Anninnora anninnora, cuccu meu.
Prama di otti, lera fizzu fizzu.
Tentu m’happu ‘nu fizzu ‘n Crabu Mannu.
So dos sos craboddos de sa ghedda.

Folla manna niedda sassaresa.
Arrositedd’Arros’in tundu ‘n tundu.
Si bivis in su mundu gosadie.
A su timbiri timbiri timbirindona.
Ehia! Ehia!

(dal sito di “Anninnora”, programma tv di Giuliano Marongiu, dove passa per “canto tradizionale”)

anninnira anninnora cuccu meu
tramare non ti potho fizzu fizzu
tentu k’appo unu fizzu in cravu mannu
suttas sos cabaddos de sa ghescia
cun sa manu niedda tattaresa
sa rosittedda rosa in tundu in tundu
si vividi in su mundu pro sa die
a su tippiri tippiri tippiritoi
eia eia eia

(qui il testo è confusamente interpretato come “ninna nanna a passo di danza - credo sia su ballu tundu barbaricino [...] come forma questo canto si chiama ‘attitu’ ed è un canto di lutto”)

Ai ninnora ninnora cuccumeu
pramma d’orzulera fizzu fizzu
Ai ninnora ninnora cuccumeu
tentu ‘n d’appu unu fizzu crabu mannu
sotto soso cabones de sa chedda
folla mannaniedda sassaresa
Arrositedda arrositedda in tundu
che bivisi in su mundu gosadia
ai su timbiri timbiri timbiri dona
Eia, eia, eia

(dal sito dell’Associazione Culturale Bizantina, e costoro l’hanno pure cantata…)

Premesso che l’ordine è affatto casuale e la scelta solo esemplificativa, nota subito la grande varietà dei testi.
Un filologo farebbe fatica a cavarne l’archetipo.

Il testo che propongo io, l’ho detto, non è sicuro sicuro; ma è molto più affidabile delle varianti sopraccitate, poiché gode di una indiscutibile vicinanza alla partitura originaria:

Anninnora anninnora cuccu meu
Prama di otti lera fizzu fizzu
Anninnora anninnora cuccu meu
Tentu m’happunu fizzu incrabu mannu
Soddos sos scaboddos de sa ghedda
Folla manna niedda sazza resa
Arrosittedda, arros’in tundu ‘n tundu
Si bivis in su mundu gosadia
A su timbiri timbiri timbiri dona
Ehja

(eccetera)

Riguardati ora le varianti che circolano: puoi subito notare il diffuso, talora estremo, sempre fallimentare tentativo di “normalizzare” il testo riconducendolo a un lessico noto e a un senso generale. Ti ho risparmiato le improbabili traduzioni, che se vuoi ridere un po’ puoi comunque spulciare.

Il tentativo più evidente di “normalizzazione” è quel “sazza resa” che diventa “sassaresa” (peraltro inesistente in sardo) e infine “tattaresa”.

Cerchiamo di capire, premettendo che senza alcun dubbio il nostro testo non è un canto tradizionale (non ne esiste attestazione), bensì una creazione originale di Ennio Porrino.

Consideriamo dunque il lessico di Canzone a ballo.

Ci sono forme e locuzioni esistenti in diverse varianti di sardo (cuccu meu, log. “cuculo mio”, ma omofono di cuccumeu, camp. “civetta” ; prama, log. camp. “palma”, tentu, log. camp. “tenuto”, fizzu, log. “figlio”, mannu, log. camp. “grande”, folla manna niedda, camp. “grande foglia nera”, in tundu, log. camp. “in tondo”, bivis, camp. “vivi”, in su mundu, log. camp. “nel mondo”); ma è molto improbabile un testo in cui coesistano fizzu logudorese e folla campidanese: o fizzu/fozza o fillu/folla).

Ci sono poi altrettante forme di indiscutibile sapore sardo, tuttavia inattestate (la mia fonte è, lo ammetto, una vecchia edizione del DES; ma dovrebbe bastare): a partire da anninnora, chiaro rifacimento sul tipo onomatopeico dell’anninnia con cui iniziano le ninnenanne tradizionali ma inesistente in sardo (benché dopo Porrino sia passato nell’uso; così ad esempio in Sa dansa dei Tazenda). A questa categoria di parole “inesistenti” appartengono sicuramente soddos, caboddos, ghedda, e molto probabilmente tutto il restante lessico della composizione (compreso quell’incrabu che, pur interpretato *in crabu, darebbe un maschile di craba inattestato in sardo).

Un lessico di sapore sardo, insomma, ma in gran parte inventato. Una lingua immaginaria? Non proprio. Porrino si inserisce consapevolmente nella tradizione di invenzione linguistica propria delle ninnenanne, spesso nonsense (ci vedo affinità con il “baby talk”): non ha senso cercare un senso per questo testo.

[Prevengo una possibile obiezione: anche il linguaggio delle ninnenanne tradizionali sarde è spesso inventato; ma queste parole non sono attestate prima di Porrino.]

Non sul senso o su eventuali connotazioni semantiche, ma sui puri suoni della lingua porriniana possiamo riflettere, tenendo conto delle sue motivazioni musicali:

I colori utilizzati dal maestro cagliaritano sono precisi e dettagliati: sonoro, vibrato, rude e cavernoso; pesante come fisarmonica; molto ritmato e accelerato. Dalle indicazioni della partitura del musicista cagliaritano sembrerebbe emergere un rapporto stretto tra la voce umana ed i timbri strumentali, come quello della fisarmonica. Lo stesso colore rude e cavernoso ripropone magicamente gli ambienti naturali della Sardegna, quasi come se fosse un richiamo ancestrale, cosi come nella notte dei tempi si perde questo brano. Forse la natura stessa è chiamata in causa imitata, richiamando sinergicamente sia il vociare ed il canto degli animali sia il rumore incalzante del vento. (cito da qui)

La fonetica di Anninnora è coloristica, timbrica, ritmica.
E ciò giustifica la scelta di un genere nonsense, la ninnananna, altrimenti incompatibile con la caratterizzazione musicale di Canzone a ballo - che è, appunto, una “canzone a ballo”.

