Archivio della categoria ‘Geografia’.

Quando si dice “gabinetto pubblico”

Gabry, sapendo delle mie curiosità volusiane, mi segnala questo cesso pubblico di Basilea… all’esterno un monolito dalle pareti a specchio,

Monica Bonvicini, Don't miss a sec, Basilea, 2003 (esterno)

ma all’interno una finestra sul mondo a 360°:

Monica Bonvicini, Don't miss a sec, Basilea, 2003 (interno)

Tutto vero, come documenta Urban Legends.

Ma, benché perfettamente funzionante, si tratta di un’opera d’arte di Monica Bonvicini (2003), “posing an obvious challenge to the cultural norms separating «the private» from «the public»”.

Se aggiungo che c’è anche una riflessione sul Panopticon in chiave foucaultiana, mi mandi a cagare?
Eppure, in tempi di controllo totale, è una questione d’estrema attualità…

Un’altra installazione dell’artista, anch’essa perfettamente funzionante, è visitabile a Londra,

but, even with full permission to defecate on Bonvicini’s work of art, Britons and tourists alike tend to shy away from the challenge.

Geograficamente

Geograficamente, la copertina

Dunque non sono il solo a spulciare i manuali scolastici di geografia. Ed è un bene che questo accada anche fuori dai consigli di classe:

La geografia del mondo che cambia
C’era una volta la geografia politica. Era soprattutto superficiale, in molti sensi: descriveva confini e mari, fiumi e città, viste dall’alto o di fianco. Qualcuno sospettava che si trattasse niente più che di un insieme di testi e di cartine, preparati dagli stati maggiori, per portare guerra o difendere la patria. Vi era poi un effetto singolare di distorsione. Le città e i fiumi vicini apparivano nel racconto più importanti degli altri, tanto che si dedicavano loro più pagine e più attenzione.
Adesso è cambiata, la geografia, e forse perfino la politica sta cambiando, anche se non bisognerebbe mai essere troppo ottimisti. È un fatto che ora si cerca di mostrare tutto il pianeta, com’è e con quali problemi; come potrebbe essere e cosa si debba sapere per cominciare a modificarlo; in meglio.
C’è dunque il confronto sorprendente con i vecchi tempi e la vecchia politica che imbrigliava la geografia nei manuali (e nelle teste) d’allora; e c’è anche la possibilità che ogni ragazzo e ogni ragazza delle medie porti con sé (nel suo pesante zaino), quanto basti per partecipare attivamente al cambiamento delle cose del mondo. O almeno sapere di che si tratta. Tutto questo viene in mente consultando “Geograficamente“, l’opera in tre volumi preparata da Manlio e Federico Dinucci, padre e figlio, con la collaborazione di Carla Pellegrini e pubblicata da Zanichelli.
Regioni, paesi d’Europa, paesi del mondo, vincoli dei programmi ministeriali compaiono in ciascuno dei tomi come una sorta di appendice che complessivamente vale un terzo dello spazio. Il resto è dedicato a Noi e l’ambiente europeo, Noi cittadini d’Europa, Noi cittadini del mondo. È notevole la proposta sull’ambiente europeo. A chi legge, si mostra in primo luogo come si contano gli oggetti geografici e come li si misura. Non importa tanto che il giovane lettore si ricordi quanto sia lungo il fiume più lungo, ma che impari a misurarlo, lo collochi nel suo spazio e capisca perché è importante. Gli autori condividono i loro segreti con i ragazzi; cercano insomma di suggerire come si possano maneggiare gli strumenti che consentono di conoscere la portata del fiume, la regolazione delle acque, il loro uso.
L’Europa, nel secondo tomo, viene descritta come il nostro mondo di riferimento, un mondo complesso, con molte religioni, abitudini, storie, cibi, culture che arrivano spesso da molto lontano, ma sono tutti possibili, tutti validi, nessuno obbligatoriamente meglio degli altri. Si tratta di non perderne nemmeno uno, perché sarebbe un impoverimento generale. E si parla di lingue, di euro, di industria, di istruzione, di sport, di condizione della donna, di lavoro minorile, di emigrazione, di diritti. Questa è l’Europa in cui i ragazzi di oggi vivranno domani; questa è l’Europa da imparare a menadito, da correggere subito negli errori che i vecchi europei hanno lasciato crescere. L’Europa, tra vent’anni, sarà tutta di questi ragazzi che oggi stanno imparando a conoscerla. Europa come insieme di persone che devono subito imparare a capirsi.
Poi viene il mondo. Come si diventa cittadini del mondo? Cosa bisogna sapere? I temi, trattati con parole accessibili, ma senza semplificazioni, sono il mosaico dei popoli, la globalizzazione, le questioni sociali, le grandi sfide del XXI secolo. Quest’ultimo capitolo, ad esempio, tratta sette argomenti: garantire i diritti umani, rendere più democratiche le Nazioni unite, creare un nuovo sistema energetico, combattere il riscaldamento globale, affrontare la crisi idrica, ridurre l’inquinamento, preservare le foreste. Di ogni argomento sono indicati gli aspetti essenziali in due pagine, poi si apre una discussione indicando pro e contro per posizioni diverse nella classe. Nel caso dell’acqua: è un bene privato o comune? Chi vuole, ha argomenti per discutere. Chi preferisce passare la mano, chi non se la sente di dire subito la sua, non per questo è perduto. Non ha ancora un’idea precisa; col tempo, se ne farà una. Geograficamente gli sarà servito.

