Archivio della categoria ‘Gatti’.

Tom’s tomb

The Church Cat (foto di Luca Vargiu, 2009)

Di ritorno da Bristol, Luca mi ha fatto dono di questa foto: è la tomba del gatto Tom (1912-1927). Ne puoi leggere su Purr ‘n’ Fur.

Il pieghevole di St Mary Redcliffe riporta anche questo sonetto:

A Sonnet to a Cat

Beneath a stone in Redcliffe’s churchyard lies
What was a strange thing in God’s House, a cat.
Which was, before its very sad demise
Often upon the organ-stool just sat
Listening to the music played soft and sweet,
Or, in the organist’s lap so still and warm.
It would not ‘turn-a-whisker’ at the treat
Of the notes changing to a ‘pedalled’ storm
Its purpose in life was to keep from view
Those furry creatures, lest they think a pew -
Especially at Harvest Time of year -
To be a place that would, to them, be dear.
Now the number of its years can be found
To all who look within this holy ground.

(Gilbert Croker)

Er mejo der Colosseo

Rufus Barbarae feles est

Rufus Barbarae feles est; apud Colosseum vagus vivebat, cum multis aliis felibus.

(da Sergio Nicola - Franca Nicco, Latinamente. Lingua e civiltà, Petrini, [Novara], 2008, p. 185)

D’accordo: per semplificazione didattica possiamo lasciar perdere la dubbia corrispondenza di feles con “gatto” e la dubbia presenza di gatti nella Roma imperiale.

Ma l’associazione tra gatti randagi e Colosseo è anacronistica: quella colonia felina sarà pur secolare, ma - immagino - solo da quando Roma è andata in rovina. Mica mangiavano trippa di gladiatore.

[La citazione del titolo è dagli Aristogatti; ma nell'originale "Romeo, er mejo der Colosseo" era "Thomas O'Malley, the alley cat", e parlava con spiccato accento irish.]

Credidi me felem vidisse

Natura morta con gatto, mosaico dalla Casa del Fauno, Pompei (Museo Archeologico Nazionale, Napoli)

Dunque i Romani non tenevano gatti in casa? Bettini permettendo, le cose sembrano un po’ diverse, almeno a giudicare da questo mosaico pompeiano (dalla Casa del Fauno, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Da Pompei proviene anche un altro mosaico gattesco (forse: potrebbe anche trattarsi di una lince).

Per inciso, questa “Natura morta con gatto” sembra anticipare il sottogenere di cui ho già riportato esempi sei-settecenteschi. Poligenesi: gli scavi di Pompei, si sa, iniziarono nel 1748.

La questione è complicata dall’affettuoso dilettantismo con cui si tratta, di solito, la storia felina: sarà vero che i legionari romani trafugavano gatti dall’Egitto? Sarà vero che a Pompei non sono mai state trovate ossa di gatto? Chi ha ipotizzato che i gatti siano fuggiti prima dell’eruzione?

Mi piacerebbe scoprire le fonti dei vari siti felinofili (che non cito: ci pensano loro a copincollarsi a vicenda). A sentir loro, pare che “l’imperatore Ottaviano Augusto scrisse per la sua gatta”:

la mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto… Mia pari così come pari agli dei, non mi teme e non se la prende con me, non mi chiede più di quello che sono felice di dare… Com’è delicata e raffinata la sua bellezza, com’è nobile e indipendente il suo spirito; come straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva.

Non sono le Res gestae Divi Augusti, non è Svetonio. Chissà da dove salta fuori questa citazione.

Appunti di iconografia felina

Alexandre-François Desportes (1651-1743), Nature morte avec chat, Bayerische Staatsgemäldesammlung, München

La vaga curiosità per l’iconografia del gatto come animale da compagnia (vedi i post Miccio miccio e La gatta di Riccio Cederni) ha contagiato anche Luca: mentre io erravo per la National Gallery of Ireland alla ricerca di qualche indizio, lui faceva lo stesso a Monaco e Vienna. Come ringraziarlo di tanta attenzione?