Fànfole? (4)

La lotta contro il nulla (foto di Fosco Maraini)

Su quattro episodi della serie, questo è ormai il terzo della “stasi dialettica” in cui mi sono incanalato. Spero davvero non sia una “lotta contro il nulla”.

L’esegesi delle fànfole si nutre ora di un’illuminazione improvvisa e casuale, con la lettura di Fosco Maraini, Case, amori, universi, Mondadori, Milano 1999. Che libro! Un’enciclopedia di sguardi etnografici (ma vorrei dire antropologici), che Maraini sa applicare anche al “nostro” mondo e persino a se stesso, almeno attraverso il filtro del suo alter ego Clé… come quando, al termine dell’Odissea motociclistica che lo porterà in Sicilia da Malachite (ovvio alter ego di Topazia),

Clé lasciò la moto nel cortile, non senza darle una fuggevole affettuosa carezza (tra uomo e motori si stabiliscono in certi casi rapporti francamente totemici) (p. 234).

Per inciso, si parva licet, ecco un altro grande esempio di antropologo narrante.

Ma qui interessa il rapporto di Case, amori, universi con le fànfole: il rapporto linguistico e tematico.

L’abbrivio me lo dava gioder commentando i primi miei tentativi sugli Arconti dell’Urazio:

La tripartizione del lessico è fondamentale. Ma la distinzione non mi sembra così netta, e mi riferisco a: “E dato che la massima concentrazione di ‘lessico ignoto’ si ha nella descrizione delle modalità di gioco (”tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino / io smègo un tafferuccio, un finfardello” e poi “su bòghera le trappe, punto e gnoppe”), direi che l’appannamento del lessico ha qui proprio lo scopo di creare un rumore”.
“Tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino, io smègo un tafferuccio, un finfardello…” Lugherino richiama il lucherino, “brecco” può rimandare a “becco”, e i giochi/torture sugli uccelli sono diffusi tra i putti che giocano a Brancighello (brancicare un uccello), si sa!
Ancora: perchè “marmellino” fa parte del lessico parzialmente ignoto e “Cassacoppe” di quello ignoto? Alla prima lettura mi hai convinto, poi mi chiedo, e mi pare una questione importante in un’analisi fanfolica: è perchè tu hai l’intuizione su “marmellino” o c’è qualcosa di più? Perchè si può ravvisare in Cassacoppe un gioco di carte, magari non uno specifico, degli uomini in vinargìa, oppure in “Fantisberga” un gioco legato ai fantasmi in un antico maniero (che però sarebbe più adatto ai putti). Tra l’altro il verso “su bòghera le trappe, punto e gnoppe” si presta a un’osservazione ritmica sul cursus: mèscola le càrte / bòghera le tràppe. Poi uno fa un punto, e… gnoppe! Che ricorda (a me?) il celebre “gnacche”!
Insomma, mi chiedo quanto la distinzione tra “lessico parzialmente ignoto” e “lessico ignoto” sia soggettiva.

Fermo restando che da queste acutezze ripartirà, quando ripartirà, il discorso sugli Arconti, va subito detto che gioder ha visto bene. Case, amori, universi dà una conferma “biografica” di violenza indiscussa, quanto a “giochi/torture sugli uccelli”:

Qualche volta andava a caccia con un fuciletto che sembrava un giocattolo: conosceva canti, fischi, zirli, chiurli, chiòccoli, gorgheggi e ciangottii di tutti gli uccelli della zona. (p. 24)

Quando si giunse all’enumerazione dei peccati più gravi, saltarono fuori l’uccisione di alcuni uccellini e il ferimento d’un gatto, frutto dei tiri con l’arco e con le micidiali frecce munite di punte a chiodo, azioni di cui Clé si dimostrò fortemente pentito. (p. 44)

Uccidere piccioni o gatti era facile, ma queste cacce erano considerate volgari. Molto più difficile era colpire tordi o merli, eppure i ragazzi ci riuscirono diverse volte, portando gli uccelli come splendidi trofei in casa, in cucina. (p. 103)

“To’, Rolando, prendi un piccione vivo, ma vivo, spalancalo con un coltello, ma che il cuore gli batta ancora! E legaglielo sul petto, al malato, al Bigiani, vedrai come guarisce subito!” (p. 103)

La convergenza di temi tra Maraini narratore e Maraini poeta è di enorme importanza per comprendere le fànfole; mi limito a qualche pròdromo, colto tra le righe. “Riti, liturgie, incensi” (p. 128) e tutta la riflessione religiosa sono centrali per Maraini, si sa: Leitmotiv di Case, amori, universi e tema importante nelle fànfole. Sono spesso le allusioni lessicali a far riconoscere la comunanza di temi quando non l’esatto correlativo delle fànfole: “un vero incontro di affetti, una festa d’amore completa e significativa” (p. 141) è l’oggetto del Giorno ad urlapicchio, il “giugno, mese solstiziale e prodigioso, festa dell’anno, impero del sole” (p. 230; ma vedi anche p. 234) in cui Maraini giunge in Sicilia è lo sfondo di Solstizio d’estate; gli “anni… tra i più grami, spinosi e angosciati” (p. 138) richiamano subito le “gosce aggramerine” di E gnacche alla formica (v. 10); e persino l’insolita iunctura “arconti del sapere e del pensiero” (p. 12) somiglia all’uso “speciale” della parola negli Arconti dell’Urazio.

Così anche Il vecchio Troncia sembra trovare spunto nel “vecchio Trinca”:

Nume del luogo era “il Trinca”, così chiamato per la sua stretta amicizia con ogni sorta d’inebriante bevanda, un ometto ricurvo, di solito seminudo, d’età indefinita, con alcuni ciuffi di capelli bianchi ribelli sul capo color rame. Il Trinca abitava da solo in un capanno ai margini del campo. Si sarebbe detto un riuscito incrocio tra un uomo di Neandertal e un eremita della Tebaide. (p. 119)

Passando alle questioni linguistiche, dovrò avvertire ancora una volta che sto appena saggiando il terreno, e senza strumenti adeguati (il Tommaseo, il Battaglia?).

