Hor. Carm. I 11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

A Leuconoe
Che non cerchi di sapere le cose future

Non cercar di sapere
Qual fine a me, qual fine a te prescritto
Han di vita gli Dei, Leuconoe mia;
Vietato è; né di Sfere
Astri spiar co’ numeri d’Eggitto,
Per soffrir me’ ciò ch’avvenir poria;
O se ’l Tonante dia
A te più verni, o l’ultimo sia questo,
Ch’or turba il mar Tirreno, e ’l rende infesto.

Se tu saper ben vuoi,
Lieo corona, ed a lo spazio breve
La lunga speme d’agguagliar procura:
Mentre parliamo noi
Sen’ va l’invido Tempo al Sol qual neve,
Ch’a poco a poco struggesi, e non dura;
Menar del giorno cura
In gaudio l’ore, e da’ (tranne ’l presente)
Quanto men puoi tu fede al dì vegnente.

(Francesco Antonio Cappone, Accademico Ozioso, Venezia, 1675)
2 strofe di 9 versi (settenari e endecasillabi piani, rimati)

A Leuconoe
Non doversi indagar l’avvenire

Leuconoe, ah! non cercar con ansia cura
(Ciò che saper ad uom mortal non lice)
Se ti prepari il Ciel sorte felice,
O ti serbino i Fati a ria sventura.

Né, sian per ciò tutti i tuoi studj intesi
Ad esplorar la matematic’arte:
Né t’affannar su faticose carte
I numeri a trovar babilonesi.

Che se forse in ciò far tu ti prometti
Meglio soffrir ciò che avverrà; t’inganni.
Più acerbi son, se li prevedi, i danni:
E meno offende il mal, se men l’aspetti.

Se sia de gli anni tuoi l’ultimo verno
Questo che or sul Tirren spuma e tempesta,
O se molti a passarne ancor ti resta,
Cura è di chi del Ciel siede al governo.

Tu poi, se punto hai senno, e godi e ridi,
Pur che sia l’alma di Virtù munita:
E poi che il fil sì breve è della vita,
De le lunghe speranze il fil recidi.

Ecco, mentre parliam, molti son corsi
Spazj di nostra età, che ha l’ali al piede.
Spendi bene il dì d’oggi, e non dar fede
Punto al diman, di cui l’arrivo è in forsi.

(Loreto Mattei, Bologna, 1682)
6 quartine di endecasillabi piani, rimati.

A Leuconoe
Omittenda est futurorum cura
Deesi lasciare il pensiero delle cose future

Qual fine a me, qual fine a te prescritto
Abbian Leuconoe, i Dei,
Investigar non dei, perch’è delitto:
E di tentar gli oscuri
Punti d’Astronomia fia, che non curi.

Così ciò ch’esser dee di riso, o duolo,
Meglio soffrir potrai,
O se più verni avrai, o questo solo,
Che debilita il seno
Or negli scogli opposti, al mar Tirreno.

Saggia sii pur: estraggi il vin, troncando,
Lunga speme di vita:
L’invida età è sparita: ecco in parlando,
Godi del dì presente,
E non ti dei fidar del dì vegnente.

(Dottor Francesco Borgianelli da Monte Lupone, fra gli Arcadi Itarco, Venezia, 1762, III edizione)
3 strofe di 5 versi, endecasillabi e settenari piani, rimati

A Leuconoe

Per indagar qual fin ci serbi il fato
Non tentar de’ Caldei l’arte fallace,
Leuconoe, e qual sia dato
Tale pigliamlo in pace.
Di molti verni il ciel t’aggiunga, o questo
L’ultimo sia, che contra i nudi scogli
Stancar la gonfia vedi onda Tirrena;
Entro a confin modesto,
Se saggia sei, le tue speranze affrena,
E di Bacco i be’ doni a curar togli.
Già al par colla parola
Invido il tempo vola;
Godi il giorno presente, e mal sicuro
Non fidarti al venturo.

(Stefano Pallavicini, Venezia, 1782)
Endecasillabi e settenari piani, rimati

A Leuconoe

Tu ricercar non dei
Quel che sarà di noi,
Lo speri in van, nol puoi,
Leuconoe mia, scoprir:

Tu i numeri Caldei
Più non tentar: ma senti
Come i futuri eventi
Meglio potrai soffrir.

Sian più, sia questo l’ultimo
Verno che in mare or freme,
tronca la lunga speme,
Prepara il buon liquor.

Mentre parliamo involasi
L’invida età. Tu prendere
Dei questo dì, né attendere
Credula il nuovo albor.

(Giuseppe Ottavio Nobili Savelli, Foligno, 1801; I ed. 1784)
4 quartine di settenari sdruccioli, piani e tronchi, rimati

A Leuconoe

Non cercar, ché saperlo è negato,
Qual confin ci prescrisser gli Dei,
né le cifre tentar de’ Caldei,
Onde meglio, previsto il tuo fato,
o Leuconoe, poterlo affrontar.

O a te Giove conceda molt’anni,
O nel verno che or fiacca il Tirreno,
Degli scogli spignendolo in seno,
A sgombrar di repente ti danni,
Hai del tempo ognor saggia ad usar.

Feltra il vin, poi di berlo consenti,
Rammentando che andar non può unita
Lunga speme con rapida vita.
Fugge il tempo parlando: a momenti
Cògli il dì, né al diman ti fidar.