Luca mi conferma nell’impressione che la pittura d’interno olandese del Seicento sia il primo ambito in cui cercare: ma “gatti per casa ce ne son ben pochi”. Tra i suggerimenti, accolgo anzitutto The Bean King (c. 1655) di Jacob Jordaens (1593-1678). Da Dublino segnalo invece due tele purtroppo introvabili sul web: un Jan Miense Molenaer (c. 1610-1668) con bambini che giocano con un cane e un gatto (cat. NGI 45, c. 1637): li fanno danzare su un tavolo tenendoli per le zampe anteriori (scena simile ma con cane in altro dipinto di Molenaer, che ritrae altrove anche un gatto domestico molto ciccione; e vedi soprattutto questi suoi Ragazzi con gatto). C’è poi una natura morta con uccelli del fiammingo Christian Luyckx (c. 1623-1670), con gatto che azzanna il volatile morto (c. 1650, ma non ricordo il numero di catalogo; e di questo non meglio noto Luycks trovo solo una pessima riproduzione di Cartiglio con fiori).

Ma le chicche luchesche vanno centellinate (sempre che si possa centellinare una chicca); e mi piace iniziare dalla Natura morta con gatto di Alexandre-François Desportes (1661-1743), 74 x 92,5 cm, Bayerische Staatsgemäldesammlung, München. Identico gatto e identica posa in un’altra natura morta di Desportes (c. 1770, collez. privata); analogo spirito di osservazione naturalistica in questa scena domestica di lotta tra cagnaccio e mamma gatta (100×130, c. 1710, collez. privata), nonché in questi Sketches of a Kitten (Fitzwilliam Museum, Cambridge [USA]).

La gatta di Riccio Cederni

Lorenzo Lotto (1480-1556), dettaglio dall'Annunciazione (1528)

Ancora sul gatto come pet:

Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è piú tapino che mai.

