Archivio della categoria ‘Classics’.

Opinio plus valet saepe quam res ipsa

Mamuthones, foto di Enrico Bianda (2006)

Le espressioni “Sardi pelliti” e “mastrucati latrunculi” si sono ormai fissate “nell’immaginario italiano colto/semicolto” (Marinella Lörinczi, “Ironia e autoironia. Discorsi epilinguistici intorno alla lingua sarda” [pdf]; e vedi della Lörinczi tutte le indagini di ideologia linguistica applicata alla lingua sarda).

Stringi stringi, tutto risale alla Pro Scauro di Cicerone; ma ben al di là di due espressioni poco gentili, Cicerone ha dato l’avvio alla costruzione di uno stereotipo inossidabile. Vediamo un po’: potremmo intitolarlo “Nascita di un luogo comune”.

Siamo nel 54 a.C., a fine agosto. Marco Emilio Scauro, di ritorno dalla Sardegna, prepara la sua candidatura al consolato; ma Publio Valerio Triario, dietro incarico dei provinciali, lo accusa de repetundis. Un tentativo di “uso politico della magistratura”? Pare di sì, vista la fretta con cui si istruisce il processo, addirittura senza inchiesta preliminare in loco e senza dettagliata escussione delle prove (i 120 testimoni d’accusa - tutti sardi - presentano una testimonianza congiunta: cfr. Sc. 20). Ma davanti al tribunale presieduto da Catone si schiera un collegio di difesa eccezionale: ben sei avvocati, tra i quali Ortensio e Cicerone (incaricato della peroratio), che ottengono senza fatica l’assoluzione.

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Pauline à la gare

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare, 1877, 82 × 101 cm, Fogg Art Museum, Cambridge

Conosciamo tutti questi giochetti d’ambiguità linguistica:

I VITELLI DEI ROMANI SONO BELLI

CANE NERO MAGNA BELLA PERSICA

[Perché resti l'ambiguità, entrambe le frasi vanno scritte in maiuscolo e senza punteggiatura.]

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Russicum est, non legitur

Il logo del Classics Technology Center

Eccoci nel Classics Technology Center: c’è da perdersi. Ma non ha senso andarvi a cercare “materiali didattici” belli e pronti, quanto trattenersi a riflettere senza puzza sotto il naso sull’efficacia di approcci “diversi”. Americanate? Mah.

Sono partito, per puro caso, da The Modern Student’s Guide to Catullus di Raymond M. Koehler, della Brunswick School (Greenwich, Connecticut): un lavoro non solo efficace sul piano didattico (perché coinvolgente), ma a tratti persino suggestivo.

[Una parentesi: leggo in questi giorni Latino perché? Latino per chi?, pubblicato dall'associazione TreeLLLe - se lo vuoi, te lo mandano gratis. Dispiace che debba essere una lobby a fare da opinion leader su questo argomento, ma evidentemente la scuola italiana non ne è stata capace; e affrontiamo con onestà il dibattito. Ed ecco, leggendo tra gli altri l'intervento di un Luigi Berlinguer incredibilmente acuto e puntuale, ci si ricorda che la "nostra" impostazione didattica "essenzialmente grammaticale e verbale"

avendo contratto o escluso emozioni e curiosità ha impedito la sinergia - nell’apprendere - fra intelligenza razionale e intelligenza intuitiva, emozione, curiosità, meraviglia, senso dell’utile e del tangibile; la capacità di ragionare sui fatti, di trasformare conoscenze in competenze, in sapere pregnante, di volgerlo in diretta interpretazione del reale, di abituarsi alla severa spietatezza della verifica fattuale: tutto ciò che fa la ricchezza dell’intelligenza umana, della creatività giovanile, della fisiologia dell’apprendimento.
Un itinerario formativo/educativo che parte dalla creatività e dall’esperienza è il solo in grado di coinvolgere tutti. La sinergia fra i vari linguaggi e i diversi tipi di intelligenza su cui ormai - è ampiamente riconosciuto - si fonda il pensiero umano (Sternberg ne individua tre, analitica, pratica, creativa, mentre Gardner addirittura otto) dà voce alla varietà e soddisfa le diversità di cui l’universo discente si compone.
L’impiego di più linguaggi e di tutto il potenziale del pensiero intelligente non può che favorire il massimo rendimento di ognuno e quindi la qualità complessiva del processo di insegnamento/apprendimento, e cioè la massima inclusione e la migliore qualità possibile.