(conte Francesco Cazzola, Reggio, 1786)
3 strofe di 5 decasillabi piani e tronchi, rimati

A Leuconoe
Che non si travagli dell’avvenire, ma si goda il presente

Qual fine agli anni miei,
Qual abbia a’ tuoi prescritto
Giove, che i tempi a suo senno comparte,
Leuconoe, che pur sei
Saggia, ti sia delitto
Cercar, tentando i numeri e le carte
Di Babilonic’arte.
L’antiveder t’affretta
Il mal s’e’ viene, il porta, e non l’aspetta;

O se ancor più verni
Ei t’apparecchi, o questo
Non fie che primavera altra seconde,
Il qual di venti eterni
Rompe, al Tirreno infesto,
A le pomici opposte arene et onde;
Farti l’ore gioconde
In te sta, se ben sai,
Lo dolce vin mescendo, obblio de’ guai;

Di questa vita, ahi corta,
A non sperar troppo lontano impara.
Mentre parliamo, avara
Via fugge, e sì n’affida:
Pur l’oggi afferra, e al diman non ti fida.

(A. Cesari, Venezia, 1817, I ed. 1793)
3 strofe di settenari ed endecasillabi piani, rimati

Avverte Leuconoe, donna curiosa, che lasciata la cura vana dell’avvenire si goda i beni presenti.

Ah non cercar Leuconoe,
Poi che saria delitto,
Quale a’ nostr’anni termine
Abbian gli Dei prescritto.

Né tentare coi numeri
Le vie del fato oscure,
Onde men ti funestino
I rischi e le sventure:

O più verni o quest’ultimo,
che i procellosi desta
Nembi del Tosco pelago,
A vivere ti resta,

Sii saggia, e nappi turgidi
Bevendo a lieta cena
Di lungamente vivere
la speme incauta affrena.

Mentre parliam dileguasi
l’invida età fugace:
Afferra il dì, né credere
A l’avvenir fallace.

(L. Brami, Venezia, 1798)
5 quartine di settenari, sdruccioli e piani, rimati

A Leuconoe

Non ricercar, Leuconoe,
(Né già indagarlo dei)
Per me, per te qual termine
Prefisso abbian gli dei:

Né consultar le cabale
Caldee, per far che immoto
Affrontar possa l’animo
Un avvenir già noto.

O Giove molti, o l’ultimo
Verno ha per te disposto,
Ch’ora il mar tosco a frangersi
Spinge nel lido opposto;

Saggia il falerno e il cecubo
Bada a filtrar, e brevi,
E i lunghi voti limita
Co’ dì fugaci e brevi:

Fugge, parlando, l’invida
Età; stringi a due mani
Il giorno d’oggi, e credula
Non t’aspettar domani.

(Tommaso Gargallo [1760-1843], Palermo, 1809)
5 quartine di settenari, sdruccioli e piani, rimati

Non indagar, conoscere non lice
Quale a me, quale a te fin si prepare,
Leuconöe, da’ Numi; or lascia andare
Di Babilonia i segni!
Meglio è portar qual sia sorte più greve,
O molti verni ancor Giove t’assegni,
O per ultimo questo ti destini,
Che a’ ripugnanti scogli or fiacca il mare,
Pon’ mente e feltra i vini,
Ed ogni lunga speme
Taglia dal viver breve:
Invidïosa col dir nostro insieme
L’età sen vola; al certo oggi t’apprendi
Credula troppo se il dimane attendi.

(Augusto Caroselli, Velletri, 1864)
Endecasillabi e settenari, con rime e assonanze

A Leuconoe

Quale i numi a’ miei dì corso ed a’ tuoi dièno non chiedere,
(ché non lice saper); né perscrutar punti astronomici,
mia Leuconoe. Com’è meglio soffrir, quale che avvengane!
Giove dìane ancor verni o pur anco esto sia l’ultimo,

ch’ora infrangere fa l’onda a le sponde alte dell’Italo
mar; fa’ senno: il tuo vin cola; de’ dì breve è lo spazio,
lascia il lungo sperar. Mentre parliamo, fuggesi l’invido
tempo: cogli esto dì, niuna a ’l doman dona fiducia.

(Giuseppe Bridi, Trento, 1886)
Metrica “barbara”. Riproduce la lettura metrica dell’asclepiadeo maggiore

A Leuconoe

Tu non richiedere più a me quale, quale a te i Superi
fine assegnarono, Leuconoe; né i Babilonici
scrutar più numeri. Quant’è meglio quel che vien prendere;
più verni assegniti Giove, o solo ti dia quest’ultimo,
ch’ora le squallide rocce opposte nel mar debilita.
Sii saggia; lascïa lunga speme: l’ora precipita.
Parlo, e già invida l’età fugge. L’oggi tu provvida
afferra, e godilo; nel domani non fidar credula.

(Ugo Ferrone, Napoli, 1896)
Metrica “barbara”. 2 quartine di versi composti da quinario sdrucciolo + novenario sdrucciolo, oppure decasillabo piano + quinario sdrucciolo

A Leuconoe

Non chiediamo ai numi quando
daran fine ai nostri dì,
non andare astrologando;
meglio è attendere così.

Sia che Giove sempiterno
lunga vita ci prepari,
oppur sia l’ultimo inverno
questo ch’ora infrange i mari,

dal buon senno prendi aita,
bada i vini a depurar
e allo spazio della vita
la speranza misurar.

Fugge il tempo prestamente,
mentre noi parliamo invan;
bada a cogliere il presente
senza credere al diman.

(Diocleziano Mancini, Città di Castello, 1897)
4 quartine di ottonari, piani e tronchi, rimati

A Leuconoe

Non cercar - chi ’l può sapere? - o Leuconoe, qual fine
A noi due prepari il fato; non tentar babilonesi
Sortilegi. Oh quanto meglio, qual che sia, patir la sorte!
Sia che Giove ne conceda molti inverni, o questo solo,

Che spumeggia or tempestoso fra gli scogli del Tirreno,
Cola i vini; e, poi che breve n’è la vita, smetti, o savia,
le speranze dïuturne. Mentre parli, invidïoso
Fugge il tempo. Godi l’oggi, né fidare nel futuro.