Se nella precedente novella ser Buonavere, per essere trascurato e non portare l’arte sua a cintola, come è d’usanza, perdeva e’ suoi guadagni, e visse povero, in questa seguente voglio mostrare come uno fiorentino in una notte divenne molto ricco e la mattina ritornò in poverissimo stato.
Dico adunque che in quelli tempi che ‘l conte di Virtú disfece messer Bernabò suo zio e signore di Melano, e nella città di Firenze di ciò molto parlandosi, avvenne per caso che uno, il quale avea nome Riccio Cederni, uomo assai di piacevole condigione, e avea briga mortale, e per quella andava sempre armato di panziera e di pianella; avendo udito un giorno molte parlanze di quanti danari e di quanti gioielli il conte rimanea signore, la sera, andandosi a letto e cavandosi la pianella, la mise su uno forziere sottosopra, acciò che del sudore quella si rasciugasse, e andandosi a letto e dormendo, cominciò a sognare, e fra l’altre cose sognò come egli era arrivato a Melano, e che messer Bernabò e ‘l conte di Virtú facendoli grandissimo onore, l’aveano condotto in uno de’ loro grandissimi palazzi, e là stato per alquanto spazio, come se fosse stato l’Imperadore, l’aveano posto a sedere in mezzo di loro, e quivi fatti venire grandissimi vasi d’oro e d’argento, pieni di ducati e di fiorini nuovi, gli aveano a lui donati; e oltre a questo, gli profferevono ogni loro terra; e quasi in sonno questo Riccio era diventato o leone o falcone pellegrino.
Di che essendo costui in questa sonnolenzia e addormentata gloria, avvicinandosi all’aurora, il detto Riccio si svegliò e quasi come uomo uscito di sé, perché per l’essere desto riconobbe da grandissimo stato e ricchezza ritornare alla sua povertà… grandissimo guaio si riconobbe… si cominciò a lagnare di cosí grandissima sventura, come era stata quella del tornare a Mongibello. E poi, cosí doglioso e quasi fuor di sé, si levò e vestissi per andare fuori. E andando con questa fantasia giú per la scala a gran pena, non sapea se dormía o se era desto.
Giugnendo all’uscio per uscir fuori, e cominciando a pensare su la ricchezza che gli parea avere perduta, e volendosi mettere la mano a grattare il capo, come spesso interviene a quelli che hanno malenconia, trovossi la cappellina in capo con la quale la notte avea dormito, e accozzando la smemoraggine con la malinconia, diede la volta indrieto, e subito ritornò alla camera e gittò la cappellina sul letto; subito andò al forziere, dove lasciato avea la pianella nel cappuccio e quella presa prestamente e messalasi in capo, su per le tempie e per le guance sentí colare in abbondanzia di molta puzzolente bruttura. E questo era che una gatta, la notte, di sterco avea ben fornito quella pianella. Sentendosi il detto Riccio cosí bene impiastrato, subito si trae la pianella, la quale avea molto rammorbidata la farsata, e chiama la fante, maladicendo la fortuna; e narrando il sogno suo, dicea:
- Oimè sventurato! quanta ricchezza e quanto bene io ho aúto istanotte in sogno, e ora mi truovo cosí infardato!
La fante, quasi smemorata, il volea lavare con l’acqua fredda; e ‘l Riccio comincia a gridare ch’ella accenda il fuoco e ch’ella metta del ranno a scaldare; ed ella cosí fece: e ‘l Riccio stette tanto a cervelliera scoperta quanto il ranno si penò a scaldare.
Come fu caldo, se n’andò in uno corticino, perché per una fogna la lavatura di quello fastidio avesse l’uscita, e quasi per ispazio di quattr’ore si penò a lavare il capo. Quando del capo e’ fu lavato, ma non sí che piú dí non gliene venisse fraore, disse alla fante che recasse la pianella; la quale era si fornita d’ogni parte che né elli, né ella ardivano a toccarla. Ed essendo una bigoncetta nella corte, prese partito d’empierla d’acqua; ed empiuta ch’ella fu, vi cacciò entro la pianella dicendo:
- Sta’ costí tanto che ben la vaglia -; ed egli si misse in capo il piú caldo cappuccio che avea, ma non sí che per non portare la pianella, per arrota non gli venisse il mal de’ denti, di che convenne stesse in casa piú dí; e la fante, che parea lavasse ventri, scuscendo la farsata e lavandola per ispazio di due dí.
Il Riccio si dolea, raccordandosi del ricco sogno, e in quello che gli era convertito, e del male de’ denti; infine, dopo molte novelle, e’ mandò per uno maestro che gli fece una farsata nuova, e scemato il duolo de’ denti, uscí di casa e andò al Canto de’ tre Mugghi, là dove stava a bottega, e là a molti si dolse e del caso e della fortuna sua; e compensato l’avere dell’oro della notte con la feccia della gatta, convenne che si desse pace.
Or cosí interviene spesso de’ sogni; ché sono molti uomeni e feminelle che ci danno tanta fede quanta si potesse dare a una cosa ben vera; e guarderannosi di non passare il dí per uno luogo dove aranno sognato avere disavventura. E l’una dice all’altra: «Io sognai che la serpe mi mordea» e s’ella romperà il dí un bicchiere, dirà: «Ecco la serpe di stanotte». L’altra avrà sognato d’affogare nell’acqua; caderà una lucerna e dirà: «Ecco il sogno mio di stanotte». L’altra sognerà d’essere caduta nel fuoco; combatterà il dí con la fante che non abbia ben fatto, e dirà: «Ecco il sogno di stanotte». E cosí si può interpretare il sogno del Riccio, che era fra oro e moneta, e la mattina si coperse di sterco di gatta.

(Franco Sacchetti [1332-1400], Il Trecentonovelle, novella CLXIV)

Perché dico pet? Dov’è qui “l’animale da compagnia col quale intrattenere un rapporto affettivo e non utilitario”? C’è, un po’ tra le righe: Riccio accetta la marachella notturna più o meno come l’accetteremmo da un gatto moderno, senza peraltro darne una giustificazione utilitaristica in termini di costi-benefici (qualcosa come “cosa si deve tollerare pur di liberarsi dai topi!”). Direi che anche il riferimento specifico a una gatta è marca affettiva (ma sarei felice che qualcuno mi contraddicesse su questo punto: sarebbe allora attestazione d’un uso al femminile analogo al logudorese sa gattu, sassarese la iatta).

