Note di traduzione
Butterei nel calderone dei “materiali utili” all’analisi contrastiva di traduzioni anche le metariflessioni poste dai traduttori a introduzione, giustificazione, commento del proprio operato.
Come al solito, inizio da quel che mi capita tra le mani: ecco qui, anche qui, il cartello lavori in corso.
Mario Scaffidi Abbate [1926-], Nota del curatore a Quinto Orazio Flacco, Tutte le opere, a cura di Mario Scaffidi Abbate, traduzioni di Renato Ghiotto e Mario Scaffidi Abbate, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 19-20.
Credo di dover dare un cenno particolare sulla mia versione delle Odi, sia perché si allontana da quelle correnti (che spesso passano per poetiche solo perché le righe hanno la lunghezza e l’apparenza di versi), sia perché si tratta del rimaneggiamento di traduzioni già da me quasi tutte effettuate nei miei lontani anni universitari (fra il ‘45 e il ‘47) nello stesso metro e nello stesso ritmo del testo oraziano. Esse hanno dunque dormito nei miei cassetti per più di quarant’anni (durante i quali, come i sei personaggi pirandelliani, mi hanno continuamente chiesto «ch’io le facessi entrare nel mondo dell’arte»). Tiratele fuori, le ho in parte ritoccate, quando mi è parso che quella struttura non reggesse più tanto all’orecchio di oggi, per cui spesso ho sacrificato la fedeltà del ritmo a una più agevole lettura, mai però lo schema, come fanno certi traduttori, all’insegna di una modernità che, specialmente nel caso di Orazio, a me sembra non solo fuori luogo ma addirittura offensiva.
Quanto alle riproduzioni dei metri classici in lingua italiana, sarà qui utile ricordare che tentativi del genere se ne sono fatti in passato, anzi a questo proposito si ebbero due tendenze, secondo cui tale poesia in lingua italiana fu distinta in «metrica» e «barbara». Della prima, che teneva conto piuttosto della quantità dei versi latini, si diedero i primi saggi nel 1441 con Leonardo Dati nel Certame Coronario. Si trattava di esametri e di un’ode saffica, i primi metri classici riprodotti nella nostra lingua. Esametri compose anche L. B. Alberti. Nel 1539 Claudio Tolomei fissò le leggi di questa metrica nel libro Versi et regole della nuova poesia toscana, in cui venivano forniti esempi di una dozzina di peti, fra i quali Annibal Caro, Gerolamo Fracastoro e lo stesso Tolomei. La poesia «barbara», invece, di cui si ebbero i primi esempi sul finire del Cinquecento, volle conservare lo stesso numero di sillabe, le stesse pause e gli stessi accenti dei versi latini, senza tener conto della quantità. Sennonché, in un caso e nell’altro, si trattò quasi sempre di esercitazioni retoriche, prive di quel soffio di poesia che nessun artificio, nessuna ingegnosità può sostituire.
Tentativi più recenti di poesia «metrica», tendente a riprodurre le arsi e le tesi di quella classica (accentate le sillabe lunghe ed atone quelle brevi), furono fatti da Giuseppe Chiarini, Felice Cavallotti, Domenico Gnoli e - specialmente nella traduzione di Omero - dal Pascoli, dal Romagnoli e dal Valgimigli, non senza il proposito di ripetere anche ritmicamente l’originale. Quanto alle Odi barbare del Carducci, più che di un tentativo di ricalcare il ritmo dei versi classici, si tratta di un esempio personale e originalissimo d’innovazione metrica nell’ambito della nostra poesia.
Ora, io non piango, come il Tolomei, sulla morte dei bei metri classici, né ne auspico la rinascita, invitando i poeti moderni a volgersi indietro e a seguire il cammino che «per antique forme i poeti mena là dove Virgilio vedrem varcato ed Omero», dico però che nella traduzione di un poeta latino si deve sentire il sapore dell’antichità, si deve poterne cogliere lo stile. / Un testo classico è come un mobile antico: si può restaurarlo ma non bisogna togliergli la patina del tempo.
S’intende che, avendo scelto di realizzare, per le Odi, una traduzione che rispettasse lo stesso schema e lo stesso numero di versi dell’originale, ho dovuto concedermi alcune libertà, di lievissimo conto e che nulla tolgono al contenuto e allo spirito del testo. Così, se ho tradotto «i vecchi» invece che «i più vecchi», se ho scritto Achemène o Piritòo, invece di Achèmene o Pirìtoo, o se ho mutato un olmo in un òntano, l’ho fatto in omaggio al ritmo del verso o perché costretto ad usare un vocabolo sdrucciolo per necessità metrica. Il fatto, poi, di dover offrire al lettore la piena corrispondenza con la pagina del testo, mi ha portato anche, ma raramente, ad eliminare qualche vocabolo o a modificare l’espressione.
Quanto agli Epodi (il primo e il secondo dei quali avevo già tradotto insieme alle Odi e al Carme secolare), la loro struttura e l’età ormai matura mi hanno reso più agevole la traduzione. Con le Epistole, poi, e con l’Arte poetica, tradotte interamente ex novo, avendo preferito renderle con l’endecasillabo, posso dire di esserci andato a nozze. La scelta di quel verso, più corto dell’esametro, mi ha costretto, piacevolmente e spero con buoni risultati, ad un lavoro di sintesi considerevole. E però ho dovuto pure saltare qualche parola o versi interi, di scarso o di nessun rilievo, la qual cosa tuttavia non ha impedito che in alcuni casi, nelle epistole più estese e nell’Arte poetica, la traduzione sia risultata un po’ più lunga dell’originale, ma questo anche perché ho ritenuto di aggiungere parole o frasi non presenti nel testo, per rendere meglio un concetto o per chiarire un particolare che, noto ai lettori di allora, non lo è a quelli moderni.
Per il testo latino mi sono attenuto, pur con qualche eccezione: per le Odi, gli Epodi e il Carme secolare alla lezione di M. Lenchantin De Gubernatis, per le Epistole e l’Arte poetica a quella di E. C. Wickham.


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