(Carlo Tincani, Bologna, 1903)
Metrica “barbara”. 2 quartine di ottonari piani doppi

Non cercar, saper non lice, quale a me, quale a te fine
Hanno i numi, o Leuconoe, destinato, né tentare
De’ Caldei le cifre, quanto meglio è tutto quel soffrire
Che sarà! O che ci dia Giove molti inverni o sia l’estremo
Contrapposte. Orsù fa senno: vin distilla e lunga speme
Tronchi il viver breve. Mentre noi parliam, l’invidïoso
Tempo fugge: il giorno afferra, non fidar nella dimane.

(Lionello Levi, Venezia, 1910)
Metrica “barbara”. 2 quartine di ottonari piani doppi

Leuconoe, non cercare, ché non lice saperlo, qual termine a me, quale a te, abbian
segnato gli dei, e non tentare i calcoli babilonesi. Quanto meglio portare in pace che
che sia per avvenire! O n’abbia concesso Giove più inverni, o sia l’ultimo questo
che adesso stanca contro le opposte scogliere il mar tirreno, sii savia, filtra i tuoi
vini, e taglia via dal breve spazio della vita la lunga speranza. Mentre parliamo, il
tempo invidioso sarà fuggito. Cogli l’oggi, il men possibile fidando al dimani.

(Giosue Carducci)

Credi, Leuconoe, non piace agli Dei che tu investighi
qual fine riserbino a’ miei dì, quale a’ tuoi: manda al diavolo,
manda gli astrologhi; e avvenga che vuole, rassegnati.
O molti attendano a te inverni, ovver questo sia l’ultimo
ch’or frange a l’ardue scogliere il Tirreno; sii saggia,
colma il tuo calice, e la lunga speranza ne’ termini
del viver limita. In quel che parliamo i dì fuggono:
tu l’oggi goditi; e gli stolti al doman s’affidino.

(Giuseppe Chiarini, Napoli, 1911)

Pensiamo a vivere

Non cercare così - che non si può - quale a me, quale a te
Sorte, o Candida, sia data da Dio; lascia di leggere
Quelle cifre Caldee. Prenditi su quel che viene, e via!
O che abbiamo più verni anche, oppur sia l’ultimo questo, che
ora il mare tirreno urta ed infrange alle scogliere, tu
spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via,
lunga non la voler tu la speranza. Ecco, parliamo e un po’
questa vita fuggì. L’oggi lo sai: non il domani, oh! No.

(Giovanni Pascoli [1855-1912], 1913)

A Leuconoe

Tu non chiedere (è proibito) quale a me, quale a te
fine il Ciel diè, Leuconoe, ed i computi caldei
non esplorar. Quant’è meglio, tutto quel che vien pigliarselo!
sia che molti altri o che questo dìaci inverno ultimo Giove,

che or travaglia sugli scogli che gli controstanno il mare
tirreno; saggia sii, il vino filtra e, breve essendo il corso,
la speranza lunga accorcia. Mentre parlasi, già il tempo
se n’è andato; agguanta l’ora senza credere al domani.

(Giorgio Parenti, Città di Castello, 1931)
2 quartine di versi liberi (alcuni ottonari piani doppi)

Tu non chiedere mai, che non si può, qual destino gli dèi
abbian pronto per me, per te, Leucònoe, né ti curar di oroscopi
babilonesi. Meglio, quel che verrà, prender così com’è.
Se molti inverni dio ci darà, o sarà questo l’ultimo
che spumeggiante scaglia il Tirreno contro le rupi a infrangersi:
metti giudizio, mescimi vino, le tue speranze regola
giorno per giorno. Mentre parliamo, l’ora è già scorsa rapida.
Cogli il tuo tempo; meno che puoi fìdati del domani.

(Ettore Barelli [1920-2005])

Non chiederti - non è dato saperlo - quale a me fine e a te
abbian gli Dei assegnata, Leuconoe, e non tentare le cabale
di Babilonia. Meglio, qualsiasi cosa accadrà, sopportarla!
Molti inverni ci abbia Giove concessi, o ultimo questo
che ora contro opposte scogliere affatica il mare Tirreno,
filtra, saggia, i vini e per un breve spazio una speranza
lunga recidi. Noi parliamo, e già è fuggita l’invidiosa
età. Afferra l’oggi, meno che puoi credendo nel domani.

(Paolo Bufalini [1915-2001: sì, è proprio lui])

Non domandare, o Leuconoe (ché saperlo non è lecito), qual termine gli dèi abbiano assegnato a me, quale a te; e non consultare le cabale babilonesi. Quanto è meglio prendere in pace tutto quello che ha da venire! Sia che Giove ci abbia concessi molti inverni, sia che l’ultimo sia questo, che ora fiacca sugli opposti scogli il mare Tirreno, tu sii saggia. Filtra il vino da bere e restringi in un àmbito breve le lunghe speranze. Mentre noi parliamo, sarà già sparita l’ora, invidiosa del nostro godere. Cògli la giornata d’oggi e confida il meno possibile in quella di domani.

(Tito Colamarino, da Quinto Orazio Flacco, Le opere, UTET, Torino, 1957)
Prosa

L’ora presente
A Leucònoe

Non chiedere, Leucònoe, ché non si può conoscerlo, qual fine
abbiano a te e a me segnata i Numi; né scrutar le assirie
càbale. Oh quanto è meglio prendersi tutto come viene, in pace,
se molti anni ci assegna Giove, se questo l’ultimo sarà,

questo che or affatica l’onda tirrènia contro le scogliere!
Fa’ senno; filtra vini e tronca le speranze troppo lunghe
per così breve vita. Mentre parliamo, il tempo invido fugge.
Gòditi il presente, e credi poco a quello che verrà.