(Luigi Berlinguer, Riflessioni di esperti per la scuola italiana del 2000, in Latino perché? Latino per chi? Confronti internazionali per un dibattito, Associazione TreeLLLe, Genova, 2008, p. 51).

E, vedi, il lavoro di Koehler è bello proprio per questo: perché stimola curiosità, meraviglia, emozione. C'è un rapporto etimologico tra emozione e motivazione?]

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Da mi XXXXX mille

Buone cose di pessimo gusto dal catalogo  www.talariaenterprises.com: scatola da regalo con la scritta 'Da mi basia mille'

In zona “analisi contrastiva” rimpolpo ora la pagina sul carme 5 con l’abbondante dozzina di traduzioni riportate da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42 (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare).

Inter alia, il Sega segnala due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:

Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.

(Catull. 5, traduzione dell’abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)

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Bibamus igitur

Ritratto di Paulus Melissus Schede (1539-1602)

Torno brevemente sull’infelice Beviam mia Lesbia dell’abate Rigord. Il facile rivolgimento di vivamus in bibamus voleva rendere l’invito più simposiale che erotico, più oraziano che catulliano, forse più biblico che pagano (Rigord aveva certo in mente Is. 22, 13 comedamus et bibamus, cras enim moriemur).

La variante ha avuto una certa fortuna. Ne trovo un primo esempio tra le parodie oraziane, catulliane, properziane, virgiliane di Paulus Melissus Schede (1539-1602):

Musoenophilus

Bibamus, mea Phyllis, et canamus
Catonumque minas molestiorum
Omnes nullius heu pili putemus.
Mures se occulere et sitire discant;
Musicis, simul aestuat Canis vis,
Vox est perpetuo mero irriganda.
Da mi cymbia quinque, deinde septem;
Dein quinque altera, dein secunda septem;
Dein usque altera quinque, deinde septem;
Post, cum cymbia multa fuderimus,
Degulabimus illa, ne patescant,
Aut ne quis queat annotare censor,
Cum tantum audiat esse cymbiorum.

(Paulus Melissus Schede, Meletematum piorum libri 8. Paraeneticorum 2. Parodiarum 2. Psalmi aliquot, Frankfurt/M., Commelin, 1595, p. 384 ora in Camena. Lateinische Texte der Frühen Neuzeit)

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Bibamus, mea Lesbia

Poculum (Roma, circa 280 a.C.)

Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.

Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)

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Cave canem

Cave canem (mosaico dalla Casa del poeta tragico, Pompei)

Ceterum ego dum omnia stupeo, paene resupinatus crura mea fregi. Ad sinistram enim intrantibus non longe ab ostiarii cella canis ingens, catena vinctus, in pariete erat pictus superque quadrata littera scriptum “CAVE CANEM”.

(Petronio, Satyricon, 29, 1)

Mosaici di questo tipo sono relativamente frequenti a Pompei, con o senza l’iscrizione; è vero che Petronio descrive un affresco, ma il confronto è fin troppo ovvio.

Papiro

Papyrus Hauniensis

A puro scopo didattico, trafugo dalla Biblioteca Augustana il Papyrus Hauniensis da confrontare col testo critico di Sapph. fr. 98 Lobel-Page (Diehl 98a-98b).

