Catull. 5
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occmazidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit
cum tantum sciat esse basiorum.
Viviam, Lesbia, viviamo, e amiamci insieme,
E de’ vecchi più austeri
Stimiam le ciarle un zero.
Se vedi a sera il sol tuffarsi in mare,
La mattina tu ‘l vedi a far ritorno;
Una volta per noi, ch’è spento il giorno
Sonno d’eterna notte i sensi ingombra.
Dammi, Lesbia, baci mille
E poi cento appresso a quelli,
Torna quindi un’altra volta
Darne mille e cento ancora,
E allora, che a molti mila
Sarem giunti, tra di loro
Si confondano, e tra noi
Se ne perda ancora il conto;
Così non potrà alcun da invidia mosso
Cangiar maligno nostra gioia in pianto,
Sapendo che fur baci, e non già quanti.(Parmindo Ibichense, pseudonimo in Arcadia di Francesco Maria Biacca Parmigiano, Milano, 1740)
Viviam, mia Lesbia, e amiamo,
E del senil rigore
Nulla i biasmi curiamo.
Rinasce il Sol che more;
Spenta a noi breve luce,
Notte eterna s’adduce.
Or mille baci e cento
Dammi, e mille, e poi cento,
Ed altri mille e cento.
Indi migliaia assai
Confondiam: né mai
Gl’invidi sien capaci
Di contar tanti baci.(L. Subleyras, Verona, 1770)
Amarci, vivere,
Mia vaga Lesbia,
Sia il primo, l’unico
Nostro pensier:E le impotenti
Grida noievoli
Lasciam che spargano
Loquaci ai venti
I vecchi altier.Morir ben possono
I dì volvendosi,
che poi ritornano
A comparir;Ma a noi se questa
Luce nascondesi,
Una perpetua
Notte funesta
Si dee dormir.Via cara, donami,
Di que’ dolcissimi
Baci, che sogliono
L’alma bear;A mille a mille
Qui su le labbia,
Qui, cara, stampane
Su le pupille,
Né ti stancar.Poi l’ampio numero
Sì confondiamone,
Che inosservabile
Divenga ognor;Né noccia a nui
Del vero nòvero
Inconsapevole
Il guardo altrui
Fascinator.(A. Peruzzi, Venezia, 1846)
Godiam la vita, o Lesbia,
Godiam la vita, e amiamo,
E de’ vecchi bisbetici
Nulla il garrir curiamo.I giorni morir possono
E riedere; a noi dopo
Un breve sol, perpetua
Notte dormire è d’uopo.Oh mille e cento donami
Fervidi baci tuoi,
E cento e mille in seguito,
E mille e cento poi!E quando immenso un cumulo
Di mila e mila avremo,
Per non saperlo, a studio
Le cifre arrufferemo,E per non far che invidia
I denti suoi ci mostri,
Vedendo tanto il numero
Esser de’ baci nostri.(D. Bocci, Torino, 1874)
Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
E de’ più rigidi vecchi i rimproveri
Meno d’un misero asse stimiamo.Tramontar possono gli astri e redire:
Noi, quando il tenuo raggio dileguasi,
Dobbiam perpetua notte dormire.Baciami, baciami, vuo’ che mi baci:
A cento scocchino, a mille piovano
Qui su quest’avida bocca i tuoi baci;E poi che il numero sfugge a noi stessi,
Baciami, baciami, sì che l’invidia
Non frema al còmputo de’ nostri amplessi.(M. Rapisardi, Milano, Palermo, Napoli, 1882)
Viviam mia Lesbia, amiamo,
Al brontolìo dei rigidi
Vecchiardi non badiamo:
Tramonta il sol, ma torna;
Se cade il dì fuggevole,
Per noi più non raggiorna.
Mille di baci tuoi
Cento eppoi mille donami
Ed altri cento poi;
E cento e cento mila;
E così giunti al numero
Di più migliaia in fila,
Tosto vogliam la traccia
Confonder; perché il cumulo
Non ci si legga in faccia.(L. Toldo, Imola, 1883)
Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo,
Né degli austeri vecchi curiamo
L’acri rampogne. Tramonta il giorno,
Ma all’orïente poi fa ritorno:
Spento il dì breve di nostra vita
Noi dormiremo notte infinita.Su mille baci dammi e poi cento,
Mill’altri e cento ne vo’ contar,
Ancora mille, non son contento,
Cent’altri ancora, segui a baciar.Allor che molte migliaia avremo
Fatte di baci, col loro suon
Il loro numero confonderemo
Per non sapere quanti ne son,Perché non abbiano certi malnati,
Sapendo quanti baci da te
Ho avuti e quanti io te n’ho dati,
D’invidia ad ardere contro di me.(C. De Titta, Lanciano, 1890)
Viviamo, Lesbia mia, ed amiamoci,
e i brontolii dei vecchi austeri
valutiamoli, tutti insieme, due soldi.