(Guido Vitali, da Orazio Flacco, Le odi, Il carme secolare. Gli epodi, testo latino e versione poetica di Guido Vitali, Zanichelli, Bologna, 1963, p. 15)

Tu non chiedere (tanto non è dato
sapere) quale a me, quale altra a te
sorte gli dei concedano, Leucònoe;
e i giri delle stelle non tentare.
Meglio sporgersi al buio del domani
quale che sia, anche se molti inverni
ci assegna Giove o sia l’ultimo questo
che su le opposte rocce stanca il mare
Tirreno: appronta i vini, saggia, e accorcia,
poi che lo spazio è breve, il desiderio
lungo. Parliamo, e il tempo ìnvido vola:
godi il presente, e il resto appena credilo.

(Enzio Cetrangolo, 1968)
Endecasillabi sciolti

Non chiedere, o Leuconoe (è illegittimo saperlo), qual fine
abbiano a te e a e assegnato gli dèi,
e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare
quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni,
oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno
contro gli scogli, sii saggia, filtra vini, tronca
lunghe speranze per la vita breve. Parliamo, e intanto fugge l’astioso
tempo. Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi.

(Luca Canali)

Imitazione, da Orazio

tu non cercare, è illecito sapere, che fine a me, che fine a te,
Leuconoe, ci hanno dato gli dei, e non tentare
calcoli babilonici: meglio è subire quello che sarà,
se molti inverni ci ha assegnato Giove, o questo è l’ultimo,
che adesso, contro le scogliere, fiacca il mare
Tirreno: rifletti bene, versati il vino, e taglia la tua lunga
speranza in breve spazio: mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile,
il tempo: vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani:

(Edoardo Sanguineti, da Il gatto lupesco, Poesie (1982-2001), Feltrinelli, Milano, 2002, p. 316, già in Corollario (sezione Stravaganze), Feltrinelli, Milano, 1997; datata ottobre 1992)
Riprendo il commento di Flying_Hanna: traduzione elogiata come “assai fedele, scrupolosa e, vorremmo dire, filologica” nel dotto studio di Federico Condello sulle traduzioni catulliane di Sanguineti in “Strumenti critici” n.s., XX, 1 (gennaio 2005), p. 76, n. 22.

Tu non cercare, saperlo è peccato, qual fine a me, quale a te
gli dei han destinato, Leuconoe, e non tentare gli oroscopi
babilonesi. Come meglio, tutto ciò che sarà, sopportarlo!
Siano molti gli inverni assegnati da Giove, o sia l’ultimo questo
che ora strema il mare Tirreno su scogliere corrose,
sii saggia, filtra i vini, e dallo spazio tuo breve
recidi la lunga speranza. Mentre noi parliamo, sarà già fuggito
maligno il tempo. Cogli ogni giorno che viene, senza farti illusioni sul domani.

(Alfonso Traina, da Autoritratto di un poeta, collana «Horatiana» 10, Osanna, Venosa, 1993, p. 68)
Versi liberi

Tu non cercare, empio è saperlo, qual fine a me, quale a te
gli dei hanno fissato, Leuconoe, e non tentare gli oroscopi
caldei. Meglio accettare pazientemente quello che sarà!
Siano molti gli inverni assegnati da Giove, o sia l’ultimo questo
che ora sfianca il mare Tirreno sulle scogliere corrose,
sii saggia, filtra i vini, e dallo spazio tuo breve
recidi la lunga speranza. Mentre parliamo, sarà già fuggito
maligno il tempo. Cogli ogni giorno che viene,
e non farti illusioni sul domani.

(Alfonso Traina, da In cerca di parole, Patron, Bologna, 1994, p. 73)
Versi liberi (versione ritoccata della precedente)

Traduzione (Orazio I 11)

Tu non cercare – è un’empietà saperlo –
quale limite a me, quale gli dèi
abbiano a te fissato,
Leuconoe, e non frugare
le cifre degli oroscopi
di Babilonia.
                   Quanto
meglio, qualunque cosa avvenga, accoglierla,
sia molti inverni, sia abbia dato Giove
ultimo questo, che, schierando scogli,
sfianca i frangenti del Tirreno.
                                           Saggia,
filtra il vino, e in uno spazio breve
pota lunghe speranze. Ecco, parliamo
e, maligno, sarà intanto fuggito il
Tempo: spiccane il giorno
                                     e al successivo
credi il meno possibile.

Alessandro Fo, da Vecchi filmati, Manni, Lecce, 2006, p. 133)
Wordpress non mi permette un’impaginazione corretta; ma Flying_Hanna commenta: ”è in comunissimi endecasillabi e settenari coniati secondo risorse prosodiche correnti (compresa la facoltà di iato). Purtroppo, il modo in cui sono risultati pubblicati – rispetto a come te li avevo inviati: ma potrebbe essere intervenuto strada facendo qualche accidenti di formattazione – nasconde i casi in cui il verso, nell’impaginazione originale in volume, si compie ‘con scalinatura’ (“di Babilonia quanto”: settenario; “sfianca i frangenti del Tirreno, saggia” e “Tempo, spiccane il giorno e al successivo”: endecasillabi).

Non chiedere anche tu agli dei
Il mio e il tuo destino, Leuconoe:
non è lecito saperlo,
come indagare un senso
fra gli astri di Caldea.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
se Giove ci concede molti inverni
o l’ultimo sia questo
che ora infrange le onde del Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci: bevi un po’ di vino
E per il breve arco della vita
Tronca ogni lunga speranza.
Mentre parliamo, con astio
Il tempo se n’è già fuggito.
Goditi il presente
E non credere al futuro.