(Guglielmo Ragozzino, “La geografia del mondo che cambia”, Il manifesto, 26 aprile 2008, p. 17)

Il testo in questione è Manlio Dinucci - Federico Dinucci, Geograficamente, Zanichelli, Bologna, 2008, così suddiviso:

  • Volume 1 - Noi e l’ambiente europeo, 328 pp. (€ 19,70)
  • Volume 2 - Noi cittadini d’Europa, 328 pp. (€ 19,70)
  • Volume 3 - Noi cittadini del mondo, 360 pp. (€ 21,20)
  • Idee per insegnare, con CD-ROM delle Prove, 400 pp.

In attesa di poter dare anch’io un’occhiata, riporto la striminzita scheda della Zanichelli:

Geograficamente vuole formare cittadini responsabili, capaci di osservare il mondo da un punto di vista geografico.
È un libro che parte dai fatti e dall’esperienza quotidiana per arrivare ai concetti. Per esempio, mostra che in un piatto di pastasciutta sono presenti tutti i settori dell’economia: il primario con la farina e i pomodori, l’argilla di cui sono fatti i piatti e i metalli delle pentole; il secondario con i pastifici, le industrie ceramiche e quelle metallurgiche; il terziario che commercializza la pasta e la fa arrivare nei supermercati; il terziario avanzato che crea gli spot pubblicitari alla televisione. Così la materia diventa viva e stimolante agli occhi dei ragazzi.
Ciascun argomento è trattato in un paragrafo, che può essere svolto in un’ora di lezione.
Lo stile di comunicazione, basato sulle immagini, è vicino alle esperienze multimediali degli studenti.
Ogni paragrafo è accompagnato da un approfondimento (Visto da vicino) spesso incentrato su un tema sociale o ambientale.
Ai termine di ciascuna unità si trova un Invito alla lettura, con racconti, articoli e testi di argomento geografico.