Al confronto con la prosa marainiana, le fànfole appaiono subito molto meno “strane” della prima impressione. Ne percepiamo subito il retroterra: il lessico famigliare e l’idioletto di Maraini, nati dall’insolito impasto linguistico e culturale tra inglese, italiano (culturalmente e linguisticamente diviso in mondo italiano “Alfa” e “Beta”, p. 12), toscano, romano, siculo, veneto, senza contare gli occasionali incontri con altri mondi linguistici, ad es. il “ferrarese stretto” del “Nonnone” (cfr. p. 103).

L’autobiografia di Maraini è ad ogni pagina autobiografia linguistica: dal “gergo familiare” (p. 11) anglo-becero (trìccolo, fùggio o fuggétto, porrìggio per treacle, fudge, porridge) al “linguaggio di famiglia” altrui (p. 161); è naturale il confronto con Natalia Ginzburg, se non fosse che quello di Maraini è un melting pot.

Come descrive in dettaglio le case della sua vita e delle persone persino gli odori, così spesso Maraini racconta sfumature linguistiche:

Tra l’altro pareva vi fosse in vista un prossimo viaggio a Roma, dove l’attendeva un friend. L’inglese non possiede generi, il friend poteva essere quindi Apollo o Venere, a piacere. Clé preferì lasciare alla parola il suo alone di mistero. (p. 167)

La riflessione metalinguistica è tema-chiave dell’intero racconto. Un primo esempio:

Clé ne avvertiva il fascino, quasi vergognandosene, e subiva in segreto l’invito all’emulazione di questi arconti del sapere e del pensiero, ma non riusciva a identificarsi con loro. Forse anche perché parlavano una lingua dotta e superba, con tutte le c al loro posto, l’italiano delle conferenze, delle lezioni, delle università; inoltre usavano termini foneticamente stupendi, veri pezzi di alta meccanica verbale, per esempio “valorizzazione”, “reinserimento”; ma cosa volevano dire quelle cavalcate mitiche di sillabe? (p. 12)

La sperimentazione linguistica di Maraini è anche una reazione a questa “lingua dotta e superba”. Vedi per esempio quanto egli scrive a proposito del suo conio endocosmo, ironizzando su un’alternativa lessicale che evidentemente preferisce evitare come “dotta e superba”:

il termine endocosmo è abbastanza simile, nei suoi significati essenziali, a quel mastodontico mobile linguistico tedesco, la Weltanschauung, che suggerisce alla mente un dotto Sig-niore alemanno, seduto sopra una rupe, che sciaua, guarda, osserva, il mondo, e ve ne dà contezza di contenuti e significati. (p. 20)

A esser più precisi, il tema chiave è quello della nomenclatura, delle esigenze espressive che vorrebbero travalicare i confini troppo stretti della lingua. Così Maraini ricorre spesso a strumenti transculturali e translinguistici. Un solo semplice esempio:

Era molto diversa dalla mamma, epitome vivente del gusto più sobrio e raffinato immaginabile, o (per dirla alla giapponese) squisitamente shibui. (p. 165)

Altrove questi strumenti non bastano o, se pur vengono usati, è sempre in chiave di riflessione metalinguistica:

c’era un letto invitante e cosy (parola intraducibile, il dizionario dà “confortevole, comodo, accogliente”, però cosy è speciale, è di più, è intraducibile) (p. 13)

E ancora:

“Caro, come ti chiami?” chiese con aria soave, ma leggermente accondiscendente (maledizione, l’inglese ha la parola esatta a questo punto, patronizing, all’italiano manca…). (pp. 146-147)

A Maraini piacciono in generale le nomenclature, le riflessioni sul lessico:

Clé era un ragazzo difficile, scomodo, puntuto, per questo gli piovevano costantemente addosso le porzioni più virulente del vocabolario: selvaggio, bruto, cattivo, sporcaccione, disordinato, ribele, tartaro, bandito. (p. 15)

I giochi sul lessico dànno spesso spunti comici (ma nota come anche qui il piccolo Maraini si appropri del vocabolo per dargli significati nuovi):

Nei famosi comandamenti, tra le tante azioni chiare e bene individuabili come “non uccidere” o “non rubare”, appariva un’enigmatica proibizione: “non fornicare”. Ma che voleva dire? Neppure l’Ida aveva dato al ragazzo una spiegazione plausibile. Clé, chissà come, s’era messo in testa che il sibillino vocabolo significasse “frugare indebitamente nei cassetti, negli armadi, o fra le cose degli altri”. Indubbiamente Clé, nella personale accezione data al termine, aveva fornicato più volte. Non provava infatti un gusto speciale a fornicare dentro certi cassetti della mamma, dove lei conservava vari oggetti della sua vita passata? E in particolare, non si divertiva un mondo a fornicare tra certe sciarpe multicolori con le quali lui e la Viviana, le rare volte che restavano soli in casa, s’agghindavano il capo, giocando alle corti orientali?
“Sa, don Sestilio” mormorò Clé vincendo una certa ritrosia, “qualche volta ho anche fornicato”.
“Cosa?” esclamò innervosito don Sestilio, assumendo un tono assai meno affettuoso di prima. “Spiegati meglio, ragazzo…” Quando poi sentì che il fanciullo aveva fornicato “insieme con Viviana!” gli dovettero esser presi dei dubbi preoccupanti. Per fortuna, da buono psicologo, non abbandonò del tutto l’idea che sotto sotto vi fosse un grosso malinteso.
“E come facevi, caro? Precisa meglio…”
“Ecco” riprese il ragazzo, “aprivamo i cassetti della mamma, fornicavamo di qua e di là, scoprendo tante cose affascinanti, per esempio delle sciarpe dai molti colori con le quali facevamo dei veri turbanti da maharaja…” (pp. 44-45)