(Mario Ramous)

Tu, Leuconoe, non chiedere (ci è vietato saperlo)
quale sorte a me e a te abbiano dato gli dei
e non forzare nemmeno la cabala di Babilonia.
Oh, come è meglio subire dolcemente
ogni cosa che avverrà; se ancora inverni
ci riserva Giove, e questo
che spacca in ultimo le onde del Tirreno.
Sii saggia, filtra i vini, e poichè la vita
è effimera, spera poco. Parlando,
passa il tempo, prendi
il giorno, e non credere all’alba di domani.

(G. Giannotta)

Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d’oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
così cogli
la giornata, non credere al domani

(Enzo Mandruzzato, 1985)
Versi liberi

A Leuconoe

Non indagare (non si può), Leucònoe,
la nostra sorte, lascia stare i calcoli
babilonesi, accetta quel che capita,
che tu viva altri inverni o che sia l’ultimo

questo che fiacca il mare contro gli argini.
Sii saggia, pensa a bere e non illuderti.
Mentre parliamo il tempo ingordo scivola:
goditi l’oggi e del domani infischiati.

(Mario Scaffidi Abbate [1926-], da Quinto Orazio Flacco, Tutte le opere, a cura di Mario Scaffidi Abbate, traduzioni di Renato Ghiotto e Mario Scaffidi Abbate, Newton Compton, Roma, 1992, p. 51 [vedi anche la sua “Nota del curatore”]. Nella schiera di traduttori capitano anche personaggi di questo genere. Storicizzare.)
Endecasillabi sdruccioli, sciolti

Non domandare, è male, la fine mia, la tua.
Non cercar gli oroscopi. Ti basti,
quel che sarà, patire.
Altri inverni verranno o questo è l’ultimo
che ora affanna ai promontori il mare
Tirreno. Tu che sai,
versa altro vino: la vita è breve, è lunga
la speranza. Recidila. Ti parlo e
l’ora va. Ridi al giorno. Altro non c’è.

(Franco Fortini, Milano, 1993)

Tu non cercare di saperlo, è male,
che sorte a me, che sorte a te han serbato
gli dei, Leuconoe, e non tentar gli oroscopi.
Oh, com’è meglio, qualunque cosa accada,
sopportare, se inverni come questo
Giove ce ne dà molti o questo è l’ultimo,
che fiacca sugli scogli il mar Tirreno.
Saggia devi essere: versa il tuo vino,
e in breve spazio la lunga speranza
recidi. Noi parliamo qui tra noi
e già è fuggito il tempo che c’insidia.
Strappagli l’oggi,
meno che puoi fidando nel domani.

(Italo Mariotti, 1995)
Endecasillabi sciolti, con un quinario.

Non domandare la fine in noi scolpita dagli dei, mia Leuconoe, non scrutare
gli astri insensati di Babilonia - quanto è meglio di un sapere criminoso la
resa all’ignoto che sarà!
Ci regali Giove cento inverni ancora o sia questo l’estremo che ora schianta
il Tirreno contro le coste petrose, tu sii accorta, versa il vino e spegni ogni
sogno lontano, poiché breve è il nostro momento.
Ma noi parliamo, e già è divorato il tempo velenoso: assapora il giorno,
dunque, nell’arido dubbio del domani.

(traduzione degli studenti del Liceo Classico “Canova” di Treviso, 1996, cit. in Antonia Piva, Didattica dei generi letterari: la poesia, Modulo 8 del master in Didattica della lingua latina, ScuolaIaD - Università di Roma Tor Vergata, s.d., p. 35)

Tu non devi saper! qual ci darà termine ultimo
Giove, Leuconoè; non consultar numeri e cabale!
Certo è meglio, sarà quel che sarà, attendere docili,
sia che più noi avrem geli d’inverni e anche se è l’ultimo
quel che Giove or a noi concederà e il mare Tirrenio
sulle opposte scogliere or si accanisce per demolircelo
incessante; sarai saggia se vin filtri e brevissima
la speranza tu hai; a noi che parliam fuggesi l’invido
tempo; carpe diem; non crederai mica alle favole?

(traduzione metrico-umoristica realizzata nel 1991 dagli studenti del Liceo Classico “Virgilio” di Roma, cit. in Antonia Piva, Didattica dei generi letterari: la poesia, Modulo 8 del master in Didattica della lingua latina, ScuolaIaD - Università di Roma Tor Vergata, s.d., p. 35)

Ah! Tu nol chiedere,
(ché non è lecito
saper) qual termine
a me, a te diedero
gli dei, Leuconoe,
né i babilonii
calcol tentar

Quel, più proficuo,
che verrà prendine.
Sia che più rigidi
inverni gelidi
Giove concesseti
o sol quest’ultimo
ti voglia dar

tra le simplegadi
il mar ch’or sferzane
Tirren. Sii savïa,
il vin fa’ scorrere
e in breve volgere
la speme troncane
lunga ch’è già

mentre si chiacchiera
sarà fuggitane
già l’età ìnvida:
del dì profittane,
il men possibile
fida nel prossimo
che sorgerà

(Traduzione inedita di Angelo Gemmi, 2007, per gentile concessione dell’autore)
Quattro strofe di cinque quinari sdruccioli conclusi da un quinario tronco; l’ultimo verso della strofa rima con l’ultimo della strofa successiva.

*    *    *

Qualche osservazione su Hor. Carm. I 11 nel post Tùne, quèsie, rìs e nei relativi commenti.



14 Commenti Aggiungi il tuo

  • 1. catalepton  |  10 Febbraio 2008, h. 14:12

    Commenta gioder:

    Un dubbio tecnico:

    “Fugge il tempo. Godi l’oggi, né fidar nel futuro.”
    (Carlo Tincani, Bologna, 1903)
    Metrica “barbara”. 2 quartine di ottonari piani doppi

    Non sarebbe più giusto
    “Fugge il tempo. Godi l’oggi, né fidarE nel futuro.”?

