La locomotiva

Giovanni Alfredo Cesareo (1860-1937)

Quasi solo i compendî di metrica ricordano ancora Giovanni Alfredo Cesareo, e solo perché fonte esemplificatrice dell’inusitato bisillabo:

Dietro
qualche
vetro

eccetera.

Roba da entomologi: un po’ poco per passare alla storia. Ma ancora una volta Chaim riesuma per noi il testo di partenza (sì, ultimamente Catalepton campa di trouvailles chaimiane). Sono versi estrapolati da La locomotiva (1905); e dacché non è facile trovare il testo in giro - men che meno nella Rete - eccolo qui.

Varrà la pena rileggere questa Locomotiva? A sentire Bàrberi Squarotti no:

I Canti sinfoniali sono presso che soltanto un esercizio tecnico, teso a conquistare, con una metrica che accumula i tipi più diversi di verso, dal ternario e dal quinario all’endecasillabo, e con la contemporanea effusione di parole sdrucciole, una musicalità difficile, un poco dissonante, convulsa, strana (e ne La locomotiva il Cesareo arriva fino alla parola-verso, che è un’audacia metrica suprema, anche se poi in un testo terribilmente datato in quanto è, ancora una volta, celebrazione del “magnifico mostro meccanico”, in termini non molto remoti dal Carducci “satanico” [ma c'è anche l'ombra dei futuristi, qui]: “Dietro / qualche / vetro, / qualche / viso / bianco, / qualche / riso / stanco, / qualche / gesto / lento”). Al di là di tale esasperazione tecnica poco c’è, anzi sorprende non poco che il Cesareo mostri tanta attenzione alle esigenze di rinnovamento della metrica tradizionale applicandola poi, con l’apparire, dietro alla varietà e alla mistione delle forme, dell’immagine del verso libero, ad argomenti molto inerti e risaputi, come se tale divario fra significante e significato gli apparisse come più adatto a rilevare la complessità della ricerca ritmica.

(Giorgio Bàrberi Squarotti, Invenzione e convenzione: la poesia del Cesareo, in I miti e il sacro. Poesia del Novecento, Pellegrini, Cosenza 2003, p. 324 [il saggio occupa le pp. 303-328])

Anche B. S., per giustificare il suo giudizio di “esasperazione tecnica”, si concentra sui soliti bisillabi - che peraltro cita male: il gesto è lesto - e lascia sfocato il contesto globale.

Sarà poi vero che si tratta di “argomenti molto inerti e risaputi”? Certo, il “magnifico mostro meccanico” è un luogo comune della poesia di fine Ottocento, dall’Inno a Satana (1863) a Notte d’inverno (1903) (cfr. per es. Tommaso Meldolesi, La machine à vapeur, mythe fondateur de la modernité en France et en Italie à partir de 1830, in Aline Le Berre [a c. di], De Prométhée à la machine à vapeur. Cosmogonies et mythes fondateurs à travers le temps et l’espace, Pulim, Limoges, 2003, pp. 213 ss.). Però se questo vale per Cesareo, varrà anche per il Pascoli di Notte d’inverno (al quale, a ben guardare, La locomotiva deve qualcosa).

Ma, ma, ma…  altro che “divario tra significante e significato”! La locomotiva è costruita per sezioni di metro diverso, dove la variatio ritmica  riproduce mimeticamente ma non didascalicamente i ritmi dell’azione, del viaggio e del sogno, con preminenza (non esclusiva) dei ritmi meccanici. Quei bisillabi non vanno isolati: sono la riproduzione - insieme ritmica e visiva - del treno appena messosi in moto e del succedersi di immagini frammentarie attraverso i finestrini, dal punto di vista della banchina. Poco dopo l’accelerare del treno è riprodotto in quadrisillabi sdruccioli e piani, mentre l’acquisto di un “palpito eguale” è reso in senari doppi; i quinari sdruccioli accompagnano l’ingresso del treno in galleria; e la corsa prosegue ancora in senari doppi.

