Tacito?

L'eruzione del Vesuvio, brano pseudotacitiano di G. Brothier

Lodovico Griffa, Il nuovo Latina Lectio. Versioni latine per il triennio, Petrini, Novara, 2007, è un prodotto scolastico collaudato e senza dubbio interessante, di cui prima o poi dovremo riparlare a proposito di “analisi contrastiva di traduzioni”.

Non è per accrescere la Foire aux cancres né per esporre al ludibrio l’onesto lavoro di Griffa. Ma oggi l’editoria scolastica pubblica e ripubblica con troppa fretta. Un esempio?

Ergo in primis auctoritatem pecuniae demito (Sall. Ep. ad Caes. I, 7)

non si può chiosare, per aiutare lo studente, “Demito: voce del verbo demittere, ma non è il presente indicativo” (vol. A, p. 455)… Sallustio sembra proprio destinato a questo genere di castronerie.

E vedi questo brano di versione (vol. A, p. 153):

L’eruzione del Vesuvio

Tacito ci narra l’eruzione del Vesuvio avvenuta sotto il regno di Tito, che causò la distruzione di Ercolano e Pompei. Vittima illustre del disastro fu Plinio il Vecchio, morto soffocato dalle ceneri e dalle esalazioni sulfuree mentre si avviava verso il vulcano per osservarne il fenomeno.

Dum in veneratione Titi urbs quiescebat, luctum adtulit atrox et continuus tremor terrae, quem secuta est horrenda Vesuvii montis conflagratio. Pulcherrima Campaniae ora misere foedata; obrutae duae urbes, Herculaneum et Pompeii, vasta hominum strage, inter quos periere Agrippa eiusque mater Drusilla. At, studiorum fama, mors Caii Plinii fuit insignior. Is forte tum Miseni erat classemque imperio regebat. Miraculo nubis excitus, quae in similitudinem formamque arboris e summo Vesuvio primum visa est erumpere, huc properat, noscendae naturae avidus. Dum pergit, gliscit periculum, cineribus pumicibus ambustisque lapidibus late depluentibus. Interritus, inter incendia montem petit: sulphureis flammis crassioreque caligine spiritu obstructo, exanimatus est. Tanta autem fuit ignium vis, ut cineres in Syriam et Aegyptum fuisse delatos vulgatum sit.

TACITO

Tacito? Macché. Le Historiae del 79 d.C. sono andate perdute (i rimasugli del V libro si fermano al 70 d.C.).

Con mooolta pazienza si riesce a risalire alla fonte: è l’Appendix Chronologica dell’abate Gabriel Brothier (1723-1789), che compare per la prima volta in C. Cornelii Taciti Opera. Supplementis, notis et dissertationibus illustravit Gabriel Brotier, V, Parisiis, ex Typographia L.-F. Delatour, MDCCLXXVI, p. 86 (e questo monumento del Brothier può sempre servire: ne trovi su GoogleLibri anche i tomi II e III, del 1771).

Dunque non Tacito, ma un paraTacito, un apocrifo settecentesco fatto passare per brano “d’autore”.

Ma il problema non è questo; e non è il maldestro adattamento (se il Titi iniziale dà maggiore perspicuità al passo, insignior è inutile normalizzazione del più raro ma tacitianissimo insignitior; e se è comprensibile la “normalizzazione” dell’anastrofe quos inter, non lo è quella di strages in strage: sarebbe stato il caso di dire che il brano non è di Brothier, ma da Brothier); e nemmeno, a dirla tutta, l’ingenuità storico-letteraria (che denuncia comunque l’incolmabile abisso didattico tra “versioni” e “letteratura”, e dimostra che degli “autori” e della “centralità del testo” in realtà non frega nulla a nessuno).

No. Il problema è appunto di editoria scolastica.

Da dove han tirato fuori questo Vesuvio tacitiano? Se ci pensi un po’, ti rispondi da solo.

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