    Obiezione accolta.

  • 2. catalepton  |  10 Febbraio 2008, h. 15:25

    Così mi scrive Angelo Gemmi, a commento della traduzione da lui proposta:

    Il metro adottato è esemplato su quello che il Leopardi adoperò nella traduzione dell’ode a Postumio

    ***************
    ohimè trapassa
    Postumo amico,
    con pie’ veloce
    con presto corso
    la breve età
    ***************

    dove alterna strofe con parole piane e ultimo verso che rima con l’ultimo della strofa seguente, a strofe con finali sdrucciole:

    ****************
    ed egli in nobile
    convito regio,
    con mano prodiga,
    da tazza concava
    lo verserà
    ****************

    Questo metro ha dei pregi e un fascino tutto suo, derivante in parte dalla sospensione che si prova nella lettura fino all’ultimo verso d’ogni strofa e che, dal punto di vista musicale (essendo la musica, come la poesia basata sul ritmo), corrisponde alla risoluzione di una serie di cadenze evitate, e, in misura eguale, dall’abilità che chi lo adotta deve dispiegare per trovare le finali sdrucciole giuste, poiché non c’è vanto dove non c’è difficoltà (nel mio volume di traduzioni da Catullo ho più volte adottato con ottimi risultati questo stesso metro). Vi manca la rima fino all’ultimo verso, ma vi si compensa questa mancanza con una difficoltà, per l’autore, di diverso ed equivalente, se non maggiore in certi casi, tipo.
    Piacciale dunque di valutarla e decidere se è all’altezza delle altre che ospita nel sito. Io avrei piacere di farla conoscere. Io cominciai la traduzione del primo libro delle odi d’Orazio, quando ancora non conoscevo le traduzioni da questo stesso libro fatte dal Leopardi. Avutane contezza, subito interruppi il lavoro, non credendo che si potesse far di meglio, come per la Betulia liberata di Mozart in musica, al riguardo dei carmi già tradotti, ragion per cui il lavoro restò monco e incompleto e far rientrar da uno spiraglio quel che se ne uscì dal portone non mi dispiacerebbe in verità. Forse un ben maggiore ingegno, vedendola, riprenderà il lavoro portandolo a perfezione, sgrossando la pietra grezza fino a farla splendere con luce diamantina.

  • 3. catalepton  |  10 Febbraio 2008, h. 15:32

    Mi scrive ancora Angelo Gemmi:

    Se mi è consentito, vorrei in futuro aggiungere io stesso una postilla circa il particolare ritmo dato dalla successione di più finali sdrucciole chiuse da una parola tronca. Sono sicuro che la ragione è prettamente ritmico-musicale, ma la letture del Compendiolum musicae pro incipientibus del Doni, il saggio Della divisione del tempo nella musica, nel ballo e nella poesia del Sacchi, il Gradus ad Parnassum del Fux, i frammenti di Alipio e una quantità di altri libri di ritmica metrico-musicale, non mi hanno illuminato più di tanto e quindi temo che dovrò affrontare la lettura della Musurgia del Kircher, ponderoso trattato di ritmica applicata alla musica. Ma se la causa è complessa da ricercare, l’effetto è però semplice da descrivere: equivale a una serie di cadenze, accordi, intervalli, dissonanti e tenuti in sospeso fino alla risoluzione finale su una posizione di riposo. Notevolissimo è l’effetto che ne ricava il Leopardi nell’ode a Postumio, i versi scorrono via veloci come la vita, fino all’ineluttabile fine ch’è anche la conclusione del componimento.

    Se mi permette un’ultima osservazione, io credo che si debba far di tutto per tradurre in versi e a ritmo: solo così si può riprodurre, odiernamente, l’effetto che il componimento faceva originariamente. Un critico musicale, presentando il grande controtenore Russel Oberlin disse tempo fa, tra l’altro, che grazie a lui, noi potevamo ascoltare la musica di Bach, Haendel e altri maestri, nella loro piena gloria originaria (full original glory). Non essendovi più i castrati, solo un controtenore può darci l’idea di come cantasse un castrato, “traducendo” per così dire, la loro tecnica, in uno stile diverso, ma pur sempre aderente all’originale. Così, anche il traduttore di testi poetici deve, io credo, far lo stesso e rendere modernamente il testo, ma ricreandolo nel rispetto dello spirito originale. sostituendone gli elementi caratteristici originari con quelli moderni.

    I carmi latini e greci erano basati sulla quantità delle sillabe, la nostra poesia moderna sull’accentazione, è questa è già una sostituzione, gli antichi avevano per cardine di non rimare, noi l’opposto e di questo bisogna tener conto. Io ardirei di affermare che tradurre nel rispetto dello spirito originario i testi antichi, è un po’ come ricreare un mostro di Frankenstein, sostituendo ad una ad una le parti mancanti. Se nella creatura scoccherà poi la scintilla della vita, vorrà dire che avremo fatto bene il nostro lavoro, altrimenti, un freddo cadavere è tutto ciò che avremo, la quale immagine molto ben descrive certi orridi aborti che di tanto in tanto si cerca di spacciar per traduzioni poetiche e lodevolissima e interessante è l’opera che porta avanti sulla comparazione delle versioni poetiche.

  • 4. Flying_Hanna  |  12 Marzo 2008, h. 20:52

    Ti ringrazio di questo ricco lavoro e ti segnalo altre due traduzioni: una di Edoardo Sanguineti nella sua raccolta “Il gatto lupesco” (Feltrinelli) e una di Alessandro Fo nella sua raccolta “Vecchi filmati” (Manni Editore). Avrei bisogno di una informazione relativa a Fortini: dove hai preso la traduzione del 1993? Se ti serve, ti manderò i testi delle traduzioni che ti ho segnalato.
    Grazie, e aspetto una tua risposta.