Ma stiamo dando quest’occhiata di traverso a Case, amori, universi per cercarvi le radici delle fànfole. Dunque per indagare la “passione per le parole”, e specialmente per le “eufoniche fioriture”. È un gusto particolare? Siamo comunque alle origini della metasemantica e del gusto per le “caramelle di suono”:

bisogna sapere che Clé, fin da quella tenera età, possedeva un gusto tutto suo, una passione per le parole, per i nomi tanto di luoghi che di persone. “Mercoledì” diceva per esempio “è bello, arrotondato e viola”, martedì è invece spinoso, nerastro e brutto”. Nel Canada gli piaceva Manitoba, che avrebbe potuto essere il nome di un re (king Manitoba appeared in all his glory on the door…), e fu incantato quando seppe che i suoi cugini inglesi andavano a villeggiare in una località marina della Cornovaglia chiamata Polperro. “Sembra un piatto di carne, in italiano puro, niente miscugli stranieri”. Quando sentì la mamma parlare di questa certa Ilona, s’immaginò subito una femmina soda e possente, restò invece molto male quado scoprì che era magra, piccina, occhialuta e timidissima. (p. 50)

Perché poi la parola “ignudi” era più evocativa e solluccherosa del semplice “nudi”? (p. 54)

E soprattutto:

Fin da quei tempi primordiali Clé provava segreti piaceri al suono di nomi speciali, di parole-gioiello (come: “crisoprasio”), di sillabe in eufoniche fioriture. Un difetto, una debolezza? Chissà. Certo una ben definita caratteristica. (p. 95)

E non lasciamoci traviare: non è solo questione di gusto fonetico. Come dicevo, Maraini manifesta anche in prosa esigenze espressive (e concettuali) cui l’abito della norma linguistica va troppo stretto, e non si fa scrupolo di coniare i neologismi che gli servono - per poi farne parole-chiave del suo discorso: amodio, endocosmo, esocosmo, ortòmo, tinegista. Tale esigenza è manifesta dalla prima pagina:

Tra Ida e Clé sussistevano certi rapporti curiosi di un amore intrecciato con sfilacciature di odio; in altre parole rapporti di “amodio”. Tutti sappiamo che l’amodio è comunissimo nel mondo, come mai manca di un suo cartellino semantico che ne definisca usi e costumi? […] Tanti anni più tardi Clé avrebbe scoperto che il Giappone e ha il suo vocabolo per l’amodio. Si dice aizo, amore-odio, i due concetti riuniti in una sola parola, un solo ossimoro, utile ed espressivo. (pp. 9-10).

E Maraini usa il suo “amodio”, senza più virgolette e senza remore, nel corso di tutta la narrazione. E lo stesso farà con altre parole che introduce man mano, come esocosmo ed endocosmo:

Una decina d’anni più tardi, da studente universitario, Clé formulò tra sé, quasi per filosofico scherzo, due termini - “esocosmo” ed “endocosmo” - che gli dovevano, allora e in seguito, dar conto abbastanza soddisfacente di numerosi aspetti del gran panorama “esistenza”. Certo, un filosofo di quelli coronati e garantiti avrebbe riso, riderebbe, dinanzi a categorie tanto rozze, stagliate nell’apparente caos delle Dinge in Allgemeine (delle cose in generale), non con la finezza di un rasoio, ma con la brutalità di un’ascia da boscaioli.
Eppure, nella praticaccia di ogni giorno i conti tornavano abbastanza bene. (p. 19)

Nota l’excusatio: “quasi per filosofico scherzo”, “categorie rozze”. Maraini si imbarazza a confessare queste sue arbitrarietà; però avverte dell’utilità, anzi della necessità di questo lessico. Suona perciò gratuita l’analoga excusatio per l’uso di tinegista:

Da noi, quando si parla di quegli anni sghembi della vita umana che vanno dai tredici ai diciannove, s’impiega una terminologia dotta e grave d’origine classica: “adolescenza” è la fase, “adolescenti” sono i personaggi. Nei Paesi a lingue anglosassoni, con minor precisione e maggior spirito d’allegria, si parla di teenagers, di coloro cioè che stanno vivendo gli anni i cui numeri terminano in “-teen” (thirteen, fourteen, e su su fino a nineteen). Con ardito zompo fonetico-semantico, non potremmo chiamare questi ragazzi “tinegisti”? Per divertirci facciamolo! (p. 135)

Non fidiamoci troppo quel “per divertirsi” che introduce il capitolo: in realtà a Maraini dà fastidio il termine adolescente, lo trova connotato in modo inadatto (”dotto e grave”), e conia un nuovo termine “meno preciso” (cioè più neutro), calcato sull’inglese; e poi lo usa senza ironia e senza virgolette, giungendo persino a coniarne il derivato neotinegista.

Nota subito che identica esigenza muove Maraini alla creazione di parte del lessico fanfolico. Un solo esempio: l’aggettivo attributivo pornale (Via Veneto, v. 10). Maraini lo conia dalla radice greca porno-, viva in italiano, perché in italiano manca un aggettivo che possa denotare in modo neutro e semplice il concetto (esistono solo i connotatissimi aggettivi puttanesco, troiesco).

Un altro esempio da Case, amori, universi è il neoconio ortòmo, così introdotto a definire il mezzadro Martino (e poi usato spesso senza più virgolette):

Anni più tardi, ricordandolo, Clé se lo definiva come un “ortòmo”. Non perché facesse (anche) l’ortolano, ma per confluenza della radice uomo con l’altra più dotta d’orto, l’orto per intendersi d’ortografia, ortopedia, ortodossia eccetera: insomma Martino era “l’uomo conforme alla norma, l’uomo modello, l’uomo archètipo”. (p. 23)

Ma il problema centrale è la nomenclatura dell’amore:

Tutto aveva a che fare con uno straordinario concetto, l’amore, che prima lo colpiva come riferibile a una curiosa malattia degli adulti - per esempio quando parlavano a scuola di Dante e Beatrice, di Petrarca e Laura, o di Renzo e Lucia - ma che ora aveva improvvisamente preso vastità di continente, con i suoi monti, mari e isole, i suoi vulcani, le sue foreste, gli smisurati abissi. Si pose allora una domanda, che l’avrebbe poi seguito quasi ossessivamente per tutta la vita: come mai un fenomeno umano così gigantesco e di tale importanza, così singolare, con ramificazioni di tanta complessità, fosse poi così misero di nomenclatura? Si dice che gli eschimesi abbiano almeno cinquanta termini per indicare la neve in tutte le sue varietà e consistenze, e che gli arabi posseggano un intero vocabolario relativo al cammello, ma noi pretendiamo con il solo vago termine a ombrello “amore” di coprire tutto. (p. 131, corsivo mio)

Dovrebbe bastare questo, per farcene una ragione: senza nulla togliere alla componente ludica che la permea, la sperimentazione linguistica di Maraini non è superficiale, è strutturale.