Il libro rosso

Copertina di Barbara Lehman, 'The red book'

In una grande città del Nord del mondo una bambina trova un libro fra la neve: un libro rosso. Arrivata a scuola, comincia a sfogliarlo. Man mano un’immagine si fa più precisa: sulla spiaggia di un’isola del Sud un bambino ha trovato un libro rosso. In un doppio gioco di mise en abîme (alla lettera: si precipita nelle immagini del libro) i due bambini viaggiano in un’altra parte del mondo attraverso carte e immagini, e in zoom progressivi si scoprono a vicenda e si sorridono. Al termine delle lezioni la bambina compera un grappolo di palloncini multicolori e se ne fa trasportare dal suo nuovo amico: le distanze si annullano. Ma durante il volo il libro rosso le cade: un altro bambino lo troverà, lo sfoglierà e la storia potrà ricominciare. La mise en abîme continua, perché ora sei tu che possiedi il libro rosso…

The Red Book di Barbara Lehman (Houghton Mifflin, New York, 2004; in Italia Il libro rosso, Il Castoro, 2007) è un libro per bambini?

Certo, e visto che è un libro per immagini è adatto anche per la prelettura. Ma non solo: con quel continuo mutamento di piani e punti di vista può essere utile per sviluppare le capacità logiche e consequenziali. E altro ancora, come nota il blog Books for Kids:

Lesson Plans: I would consider using this book while introducing maps to a social studies class. Another possibility would be to use this for a writing exercise; students could write a story that would go along with the pictures.

Sarà anche così. Ma a me tutte le cose “per bambini” piacciono comunque.

E The Red Book è soprattutto un libro bellissimo, una storia magistralmente narrata con splendide illustrazioni ad acquarello, gouache e inchiostro.

È un libro sulla lettura, sul desiderio di apprendere, sulla fantasia, sulla diversità, sul mondo. È la metafora del libro fatta libro: ”un incredibile gioco visivo, in cui continuamente si entra e si esce dalle immagini, si guarda e si è guardati, per capire con stupore che alla fine il protagonista è il lettore stesso”.

Cartografia antica

'Carta Pisana' (XIII sec.), pergamena, mm 1050x500, Paris, Bibliothèque Nationale

Giusto una segnalazione: Alessandro Bagioli, Storia della cartografia antica (1) e (2).

Le immagini a corredo non sono eccelse, i link sono spesso ciechi, e non giurerei sull’accuratezza del testo; ma finché non trovo altro avrà perlomeno utilità didattica.

Per un “Atlante dei luoghi immaginari”

Anna Ferrari, Dizionario dei luoghi letterari immaginari, UTET 2007Contemplo in libreria Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell’Eden, di Alessandro Scafi (Bruno Mondadori, 2007, 448 pp.); e compulso il Dizionario dei luoghi letterari immaginari curato da Anna Ferrari (UTET, 2007, 700 pp.).

Questo Dizionario è cugino del Dizionario dei temi letterari, a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli, G. Fasano (UTET 2006, 3 volumi, 2100 pp.); ma diretto discendente del Manuale dei luoghi fantastici di Gianni Guadalupi e Alberto Manguel, Rizzoli 19821, RCS 19962, 374 pp. (ed. orig. The dictionary of imaginary places, 1980: con belle illustrazioni di Graham Greenfield e carte di James Cook).

Lo recensisce Andrea Bonazzi su In tenebris scriptus.

Da un’opera del genere non si pretende perfezione; Anna Ferrari è comunque puntuale per tutto quanto riguarda i “classici”; meno purtroppo per i luoghi fantasy e fantascientifici.

Uno dei miei mondi preferiti - Rama di Arthur C. Clarke - è appena nominato; e se non pretendevo Nuraiò, mi aspettavo almeno Stranalandia, visto che di Benni si considerano Bar Sport, Bar Sport Duemila e La Compagnia dei Celestini.

Un libro del genere mi sottolinea la mancanza di quell’”Atlante dei luoghi immaginari” che nessuno ha ancora realizzato, qualcuno immaginato (tra essi anch’io con Eugenio: un progetto decisamente bipartisan).

Non ti inganni, infatti, l’Atlante dei luoghi leggendari di James Harpur e Jennifer Westwood, De Agostini, 240 pp.: sono fotografie, non carte.