  • 5. catalepton  |  13 Marzo 2008, h. 09:01

    > Ti ringrazio di questo ricco lavoro

    Quasi tutta farina di sacco altrui ;)

    > e ti segnalo altre due traduzioni:

    Grazie mille! E certo, se puoi, mandamele.

    > informazione relativa a Fortini

    Ammetto di citare di seconda mano. Controllerò (fidando nell’aiuto di Chaim, saggio bibliografo).

  • 6. Flying_Hanna  |  18 Marzo 2008, h. 17:12

    Caro catalepton,
    grazie della risposta, spero nel tuo amico. Intanto ti mando tre traduzioni che non sono nel dossier; quelle che già ti segnalavo, più un’altra di Alfonso Traina. Eccole. I migliori saluti

    Traina 1994

    Alfonso Traina In cerca di parole, Bologna, Patron 1994, p. 73. Si tratta di una versione ritoccata di quella già proposta da Traina nel 1993 (Alfonso Traina, Autoritratto di un poeta, collana «Horatiana» 10, Venosa, Ed. Osanna 1993, p. 68)

    Tu non cercare, empio è saperlo, qual fine a me, quale a te
    gli dei hanno fissato, Leuconoe, e non tentare gli oroscopi
    caldei. Meglio accettare pazientemente quello che sarà!
    Siano molti gli inverni assegnati da Giove, o sia l’ultimo questo
    che ora sfianca il mare Tirreno sulle scogliere corrose,
    sii saggia, filtra i vini, e dallo spazio tuo breve
    recidi la lunga speranza. Mentre parliamo, sarà già fuggito
    maligno il tempo. Cogli ogni giorno che viene,
    e non farti illusioni sul domani.

    Sanguineti 1997

    Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco, Poesie (1982-2001), Milano, Feltrinelli 2002, p. 316; già in Corollario (sezione Stravaganze) Feltrinelli 1997, ivi ristampata; Imitazione, da Orazio (datata nell’Indice della raccolta: ottobre 1992; finisce proprio così, con i :, come spesso in Sanguineti):

    tu non cercare, è illecito sapere, che fine a me, che fine a te,
    Leuconoe, ci hanno dato gli dei, e non tentare
    calcoli babilonici: meglio è subire quello che sarà,
    se molti inverni ci ha assegnato Giove, o questo è l’ultimo,
    che adesso, contro le scogliere, fiacca il mare
    Tirreno: rifletti bene, versati il vino, e taglia la tua lunga
    speranza in breve spazio: mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile,
    il tempo: vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani:

    Alessandro Fo 2006

    Alessandro Fo, Vecchi filmati, Lecce, Manni 2006, p. 133:

    Traduzione (Orazio I 11)

    Tu non cercare – è un’empietà saperlo –
    quale limite a me, quale gli dèi
    abbiano a te fissato,
    Leuconoe, e non frugare
    le cifre degli oroscopi
    di Babilonia.

    Quanto
    meglio, qualunque cosa avvenga, accoglierla,
    sia molti inverni, sia abbia dato Giove
    ultimo questo, che, schierando scogli,
    sfianca i frangenti del Tirreno.

    Saggia,
    filtra il vino, e in uno spazio breve
    pota lunghe speranze. Ecco, parliamo
    e, maligno, sarà intanto fuggito il
    Tempo: spiccane il giorno

    e al successivo
    credi il meno possibile.

  • 7. catalepton  |  18 Marzo 2008, h. 18:16

    Grazie ancora, Flying_Hanna: un contributo prezioso, anche per l’accuratezza delle citazioni bibliografiche (cui spero pian piano di uniformare il “dossier”).

  • 8. Nuntius  |  19 Marzo 2008, h. 16:25

    Quello del Traina è un peccato Veniale di uno studioso elogiabile per il campo in cui era competentissimo (ma non tutti posson capir anche di versi) però proprio non mi spiego per qual ragione diversa dal mostrare la decadenza dei tempi odierni in fatto di abilità versificatoria, si debba dar spazio agli altri due: sono un pessimo esempio, vedendoli la gente si crederà autorizzata a scribacchiare al par di loro e il fiume in piena delle non-traduzioni e della non-poesia strariperà dagli argini sommergendo tutto col suo fango lurido e limaccioso

    certe persone si espongono da se stesse al ridicolo quando vorrebbero apparire quel che non sono in grado d’essere. ci sono molti buoni e belli esempi di traduzione nella pagina, ma se si sfrondassero quelle in non-versi, certo avrebbero più valore e la lettura sarebbe più piacevole a mio giudizio. tale è il mio pensiero, di persona che è fortemente urtata dai non-versi e dai non-poeti autoproclamatisi tali e che quando va a un concerto, se l’orchestra sbaglia un accento o un ritmo che per gli altri passerebbe inosservato, deve abbandonare la sala. si immagini dunque il disagio nel posare l’occhio (ché leggerli vorrebbe dire avvelenarmi l’anima) su questi mucchietti di parole pretenziose, segnatamente del signor Sanguineti e di quell’altro sotto oltre che del signor Fortini e altri di cui ora è lungo cercarsi i nomi nella pagina

    e scusate se vi parlo con tono polemico, non ce l’ho certo con voi ma con quegli altri rovinatori delle lettere e classiche e moderne

  • 9. catalepton  |  24 Marzo 2008, h. 19:41

    8-)