D. 98 a, b L.-P. 98
(Treu/Snell)
(a) vv. 1-12: P. Hauniens.
(b) vv. 14-22: P. Mediol., ed. Vogliano, Mediol. 1942

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
[. . ].θος· ἀ γάρ μ᾽ ἐγέννα[τ᾽ ἔφα ποτά·[σ]φᾶς ἐπ᾽ ἀλικίας μέγ[αν
[κ]όσμον αἴ τις ἔχη φόβα< ι>ς
[π]ορφύρωι κατελιξαμέν[α πλόκωι

[ἔ]μμεναι μάλα τοῦτο . [ ^ ]
[ἀ]λλ᾽ ἀ ξανθοτέρα< ι>ς ἔχη[ις]
[τ]α< ὶ>ς κόμα< ι>ς δάιδος προφ[ανεστέραις]

[σ]τεφάνοισιν ἐπαρτία[ις
[ἀ]νθέων ἐριθαλέων
[μ]ίτρα· < τ>ὰν δ᾽ἀρτίως Κλ[έϊ – ^ ^ ]

ποικίλαν ἀπὺ Σαρδίω[ν
οἶα] Μαονίας πόλεις
[ – ^^ ^ – ^ ^ – ^ ^ ]

σοὶ δ᾽ἔγω, Κλέϊ, ποικίλαν
οὐκ ἔχω· πόθεν ἔσσεται
μίτρα ν< ῦ>ν; ἀλλὰ τῶι Μ< υ>τ< ι>ληνάωι

[. . . . . . . . . . . . . . . ].[. . . . . . . . . . . . . . . ]
+παισαπειον+ ἔχην πολ[ις]
αἰ κε[.]η ποικίλας κ. . .[

ταύτας τᾶς Κλεανακτίδ[αν]
φύγας +αλις α πολις ἔχει+
μνάματ᾽[ο]ἴδε γὰρ αἶνα διέρρυε[ν]

Colgo l’occasione per ricordare che in zona “analisi contrastiva” ho aggiunto una prima bozza sul frammento 31 Lobel-Page.

Publicum an privatum negotium?

Theodorus Beza, ritratto di Erasmo da Rotterdam (1466-1536)

Eum qui rerum gubernacula susceperit, publicum non privatum negotium gerere, nihil nisi de commodis publicis oportere cogitare: a legibus, quarum ipse et auctor et exactor est, nec latum digitum discedere: officialium omnium et magistratuum integritatem sibi praestandam esse: sese esse unum omnium oculis expositum, qui vel ceu sidus salutare, morum innocentia, maximam rebus humanis salutem possit adferre, vel veluti cometa lethalis summam perniciem invehere. Aliorum vitia neque perinde sentiri, neque tam late manare. Principem eo loco esse, ut si quid vel leviter ab honesto deflexerit, gravis protinus ad quamplurimos homines vitae pestis serpat. Tum quod multa secum adferat principum fortuna, quae soleant a recto deducere, quod genus, delitiae, libertas, adulatio, luxus, hoc acrius enitendum ac sollicitius advigilandum, necubi vel deceptus cesset in officio. Postremo, ut insidias, odia, caeteraque vel pericula, vel metus omittam capiti imminere verum illum regem, qui paulo post ab eo sit etiam de minimo quoque commisso rationem exacturus, idque tanto severius, quanto praestantius gessit imperium. Haec, inquam, atque huiusmodi plurima, si princeps secum perpenderet, perpenderet autem si saperet, is nec somnum, nec cibum, opinor, iucunde capere posset.

(Desiderius Erasmus, Moriae encomium (1509), LV; ma forse nel 1990 Domenico Magnino si dimenticò di tradurre questo passo per l’edizione berlusconiana)

Persistenze

Mary Poppins

A volte l’eredità classica ricompare in luoghi e modi inaspettati.

Pensa ad Archiloco, che si presenta per antitesi (o per ossimori?), che canta il vino, che si contrappone (ma di profilo) all’etica tradizionale:

εἰμὶ δ᾽ ἐγὼ θεράπων μὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος
καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος.