A parte il suo ruolo di pet, in un momento imprecisato del Medioevo il gatto si è imposto come animale casalingo. Non sappiamo bene che roba fosse la feles, ma certo i Romani non se la tenevano in casa. La funzione domestica del gatto era però ricoperta dalla mustela. Ma anche la mustela era un pet più che una cacciatrice di topi, non diversamente dal furetto d’oggi: non è mus, secondo Bettini, l’etimo di mustela, ma musteus, “confetto nuziale”; e la stessa vox della mustela, drindrare, connotava una sfera affettiva analoga a quella che noi associamo al ron-ron del gatto.

Un po’ di bibliografia bettiniana sulla mustela:

  • Maurizio Bettini, Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi, Einaudi, Torino, 1998.
  • Maurizio Bettini, Come un confetto. Credenze sulla donnola e l’origine della parola mustela, in Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche, Einaudi, Torino, 2000, pp. 357-378.
  • Maurizio Bettini, The Origin of Latin Mustela, in “Glotta”, LXXVI, 2000, pp. 1-19.
  • Maurizio Bettini, Voci. Antropologia sonora del mondo antico, Einaudi, Torino, 2008, pp. 74-78.

Il gatto di guidogozzano

Guido Gozzano (1883-1916)

Talora - già la mensa era imbandita -
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita…

(Guido Gozzano [1883-1916], La signorina Felicita ovvero la felicità, vv. 97-102)

La foto? Da DIA.

A cat is a cat is a cat

Foto di Ylla (Camilla Koffler, 1911-1955)

Foto di Ylla (Camilla Koffler, 1911-1955), da AA.VV., Les Chats. Photographies et poèmes, Paris, Bibliothèque de l’Image, 1996, p. 57.

Ad esser precisi, i diritti sulle foto di Ylla sono dal 1992 di Pryor Dodge, suo figlioccio ed erede. Dovrò emigrare per sfuggire al copyright? Mi sento in debito più che altro con Rita, che da Bruxelles ci ha mandato questo bel libro.

Miccio miccio

Francisco Goya - Ritratto di Manuel Osorio Manrique de Zuniga (1788)

A quando risale la prima attestazione del gatto come pet, animale da compagnia col quale intrattenere un rapporto affettivo e non utilitario? Tale non è certo il demoniaco gatto da topi nell’Annunciazione di Lorenzo Lotto (1527), né il gatto sotto il tavolo nell’Ultima cena di Giuseppe Vermiglio (1622). Affettuosi ma non decisivi sono gli schizzi dal vivo di Leonardo. Qualche traccia forse in Giulio Romano. Un caso iconografico meno dubbio mi pare si abbia solo con il Ritratto di Manuel Osorio Manrique de Zuñiga di Goya (1788).

Strano ma vero: pur dopo una domesticazione millenaria (e non “relativamente recente” come si legge spesso; e se diecimila anni fa ci facevamo seppellire col gatto, non è certo perché mangiava i topi), pur dopo una domesticazione millenaria il tema resta scabroso; e non solo per le connotazioni diaboliche dell’animale. Da vedere, certo, la pagina di Felice Moretti (con bibliografia).

Non guasterà perciò l’attestazione letteraria di Giovanni Battista Fagiuoli (1660-1742), nel capitolo In biasmo del cane, e lode del gatto che cito con modernizzazione ortografica dall’edizione non autorizzata intitolata La Fagiuolaja (La Fagiuolaja, ovvero rime facete del signor dottor Gioambatista Fagiuoli, libro II, in Amsterdam [Firenze] presso l’Erede del Barbagrigia, MDCCXXIX [1730-1741], pp. 86-100).

Al v. 145 l’elogio del gatto è introdotto da un miniproemio in cui è l’animale stesso a far da Musa (con ironia postariostesca):

Dove il gatto d’onor, di giovamento,
di vaghezza è nel mondo, e m’affatico
indarno a celebrarlo, e mi spavento.
Veggo ben io ch’entro in un pazzo intrico.
Deh tu dunque co’ graffi la memoria
grattami a tanta impresa, o gatto amico.