  • 10. Flying_Hanna  |  25 Marzo 2008, h. 10:08

    Caro Catalepton,
    Nuntius è certo libero di avere le sue opinioni e di esprimerle con la prosa che è sotto gli occhi di tutti. Mi permetto comunque di fare qualche precisazione. La traduzione di Sanguineti è nei consueti versi lunghi propri di quel poeta, che Nuntius è libero di non percepire come ‘metrici’, e non credo che Nuntius trarrebbe troppo conforto dal trovarla elogiata come “assai fedele, scrupolosa e, vorremmo dire, filologica” nel dotto studio di Federico Condello sulle traduzioni catulliane di Sanguineti in “Strumenti critici” n.s., anno XX, gennaio 2005, fascicolo 1, pp. 71-96: (ho citato da p. 76 nota 22). Quanto alla traduzione di Alessandro Fo, è in comunissimi endecasillabi e settenari (coniati secondo risorse prosodiche correnti, compresa la facoltà di iato). Purtroppo, il modo in cui sono risultati pubblicati – rispetto a come te li avevo inviati: ma potrebbe essere intervenuto strada facendo qualche accidenti di formattazione – nasconde i casi in cui il verso, nell’impaginazione originale in volume, si compie ‘con scalinatura’ (“di Babilonia quanto”: settenario; “sfianca i frangenti del Tirreno, saggia” e “Tempo, spiccane il giorno e al successivo”: endecasillabi). Avevo anche pensato di segnalartelo, ma mi pareva inutile pedanteria. Un orecchio che si presume fine e sensibile come quello di Nuntius avrebbe potuto accorgersene anche da solo. Un’ultima postilla: Traina non è ancora scomparso, ma continua anche oggi a essere “competentissimo” come “era”; non so quale curriculum vitae possa da parte sua vantare Nuntius, ma certo la considerazione “ma non tutti posson capir anche di versi” riferita a un maestro come Traina ha di che lasciare perplessi. Rinnovandoti la preghiera di rintracciarmi gli estremi bibliografici della traduzione di quell’altro presunto esecrabile mostro pretenzioso che sarebbe, per Nuntius, Franco Fortini, invio un caro saluto a tutti.

  • 11. catalepton  |  25 Marzo 2008, h. 23:28

    Carissima Flying_Hanna,

    non mi è parso il caso di cassare - tanto meno censurare - il commento di Nuntius, che tuttavia imbarazza anche me.
    Ben vengano dunque le tue precisazioni, sempre puntuali e documentate.
    Ti scongiuro tuttavia: evitiamo il flame, sia pur dotto.

    Quanto al “modo di pubblicazione”, sono io il primo a deplorare i limiti dell’HTML: Wordpress elimina spazi e tabulazioni, sconciando qualunque formattazione elaborata. Non dispero di trovare una soluzione adeguata: nel frattempo puoi, se credi, mandarmi i testi in formato testuale (txt, rtf, pdf).

    Quanto agli estremi bibliografici della traduzione di Fortini, ho il sospetto che si tratti di F. Fortini - P. Jachia, Leggere e scrivere, Firenze, Nardi, 1993. Appena posso controllo.

  • 12. Nuntius  |  26 Marzo 2008, h. 19:03

    L’argomentazione topica e il principio di autorità sono svalutati già da un po’ di secoli. La prima risulta inefficace quando è sterile ripetizione di luoghi comuni i quali quando si rivelan senza fondamento alcuno, fanno fallire su tutta la linea la condotta dell’oratore e non colgono nel segno, il secondo è da rigettare dalla confutazione della falsità delle teorie di Aristotele in merito all’universo.

    Non tutti possono tutto sapere e mostrarsi savi e ragionevoli in qualsivoglia campo dello scibile.

    Prendiamo il Carducci: ha fatto dei bei versi, ha ottimamente imitato il Metastasio ma, ad un certo punto, fu preso dalla stravagante idea della metrica barbara e, facendo violenza al proprio orecchio che gli insegnava come i versi più lunghi di una certa misura fossero inammissibili nella metrica italiana, perseverò nell’errore e ciò lo portò a smarrire il gusto e l’armonia poetica. Forse che dovremmo seguire Newton mentre straparla e sragiona sull’astrologia e gli oroscopi solo perché si chiama Newton (fu infatti superstizioso e credeva a tutto)? Molti grandi hanno avuto difetti che consigliano di non seguirli ciecamente. Quelli, poi, che hanno avuto soltanto difetti senza alcuna grandezza, perché seguirli, ma chi il concede, parafrasando il Dante? Perché nominarli? Essi meriterebbero la latina pena della DAMNATIO MEMORIAE.

    Comporre versi è come far figlioli, il bimbo nasce, è vivo, ed ha tutto al proprio posto, questo è il frutto del grembo dei letterato autentico. Anche chi non tale però può restare incinto, ma, o che la costituzione non l’aiuti o che fumi, beva, e adotti ogni tipo di cattivo comportamento dannoso, partorisce sì anche lui, ma prima del tempo e non un bimbo vivo, ma un feto morto, e non formato, ma senza un membro o più, non con la pelle tenerella e rosea, ma con le viscere in evidenza, del tipo di cui ebbe a dire il Dante…

    Che merda fa di quel che si trangugia

    Quanto alla meraviglia di sentir lodare cose quanto mai aliene da lodi Eh! quale stupore? Lo disse già l’immortale Boileau:

    Un sot trouve toujours un plus sot qui l’admire

    E meno male che nella pagina non mi sembra di vedere il signor Quasimodo Salvatore che prendeva regolarmente VERUM avversativo per VERUM EST (è vero). Che grandi latinisti davvero lui e tutti quelli come lui!

  • 13. Flying_Hanna  |  4 Aprile 2008, h. 12:21

    Caro Catalepton, a un controllo è risultato che l’ode di Orazio tradotta da Fortini non è stata edita nel libro-intervista che tu hai citato; se puoi, rintracciami per favore la fonte giusta. Un caro saluto, Hanna

  • 14. catalepton  |  4 Aprile 2008, h. 16:16

    Questo è un colpo basso ;)
    Farò il possibile (adesso è diventata una scommessa).

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