(fr. 1 D. o, se preferisci, 1 W.)

ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ᾽ οἶνος
Ἰσμαρικός, πίνω δ᾽ἐν δορὶ κεκλιμένος.

(fr. 2 D. 1 W.)

ἀσπίδι μὲν Σαΐων τις ἀγάλλεται, ἣν παρὰ θάμνωι
ἔντος ἀμώμητον κάλλιπον οὐκ ἐθέλων,
αὐτὸς δ᾽ἐξέφυγον θανάτου τέλος. ἀσπὶς ἐκείνη
ἐρρέτω· ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω.

(fr. 6 D. 5 W.)

Citavo un po’ a caso; ma dimmi se non cogli analogie, almeno di tono, in Julio Iglesias:

Confieso que a veces soy cuerdo y a veces loco,
y amo así la vida y tomo de todo un poco.
Me gustan las mujeres, me gusta el vino,
y si tengo que olvidarlas, bebo y olvido.

Mujeres en mi vida hubo que me quisieron,
pero he de confesar que otras también me hirieron.
Pero de cada momento que yo he vivido
saqué sin perjudicar el mejor partido.

Y es que yo
amo la vida y amo el amor.
Soy un truhán, soy un señor,
algo bohemio y soñador.

(Julio Iglesias, “Soy un truhán, soy un señor”, 1978)

Se l’esempio ti pare stiracchiato, proviamo con Lucrezio (IV, vv. 11-17):

nam vel uti pueris absinthia taetra medentes
cum dare conantur, prius oras pocula circum
contingunt mellis dulci flavoque liquore,
ut puerorum aetas inprovida ludificetur
labrorum tenus, interea perpotet amarum
absinthi laticem deceptaque non capiatur,
sed potius tali facto recreata valescat…

che non rivive solo in Tasso (Liberata I 3, vv. 5-8):

cosí a l’egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l’inganno suo vita riceve.

ma anche in Mary Poppins:

That a…
Spoonful of sugar helps the medicine go down
The medicine go down-wown
The medicine go down
Just a spoonful of sugar helps the medicine go down
In a most delightful way

(Robert B. Sherman - Richard M. Sherman, “A Spoonful of Sugar”, 1964)

Minerva

La 'Minerva' pavese

Þata qiþands…

Dal Codex Argenteus (facsimile): la pagina incriminata

Tutti coloro che seguirono il memorabile corso di Giulio Paulis sul gotico (1986?), incontrandosi ad anni di distanza, sono capacissimi di recitarsi a vicenda, par ris, questo passo della Bibbia di Wulfila (dal Codex Argenteus):

Þata qiþands Iesus usiddja miþ siponjam seinaim ufar rinnon þo Kaidron, þarei was aurtigards, in þanei galaiþ Iesus jah siponjos is. wissuh þan jah Iudas sa galewjands ina þana stad, þatei ufta gaïddja Iesus jainar miþ siponjam seinaim. iþ Iudas nam hansa jah þize gudjane jah Fareisaie andbahtans, iddjuh jaindwairþs miþ skeimam jah haizam jah wepnam. iþ Iesus witands alla þoei qemun ana ina, usgaggands ut qaþ im: hvana sokeiþ? andhafjandans imma qeþun: Iesu, þana Nazoraiu. þaruh qaþ im Iesus: ik im. stoþuh þan jah Iudas sa lewjands ina miþ im. þaruh swe qaþ im þatei ik im, galiþun ibukai jah gadrusun dalaþ. þaþroh þan ins aftra frah: hvana sokeiþ? iþ eis qeþun: Iesu, þana Nazoraiu. andhof Iesus: qaþ izwis þatei ik im; jabai nu mik sokeiþ, letiþ þans gaggan. ei usfullnodedi þata waurd þatei qaþ, ei þanzei atgaft mis, ni fraqistida ize ainummehun. iþ Seimon Paitrus habands hairu, uslauk ina jah sloh þis auhumistins gudjins skalk jah afmaimait imma auso taihswo; sah þan haitans was namin Malkus. þaruh qaþ Iesus du Paitrau: lagei þana hairu in fodr. stikl þanei gaf mis atta, niu drigkau þana?