Noi vorremmo, invece, qualcosa nello spirito dell’Atlante del romanzo europeo. 1800-1900 di Franco Moretti (Einaudi, 1997), che contempli (vado a caso) Omero, Apollonio Rodio, Virgilio, Dante, Ariosto, Cervantes, Swift, Stevenson, Verne, Salgari, Leblanc, Asimov, Disney, Perec (La vie: mode d’emploi), la Barcellona di Pablo Tusset… E gli universi fantasy, questo è ovvio. E Tschai. E Myst. E…

Ne riparliamo?

Il nonno degli atlanti linguistici

Europa Polyglotta (Hensel, 1741) - Dettaglio

Ha suscitato grande fermento (cito almeno i blog “linguistici” Babel 2.0 e LanguageHat) la dotta trouvaille di StrangeMaps: Europa Polyglotta, Linguarum Genealogiam exhibens, una cum Literis, Scribendique modis, Omnium Gentium, carta linguistica d’Europa disegnata da Gottfried Hensel nel 1741.

È solo una di quattro carte (Europa, America, Africa, Asia: la collezione completa è visibile su www.pbagalleries.com, purtroppo con immagini a bassa risoluzione). StrangeMaps trova però un’ottima fonte ucraina, propone una prima analisi e suscita un dibattito molto interessante.

Ma anzitutto un link alla carta completa: Europa Polyglotta (Hensel, 1741)

È forse il primo esempio di “atlante linguistico”: Hensel mostra la distribuzione linguistica con esempi delle lingue europee nella rispettiva posizione geografica, riproducendo persino alfabeti e scritture.

Per esemplificare ciascuna lingua, Hensel ricorre al Paternoster, che ormai si imponeva come strumento di comparazione linguistica.

Il primo caso a me noto di tale pratica è in Hieronymus Megiser (1553-1618), Specimen quadraginta diversarum atque inter se differentium linguarum et dialectorum; videlicet, Oratio Dominica, totidem linguis expressa, Francoforte 1593 (molte pagine sono riprodotte nella serissima collezione The Lord’s Prayer in 1441 languages and dialects); l’uso del Paternoster prosegue sino al colossale Mithridates oder allgemeine Sprachenkunde mit den Vater Unser als Sprachprobe di Johann Christoph Adelung (Berlino, 1806), e trova seguaci anche oggi (ma nel mondo sovietico la comparazione linguistica assumeva come riferimento le opere di Lenin).

Nei commenti su StrangeMaps, poi ripresi e approfonditi da LanguageHat, ho avanzato l’ipotesi che la fonte primaria delle quattro mappe di Hensel fosse Daniel Brown, Oratio Dominica Πολύγλωττος, Πολύμορφος: Nimirum, Plus Centum Linguis, Versionibus, aut Characteribus Reddita et Expressa, Londra 1713 (l’edizione del 1736 è in Google Libri).

Sembra infatti che Hensel cerchi di applicare le quattro “classes linguarum” di Brown: ”Asiaticae et Orientales”, “Africanae et Meridionales”, “Europaeae et Occidentales ut et Septentrionales”, “Americanae seu Novi Orbis” (unica eccezione sono le “Confictae linguae”, che ovviamente non possono comparire in una mappa). Anche alfabeti e scritture attingono dall’Oratio Dominica di Brown.

La questione andrebbe approfondita e la carta esaminata in ogni dettaglio; mi butto almeno in qualche osservazione preliminare.

Non è una carta storica, perché Hensel non descrive alcuna situazione storica reale; sovrappone passato e presente, con un taglio antiquario (nella penisola italiana coesistono italiano, etrusco e latino, in Gran Bretagna c’è l’anglosassone e in Spagna l’arabo).

Alcune lingue non trovano posto nella carta (per esempio le due varianti di “Sardica lingua” riportate da Brown), per il semplice fatto che… non c’è spazio sufficiente.