Le tracce di tale sperimentazione percorrono tutto Case, amori, universi, ovviamente nei limiti di quanto consentito in prosa. Ma vorrei fosse chiaro che, se pur le fànfole sono l’esperimento estremo, si collocano all’estremità di un continuum.

In vari punti di quel continuum il Maraini narratore cerca strumenti espressivi più o meno “normali”, attingendoli ai registri più vari e con le più varie esigenze espressive, che - senza intento di completezza o classificazione - possiamo almeno assaggiare nella loro parentela con le fànfole.

L’impasto linguistico è multiforme. Si va dalle frequenti onomatopee (ciaff!, p. 37; cià, cià, cià, p. 156; e i già citati splosh! e cataplak!) alle vive locuzioni alla straboia (p. 14), a scimmia sciolta (p. 22), alla nuda (p. 107), alla matta (147); dagli espressivi avvalangato (p. 12), infuribondato (p. 31), ribobolesco (p. 13), sbaruffare (p. 9) ai dialettali strullone (p. 14), strullino (p. 37 e passim); ma quando gli serve, Maraini non disdegna il lessico ipercolto (come itifallico, p. 137). L’uso dell’aggettivo mussante (passim) mi sembra esclusivo di Maraini. E poi la galleria delle alterazioni: antimerda (p. 27), bananotto (p. 107), chiavatona (p. 138), cresciutoccio (p. 140), masturbino (p. 137: è un sostantivo, poi Maraini ne parla come di “giochini frullerelli”), strabravo (p. 14)…

Chi negherebbe a queste forme dignità di cittadinanza nel lessico letterario italiano? Eppure una buona parte d’esso (quella alterata) è probabilmente hapax.

Ma più che qui, e più che nei neologismi succitati, la percezione del continuum si precisa quando scopriamo che il monumoni al v. 9 di Prato (chi vuoi che prigni più quel monumone / gavato, modruscente e laschidioso?) non è invenzione assoluta, ma attinge al lessico privato dell’amico Ermete Trimegisto:

chi s’immaginava mai, tra quei monumoni (tipico termine Ermetico) cerimoniosi, ma rimasti secoli indietro, di incontrare due fanciulle intelligentissime, colte, aggiornate su tutto [...]? (p. 216, corsivo mio)

Anninnora (1)

Ennio Porrino (1910-1959)M’è venuta un’ispirazione, e cerco in rete il testo di Anninnora, “mirabile brano di musica sarda tra i più difficili da cantare e poco eseguito dalle corali sarde”. Non si trova granché: una traduzione improbabile, un’esecuzione non infedele.

Per la precisione non si intitola Anninnora: è la Canzone a ballo di Ennio Porrino (su cui vedi anche questa scheda). Per coro misto SATB, fu pubblicata nel 1939 in “Tre canzoni italiane” (”Canzone religiosa, canzone d’amore, canzone a ballo”). La si trova ora anche in CD negli opera omnia di Porrino.

È un canto trascinante, evocativo, ricco dei ritmi strumentali popolari e dei colori rudi e ancestrali del canto a tenores. Ovviamente, un’operazione colta (raffinatissima).

Ma è il testo che mi interessa. La Rete mi conferma che Canzone a ballo passa di solito per nenia tradizionale (sottinteso che Porrino l’abbia solo musicata).

Eppure non è così. A leggerlo bene…

Sì, ma dov’è il testo?

Non ne trovo una versione decente.

Ecco dunque che, in assenza di altre fonti e non volendo perdere il giorno in biblioteca, mi vedo costretto a racimolare tra le vecchie scartoffie una fotocopia ingiallita: attingo dalle nebbie del passato una Canzone a ballo per coro misto a quattro voci, suppongo secondo l’orchestrazione originale, ma in una trascrizione con Encore curata (credo) da un corista irrintracciabile: non ne ricordo neanche il nome, mi pare anzi sia morto: lo so che sa un po’ di “manoscritto ritrovato”, ma giuro che il tenore in questione non era Cide Hamete Benengeli.

[Ennesimo marginale: se la storia del "manoscritto ritrovato" t'interessa, vedi Monica Farnetti, Il manoscritto ritrovato. Storia letteraria di una finzione, «Quaderni Aldo Palazzeschi», nuova serie, 12, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2006: mi piace citare libri che non ho letto.]

Lo spartito non è fonte sicura di punteggiatura e ortografia, né della scansione in versi. Ancora una volta accontentiamoci, se no non si va da nessuna parte.

Sì, ma il testo dov’è?

Un po’ di pazienza… il testo domani ;)

Fànfole? (3)

MatitaL’ho detto, “che ci vorrà”? Ecco: Fosco Maraini, Gnòsi delle fànfole - Concordanze (384 Kb).

In effetti non ci vuole molto, ci sono programmi appositi; di mio ho aggiunto un po’ di cura manuale. Monicà ha aggiunto due giorni di maledizioni perché ormai parlo in fànfole…

Due parole di spiegazione.

Sono concordanze “grezze”, prive di indicizzazione morfologica: e per esempio accade che ricordi possa essere verbo o sostantivo; o che bottiglia e bottiglie siano lemmi diversi. Si potrebbe far diverso? Preferisco di no: perché qualunque operazione di ordinamento morfologico si sarebbe presto arrestata di fronte all’arbitrario, proprio per la speciale natura del lessico fanfolico: se il singolare di bottiglie è ovvio, qual è il singolare di smègi? Smègo? Smègio?

Del resto le dimensioni dell’indice sono così contenute che è possibile farsene un’idea globale anche solo percorrendolo un paio di volte.

Ho indicizzato anche i titoli delle fànfole: la maggior presenza in essi di parole “normali” è infatti un dato molto significativo.

E nell’indice, ovviamente, c’è tutto: anche congiunzioni e preposizioni, che saranno utilissime (ad esempio a per studiare tutte le locuzioni avverbiali che introduce, ma anche la preferenza per fra o tra; strano a dirsi, Maraini preferisce quest’ultimo, 11 a 1); a proposito di “ordinamento morfologico”, non escludo si possano almeno raggruppare le varie forme di pronomi, congiunzioni e preposizioni.