(Giovanni XVIII 1-11)

Villula Catonis

Pecudes persultant pabula laeta

Massimo Scorsone mi ha voluto ricordare le sue folli retroversioni “scombiccherate per diletto” al Circulus Latinus Panormitanus, e tra le altre trovo questo esilarante omaggio di Paolo Cipolla al Quartetto Cetra:

CARMEN RVSTICVM DE PRISCO CATONE ET VILLA EIVS

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Vide bovem, mu!
bovem, mu!
bo, bo, bovem, mu!

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Vide canem, bau!
canem, bau!
ca, ca, canem, bau!

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Vide felem, miau!
felem, miau!
fe, fe, felem, miau!

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Vide suem, coi!
suem, coi!
su, su, suem coi!

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Vide equum, hiiii!
equum, hiii!
e, e, equum, hiii!

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Vide pullum, pìo!
pullum, pìo!
pu, pu, pullum, pìo!

Est Catoni prisca villa,
illa, illa, o!
pecudesque multae in illa,
illa, illa, o!

Sarà certo uno sfacinnamentum; ma non sottovalutarne le potenzialità didattiche.

Tempo fa stedi mi chiese (non so perché chiese a me: certo non sono un guru della didattica del latino):

Hai qualche consiglio/esperienza su come insegnare in modo meno direttivo, meno noiosamente frontale e più motivante?

Nessuno rispose alla domanda delle cento pistole; nemmeno io: per pudore, e perché ci sarebbe voluta una risposta sistematica. Ma la domanda continua a frullarmi, e pian piano raccolgo le idee (per favore, ricorda che questo è solo un repository).

Raccogliendo, oltre alle idee, precisi spunti dai programmi “Brocca”, suggerisco che un testo del genere può essere utile, ad esempio, per una riflessione sul latino come lingua “conclusa” ma “non esaurita”, oppure sul legame tra contemporaneità e classicità (mantenuto “ora in termini di continuità, ora di opposizione, ora di reinterpretazione”); e quell’antologia di scrittori “della latinità medievale e umanistica” prevista per l’ultimo anno di liceo classico (ma anche, in chiave storico-linguistica, per l’intero triennio del liceo linguistico) potrebbe essere utilmente integrata con qualche assaggio di latinità “neoumanistica”.

Se poi vogliamo anche solo “giocare” col latino, nello spirito con cui Massimo Manca fece tradurre ai suoi alunni i Lùnapop, è stato Massimo stesso a proporre solide ragioni (aggiungerei solo che lavori del genere sono motivanti o rimotivanti).

Qual è il modello?

Policleto, Doryphoros (copia romana) Augusto di Prima Porta Augusto di Prima Porta (copia di Franco er Marmista) Augusto come Diomede Da 'Asterix e gli allori di Cesare'

Tra le tante sezioni di engramma ricchi e corroboranti sono gli Studi su Laocoonte (con fonti letterarie e iconografiche).

Mi soffermo sul microsaggio di Alessandra Pedersoli, Comics spolia. Laocoonte, Asterix & co. (da engramma n. 50, luglio/settembre 2006): in Asterix e gli allori di Cesare compare uno schiavo in vendita che posa su modelli dell’antichità classica (tra cui… Rodin!).