Ci sono vari errori puri e semplici: per esempio la distinzione tra “Lapponica” e “Finnonica”, che sono semplicemente due varianti del finlandese.

Ci sono alcuni errori di localizzazione. Là dove ci aspetteremmo il provenzale compare il friulano, “Foro-Juliana”. Come mai? Nei commenti su StrangeMaps ho ipotizzato che Hensel abbia confuso i due Forum Iulii dell’antichità - quello francese (oggi Frejus) e quello italiano (oggi Cividale), da cui prese nome il Friuli - e trovando in Brown la lingua “foro-juliana” abbia dedotto che si trattava del provenzale.

* * *

E giacché ci sono inciampato, ecco qualche link per bibliofili e cercatori di carte d’epoca:

Deep shit

This is why Middle East is in deep shit

Ancora una citazione di seconda o terza mano. La fonte è, per esempio, http://sanjoob.tripod.com/id54.html.

Materia fecale equa e solidale

Jack Sim, fondatore del WTO (World Toilet Organization)

A conferma che il mio interesse per i volusiana non è tutto ludico, ecco un articoletto di Marinella Correggia dal manifesto del 10 novembre, p. 17 (è la rubrica terraterra):

Il mondo futuro è a misura di toilette
Un grande problema eco-socio-sanitario dell’abitare sul pianeta è il trattamento delle deiezioni umane, ora polarizzato su due “soluzioni” insostenibili: il nulla e lo spreco. Da una parte, l’assenza di sistemi igienico sanitari di base mina il benessere e la salute di ben 2,6 miliardi di persone le quali si arrangiano a fatica con vari metodi, compreso il prelievo con cesti e secchi delle deiezioni umane “fresche” dalle latrine a secco pubbliche e domestiche. In India l’ingrato compito è affidato ai “portatori di suolo notturno”, i più disgraziati fra gli intoccabili. Fra gli obiettivi Onu di sviluppo per il Millennio (Millennium Development Goals) c’è il dimezzamento di questi 2,6 miliardi, i quali hanno diritto a una toilette degna, senza rischi patogeni e senza operazioni ripugnanti.
Ma non ci si arriverà mai seguente l’altra soluzione: il complesso sciacquone-fognature universalmente diffuso in Occidente insieme alla fossa settica. Fu varato a Londra nel 1850 in risposta a un’epidemia di colera e arrivò a Calcutta già nel 1860; ma tuttora ne sono dotati solo 232 centri urbani indiani su un totale di 5.000. Come riassume in un articolo Lester Brown di Earth Policy Institute, l’insieme “sciacquone-fognatura” prende elementi nutritivi originati da suolo (tramite quel che mangiamo e trasformiamo nella fabbrica del nostro corpo) e anziché permetterne la restituzione al suolo stesso per arricchirlo, li scarica in fiumi, laghi, mari usando molta acqua. Quando poi per ragioni di costi e logistiche il tutto avviene senza depurazione, ecco un circolo viziosissimo che spreca acqua e denaro per disperdere agenti patogeni rendendo non potabili enormi quantità di acqua e dunque provocando malattie e morte (2,7 milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di igiene e 5,9 per malnutrizione e fame anche provocate da parassiti intestinali).
Oltretutto, in un futuro in cui l’acqua sarà sempre più preziosa come si può pensare di dotare di sciacquoni quei 3,6 miliardi? Secondo i calcoli del Centre for Science and Environment di New Delhi, “una famiglia indiana di cinque persone produce in un anno 250 kg di escrementi ma ha bisogno di 150.000 litri di acqua scarseggiante per lavarli via a inquinare corsi d’acqua”. Occorre trovare un sistema socialmente accettabile ed ecologicamente sostenibile. Su questo tema si è chinato anche il presidente indiano Abdul Kalam che nei giorni scorsi a New Delhi ha aperto il World Toilet Summit 2007: 400 esperti da 44 paesi che hanno concluso sulla necessità di guardare oltre la toilette all’occidentale. E la soluzione vincente è: la toilette compostante. Come a dire: da questi rifiuti inevitabili, opportunamente maturati e diventati inoffensivi dal punto di vista sanitario, ecco ricavata un’importante risorsa per l’agricoltura conosciuta da millenni (non solo in Cina ma anche negli orti intorno alla Parigi descritta da Victor Hugo ne I miserabili). Il sistema è igienico, facile da costruire con materiali locali, non inquina le acque di superficie, non è idrovoro (bastano 1,5 litri per far fluire gli escreta), produce fertilizzante. E non richiede il trasporto disgustoso e insalubre di materiale fecale fresco.
I modelli sono diversi, già in corso di applicazione soprattutto nel Sud del mondo. Ad esempio in Kenia la Vacu-tug, macchina portatile che svuota le vasche delle toilette a secco, negli slum sta abbattendo il ricorso alle buste di plastica “ripiene” gettate via. Ma la tecnologia migliore è quella dell’indiana Sulabh Sanitation Organisation (che ha promosso il Summit). Di ispirazione gandhiana e anticasta, costruisce latrine compostanti in grado di liberare migliaia di esseri umani trasportatori di altrui escrementi. E in Occidente? Diversi modelli di toilette compostanti a secco, rispetto alle quali la Svezia è pioniera, sono in grado di funzionare in appartamenti svedesi (o italiani) come in ville statunitensi come in villaggi cinesi. Il wc di un futuro equo, ecologico, e senza apartheid. Una rivoluzione.