Il lemma compare maiuscolo se Maraini lo usa maiuscolo.

Buona parte dei termini, vien da sé, sono hapax: ma già vengon fuori i doppioni, traccia luminosa che un lessico delle fànfole è possibile: gavato (in Prato e Bottiglie), sbiréngola (in Prato e Bottiglie), splagi (in Circuito dell’anima e Fiore secco in libro vecchio), straquasciare (in Solstizio d’estate e Gli Arconti dell’Urazio)…

E ora dàgli!

Alcuni spunti: la preferenza di Maraini per certi suoni come /f/ (lo si intuiva, ma…), per certi prefissi come stra-, per certi suffissi come -erchiare, per certe locuzioni avverbiali (a bisce bisce, a beta beta); ma anche le tecniche di “semplificazione immaginaria” di forme pseudoderivate (mormare da mormorare, ma anche rumare da ruminare)… e naturalmente i temi, le parole chiave (e qui spesso serve il lessico “normale”: persino gli avverbi).

Fànfole? (2)

Tommaso LandolfiImpelagandomi in fànfole senza aver sottomano il Tommaseo né il Battaglia, senza aver quasi letto l’altro Maraini, ho certo violato il precetto leopardiano: “il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli”.
Ma non si può sempre rimandare. Diciamo che ho attaccato bottone, che mi sono buttato nel discorso lasciandomene trascinare, sperando che il quadro si faccia facendolo. Ad esempio la “tripartizione del lessico” mi è venuta così, e me ne sono già pentito.
Dunque non dimentichiamo quanto scritto, ma prendiamolo come un abbrivio che, parlando parlando, in progressiva correzione di rotta, arriverà al quid.

Ben vengano perciò i suggerimenti di Chaim e di gioder (questi in privato, citerò, interverrà): mi costringono ad altri punti di vista, ad una stasi dialettica.

E partiamo dall’analogia che Chaim coglie con certo Landolfi.
Di primo acchito avrei voluto diffidare dai “falsi amici” delle fànfole: le lingue immaginarie, il già citato Cortázar, il grammelot, lo Schtroumpf.

Poi gioder, duca e maieuta, mi fa intuire che il discorso è più complesso, e che le fànfole sono al crocevia di molte esperienze linguistiche. Per esempio, hanno alcuni elementi dello Schtroumpf (approfondirò). Per esempio, hanno un aspetto ludico che citando la massima

Non è un gioco

non volevo negare ma di fatto trascuravo.

E giustamente gioder frena:

Sicuro che la mia frase [...] non sia stata “Non è soltanto un gioco”?
Quel “soltanto” la rende meno “icastica” forse, certo più banale, ma credo che risponda (e rispondesse) di più al mio pensiero, anche perché senza riconoscervi l’aspetto gio-coso e linguisticamente gio-ioso non le avrei forse mai lette o comunque rilette e trilette. Escludendo l’idea di gioco, mi sembrerebbe di privarle della festosità e anche della istintiva gratitudine che hanno suscitato in me.

Tra i “falsi amici” includevo Landolfi, pensando in particolare a La passeggiata:

La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace!

(incipit di Tommaso Landolfi, La passeggiata, in Racconti impossibili, Firenze, Vallecchi, 1966; attendiamo la riedizione Adelphi: per adesso in Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino, Rizzoli, Milano 1982, pp. 490 ss.).

Su questo raccontino Landolfi si era intrattenuto nella Conferenza personalfilologicodrammatica con implicazioni, in Le labrene, a cura di Isolina Landolfi, Adelphi, Milano 1994, pp. 145-157; e si veda il saggio di Maria Antonietta Grignani L’espressione, la voce stessa ci tradiscono. Sulla lingua di Tommaso Landolfi, “Bollettino ‘900″, 2005, 1-2 [e questo "Bollettino '900. Electronic Journal of '900 Italian Literature" è una vera miniera].

E io lì ad avvertire: ecco, vedete, una cosa è Landolfi (italiano vero ma raro), un’altra Maraini (italiano inventato); e poi, anche grazie all’allusione chaimiana a Perbellione, mi sono reso conto che la cosa è molto più complessa, che non ci sono e non ci devono essere confini precisi tra questi “esperimenti” linguistici, i quali volta per volta toccano corde ed estensioni diverse dello strumento-lingua (Landolfi attinge ai subsuoni, Maraini agli ultrasuoni).

Approfondirò anche questo tema: per ora volevo solo tendere l’amo ;)

Gioder chiosa poi:

A quando un’analisi fonosemantica? :-)

E qui rispondo: “Devo fare tutto io?”. Forse qualche allusione; ma penso che non sarei capace di essere sistematico.

Mentre, sempre per citare gioder:

Sarebbe interessante anche un confronto intertestuale: tra il verbo “smego” e i giorni “smegi” c’è una qualche relazione? Tra il verbo “fanfi” e le “fànfole”?

E qui penso che il lavoro debba almeno essere iniziato: e che ci vorrà a produrre un rozzo lessico fanfoliano e concordanze fanfoliane?

Fànfole? (1)

Fosco Maraini in una foto d'antan

Dopo qualche variazione sul tema delle “lingue immaginarie” arrivo al dunque che mi ossessiona da un po’.

Le fànfole di Fosco Maraini sono sempre state tra i miei giocattoli preferiti, accanto almeno ai “bilolú, filolú” di Palazzeschi; ma ne avevo - ammetto - una visione antologica e distorta, basata sul Lonfo e sul Giorno ad urlapicchio.

Ora che la Gnòsi è stata riedita (Fosco Maraini, Gnòsi delle Fànfole, prefazione e note di Maro Marcellini, postfazione di Massimo Altomare e Stefano Bollani, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007, con il cd del 1998 musicato da Bollani e Stefano Altomare) le cose cambiano.