Il saggio è gradevole e simpatico, ma contiene una grossolana ingenuità:

Nella prima sequenza lo schiavo è schierato assieme al resto della ‘merce’, ma si distingue nel gruppo per il suo particolare portamento: la gamba sinistra è piegata all’indietro, mentre il braccio destro è sollevato a raccogliere il lembo di un drappo; la suggestione deriva, sebbene in modo non del tutto puntuale, dall’Augusto di Prima Porta, la scultura in marmo risalente agli inizi del I sec. d.C. conservata nei Musei Vaticani. Il fumetto si discosta dal modello solo per piccoli dettagli: il braccio destro non è proteso e sollevato come quello dell’imperatore, ma disteso lungo il fianco: a differenza della statua di Augusto lo schiavo è a petto nudo, ma la sagomatura della lorica viene resa dai pettorali del personaggio, muscolosi e in bella evidenza.

La gaffe è fin troppo ovvia: Uderzo (fig. 5) cita con precisione il doryphoros di Policleto (che conosciamo solo da copie romane, fig. 1), e non servono tutti i distinguo della Pedersoli. Bisognava sapere, forse, che anche l’Augusto di Prima Porta (fig. 2) era una citazione policletea.

[La corrispondenza Uderzo-Policleto è perfetta, fatta eccezione per la posizione della testa; vi si potrebbe ravvedere, al più, un ricordo dell'Augusto come Diomede dalla Basilica di Otricoli (ora Roma, Museo Vaticano, fig. 4), anch'esso di evidente ascendenza policletea, di cui onestamente mi giunge notizia solo da Glenn W. Most, The Athlete's Body in Ancient Greece, "Stanford Humanities Review", 6.2, 1998).]

La gaffe della Pedersoli ha un secondo risvolto. L’immagine proposta come “Augusto di Prima Porta” (fig. 3) potrebbe esserlo, sì, ma… ha qualcosa di strano. Non è difficile rintracciarne la fonte: l’Augusto pedersoliano non è l’originale… è una copia realizzata da Franco er Marmista (sic).

*    *    *

Questo post è dedicato alla professoressa M. L. Ruffini che, venticinque anni fa, per amore dell’insegnamento e di una classe di sconsiderati liceali, fece a brani la collezione di Asterix del figlio per illustrare, in un collage-poster, la polisemia di δόρυ.

L’ombra degli antichi

Jean Goujon, Naiade da La Fontaine des Innocents, 1548-1549, Paris,  Châtelet-Les Halles, Place des Innocents  Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Source, 1856, Paris, Musée d'Orsay Jean-Paul Goude, Coco. L'Esprit de Chanel, immagine pubblicitaria, Francia 1994

La mostra “Classico manifesto. Pubblicità e tradizione classica” mi fa scoprire l’esistenza di engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale.

Incollo dal loro colophon, benché “in corso di revisione”:

Al centro delle ricerche di engramma è la tradizione classica nella cultura occidentale: persistenze, riprese, nuove interpretazioni di forme, temi e motivi dell’arte e della letteratura antica, nell’età medievale, rinascimentale, moderna e contemporanea.
engramma è la rivista on-line del Seminario di Tradizione classica: un laboratorio di ricerche costituito da studiosi e da giovani ricercatori, nato nel marzo 2000 e attualmente attivo presso il Dipartimento di Storia dell’Architettura dell’Università IUAV di Venezia, sotto la direzione di Monica Centanni.
engramma ha cadenza mensile: dal settembre del 2000 al dicembre 2006 sono stati pubblicati 53 numeri. La rivista presenta una versione inglese e una versione latina della testata sommario di ogni numero.
I contributi pubblicati in engramma sono raggruppati in otto rubriche: Saggi (studi e contributi inediti); Gallerie (repertori iconografici); Peithò&Mnemosyne (immagini e temi classici nella pubblicità); Esperidi (tavole iconografiche e saggi per immagini); Aranea (fonti e risorse on-line); News (recensioni e segnalazioni).
I lavori di ricerca più organici e continuativi che si svolgono all’interno del Seminario di Tradizione classica sono stati indicizzati anche in sezioni tematiche: Warburg e l’Atlante, La Calunnia di Apelle, Internet e Umanesimo, Studi su Laocoonte.