Il mondo visto da Chiaia (2)

E invece le public relations di Tramontano mi mandano una versione migliore del “mondo visto da Chiaia”.
Mi dicono però che

ad esclusione di clientela americana, purtroppo non sono in tanti a cogliere la citazione di Steinberg.

Il mondo visto da Chiaia

Il mondo visto da Chiaia

Dalle vetrine di Aldo Tramontano, Napoli: il mondo visto da Chiaia

Nessun’altra fonte decente, purtroppo, per quest’immagine; neanche sul sito dell’illustre pelletteria Tramontano (provare per credere). Accontentiamoci dunque di una foto rubata in tutta fretta, di notte, dalle vetrine di via Chiaia 149.

La citazione è ovvia: il mondo visto dalla 9th Avenue, celebre copertina del New Yorker (29 marzo 1976) disegnata da Saul Steinberg.

L’Europa secondo Corriette Schoenaerts

Mondo trifoglio

Heinrich Bunting (1545-1606) sapeva che il mondo non era fatto così. Ma amava le raffigurazioni simboliche (un’Europa antropomorfa, un’Asia ippomorfa). Questa mappa, dedicata alla sua città natale (nelle armi di Hannover c’è un trifoglio), mostra il mondo diviso in tre parti; al centro, la solita Gerusalemme. Dimostrazione che la mappa di Isidoro ha influenzato la cartografia ben oltre l’età delle “Grandi scoperte”:

“it’s almost impossible to resist imagining how this centuries-old archetype of a map took a while to be erased out of the common memory of cartographers” (da Strange maps).

Die ganze Welt in einem Kleberblatt

Si vis pacem

Colpisce che, a differenza di altre popolazioni amazzoniche come i Korubu, l’aggressività degli Zo’è sia prossima allo zero.
“No, non picchiamo mai nessuno. Quando uno si arrabbia, gli andiamo vicino in tre o quattro, gli facciamo il solletico sui lati del corpo, gli sorridiamo, lui si calma”.

(da Felicità selvaggia, splendido reportage di Roberto Di Caro sugli Zo’è, “L’Espresso”, 9 novembre 2006, p. 123)

Resdagboken

Rebecka ci invita a leggere il suo diario di viaggio su Resdagboken.
Non è un semplice blog, è molto di più.
Vorrei qualcosa del genere in italiano.