Non posso tacere (se pure - come già per Voltolini - mi imbarazza la quasi totale assenza di studi linguistici sulle fànfole: trovo appena marginalia in Federico Gobbo, Il dilemma dell’esperanto. Tra vocazione ausiliaria e naturalizzazione, tesi di laurea, Università di Torino, A.A. 1997/1998, pp. 41-42; ma ammetto che dovrei andarmi a cercare quello che ha scritto Monica Longobardi, per esempio su Italiano e oltre).

Lasciamo da parte il paratesto di Marcellini, che si diverte in giochetti insulsi.
Bollani e Altomare dànno invece un contributo prezioso, una trasposizione in musica certo ironica e giocosa, certo divertita e divertente, ma non per questo glossolalica o gratuita, cui potrà essere utile il riferimento.

Lasciamo da parte per il momento anche Il lonfo. E’ il testo più raffinato della silloge, in cui il meccanismo della metasemantica giunge alle sue estreme conseguenze, ma è anche il più delicato; ed è ormai usurato da recitationes troppo cariche (come quella televisiva di Proietti, che per giunta confonde sberdazzi e smerdazzi).

Per ridare senso al Lonfo dobbiamo partire da altre, meno note fànfole - e tenere sempre sott’occhio l’”Introduzione” di Maraini, da leggere e rileggere finché non perda quell’apparenza frivola, che dissimula la freddezza di un documento tecnico. Ci muoviamo infatti in àmbito difficile, in cui somiglianze e analogie con altri esperimenti di “scarto” o invenzione linguistica possono confonderci.

Per iniziare questo discorso a puntate, partiamo ad esempio da qui (inedito in rete, prova):

Gli Arconti dell’Urazio

“Giochiamo - fanno i putti - a Brancighello?”
Tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino,
io smègo un tafferuccio, un finfardello,
chi vince si tascheggia il marmellino.

“Giochiamo a Fantisberga, a Cassacoppe?”,
griderchiano gli omacci in vinargìa:
su bòghera le trappe, punto e gnoppe,
se vinco mi straquascio in brogiulìa.

“Giochiamo all’Uomo!” mormano mistigi
gli Arconti marmidiosi dell’Urazio:
chi vince lo balòccoli in festigi,
chi perde lo fracàsseri in bistrazio.

Lèvati subito dalla testa che Maraini cerchi effetti comici. No, lèggiti la sua Lettera agli amici:

Gentile Signore Iddio, quale è il tuo vero, autentico messaggio? Non starai giocando con l’uomo? Quali sono le garanzie che una Rivelazione sia autentica e l’altra no? (corsivo mio)

Niente di più lontano dalla “pura burla” di Cortázar. Qui non c’è burla. È poesia metasemantica, non asemantica.
Ho già ricordato l’icasticità di gioder:

Non è un gioco.

A dire il vero, non è corretto neanche parlare di “lingua inventata”:

Per avere una lingua inventata, dunque, è necessario avere un intervento nelle parti nucleari di una lingua, almeno a livello di morfologia e sintassi (Gobbo, op. cit., p. 42).

Non c’è bisogno che lo dica io, che morfologia e sintassi delle fànfole sono italiane; che radici e sistemi di formazione linguistica sono italiani. La magia del Lonfo sta infatti in questa “italianità” accostata all’appannamento sistematico della semantica del lessico; ma proprio Il lonfo può trarre in inganno, perché nella maggior parte delle fànfole questo “appannamento” non è così sistematico e subentrano altri meccanismi metasemantici. In tal senso più ampio va inteso quello “stiamo parlando d’una metasemantica di stampo italiano” (Maraini, Introduzione, p. 19).

Devo qui anticipare che Il lonfo non a caso è primo della silloge, e si sostanzia di manifesto poetico: come manifesto, procede a un livello non più perfetto, ma più teorico (facendo teoria senza darlo a vedere, come il Guinizzelli di Al cor gentil). Perciò Maraini crea un testo così esageratamente allusivo da rischiare il nonsense. E, vi assicuro, non è affatto nonsense. [Ma la sorpresa alla prossima puntata.]

E torniamo agli Arconti dell’Urazio.

Dando dunque per scontato che morfologia e sintassi sono italiane, e contribuiscono (con la griglia dei connettivi, delle anafore, dei parallelismi) al senso complessivo del testo, dando per scontato che il neolessico è di matrice italiana (in radici, suffissi, prefissi), proviamo a considerare il lessico partendo dal noto.

Giochiamo (ter), fanno, putti, vince/vinco (ter), omacci, punto, Uomo, Arconti, perde. Almeno una parola per verso (nel Lonfo, fatta eccezione per i connettivi e per gli avverbi, ce ne sono appena quattro: soffia, pieno, vecchio, segno; e pieno [di] e [in] segno [di] sono semanticamente un po’ vuoti, mentre tutto il “lessico noto” degli Arconti dell’Urazio è pregnante).

In questo “lessico noto” compaiono parole meno prevedibili (putti), alterate per suffissazione (omacci), alterate per antonomasia (Arconti), caricate dall’anafora (giochiamo, vince) o dall’antitesi (vince/perde), secondo “normali” meccanismi del linguaggio poetico; ma il contesto metasemantico fa sì che anch’esse producano cortocircuito.

Passiamo ora al “lessico parzialmente ignoto”: le parole dal senso più o meno immediatamente riconoscibile in base all’enciclopedia semantica condivisa, e solo in parte trasformate con processi di pre- o suffissazione (tascheggia, marmellino, griderchiano, mormano, balòccoli, festigi, fracàsseri, bistrazio), di composizione (vinargìa, brogiulìa, Urazio: composti pseudoscientifici, parole-valigia). Un’altra dozzina di parole.

È ovvio che qui il cortocircuito è maggiore, ma non tale da impedire la comprensione (non più di quanto avvenga per un “normale” testo poetico non ermetico).
Non si tratta affatto di “lessemi vuoti, il cui significato rimane squisitamente vago eppure misteriosamente familiare” (Gobbo, op. cit., p. 41). Al contrario, questi lessemi sono fin troppo pieni, aggiungono un quid (questo sì, vago) a lessemi di riferimento come intasca, gridano, balocchi, fracassi, strazio; ma si riconoscerà che anche questo è un “normale” processo connotativo o allusivo, proprio del linguaggio poetico (l’unica differenza è che di solito lo si ottiene con latinismi o arcaismi o regionalismi o tecnicismi: dalla dieresi foscoliana quïete all’ermo colle, dal rosicchiolo pascoliano alla veccia di Montale).