Trovo molto stimolanti le prospettive metodologiche ed epistemologiche in cui quelli di engramma si muovono (i memi di cui ridemmo con Cappa & Drago…); ma fruga tu stesso.

Il bell’articolo di Patrizia Calefato sul manifesto del 14 febbraio (pag. 15) chiede invece di essere citato senza tagli:

Le forme della pubblicità all’ombra degli antichi
Dalla Venere di Milo al Laocoonte, l’influenza delle opere d’arte su réclame e spot nella mostra «Classico Manifesto», allestita a Milano presso la Triennale
Negli anni ‘80, una casa automobilistica lanciò in Italia una campagna pubblicitaria piuttosto kitsch intitolata Operazione Itaca: lo spot mostrava Ulisse che, finalmente tornato a casa, veniva a sapere che Penelope, invece di attenderlo pazientemente, era fuggita dal concessionario a cogliere un’occasione di finanziamento senza interessi per ben otto milioni. Nel decennio successivo e con diversa sensibilità visionaria, Wim Wenders diresse alcuni spot per una ditta italiana di elettrodomestici nei quali i personaggi di celebri dipinti si animavano e, usciti dalle tele, lavavano i loro abiti ingrigiti dalla patina del tempo in una moderna lavatrice. Più di recente, nel commercial per un celebre whisky, un anonimo soldato del dipinto di Delacroix La battaglia di Taillebourg si infiltra come un surfista in una delle 36 Vedute del Monte Fuji del pittore di Ukiyo-e, Katsushika Hokusai, giunge tra i bagnanti della Grande Jatte di Seurat, e procede poi attraverso vari capolavori dell’arte moderna fino alla porta che domina La Victoire di Magritte: poco o per nulla visto in televisione, questo spot fu premiato nel 2006 al Festival della creatività digitale Imagina.
Sono tre esempi tra tanti che testimoniano quanta importanza abbia nel discorso pubblicitario il riferimento all’arte e al «classico», sia esso costituito di materia linguistica verbale, di figure dell’immaginario, di visioni, di motivi o di forme che vivono nel tessuto culturale attraverso i tempi e le generazioni. Di «discorso» pubblicitario si tratta sempre, anche quando sono solo le immagini a parlare, in quanto ogni campagna innesca un processo enunciativo complesso che può passare attraverso differenti media: dalle immagini in movimento della televisione, alla fotografia, alla carta stampata, al web, alla cartellonistica.
Tale processo mette in moto valori, passioni, ricordi che, nel caso in cui sia il classico a venire convocato ed evocato, sollecitano le pieghe della memoria collettiva e individuale. In tal modo i «classici» mostrano a pieno di essere quei testi che, come scriveva Italo Calvino, ci arrivano «portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume)».
Questa consapevolezza permette di guardare in modo non banale ai «pezzi» di classicità presenti nelle forme contemporanee della comunicazione, ed è tale sensibilità ad avere animato i curatori della mostra Classico manifesto, in corso fino al 24 marzo presso la Triennale di Milano. Attraverso vari esempi, tratti da pubblicità italiane storiche e contemporanee, la mostra mette in evidenza come nelle immagini della grande comunicazione di massa riemergano spessissimo temi, figure, miti e simboli appartenenti al repertorio letterario e iconografico del «classico». In esposizione è un repertorio minuziosamente collezionato di manifesti e testi pubblicitari, insieme a quattro calchi di classici: una Venere di Milo, un David, un Discobolo, e il prezioso calco del Laocoonte dell’Accademia di Brera, restaurato appositamente per l’occasione, che vengono messi a confronto con le loro versioni contemporanee e con le rielaborazioni pubblicitarie da altri modelli antichi e moderni.
