Catull. 13

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque.
Quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Fabullo mio,
se piace a Dio,
cenerai bene
presso di me,

cena gustosa
e suntuosa
se ti compiaci
recar con te,

non senza bella
giovin donzella,
vin, sale, e tutte
le voluttà.

Tai cose, dico,
gentile amico,
ne reca, e bene
si cenerà.

Che Aracne è corsa
entro la borsa
del tuo Catullo;
ma in cambio tu,

Fabullo, avrai
quanto più mai
v’ha di giocondo,
d’amabil più.

Unguento darte
vo’, di cui parte
le Grazie a Lesbia
fero, e gli Amor.

Fiutando il vaso,
tutto esser naso
tu chiederai
dai Numi allor.

(Tommaso Puccini [1749-1811], da Poesie di Caio Valerio Catullo scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoia, Con i caratteri de’ fratelli Amoretti, Pisa, 1815, pp. 21-23)

Cenerai bene, o mio Fabullo, meco.
Se i Dei ti fan favor per pochi giorni,
se porterai bona, e gran cena teco,
non senza il sale ed il lieo liquore,
non senza il dolce e candido compagno,
non senza il riso, e il tuo giocoso umore.
Se ciò porterai dico, io t’accompagno,
ben mio, ben cenerai; che i scrigni sono
del tuo Catullo sparsi sol di ragno;
ma in contraccambio, o mio Fabullo, e in dono
riporterai de’ veri amori il pegno
e quanto è più soave, ed è più bono.
Poiché d’unguento tal ti farò pregno,
che alla Fanciulla mia dieron gli Amori,
e le Veneri ancor d’affetto in segno:
unguento tal, qual tosto come odori,
tanto, Fabullo mio, sarà l’incanto,
che i Numi pregherai, che dentro, e fuori
ti faccian naso e naso tutto quanto.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, pp. 11-12; nota al v. 5 l’ennesima censura)

Ragnatele nella borsa

Cenerai bene da me, Fabullo mio, gli Dèi te la mandino buona, se fra pochi giorni porterai con te una cena copiosa e succulenta, non senza una candida ragazza, e vino e sale e ogni sorta di risate. Sì, dico, se porterai tutta codesta roba, amico bello, cenerai bene; ché la borsa del tuo Catullo è piena di ragnatele. Avrai però un compenso di verace affetto e di quel che v’è di più soave ed elegante: un balsamo ti darò che alla mia fanciulla donaron le Veneri e i Cupidi; e appena tu l’odorerai, pregherai gli Dèi che ti rendano, o Fabullo, tutto naso.

(Ugo  Fleres [1851-1939], in Catullo, Carmi, versione di Ugo Fleres, Istituto Editoriale Italiano, La Santa [Milano] 1927)

T’offro uno splendido pranzo, tra breve,
Così t’assistano gli Dei, Fabullo,
Sol che un magnifico pranzo tu porti
Teco; né manchino, con vino e sale,
Giovane candida, dolci risate.
Se non dimentichi nulla, amor mio,
Oh pranzo splendido! Ché al tuo Catullo
La borsa gonfiano le ragnatele.
Ma anche aspèttati verace amore
E soavissimo fior d’eleganza.
Ti darò un balsamo che a la mia bella
Donâr le Veneri stesse e gli Amori;
Sì che fiutandolo, dirai, Fabullo:
“Numi, deh fatemi voi tutto naso!”

(Guido Mazzoni [1859-1943], da Gaio Valerio Catullo, Poesie tradotte e postillate col testo a fronte da Guido Mazzoni, Zanichelli, Bologna, 1939 [19151?], p. 17)
Il testo originale presenta anche graficamente una cesura fissa dopo la sesta sillaba dell’endecasillabo: “T’offro uno splendido / pranzo, tra breve”, ecc.).  Per la giustificazione di tale scelta ritmica cfr. le note a Catull. 2.

Da me pranzerai bene, mio Fabullo, tra pochi giorni (se gli dèi ti aiutano), se teco porterai un pranzo succulento ed abbondante, non senza una candida fanciulla, e vino, e sale, e tutte le risate. Se questo, ti ripeto, porterai, pranzerai bene, zerbinotto mio - del tuo Catullo infatti il borsellino di ragnateli è pieno. Ma in cambio schietti Amori troverai, sia che qualcosa esista più elegante o soave: darò l’unguento che alla mia fanciulla le Veneri donarono e i Cupidi. Come di quello sentirai l’olezzo, gli dèi tu pregherai di renderti, Fabullo, tutto naso.