(vv. 145-150)

Ma vedi soprattutto questi brani dove man mano, sceverando dai barocchismi, emergono i tratti realistici di un ritratto confidenziale:

Dalla nascita sua sulle prim’ore
(eccovi tosto un gran mistero espresso)
ei nasce cieco, come nacque Amore,
e come Amor ha tutte l’armi appresso
avendo l’ugne lunghe ed inarcate,
che servon d’arco e strale a un tempo stesso.
Come Amore però sempre serrate
non tiene le pupille, ma ben presto
l’apre da chiara luce illuminate,
onde il proverbio nato n’è da questo
che il dire che i gattini han gli occhi aperti
vuol dir che l’uom è ben accorto e desto,
perché gli occhi de’ gatti son sì esperti
che vedono all’oscur come ‘l mattino,
né restan mai da tenebre coperti.
Se volete chiarirvene un tantino
in cucina di notte avete a entrare,
e voltatevi verso del camino.
Se il gatto a sorte sta nel focolare
vedete due dorate luci belle,
e costretto sarete ad esclamare:
Oh queste del camin sono due stelle!
Oh questi son del Cielo occhi di gatto!
Io distinguer non so questi da quelle.

(vv. 163-186, un po’ sovraccarichi)

Il gattino è cresciuto e fa ‘l bordello.
Convien che suoi trastulli ora v’inviti.
Vedete come accorto e cattivello
a ogni cosa, che vede ciondolare
e s’agguatta, e s’avventa a tempo snello.
Spicca la corsa e la va ad acchiappare
or va ruzando con tal gentilezza
la qual non puossi altro che in lui truovare.
Chiamatel miccio miccio: ei con prontezza
verravvi in grembo e saliravvi in seno
tutto obbligante e tutto compitezza.
E quivi sciolto a mille vezzi il freno
cammineravvi a scompigliar la cresta
a strappar nastri o a graffiarvi almeno.
Vi darà nella bocca e nella testa
ben mille graziosissime capate
oh che modi galanti di far festa!
La di lui polizia quindi ammirate.
Ad ogni punto lavasi il musino
dopo essersi le man bene lavate.
Ed in questo osservate col zampino
se si passa l’orecchio, e dite pure
che sarà pioggia, perch’egli è indovino.
Così mentre ch’ei bada alle lindure
della persona sua non lascia ozioso
di non badare alle cose future.
Fiutatelo di più com’è odoroso
ma chi credete faccia lo zibetto?

(vv. 206-233)

Or, come ho detto, poiché sì a minuto
c’è il gatto ripulito, si ravvia
la sua bella pelliccia di velluto.
La quale ora di Mosca, or di Sorìa,
ora di Tracia fa un vedere spanto
ora mista di Prussia e d’Albania.
E vago e lindo in ver, che passa il vanto,
si mette in posto e accomoda il sedere
della cucina nel più nobil canto.
Guardate: non vi pare di vedere
coi lunghi baffi e venerando aspetto
pro tribunali un giudice a sedere?

(vv. 253-264)

Gia

Gia

Lola

Lola

Sulle tracce di Amélie

Amélie è vissuta qui?

Non abbiamo neanche una foto di Amélie. L’hanno investita davanti a noi. Ripensando a quel medico che tutto ha tentato sul tavolo operatorio (”Dai miciolina, respira…”) mi rendo conto che si sceglie di studiare medicina per tanti motivi, ma raramente per amore dell’uomo; mentre non si dà veterinario senza grande amore per gli animali.
Abbiamo passato i giorni successivi ad arrampicarci per le tombe di Tuvixeddu sulle tracce della “nostra” randagia, cercando disperatamente di salvare almeno i cuccioli che sapevamo dalle sue mammelle gonfie.
La foto è solo prima di un reportage sul disastro della necropoli. Non ci rendevamo conto di avere sotto il naso questo intrico di catacombe ormai destinate ai cacatombe.
Alla fine abbiamo trovato Lola. Anche i suoi fratellini sono sopravvissuti.