Direi che la frequenza dei versi sdruccioli non è affatto gratuita, bensì necessaria alla resa del ritmo (ternario? dattilico?) del treno in corsa. Anche le alterazioni metriche mi sembrano espressive e non gratuite (ad esempio il sovrapporsi di uno scampanellio al rugghio del treno, e soprattutto l’irregolare rallentamento che precede la sosta finale).

Ma il treno di Cesareo - parrà strano - è meno onomatopeico dei cugini carducciani e pascoliani; qui l’effetto non è cercato per se stesso, ma nella compiuta narrazione di un viaggio. Una narrazione, come ho detto, sia ritmica sia visiva: agli effetti sonori si sovrappone una serie non casuale di notazioni iconiche: le prime ombre, i fanali, i fugaci frammenti di paesaggio sbozzati dalla luna, i riverberi dei vetri, il riflesso del convoglio nell’acqua, macchine, / carri, scale, argani che sfilano agli occhi del passeggero quando il treno arriva a destinazione (dal punto di vista esattamente opposto a quello iniziale).

E poiché il viaggio notturno è anche occasione di sonno e di sogno, Cesareo gioca sull’incerta sovrapposizione tra reale e onirico. Si applica bene quanto Bàrberi Squarotti (op. cit., p. 321) riferisce a Lo specchio: “è l’esplorazione del vuoto, dell’infinito puramente mentale e immaginato, di ciò che è oltre la realtà della stanza chiusa, nella dimensione infinita della visione”.

Qualcuno ha parlato di “descrittivismo piuttosto facile” (è Fabio Finotti, Sistema letterario e diffusione del decadentismo nell’Italia di fine ‘800. Il carteggio Vittorio Pica-Neera, Olschki, Firenze, 1988, p. 96); ma non vedo perché dare alla parola “descrittivismo” una sfumatura dispregiativa: ci sono qui fortissime analogie con il descrittivismo musicale.

Il Ringform, il ricorrere di Leitmotive ritmici e semantici (ad esempio la parola chiave luna) creano effetti analoghi a quelli del poema sinfonico (non a caso La locomotiva è uno dei Canti sinfoniali, e Cesareo stesso parla di “poesia sinfoniale”, in cui “non qualche verso, ma tutt’i versi, hanno da rappresentare, con la scelta, l’accozzamento e l’andamento delle parole rimate e rimate, non soltanto la forma esterna, ma l’armonia interiore, affettiva e fantastica, del soggetto in ogni sua parte”). Chissà se aveva presente Train Music, il frammento di poema sinfonico - ritratto ritmico e tonale di un viaggio in treno tra le montagne italiane - composto proprio in quegli anni dal giovanissimo Percy Grainger

LA LOCOMOTIVA

Sul fiammeggiante vespero
Nera s’accampa la locomotiva
E accidïosa fumica,
Mentre in torno si mescola e vocifera
La svarïata folla cui l’ansia
Spinge in quell’afa torpida.
Trascorre a quando a quando
Gente che parte: con bagagli in mano
Va i carri un dopo l’altro interrogando,
S’arrischia in fine, e sale
I tremuli sportelli sbatacchiando.
Giunge un clamore languido a distesa
Dal mar lontano,
E subitaneo, quasi ad un segnale,
Vibra il giulío scampanío d’una chiesa.
Ma le prime ombre calano,
E già, com’occhio che improvviso fólgori,
Or qua or là s’illumina un fanale.
Passan, ripassano
I cantonieri di fretta: crosciano
Grida e rimbrotti: l’accesa macchina
Si squassa e alita,
E i vagoni si cozzano tra loro
Con un rimbombo tragico e sonoro.
Scatta un comando:
Un fischio di rimando
Querulo, acuto, lungo, fóra l’aria,
E il treno si divincola
Su le rotaie sussultando e ansando.