(Vincenzo Errante [1890-1951], in La poesia di Catullo, Hoepli, Milano 1945)
La traduzione di Errante è in prosa, ma tutta intessuta di ritmi endecasillabici:

Da me pranzerai bene, mio Fabullo,
tra pochi giorni (se gli dèi ti aiutano),

un pranzo succulento ed abbondante,

e vino, e sale, e tutte le risate.
Se questo, ti ripeto, porterai,
pranzerai bene, zerbinotto mio
- del tuo Catullo infatti il borsellino
di ragnateli è pieno …
Ma in cambio schietti Amori troverai,
sia che qualcosa esista più elegante

darò l’unguento che alla mia fanciulla
le Veneri donarono e i Cupidi.
Come di quello sentirai l’olezzo,

di renderti, Fabullo, tutto naso.

Non escluderei che si tratti di un tentativo poetico inconcluso, poi virato in prosa.

Una sera di queste, cenerai
bene da me, Fabullo, se gli dèi
vorranno; basta solo che tu porti
una cena abbondante e vino e sale,
che tu porti una candida ragazza
e un poco di sorriso; e ti assicuro
una splendida cena; nella borsa
di Catullo ci sono i ragnateli.
In cambio ti darò dolci parole
e quanto è più soave ed elegante,
un profumo di Venere che appena
l’avrai sentito pregherai gli dèi
che ti faccian, Fabullo, tutto naso.

(Enzio Cetrangolo [1919-1986], in Le poesie di Catullo Veronese nella versione di Enzio Cetrangolo, Neri Pozza, Venezia 1946)

Porta con te oltre al favore divino
Fabullo mio la più scelta cucina
E un fiore di ragazza e vini e sali
E una gioia di vivere sfrenata
Se vuoi fare tra breve in casa mia
Una cena superba. Pòrtati
Tutto ti dico e tu farai
Una cena apiciana eccelso mio
Perché argentea di aranee
È la borsa del tuo Catullo.
Io darò in cambio affetto incorruttibile
E ti offrirò un unguento profumato
Dono di Venere e dei suoi Cupidi
Alla donna che amo. E tu gli Dei
Toccato da quel profumo implorerai
- Fate di me l’Odorato
Incarnato.

(Guido Ceronetti [1927-], da Catullo, Le poesie, versioni e una nota di Guido Ceronetti, Einaudi, Torino, 1969, p. 37)

Cenerai bene, mio caro Fabullo, a casa mia tra pochi giorni,così ti siano propizii gli dèi, se ti sarai portato con te una buona nonché abbondante cena, non senza un fior di ragazza e il vino e il sale e un sacco di risate. Se, ripeto, ti sarai portate queste cose, bello mio, cenerai bene; ché il tuo Catullo ha la borsa piena di ragnatele. Ma in cambio riceverai buon viso e buona cera o magari cosa, s’è possibile, più dolce e più fine: un profumo ti darò, che alla mia donna hanno regalato le Veneri e gli Amori: quando l’annuserai, pregherai gli dèi perché ti trasformino tutto, Fabullo, in naso.

(Giovanni Battista Pighi [1898-1978], in Il libro di Gaio Valerio Catullo ed i frammenti dei “poeti nuovi”, UTET, Torino 1974)

Che cena, Fabullo mio, da me,
tra pochi giorni se gli Dei vorranno,
e se porti una cena buona e ricca
non senza una bellissima ragazza
vino spirito e risa in quantità.
Con questo contributo, bello mio.
dico, che cena. Sì, perché la borsa
di Catullo contiene ragnatele.
Ricambierò con sentimento vero
e con una finezza deliziosa,
cioè un profumo, che alla mia ragazza
hanno donato Amore e Bramosia,
che se lo fiuti pregherai gli Dei
di farti diventare tutto naso.

(Enzo Mandruzzato, da Gaio Valerio Catullo, I canti, Rizzoli, Milano, 1982, p. 107)

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