Il sole può tramontare e tornare,
ma noi, quand’è tramontata la nostra
breve luce, dobbiamo dormire una sola notte, perpetua.
Dammi mille baci, e poi cento,
poi altri mille e altri cento,
poi ancora altri mille e altri cento.
Quando ne avremo fatti molte migliaia,
li confonderemo per non sapere più il loro numero,
che nessuno possa farci il malocchio, sapendo
un numero così enorme di baci.(G. Paduano)
Viviam, mia Lesbïa, viviamo e amiamo!
E mutrie e prediche di brontoloni
Vecchi, stimiamole men d’un quattrino.
I Soli cadono, ma san tornare;
noi, da che spengesi la luce breve,
una perpetua notte dormiamo.
Oh mille baciami volte e poi cento,
Mille ancor baciami volte e poi cento,
Mille altre baciami volte e poi cento!
E giunti al numero di più migliaia,
Rimescoliamole, per non sapere
Quante mai siano, né possa un tristo
Invidïarceli tutti que’ baci.(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939 [19151?], pp. 7-9.
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “Viviam mia Lesbïa / viviamo e amiamo”, ecc.). Per la giustificazione di tale scelta ritmica cfr. le note a Catull. 2.
Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.(Salvatore Quasimodo, da Valerio Catullo, Canti, traduzione di Salvatore Quasimodo, Milano, A. Mondadori, 1955)
Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e amiamoci e non stimiamo più d’un soldo tutti i borbottìi dei vecchi troppo austeri. Il sole può tramontare e tornare: noi invece, una volta tramontata la breve vita, dobbiamo dormire una sola notte senza fine. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille e poi ancora cento, indi altri mille e poi cento. Poi quando ce ne saremo scambiati molte migliaia, ne imbroglieremo la somma, per ignorarla o perché un qualche malevolo non abbia a colpirci col malocchio, al saper esserci stati tanti baci.
(L. Pepe e N. Scivoletto, Roma, 1968)
Vita e amore a noi due Lesbia mia
E ogni acida censura di vecchi
Come un soldo bucato gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
Ma questa luce nostra fuggitiva
Una volta caduta, noi saremo
Premuti da una notte senza fine.
Dammi baci cento baci mille baci
E ancora baci cento baci mille baci!
Le miriadi dei nostri baci
Tante saranno che dovremo poi
Per non cadere nelle malìe
Di un invidioso che sappia troppo,
perderne il conto scordare tutto.(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 19)
Viviamo, o Lesbia mia, viviamo e amiamoci!
Le chiacchiere dei vecchi moralisti
valutiamole meno d’un centesimo.
Possono i giorni tramontare e sorgere,
ma se tramonta questa breve luce,
un’eterna ci attende unica notte.
Baciami mille volte e ancora cento,
dammi altri mille baci ed altri cento,
dammene ancora mille e quindi cento.
Quando saranno mille e mille e mille,
confondiamoli insieme, alla rinfusa,
perché si perda il conto e non ci tocchi
l’invidia dei malvagi ed il malocchio,
quando si sappia il numero dei baci.(Virgilio Lavore [1926-1999], da Latinità, Principato, Milano, 1974, p. 221)
Godiamoci la vita, o Lesbia mia, e i piaceri dell’amore;
a tutti i rimproveri dei vecchi, moralisti anche troppo,
non diamo il valore di una lira.
Il sole sì che tramonta e risorge;
noi, quando è tramontata la luce breve della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Dammi mille baci e poi cento,
poi altri mille e poi altri cento,
e poi ininterrottamente ancora altri mille altri cento ancora.
Infine, quando ne avremo sommate le molte migliaia,
altereremo i conti o per non tirare il bilancio
o perché qualche maligno non ci possa lanciare il malocchio,
quando sappia l’ammontare dei baci.(F. Della Corte, Milano, 1977)
Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento
e dopo ancora mille e dopo cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci.(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 85: endecasillabi sciolti)
Viviamo, Lesbia, facciamo all’amore,
lascia che i vecchi seriosi sbavino
tutti quei loro discorsi da un soldo.
Il sole tramonta, ma dopo torna:
noi, una volta spento il lume,
un’unica eterna notte ci addormenta.
Dammi mille baci, poi cento,
ancora mille, ed altri cento,
ancora altri mille, e dopo cento.
Infine, giunti a tante migliaia,
ne faremo un dolce guazzabuglio,
per non contarli più, o uno scalogno non possa invidiarci
sapendo quanti mai sono i baci.(Tiziano Rizzo, da Gaio Valerio Catullo, Le poesie, a cura di Tiziano Rizzo, Newton Compton, Roma, 1983, p. 25)
Viviamo ed amiamoci, o mia Lesbia:
le chiacchiere dei vecchi troppo seri
stimiamole tutte due soldi.