Sulle opere esibite i curatori hanno elaborato riflessioni che permettono di leggere le tracce e le rielaborazioni del classico nella pubblicità in maniera paradigmatica, con conseguenze molto interessanti sia per chi fa invenzione pubblicitaria, intendendola come progetto a tutto campo e non semplicemente come retorica e propaganda persuasiva, sia per chi è invece solo fruitore della comunicazione, ma non si limita a indossare la veste di mero consumatore di merci o d’immagini.
Le sezioni della mostra sono raggruppate a seconda di come il classico entri in gioco nelle varie opere. Innanzi tutto, le icone della cultura classica possono venire usate come testimonial di eccezione in forza della loro auctoritas: si pensi alle molteplici utilizzazioni di figure della mitologia greca che rivivono nella comunicazione pubblicitaria attraverso le rielaborazioni figurative pittoriche o scultoree realizzate in momenti diversi della storia. Monica Centanni si sofferma, ad esempio, nel catalogo su una pubblicità di moda che fa ricorso al modello della Afrodite accovacciata, una scultura perduta realizzata nel III secolo a.C. per Nicomede II di Bitinia di cui ci sono giunte diverse copie dall’epoca romana fino al Rinascimento.
Gli «pseudoclassici» sono invece, come spiega Katia Mazzucco, quelle opere in cui «il classico si presta a essere plasmato, riadattato, funzionalizzato al messaggio commerciale attraverso processi di sottrazione e/o addizione formale, mascheramento, deformazione». È il caso, ad esempio, di una pubblicità degli anni ‘70 che cita la Creazione di Adamo di Michelangelo, in cui Dio passa all’Uomo un paio di jeans. Le allusioni costituiscono dei veri e propri ammiccamenti, come nel caso della pubblicità del più noto quotidiano sportivo italiano in cui un giornale arrotolato ricrea l’immagine del Colosseo. Il classico può rivivere «à la manière de», come quando il dipinto di Manet Un bar aux Folies-Bergères fornisce l’ambientazione alla pubblicità di uno storico aperitivo italiano. Può trattarsi infine di archetipi della memoria collettiva, ed è il caso della figura della canefora del repertorio classico e della portatrice d’acqua del repertorio folklorico tradotte nelle forme di una modella che porta la bottiglia di un celebre profumo.
Due parole chiave reggono questi confronti: citazione ed engramma. La prima - come scrive Maria Rosaria Dagostino - viene intesa in tutta la suggestione del suo significato etimologico, che è «messa in movimento» di miti, simboli e immagini che costituiscono il patrimonio culturale condiviso, e che dunque, per dirla sempre con Dagostino, permette la «ri-creazione» di nuovi sensi e contesti. Il secondo viene inteso dai curatori, sulla scia di Aby Warburg, come traccia mnestica che lascia un segno sugli eventi e sulla materia vivente, e che libera energia a partire da questo stesso segno. La prospettiva della mostra sgombra dunque il campo da una concezione del citazionismo in chiave postmoderna, mettendo in questione la cattiva attualità priva di prospettiva storica che il postmoderno ha spesso indotto.
Imparando a leggere il «classico manifesto», potremmo allora chiederci con cognizione in quale anfibologia culturale ci stiamo cacciando quando, indicando un paio di scarpe, pronunciamo all’inglese il nome della vittoria alata.

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Le immagini:

  • Jean Goujon, Naiade da La Fontaine des Innocents, 1548-1549, Paris, Châtelet-Les Halles, Place des Innocents
  • Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Source, 1856, Paris, Musée d’Orsay
  • Jean-Paul Goude, Coco. L’Esprit de Chanel, immagine pubblicitaria, Francia 1994

provengono dalle ricche pagine di engramma, e in particolare da Eau de parfum: riflessi nelle fonti dell’ispirazione, di Lorenzo Bonoldi:

Da una fontana nel cuore di Parigi al Musée d’Orsay: una Naiade di Jean Goujon come fonte di ispirazione per La Source di Ingres. Dal Musée d’Orsay alle pagine patinate delle riviste di moda: La Source di Ingres come modello per una pubblicità di Jean-Paul Goude.