Aggiungo - ma solo a margine - che gli effetti semantici sono comunque rinforzati dal contesto sintattico in senso lato: a un parallelismo putti-omacci-Arconti ne risponde uno fanno-griderchiano-mormano, che carica di senso quest’ultimo mormano (un quid più ieratico di mòrmorano).
Pur senza cadere nel gioco di Maro Marcellini, che si diverte (contento lui) a chiosare dando i sensi più improbabili, è ovvio che qualunque testo (in quanto echianamente “aperto”) richiede un atto interpretativo. Non stupisca perciò se vedo nel marmellino un correlativo molto preciso (e, insisto, cerco di non giocare “à la Marcellini”): probabilmente quella marmellata di mele cotogne avvolta in minuscole confezioni di plastica trasparente, con cui si merendava ancora vent’anni fa.

Veniamo infine al “lessico ignoto”, nel quale solo il suffisso o una vaga aria di famiglia (qui sì ha ragione Gobbo) o il contesto sintattico ci permette di riconoscere “parole possibili”.
A dire il vero non solo questi meccanismi: per Brancighello, Fantisberga, Cassacoppe è la maiuscola a indicare che si tratta di nomi non appartenenti all’enciclopedia condivisa. L’effetto cercato da Maraini è probabilmente questo: “non importa sappiate di quale gioco si tratta: sono giochi desueti, effimeri, insignificanti di fronte ai veri giochi dell’Universo”.

E dato che la massima concentrazione di “lessico ignoto” si ha nella descrizione delle modalità di gioco (”tu gnompi un brecco, sfanfi un lugherino / io smègo un tafferuccio, un finfardello” e poi “su bòghera le trappe, punto e gnoppe”), direi che l’appannamento del lessico ha qui proprio lo scopo di creare un rumore, di ottenere un effetto di distanza, di “sminuire l’importanza dell’oggetto”, preparando alla conclusione tutta intelligibile e pregnante.

Italiano immaginario

Julio Cortázar (1914-1984)

Dobbiamo a Julio Cortázar questo maraviglioso esperimento di italiano immaginario.
Voglio sperare non alluda a Simonetta Vespucci:

Simonetta

Simonetta, la fosca malintesa
chiude le rame inaltri fino al nardo.
Magari i tuoi allunghi di leopardo
móntano al valle, dove sta la chiesa.

forse no, forse stai muta e resa
da fronte al mar, piggiotando il dardo!
Mi lascerai almeno éssere un tardo
seguitore, lo schiavo che ti stresa?

Ieri venívano i dolente sprozze
sospirando col giglio e col fenoglio
in mezzo al trimalciónico festaccio;

ma questa sera, Simonetta, nozze
di ombra amaranto e razzi d’orgoglio
giúngono furia nel luttuoso bacio.

Mi soccorre poi Aga magéra difúra (avrai capito che sto girando intorno alla quistione delle “lingue immaginarie”, si vedrà): son tre sonetti dedicati a donne inesistenti (Simonetta, Carla ed Eleonora), tratti da “Ars amandi”, sezione di Salvo el crepúsculo (1984; altri testi della raccolta qui e qui).

Albani e Buonarroti citano “Carla”:

Carla

Vae victis, Carla, se le strombe urlante
ti immérgono fra i túrpidi stormenti!
Lo so: supplicherai che ti ramenti
la guancia rotta e le pestiglie umante.

Vai, e lascia che il labbro dell’amante
guarisca i seni tanto blu e mordenti,
mentre le alani dell’estate ai venti
frózzano la svergura palpitante.

Poi sarà il calmo, la deserta notte
dove sul ventre cádono le mele
liete di brisa soave e di funghine,

e tu, supino uccello delle grotte,
verrai alzarsi l’occhio delle mielle
e tutto sará d’ombra e di caline.

e riportano una chiosa dello stesso Cortázar:

Quanto al mio [italiano], non ha niente a che vedere con il maccaronico, e men che mai con il cocoliche; consiste semplicemente di sonetti che curano il ritmo e la rima per far cadere il lettore nella trappola della cadenza, e che accumulano frasi senza senso in cui si mescolano voci italiane con altre inventate al volo, così come lo sono le tre protagoniste e i sentimenti lì riversati. Insomma, l’unica cosa vera è il sonetto come forma, il resto è pura burla, ragion per cui mi è parso utile mettere degli accenti alla spagnola in modo da facilitare la lettura ad alta voce, che suggerisco falsa quanto il resto, cioè appassionata e veemente.

(Julio Cortázar, “In italico modo”, L’indice dei libri del mese, 11, dicembre 1993, p. 14).

Aga magéra difúra

Tommaso Landolfi

Quello nella foto, Tommaso Landolfi, ha prestato a Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti il titolo di Aga Magèra Difùra. Dizionario delle lingue immaginarie, Zanichelli, Bologna 1994.

L’allusione è a:

Aga magéra difúra natun gua mesciún
Sánit guggérnis soe-wáli trussán garigúr
Gúnga bandúra kuttávol jerís-ni gillára.
Lávi girréscen suttérer lunabinitúr
Guesc ittanóben katír ma ernáuba gádún
Vára jeskílla sittáranar gund misagúr,
Táher chibíll garanóbeven líxta mahár
Gaj musasciôr guen divrés káes jenabinitúr
Sòe guadrapútmijen lòeb sierrakàr masasciúsc
Sámm-jab dovár-jab miguélcia gassúta mihúsc
Sciú munu lússut junáscru gurúlka varúsc.

(Dialogo dei massimi sistemi, 1935)

ma ne parliamo un’altra volta.

Per il titolo d’accordo; ma il sottotitolo non rende giustizia al libro, che vorrebbe essere un “viaggio avventuroso nel mondo fantastico dell’invenzione linguistica” (cosa diversa dalla “creazione di lingue immaginarie”).

Va bene, è un falso dizionario, un divertissement senza pretesa di completezza.

Ma sulle vere “lingue immaginarie” vedi almeno il wiki LangMaker