Dietro
Qualche
Vetro,
Qualche
Viso
Bianco,
Qualche
Riso
Stanco,
Qualche
Gesto
Lesto;

Ma piú celeri
I vagoni
Si succedono
E i furgoni
Sul binario
Trabalzanti
Strepitanti
Varcan varcano;

E il treno, con palpito eguale, guadagna
Fiammando nel buio, l’aperta campagna.
La chiostra de’ monti da torno vacilla:
Repente un padule nell’ombra sfavilla,
Dispare una greggia di scialbe capanne
Di là da una siepe scrosciante di canne,
Leggera si libra nell’aria una torre,
E il treno, con rombo terribile, corre.
Le nuvole fosche s’inseguon pe’l cielo
Coprendo le stelle smarrite d’un velo:
Trapassan burroni, villaggi dormenti,
Dirupi, sodaglie sinistre, torrenti:
La luna vïaggia, tra gli alberi, sola,
E il treno, con rugghio di turbine, vola.

Su i massi rigidi
Ch’a’ lati incombono,
I vetri stampano
Chiari riverberi:
Dileguan alberi
Com’ombre livide,
Nell’albor fumido:
I fili aerei
Lenti s’abbassano,
Ratti risalgono.
A sbuffi, a volgoli,
L’atra caligine
Intorba l’aria,
Mentre la macchina
Tonando penetra
Lungo il freddo andito
Con rauchi sibili,
E gl’invisibili
Echi rispondono
Empiendo d’ululi
Il sotterraneo.

Ma sbuca il convoglio nell’umida sera
Tra i vènti che dietro gli volano a schiera.
La luna campeggia sul vasto orizzonte,
Sbozzando qua l’arco massiccio d’un ponte,
Là un fiume, che opaco tra i pioppi deriva,
E dentro vi svampa la locomotiva;
E miste alle forme del vero, le forme
Tramate di sogno dal core che dorme:
Palagi di marmo su isole strane,
E palme, e verzieri di rose, e fontane,
E un lume che ammicca nell’ombra remota:
L’accese una mano che forse t’è nota?
Chi plora da presso? chi d’alto minaccia?
Ma per la riviera di gigli che abbraccia
Il cielo e la terra, vien l’ardua galera;
E, sotto i suoi bianchi tendali, una schiera
Immobile e assorta di bianche Sibille,
Scrutando la luna con òrbe pupille,
Si sfoga in un canto che affanna e che molce,
Fra quanti n’udí l’universo, il piú dolce.
E il canto si spazia per piani, per boschi,
Per valli selvose di frassini foschi:
Attoniti i gioghi si rizzano in fondo
Su vigne e cascine che girano a tondo,
E il treno serpeggia, precipita, sale,
Sprizzando la fiamma del doppio fanale.

Ma un fischio stridulo
Fende lo spazio:
La luna limpida
Splende: rallentasi
La corsa: tintinniscono
I campanelli elettrici.
Sbalzana e títuba
A tratti il ferreo
Convoglio: fulgida
Di lumi, palpita
Entro la nebbia
La città enorme e tacita.
Sfilano macchine,
Carri, scale, argani;
E l’alte lampade
A torno spandono
Un baglior gelido,
Ove spettrali appaiono
Come in un sogno, gli uomini.
Ma con movimento
Isnodato e lento,
Il convoglio gira
Su le rote inerti,
E a sfagli incerti
Ancora va,
Finché si stira,
E sta.

La gente in frotte si versa all’uscita:
O andature stanche! o occhi torbidi!
Ecco, è svanita
L’ebbrezza del sogno datore d’oblii;
La gioia è fuggita
Da’ cuori tremanti di tardi desii:
E dalle cento fauci
Della città sopita
Esala grave il tedio della vita.

(Giovanni Alfredo Cesareo [1860-1937], La locomotiva, da Le consolatrici [Milano, Sandron, 1905], in Le occidentali - Gl’inni - Le consolatrici, Bologna, Zanichelli, 1912, pp. 380-385)


1 Commento

  1. Treno in partenza | Ago & contrAgo:

    [...] (…) Scatta un comando: un fischio di rimando querulo, lungo, acuto, fora l’aria, e il treno si divincola su le rotaie sussultando e ansando. Dietro qualche vetro, qualche viso bianco, qualche riso stanco, qualche gesto lesto: ma più celeri i vagoni si succedono e i furgoni sul binario trabalzanti strepitanti varcan varcano e il treno, con palpito eguale, guadagna, fiammando nel buio, l’aperta campagna. (…) da “La locomotiva” di Giovanni Alfredo Cesareo [...]

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