Il sole può cadere e ritornare,
ma noi - quando la nostra breve luce
si sarà spenta una volta -
avremo una notte soltanto
da dormire infinita.
Dammi mille baci e altri cento,
ed altri mille, e dopo, ancora cento.
Quando saranno migliaia
confonderemo il conto, per non sapere,
o per evitare il malocchio
di un invidioso,
quando saprà
che sono stati tanti i nostri baci.(F. Caviglia, Laterza, Roma-Bari, 1983)
* * *
Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.
Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)
L’impeto censorio costringe Rigord a stravolgere. L’operazione non è priva di finezza, visto che la connessione tra invito a bere e invito a vivere è topica. Peccato che l’effetto sia da coma etilico.
Scopro poi che Bibamus, mea Lesbia, atque amemus è variante testuale di qualche successo, come parodia (già nel Cinquecento, poi in alcuni romanzi carvalhiani).
* * *
Da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., pp. 36-42, traggo molte delle traduzioni sopra riportate (purtroppo con citazione bibliografica imprecisa, che pian piano cercherò di integrare); e due casi di censura affini a quello dell’abate Rigord:
Viviam, mia Lesbia, e ‘n pace amiamci,
E tutti i strepiti tegniam per nulla
De’ vecchi rigidi: tramontar puote
E poi rinascere a mane il sole:
A noi perpetua da dormir resta
Notte nerissima, poiché una fiata
Questa ne spensesi fral luce breve.(abate Raffaele Pastore, Venezia, 1797)
Riutilizzo qui le osservazioni di Sega (pp. 44-45). La traduzione Pastore arriva fino al v. 6, per i motivi spiegati dal cauto abate nella premessa Al lettore:
Torna a luce dopo qualche altra edizione, ch’ha ella avuto altrove, questa traduzione, lavoro della prima gioventù del suo Autore: di cui non è stato l’ultimo pensiero quello dell’esaminare con attenzione questi tre Poeti [Catullo, Tibullo, Properzio], e troncarne quando di netto i poemi, quando in parte, ovunque vi leggesse oscenità, per non farne uscir così libera, e sfrenata la versione sotto gli occhi del pubblico. L’oscenità e la licenza non è mai d’aver corso. [...] Non ogni volta che si nomina donna, bellezza, amore, Imeneo, è da farsi così indiscretamente man bassa: ma ciò solo quando vi sia un sentimento osceno, o a quello analogo. Egli non ha perdonato in simili tratti a leggiadria di pensiero, e di poesia. Egli v’ha dato di penna senza esitazione: ma colla stessa fermezza ha lasciato correr quant’altro non gli pareva di tal carattere, ancorché potesse per ventura aver talvolta un doppio senso, tenendo però cura di render nella sua traduzione il sentimento migliore, e secondo onestà. Quei di buon senso, i ragionevoli, i moderati ne saranno soddisfatti: e ‘l dovrebbon esser anco i più rigidi, vedendo così risecati questi poeti, che son ridotti quasi quasi a metà”.
A partire dalla quarta edizione (Bassano, 1805), per togliere al carme quel residuo di “proibito” che, pur ridotto a meno della metà, conservava, Pastore lo intitola Frammento - A sua Moglie.
Il secondo caso di censura riportato da Sega (p. 37) riguarda direttamente il testo latino, nell’edizione castigata di L. Portelli (Roma, 1836):
Admonitu mortis ad hilariter vivendum socios cohortatur
Vivamus, socii, iocosque amemus,
Rumoresque senum seveniorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
Nobis, cum semel occidit brevis lux
Nox est perpetua una dormienda.
Così Sega, p. 44:
la si può considerare una “traduzione” sui generis, di tipo endolinguistico, perché riporta il testo latino originale con una reinterpretazione del v. 1 e una espunzione dal v. 7 in poi, che rendono molto diverso il significato del carme catulliano.
La reinterpretazione è completata dal titolo e da una nota di critica alle concezioni “non cristiane” di Catullo:
Ita loquuntur quibus animum simul cum corpore exstingui persuasum est, nullumque fore de rebus, quas in vita gesserimus, iudicem, unde et virtutum praemia et flagitiorum poenas exspectare debeamus. Nos contra qui maximo Dei beneficio Christiani sumus, tantum abest ut mortis cogitatione pro vitiorum illecebra abutamur, ut ea potissimum cupiditates coercere soliti simus: aeterna scilicet bona spectantes, quae pie atque honeste vitam agentibus ille actionum humananum arbiter pollicetur.
