Catull. 85
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio, et excrucior.
Odio e amore
L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,
io, nol so: ben so tutta la pena che n’ho.(Giovanni Pascoli [1855-1912], Traduzioni e riduzioni di Giovanni Pascoli raccolte e riordinate da Maria, Bologna, N. Zanichelli, 1913)
Odio, ed amo: dimandi perché ‘l fo.
Farsi il sento, e men cruccio, ma nol so.(Giacomo Puccini [1858-1924])
Odio ed amo. - Esser può? - (tu forse dimandi). Lo ignoro;
Ma nel cuor mio lo sento, tanto che peno in croce.(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939, p. 151)
Odio e amo. Perché questo io faccia forse domandi.
Non so; lo sento e mi torturo l’anima.(Guido Vitali, da Gli scrittori di Roma, Garzanti, Milano, 1948)
Io odio e amo. Ma come, dirai. Non lo so,
sento che avviene e che è la mia tortura.(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 75; una nota [di A. Traina?] osserva che “fieri si oppone al suo attivo faciam, entrambi al centro dei rispettivi versi”)
Odio e amo.
Come sia non so dire.
Ma tu mi vedi qui crocifisso
Al mio odio ed amore.(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 265)
Odio e amo. Mi chiedi come si può.
Lo sa il mio cuor crocifisso. Io non lo so.(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 145)
* * *
Accogliendo un suggerimento di Massimo Manca, riporto le pagine di Giovanna Garbarino - che cito dall’ennesima incarnazione: Giovanna Garbarino (con la collaborazione di Sergio A. Cecchin e Laura Fiocchi), Tria. Letteratura latina_Antologia di autori_Brani di versione, Paravia, Torino, 2008, pp. 237-238 - che rappresentano in generale un buon esempio di analisi contrastiva.
«Il testo catulliano nella sua scarna essenzialità non presenta alcun serio problema di carattere grammaticale; eppure è praticamente intraducibile, perché ogni tentativo lascia insoddisfatti, tale è la densità e la complessità del messaggio.
Prima di proporre una serie di traduzioni moderne, richiamiamo l’attenzione su alcune caratteristiche del testo:
- non c’è un sostantivo e non c’è un aggettivo; tutto l’epigramma è affidato ai verbi, cioè alla nuda descrizione di azioni o di modi di essere, senza alcuna ulteriore determinazione: si giunge alle radici stesse del vivere;
- fondamentale è l’opposizione faciam/fieri: da un lato la forma attiva sottolinea un tentativo di controllo dell’azione (”forse tu mi chiedi per quale ragione io faccia questo”), dall’altro il passivo manifesta la precisa sensazione del poeta di essere in balia di forze incontrollabili (”mi accorgo che questo avviene“): prende corpo in tutta la sua drammaticità l’opposizione mente/cuore, ragione/sentimento, azione voluta/azione subita;
- excrucior, che chiude il carme, va interpretato alla luce delle immagini e delle sensazioni che esso produceva nella mente di un latino: il verbo, come dimostra la sua presenza nei dialoghi della commedia e la sua sostanziale assenza da altri codici letterari, apparteneva al linguaggio popolare e veniva impiegato per evidenziare una condizione di sofferenza, priva tuttavia delle implicazioni che la croce assunse con il cristianesimo (sofferenza simile a quella di Cristo, dolore che redime ecc.).
Ecco alcune traduzioni “firmate” che costituiscono anche interpretazioni del testo, con cui ogni traduttore si confronta in modo diverso. Apriamo la rassegna con Salvatore Quasimodo che ha reso con la forma impersonale i nessi quare id faciam e fieri sentio:
Odio e amo. Forse mi chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.
Ancora più “spersonalizzata” è la traduzione di Vincenzo Guarracino che riduce a soli tre verbi l’uso della prima persona, ricorrendo per il resto a forme impersonali:
Odio e amo. Come questo sia possibile
mi sfugge, ma lo sento ed è uno strazio.
In direzione opposta va invece Francesco Della Corte che anzi, con l’inserzione delle due particelle “mi”, accentua la personalizzazione del discorso:
Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non so, ma sento che questo mi accade: è la mia croce.
Mantiene il tono personale anche Franco Caviglia che risolve l’interrogativa indiretta in una bruciante domanda, eliminando l’avverbio fortasse:
Io odio e amo. “Come fai?” mi chiedi.
Non lo so. Ma lo sento e sono in croce.
Verso una decisa amplificazione del testo va invece Guido Mazzoni:
Odio e amo - Esser può? - (tu forse dimandi). Lo ignoro;
Ma nel cuor mio lo sento, tanto che peno in croce.
Un vero e proprio rifacimento è quello di Guido Ceronetti, che addirittura, nei due versi finali, crea un’immagine indubbiamente efficace ma assente in Catullo:
Odio e amo.
Come sia non so dire.
Ma tu mi vedi qui crocifisso
Al mio odio e al mio amore.
Concludiamo con la traduzione di Gian Battista Pighi nella quale colpisce il tentativo di essere puntigliosamente fedele al testo sino a cercare di rendere la maggior intensità del verbo requiro (rispetto al semplice quaero) con l’espressione, forse un po’ troppo prosastica, “ti interessa sapere”:
Odio e amo. Perché io faccia così, forse ti interessa sapere.
Non lo so. Ma sento che è così e sono in croce.»


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