* * *
Sulla fortuna intertestuale del carme 5 ho fatto i primi carotaggi nel post Fidenziani, catulliani; traggo qualche altro suggerimento dal volumetto scolastico Divina puella. L’amore e la donna in Catullo, curato da Domitilla Leali, Signorelli, Milano, 2001, pp. 82-83.
Come se ogni bacio
fosse d’addio,
mia Cloe, baciamo amando.
Che forse già si posa
sulla nostra spalla la mano che chiama
alla barca che non viene se non vuota;
e che in un solo fascio
lega ciò che l’uno per l’altro fummo
all’altrui somma universale della vita.(Fernando Pessoa [1888-1935], traduzione di Antonio Tabucchi)
“Dal testo di Catullo Pessoa riprende in particolare la stretta connessione tra Amore e Vita, di fronte alla quale si colloca, per ogni uomo, il destino di Morte che inevitabilmente lo attende. Catullo aveva evocato nel c. 5 l’idea della Morte attraverso l’immagine metaforica della «sola eterna notte» che resta agli uomini «da dormire» dopo che per loro «è caduta questa breve luce» (vv. 4-6). Influenzato dalla visione cristiana della Morte, Pessoa preferisce invece rappresentarla con la concretezza piena di un Essere misterioso, la cui mano indirizza gli amanti verso un Aldilà in cui chi ora è vivo sarà destinato a legarsi «in un solo fascio» con «la somma universale della vita». L’ineluttabilità del testo catulliano, in cui l’uomo non ha alcuna possibilità di sottrarsi al suo destino, si trasforma dunque, in questi rifacimento novecentesco, nella speranza che l’Amore che ha legato fra loro gli amanti, portandoli a godere di ogni istante come se fosse l’ultimo possibile, continui ad esistere, anche se fuso nell’energia vitale che informa di sè tutto l’Universo.” (D. Leali, op. cit., pp. 82-83)
Sì, tutto con eccesso:
la luce, la vita, il mare!
[...]
Bisogna stancare i numeri.
Che contino senza posa,
si ubriachino contando,
e che non sappiano più
l’ultimo quale sarà:
che vita senza termine!
Una gran torma di zeri
investa, nel passare.
le nostre agili felicità,
e le conduca alla vetta.
Si spezzino le cifre,
senza riuscire al calcolo
né del tempo né dei baci.(Pedro Salinas [1892-1951]; sono riportati i vv. 1-2 e 15-26 della lirica)
“Anche in questo testo Amore e Vita appaiono inscindibilmente saldati tra loro e contrapposti alla Morte. A differenza di Pessoa, che pare in qualche modo accettare il destino umano, confidando nella speranza che la morte segni solo un passaggio verso una realtà ora inconoscibile, ma non per questo inesistente, Salinas sembra invece come Catullo individuare nell’amore l’unico possibile antidoto alla morte, capace di confonderla grazie alla messe indistinta di carezze e di baci che i due amanti le oppongono come un ultimo baluardo. Nel carme catulliano (vv. 12-13) il vertiginoso e confuso numero di baci che il poeta e Lesbia si scambiano non è solo segno della loro passione, ma, secondo una superstizione antica, ha lo scopo di sottrarre a «qualche malvagio», invidioso del loro amore, la possibilità di gettare sulla coppia felice un qualsiasi maleficio. Nella lirica di Salinas il significato dell’infinitezza dei baci è forse ancor più profondo: la loro quantità senza fine arriva infatti a cancellare anche il computo del tempo, così che nell’estasi d’amore è possibile agli amanti raggiungere, anche se solo per un attimo, l’immortalità. Ed è in questa concezione totalizzante dell’esperienza amorosa che la lezione di Catullo, primo grande lirico d’amore della modernità, continua a vivere.” (D. Leali, op. cit., p. 83)
* * *
Un assaggio di traduzione inglese (più che una traduzione, un rifacimento), ancora una volta da Giovanni Sega, Tradurre la poesia, cit., p. 42:
To Lesbia
The while we live, to love let’s give
Each hour, my winsome dearie!
Hence, churlish rage of icy age!
Of love we’ll ne’er grow weary.Bright Phoebus dies, again to rise;
Returns life’s brief light never;
When once ‘tis gone, we slumber on
For ever and for ever.Then, charmer mine, with help divine!
Give me a thousand kisses;
A hundred then, then hundred ten
Then other hundred blisses.Lip thousand o’er, sip hundreds more
With panting ardour breathing;
Fill to the brim love’s cup, its rim
With rosy blossoms wreathing.We’ll mix them then, lest to our ken
Should come our store of blisses,
Or envious wight should know, and blight
So many honey’d kisses.(J. Cranstoun, Edimburgo, 1867)
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